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Aggiornato Martedì 04-Set-2007

 

Ormai lavoro a “Borderline” dall’estate del 2003. Qualcuno mi ha detto che un giorno o l’altro dovrò concludere e, confesso, la tentazione di farlo è stata forte. Ma le cose, quelle che contano, che hanno e danno un senso, le cacci dalla porta e rientrano dalla finestra – così, ogni volta, è accaduto che dovessi tornare sui miei passi. Un incontro imprevisto, una frase senza importanza, le belle lettere delle mie lettrici e lettori, una vicenda particolarmente significativa o apparentemente insignificante, tutto concorre a farne un’esperienza unica – ed anche una responsabilità, un impegno preciso, ineludibile.

Di questo e molto altro devo ringraziarvi.

Non ho mai creduto nelle forzature, ho sempre pensato che ogni cosa debba accadere con naturalezza, spontaneità. Ho incontrato spesso persone delle quali avrei voluto raccogliere e narrare la storia, ma di fronte alla necessità di dover fare pressione, ho rinunciato. Alcune di esse avrebbero rischiato tanto, troppo, altre poco o niente, nondimeno, nella maggioranza dei casi, ha prevalso il timore, la riservatezza o un eccesso di disimpegno.

Persone: donne e uomini – naturalmente. Anche in transizione o già transitate da un genere a un altro.

L’idea di dare spazio anche all’omosessualità maschile e al transgenderismo (FtoM e MtoF, in tutte le varianti affettive), era quindi scontata ma, sino ad ora, non mi era parso tanto urgente farlo - vuoi perché nel primo caso esistono già numerose, ben strutturate e sfruttate ribalte, vuoi perché avvicinare il secondo è cosa ancora assai difficile e delicata...

Quand’ecco un pungolo di primissima qualità: dopo Platinette, dopo il politicamente corretto Gullotta, dopo l’elettoralistico coming-out bisex di Cecchi Paone, dopo Mangioglio ospite fisso di “Domenica in” (il cottolengo familistico “Porta a porta”), dopo l’ultimo nasuto, cappelluto, starnazzante protagonista del “Grande Fratello” e le “Cronache marziane” del fin troppo accondiscendente Canino, dopo questi e molti altri programmi pensati per gli scemi del villaggio globale messo in piedi dal bagaglino mediatico berlusconiano Rai e Fininvest, La7 manda in onda “I magnifici 5” ed io, satura, faccio l’ormai classico salto sulla sedia. Mi ero accorta che vi fosse più di una differenza (le lesbiche sui giornali - poco - e i gay in TV, secondo una precisa regia che ottiene il risultato, forse in certi casi anche inconsapevole, di emarginare le prime e ridicolizzare i secondi) fra la propaganda (chiamatela anche falso ideologico, lavaggio del cervello) simil giornalistica d’approfondimento o d’intrattenimento, scarabocchiata e straparlata, ma che si arrivasse a tanto, beh, sino a un pugno di anni fa non era mica immaginabile...

“Cinque uomini gay”, specifica lo spot pubblicitario – uomini, sia ben chiaro, perché in quest’italietta ignorantona e pecoreccia, incrollabilmente maschilista e misogina, a parlar di gay senza specificare si rischia di far pubblicità ingannevole: non sia mai che per gay qualcuno fraintenda un buon brodo vegetale con l’acqua lercia, o viceversa! Non sia mai che per gay qualcuno possa pensare ad un cavallo, o magari, chissà, aspettarsi una donna, o una trans lesbica! Che poi chi volete che se lo guardi un corrispettivo al femminile? A dar credito ai luoghi comuni e agl’imperanti stereotipi con i quali la TV và a nozze, “Le magnifiche” probabilmente sarebbero cinque butch capello corto brizzolato, taglia forte, esperte in meccanica e bricolaire, guida grintosa o spericolata, facchinaggio, calcetto da tavolo – improponibili. D’altronde, i ruoli “migliori” (o perlomeno quelli più evanescenti e perciò attraenti) se li sono già spartiti i maschietti e alle donne, biologiche o d’importazione, lesbiche o etero che siano, cos’altro rimane se non tornare ai fornelli (da lavapiatti, naturalmente, perché i creativi, in cucina come in tutto il resto, hanno tre gambe dalla nascita), sfornare bambini a comando senza diritto di replica, tener pulita la casa o rimaner veline, suppellettili? Chissà perché ho l’impressione d’averlo già visto questo film… Ma non è tutto, manca la ciliegina sulla torta: lo sponsor televisivo di cotanto, sfolgorante liberismo, una prestigiosa Carta di Credito internazionale, invita il pubblico a rinnovarsi l’immagine con “I magnifici Cinque” – sorbole! Vuoi vedere che qualcuno si è accorto che anche nel nostro paese esiste una consistente comunità omosessuale, latente o manifesta, che è un target economico e commerciale di tutto rispetto? Com’è che nessuno ha ancora accettato l’idea che oltre ad avere il portafoglio, i gay (e le lesbiche, scusate l’ardito accostamento) hanno anche un cervello ed il diritto a non essere considerati solo per il loro potere d’acquisto, o fenomeni da baraccone veri o falsi da esibire nei talk show popolar-nazionalisti? Ed una volta di più mi sento personalmente offesa da tanta esplicita ipocrisia (o dicotomia). Una volta di più mi sembra di vivere ai confini della realtà. Liberi di comprare e vendersi, di ridacchiare delle nostre caricature, di pascerci di fronte al devastante consolidarsi dei modelli più vecchi e logori, di farci incatenare ad essi riconoscenti come gonzi al pascolo – e al contempo liberi d’essere licenziati, picchiati, insultati, senza tutela, riconoscimento, senza adeguamenti legislativi, crescita culturale, senza che nulla cambi davvero, se non in peggio. Non so voi, ma a me non diverte neanche un po’ tutto questo, mi preoccupa soltanto.

Così mi sono decisa: ho rispolverato un’intervista raccolta nel novembre del 2004 e via, al lavoro, si ricomincia - nuovamente invitando a guadare le cose non solo dal proprio punto di vista o da quello indotto da chi decide cosa si deve pensare e come si deve vivere… fa bene alla salute - mentale. E forse aiuta a non diventarne complici.

Cinzia Ricci

 

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