|
Ormai
lavoro a “Borderline” dall’estate del 2003. Qualcuno
mi ha detto che un giorno o l’altro dovrò concludere e, confesso,
la tentazione di farlo è stata forte. Ma le cose, quelle che contano,
che hanno e danno un senso, le cacci dalla porta e rientrano dalla finestra
– così, ogni volta, è accaduto che dovessi tornare
sui miei passi. Un incontro imprevisto, una frase senza importanza, le
belle lettere delle mie lettrici e lettori, una vicenda particolarmente
significativa o apparentemente insignificante, tutto concorre a farne
un’esperienza unica – ed anche una responsabilità,
un impegno preciso, ineludibile.
Di
questo e molto altro devo ringraziarvi.
Non
ho mai creduto nelle forzature, ho sempre pensato che ogni cosa debba
accadere con naturalezza, spontaneità. Ho incontrato spesso persone
delle quali avrei voluto raccogliere e narrare la storia, ma di fronte
alla necessità di dover fare pressione, ho rinunciato. Alcune di
esse avrebbero rischiato tanto, troppo, altre poco o niente, nondimeno,
nella maggioranza dei casi, ha prevalso il timore, la riservatezza o un
eccesso di disimpegno.
Persone:
donne e uomini – naturalmente. Anche in transizione o già
transitate da un genere a un altro.
L’idea
di dare spazio anche all’omosessualità maschile e al transgenderismo
(FtoM e MtoF, in tutte le varianti affettive), era quindi scontata ma,
sino ad ora, non mi era parso tanto urgente farlo - vuoi perché
nel primo caso esistono già numerose, ben strutturate e sfruttate
ribalte, vuoi perché avvicinare il secondo è cosa ancora
assai difficile e delicata...
Quand’ecco
un pungolo di primissima qualità: dopo Platinette, dopo il politicamente
corretto Gullotta, dopo l’elettoralistico coming-out bisex di Cecchi
Paone, dopo Mangioglio ospite fisso di “Domenica in” (il cottolengo
familistico “Porta a porta”), dopo l’ultimo nasuto,
cappelluto, starnazzante protagonista del “Grande Fratello”
e le “Cronache marziane” del fin troppo accondiscendente Canino,
dopo questi e molti altri programmi pensati per gli scemi del villaggio
globale messo in piedi dal bagaglino mediatico berlusconiano Rai e Fininvest,
La7 manda in onda “I magnifici 5” ed io, satura, faccio l’ormai
classico salto sulla sedia. Mi ero accorta che vi fosse più di
una differenza (le lesbiche sui giornali - poco - e i gay in TV, secondo
una precisa regia che ottiene il risultato, forse in certi casi anche
inconsapevole, di emarginare le prime e ridicolizzare i secondi) fra la
propaganda (chiamatela anche falso ideologico, lavaggio del cervello)
simil giornalistica d’approfondimento o d’intrattenimento,
scarabocchiata e straparlata, ma che si arrivasse a tanto, beh, sino a
un pugno di anni fa non era mica immaginabile...
“Cinque
uomini gay”, specifica lo spot pubblicitario – uomini,
sia ben chiaro, perché in quest’italietta ignorantona e pecoreccia,
incrollabilmente maschilista e misogina, a parlar di gay senza specificare
si rischia di far pubblicità ingannevole: non sia mai che per gay
qualcuno fraintenda un buon brodo vegetale con l’acqua lercia, o
viceversa! Non sia mai che per gay qualcuno possa pensare ad un cavallo,
o magari, chissà, aspettarsi una donna, o una trans lesbica! Che
poi chi volete che se lo guardi un corrispettivo al femminile? A dar credito
ai luoghi comuni e agl’imperanti stereotipi con i quali la TV và
a nozze, “Le magnifiche” probabilmente sarebbero cinque butch
capello corto brizzolato, taglia forte, esperte in meccanica e bricolaire,
guida grintosa o spericolata, facchinaggio, calcetto da tavolo –
improponibili. D’altronde, i ruoli “migliori” (o perlomeno
quelli più evanescenti e perciò attraenti) se li sono già
spartiti i maschietti e alle donne, biologiche o d’importazione,
lesbiche o etero che siano, cos’altro rimane se non tornare ai fornelli
(da lavapiatti, naturalmente, perché i creativi, in cucina come
in tutto il resto, hanno tre gambe dalla nascita), sfornare bambini a
comando senza diritto di replica, tener pulita la casa o rimaner veline,
suppellettili? Chissà perché ho l’impressione d’averlo
già visto questo film… Ma non è tutto, manca la ciliegina
sulla torta: lo sponsor televisivo di cotanto, sfolgorante liberismo,
una prestigiosa Carta di Credito internazionale, invita il pubblico a
rinnovarsi l’immagine con “I magnifici Cinque” –
sorbole! Vuoi vedere che qualcuno si è accorto che anche nel nostro
paese esiste una consistente comunità omosessuale, latente o manifesta,
che è un target economico e commerciale di tutto rispetto? Com’è
che nessuno ha ancora accettato l’idea che oltre ad avere il portafoglio,
i gay (e le lesbiche, scusate l’ardito accostamento) hanno anche
un cervello ed il diritto a non essere considerati solo per il loro potere
d’acquisto, o fenomeni da baraccone veri o falsi da esibire nei
talk show popolar-nazionalisti? Ed una volta di più mi sento personalmente
offesa da tanta esplicita ipocrisia (o dicotomia). Una volta di più
mi sembra di vivere ai confini della realtà. Liberi di comprare
e vendersi, di ridacchiare delle nostre caricature, di pascerci di fronte
al devastante consolidarsi dei modelli più vecchi e logori, di
farci incatenare ad essi riconoscenti come gonzi al pascolo – e
al contempo liberi d’essere licenziati, picchiati, insultati, senza
tutela, riconoscimento, senza adeguamenti legislativi, crescita culturale,
senza che nulla cambi davvero, se non in peggio. Non so voi, ma a me non
diverte neanche un po’ tutto questo, mi preoccupa soltanto.
Così
mi sono decisa: ho rispolverato un’intervista raccolta nel novembre
del 2004 e via, al lavoro, si ricomincia - nuovamente invitando a guadare
le cose non solo dal proprio punto di vista o da quello indotto da chi
decide cosa si deve pensare e come si deve vivere… fa bene alla
salute - mentale. E forse aiuta a non diventarne complici.
Cinzia
Ricci

|