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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

«Terry, due medie rosse al sei e un Manhattan al dieci…»

Il pub “Rainbow” andava bene. Venerdì concerti dal vivo e sabato DJ. La musica sempre a palla. Gestione dinamica, ospitale, generosa – senza esagerare. Avventori soddisfatti e numerosi. Età tra i venti e i quaranta, prevalentemente uomini, ceto medio, orientamento sessuale e politico trasversale con qualche infiltrato, più o meno in incognito, proveniente dagli opposti estremi. Terra di confine, quindi. Sabrina e Teresa lo gestivano da un lustro. Non erano dichiarate, ma tutti sapevano che stavano insieme, eppure qualcuno ancora ci provava, con una, l’altra o entrambe - la vecchia storia del triangolo con due lesbiche, massima aspirazione della maggior parte dei maschietti.

Con il tempo le persone che hanno una relazione simbiotica finiscono per assomigliarsi anche fisicamente, così, a causa del divario d’età, più che compagne sembravano madre e figlia. Avevano fatto muro e, malgrado le fregole dell’innamoramento fossero trascorse e dimenticate da un pezzo, le univa un legame profondo che faceva del loro rapporto un bastione apparentemente inespugnabile. Erano belle, fuori dagli stereotipi – riservatissime e inaccessibili. Cosa facessero tirata giù la serranda, erano in pochi a saperlo. In effetti non facevano niente di eccezionale, erano persone comuni: Teresa, la maggiore, si era fatta un nome nel minuscolo, asfittico e invisibile circuito mediatico LGBT. Sabrina le zampettava appresso più per forza d’inerzia che per altro. Ancora non aveva subito forme di discriminazione evidenti o insopportabili, perciò non riusciva ad appassionarsi al tema dei diritti civili e del riconoscimento – era giovane e, come la maggior parte delle sue coetanee, s’interessava con incostanza a cose poco o nulla impegnative, cambiandole di continuo.

La serata scorreva frenetica ma senza problemi, con il locale pieno di gente che andava e veniva, vecchie e nuove facce perlopiù brille, le solite chiacchiere senza pretese e i soliti due o tre che di tanto in tanto provavano a fare discorsi seri rimanendo invariabilmente soli o inascoltati.

«Sono un branco d’impotenti nazifascisti ma ormai, con questo governo e questo Papa, chi volete che vada a rompergli le palle?!» - Terry s’intromise in una conversazione trascinata con noia, senza convinzione.
«C’è gente che vuole pagare…» - la interruppe Sabrina che non gradiva quel tipo di discorsi.
Terry annuì, si asciugò le mani al grembiule e raggiunse la cassa.
«Lesbiche di merda…»
Teresa sgranò gli occhi: «Come?»
«Due birre medie.»
«No, prima…»
Lui la guardò fingendo di non capire, quasi infastidito.
«Otto euro.»
L’uomo pagò e uscì. Solo. Mai visto prima. Terry era scossa.
«Che c’è?»
«Hai visto quel tipo?… Giurerei che abbia detto “lesbiche di merda”…»
«Dai… Avrai capito male…»
«“Lesbiche di merda” assomiglia a “due birre medie”?»
«Uhm… Il solito cretino…»

Terry non riusciva a liquidare con leggerezza quella faccenda. In cinque anni mai nessuno si era permesso di dire una cosa del genere, mai in faccia o in quel modo vigliacco. Era arrabbiata con se stessa per non aver avuto la prontezza di reagire. Sabrina se ne accorse e per distrarla cominciò a burlarsi di lei, smettendo quell’espressione dura che a volte indisponeva chi non la conosceva.

All’una e trenta, non senza faticare, riuscirono a convincere gli ultimi avventori ad uscire dal locale: «Mi raccomando, ragazzi, se state fuori non fate casino…». Finirono di sistemare i tavoli e il bancone, svuotarono la lavastoviglie, spensero la macchina del caffè e chiusero bottega.

«Lascia la bici, Sabry, andiamo in macchina.»
«E dai che domani mi tocca venire a piedi…»
«Ti porto io.»
«Ma che ti prende?»
«Non lo so…»
«Senti, miss paranoia, ci vediamo tra poco…» - e senza darle il tempo di replicare si avviò.

Terry parcheggiò, rimase in macchina qualche minuto aspettandola, poi si convinse che stava esagerando e andò a casa. Mise sul fuoco il bollitore per fare la solita tisana, preparò le tazze. Andò in bagno e sistemò sulla sedia gli accappatoi per la doccia. Tornò in cucina e guardò l’orologio… Perché ci metteva tanto? La chiamò sul cellulare ma il telefono risultava spento o irraggiungibile. «Strano…» - pensò - «Forse non l’ha acceso…». Andò alla finestra e guardò giù – nessuno. Provò ancora sul cellulare. Niente. Era passata quasi un’ora. Normalmente dopo cinque minuti arrivava a casa. «Mi sto preoccupando per nulla – magari ha incontrato qualcuno e si è fermata a chiacchiera… Certo, farmi preoccupare così, almeno un chiamino potrebbe farmelo…». Ritentò – nulla. Ad un tratto, senza rendersene conto, si ritrovò in strada che correva, correva… Svoltò nel vicolo che Sabrina aveva imboccato quando si erano lasciate e lo percorse a ritroso quasi sino in fondo, poi, quello che a lei parve un fagotto di stracci buttato tra i sacconi della spazzatura, attirò la sua attenzione… Il cuore smise di battere, il tempo si fermò - e fu come morire…

 

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