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Aggiornato Sabato 24-Nov-2012

Testimonianze sull'omosessualità, la transessualità e il transgenderismo, sul lesbismo politicamente scorretto. Oltre le copertine patinate. Le lesbiche ci sono - e si raccontano. Da un altro punto di vista…

 

 

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Chi per lavoro o svago viaggia spesso, ha più di chiunque altro l’occasione di fermarsi davanti alle edicole cercandovi qualcosa che attiri la sua curiosità e, prontamente acquistato, sappia distrarlo durante le lunghe ore di attesa. Forse con sé ha portato un libro che intende leggere, magari gli appunti di lavoro o studio, ma come resistere alla tentazione di darsi un’occhiata in giro? E allora eccolo, chino sulle riviste, su tutte quelle ammiccanti copertine che, fra corpi nudi e sfocate immagini di baci rubati sotto il sole, promettono diete miracolose o miracolosi rimedi contro l’invecchiamento, la cellulite, i guasti devastanti della “normalità”. Eccolo, il nostro potenziale acquirente, investito da una gragnola d’inchieste che intendono svelare i segreti di chi proprio normale non è - e lui che fa? Domanda retorica – felice di farsi abbindolare mette mano al portafoglio.

Sulla copertina due donne bellissime si toccano, le labbra sono vicine, prossime a baciarsi. All’interno, in fondo al giornale, altre immagini raccontano una quotidianità inverosimile, patinata. Sono ragazze “comuni”, naturalmente carine se non proprio belle, ben accette subalterne se non affermate professioniste, benestanti se non proprio ricche. Sono lesbiche “visibili”, “dichiarate” in famiglia e sul lavoro, raramente impegnate in politica o nel sociale, militanti per quel che le riguarda, talvolta persino à la page, trandy. Dover fare la gincana fra le restrizioni e le discriminazioni del nostro paese non le preoccupa più di tanto: loro vanno dal notaio per tutelare gli interessi di coppia, si sposano all’estero, fanno figli con l’inseminazione artificiale. Sono politicamente corrette, impeccabili, certamente innocue, rassicuranti. Stanno esattamente dove devono: al loro posto, nel loro mondo. Incarnano allegramente lo stereotipo al quale il sistema le ha destinate, alimentano la grande menzogna, partecipano al banchetto in qualità di portata.

Chiudo la rivista e un moto di ribellione mi attraversa. Penso a tutte le amiche “sfigate” che ho: brutte, disoccupate, povere, nascoste, terrorizzate, sole e isolate. Penso a quelle che fanno scelte coraggiose, nell’ombra, e nessuno lo sa, a nessuno gliene importa nulla. Penso alle accanite sostenitrici del “purché se ne parli” e allora mi assale la rabbia. Improvvisamente mi rendo conto di aver regalato 4 euro alla Mondatori, capisco che in questo mondo al contrario sono io l’idiota – e, rassegnata, torno in me.

Ammetto che le donne descritte in queste inchieste esistano ed anzi, qualcuna persino la conosco, ma vorrei si convenisse che sono una minoranza, la punta di un iceberg che emerge comodamente sostenuta da esistenze taciute, negate, impopolari. Capisco che nessun editore vedrebbe incrementate le sue vendite se proponesse al lettore storie ordinarie e talvolta disastrose di lesbiche che non possono mostrarsi, dire il proprio nome, che vivono rinunciando ogni giorno a quelli che dovrebbero essere dei diritti e che, invece, sono solo privilegi, ma almeno non si spacci per consuetudine ciò che norma non è. Capisco anche il lettore medio che tutto vuole tranne sentirsi minacciato, colpevolizzato, contraddetto, ma, per Dio, qualcuno abbia la faccia di dirgli che è stato accontentato. La verità, la realtà, è comprensibilmente indesiderabile perché non è mai innocua, senza conseguenze, e tuttavia vorrei imparzialità, più onestà e franchezza, vorrei che si desse comunque la possibilità di conoscerla in ogni aspetto, magari voltando pagina. Vorrei si facesse informazione, non propaganda.

Fallace speranza.

Ne parlo con un’amica. «Sì,» - dice - «ho notato anch’io che ultimamente l’editoria ci va a nozze con tutte queste storie edificanti di lesbiche perfette, senza problemi». Espongo la mia opinione: «Bisognerebbe dar voce anche alle altre. Magari le loro vite sono insignificanti, forse una schifezza, magari non sono roba da voyeurs, ma penso che in esse sia più facile riconoscersi, sono sicura che serva». Mirella concorda e mi chiede cosa intendo fare. Le dico che vorrei raccogliere qualche testimonianza. Vorrei dare la possibilità a chi non può farlo di raccontarsi.

«Vuoi essere la prima?». Mirella adesso è dubbiosa, teme che attraverso il racconto qualcuno la riconosca. Le garantisco l’anonimato, le assicuro che non dirò nulla che possa comprometterla, faccio fatica ma alla fine si convince e mi da appuntamento in un bar perché, dice molto seriamente: «è meglio se di certe cose non ne parliamo a casa»...

 

 

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