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Testimonianze
sull'omosessualità, la transessualità e il transgenderismo,
sul lesbismo politicamente scorretto. Oltre le copertine patinate.
Le lesbiche ci sono - e si raccontano. Da un altro punto di vista…
Chi
per lavoro o svago viaggia spesso, ha più di chiunque altro
l’occasione di fermarsi davanti ai banconi delle edicole cercandovi
qualcosa che attiri la sua curiosità e, prontamente acquistato,
sappia distrarlo durante le lunghe ore di attesa. Forse con sé
ha portato un libro che intende leggere, magari gli appunti di lavoro
o studio, ma come resistere alla tentazione di darsi un’occhiata
in giro? Fare qualcosa che normalmente non si fa? E allora eccolo,
chino sulle riviste, su tutte quelle ammiccanti copertine che, fra
corpi nudi e sfocate immagini di baci rubati sotto il sole, promettono
diete miracolose o miracolosi rimedi contro l’invecchiamento,
la cellulite, i guasti devastanti della “normalità”.
Eccolo, il nostro potenziale acquirente, investito da una gragnola
d’inchieste che intendono svelare i segreti di chi proprio
normale non è - e lui che fa? Domanda retorica – felice
di farsi abbindolare mette mano al portafoglio…
Sulla
copertina due donne bellissime si toccano teneramente, le labbra
sono vicine, prossime a baciarsi. All’interno, in fondo al
giornale, altre immagini raccontano una quotidianità inverosimile,
patinata. Sono ragazze “comuni”, naturalmente carine
se non proprio belle, ben accette subalterne se non affermate professioniste,
benestanti se non proprio ricche. Sono lesbiche “visibili”,
“dichiarate” in famiglia e sul lavoro, raramente impegnate
in politica o nel sociale, militanti per quel che le riguarda, talvolta
persino à la page, trandy. Dover fare la gincana fra le restrizioni
e le discriminazioni del nostro paese non le preoccupa più
di tanto: loro vanno dal notaio per tutelare gli interessi di coppia,
si sposano all’estero, fanno figli con l’inseminazione
artificiale. Sono politicamente corrette, impeccabili, certamente
innocue, rassicuranti. Stanno esattamente dove devono: al loro posto,
nel loro mondo. Incarnano allegramente lo stereotipo al quale il
sistema le ha destinate, alimentano la grande menzogna, partecipano
al banchetto in qualità di portata – e lo sanno.
Chiudo
la rivista e un moto di ribellione mi attraversa, la rabbia mi assale.
Penso a tutte le amiche “sfigate” che ho: brutte, disoccupate,
povere, nascoste, terrorizzate, sole e isolate. Penso a quelle che
si fanno un mazzo così per tutti e nessuno lo sa, a nessuno
gliene importa nulla. Penso alle accanite sostenitrici del “purché
se ne parli” e allora proprio mi sembra di scoppiare, vorrei
mettermi ad urlare sino a spaccarmi i timpani, ma improvvisamente
mi rendo conto di aver regalato 4 euro alla Mondatori, allora capisco
che sono io l’idiota – e, rassegnata, torno in me.
Ammetto
che le donne descritte in queste inchieste esistano ed anzi, qualcuna
persino la conosco, ma vorrei si convenisse che sono la minoranza,
la punta di un iceberg che emerge comodamente sostenuta da esistenze
taciute, negate, impopolari. Capisco che nessun editore vedrebbe
incrementate le sue vendite se proponesse al lettore storie ordinarie
e talvolta disastrose di lesbiche che non possono mostrarsi, dire
il proprio nome, che vivono nell’ombra rinunciando ogni giorno
a quelli che dovrebbero essere dei diritti e che, invece, sono solo
privilegi, ma almeno non si spacci per consuetudine ciò che
norma non è. Capisco anche il lettore medio che tutto vuole
tranne sentirsi minacciato, colpevolizzato, contraddetto, ma, per
Dio, qualcuno abbia la faccia di dirgli che è stato accontentato.
La verità, la realtà, è comprensibilmente indesiderabile
perché non è mai innocua, senza conseguenze, e tuttavia
vorrei imparzialità, più onestà e franchezza,
vorrei che si desse comunque la possibilità di conoscerla
in ogni aspetto, magari voltando pagina. Vorrei si facesse informazione,
non propaganda.
Fallace
speranza.
Prendo
il telefono, ne parlo con un’amica. «Sì»
- dice - «ho notato anch’io che ultimamente l’editoria
ci va a nozze con tutte ‘ste storie edificanti di lesbiche
perfette, senza problemi». Espongo la mia opinione: «Bisognerebbe
dar voce anche alle altre. Magari le loro vite sono insignificanti,
forse una schifezza, magari non sono roba da voyeurs, ma penso che
in esse sia più facile riconoscersi, sono sicura che serva».
Mirella concorda e mi chiede cosa intendo fare. Le dico che ho in
mente un ciclo di contro-inchieste. Voglio solo dare la possibilità
a chi non può farlo di raccontarsi.
«Vuoi
essere la prima?». Mirella adesso è dubbiosa, teme
che attraverso il racconto qualcuno la riconosca. Le garantisco
l’anonimato, le assicuro che non dirò nulla che possa
comprometterla, faccio fatica ma alla fine si convince e mi da appuntamento
in un bar perché, dice molto seriamente: «è
meglio se di certe cose non ne parliamo a casa»...
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