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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Rimanere senza lavoro è generalmente un dramma. A me, pur non avendo alcun asso nella manica al quale ricorrere in casi come questo (niente rendite, risparmi, amici influenti, amanti danarose, parenti disponibili, ecc.), procura sempre una specie di gioia, un’eccitazione profonda, un senso di liberazione entusiasmante, folle…

Licenziata - finalmente.

Cammino assaporando il piacere di non avere una meta, limiti di tempo, obblighi, responsabilità. Guardo senza interesse le vetrine, progetto senza convinzione un piano strategico per riprendere i contatti con i miei vecchi clienti – più che altro ripenso al mio progetto, cerco nella memoria volti e storie, mi chiedo se riceverò le telefonate che mi sono state preannunciate.

Fuori dai negozi vi sono montagne di cartone. In fondo alla piazza qualcuno sta facendo razzia ma stranamente non è un addetto dell’azienda municipalizzata. Sino a qualche anno fa questo tipo di raccolta dava da sopravvivere a chi, ormai, non poteva far altro, poi sono comparse le associazioni benefiche, si è dato inizio alla raccolta differenziata dei rifiuti, il comune ha regolamentato un po’ tutto e a poco a poco i robivecchi e gli straccivendoli che passavano di casa in casa liberando cantine, soffitte e armadi, hanno dovuto farsi da parte. Mi avvicino e con grande sorpresa riconosco Franca. Non la vedevo da molto tempo, avevo addirittura pensato che fosse morta. È ingrassata, i capelli, sempre cortissimi, sono argentati. Con movimenti sicuri e veloci finisce di caricare il cartone, rimonta sull’Ape e se ne va senza accorgersi della mia presenza. Fatti due conti suppongo che non abbia meno di sessantacinque anni – nonostante tutto ha la prestanza fisica di una cinquantenne in ottima salute, la spavalderia di chi sa tirarsi fuori dal tempo.

Raggiungo uno degli ultimi bar onesti dove ancora si può bere un caffè senza pagarlo una fortuna. Mi siedo, ordino un peschino (un aperitivo a base di pesche sciroppate e chissà cos’altro) e decido di raccontare questa storia…

 

*  *  *

 

Mio padre è stato per trent’anni una specie di primula rossa locale, un mascalzone assai scaltro e capace, temuto e rispettato anche dalle forze dell’ordine. Ne ha fatte di cotte e di crude, come si dice, quasi nulla che fosse legale o privo di conseguenze spiacevoli a breve e lungo termine. Ovviamente non ho vissuto un’infanzia serena, tuttavia l’aver dovuto guardare il mondo da un’angolazione non proprio ortodossa mi ha predisposta ad accettarne e talvolta persino apprezzarne gli aspetti comunemente più esecrati – insomma, ho imparato presto che la televisione racconta un sacco di frottole e che con un po’ di fantasia si può trovar del buono anche dove probabilmente non c’è o dove nessuno pensa vi sia.

Verso la metà degli anni Settanta, dunque, Franca era in affari con mio padre. Ricordo che di tanto in tanto veniva a casa nostra. Mi stupiva l’accoglienza che riceveva: mio padre la trattava con deferenza e mia madre non mostrava d’esserne disturbata o preoccupata. Era una figura incombente e minacciosa come una parete a picco, eppure non aveva niente che potesse ragionevolmente inquietare. Parlava con voce calma e profonda, era molto educata e dava l’impressione di essere estremamente sicura di sé, senza prepotenza – l’esatto contrario dei modelli femminili e maschili che mi circondavano. Avvertivo la diffidenza di mio padre e allora non capivo perché la frequentasse, né perché mia madre, pur non avendo per lei alcuna simpatia, non le saltasse agli occhi come faceva con ogni donna. Era tutto molto strano, per me a quel tempo ancora incomprensibile.

Vivevamo in una casa enorme e mio padre ci aveva abituate ad ogni sorta di stoccaggio: sigarette, tappeti, quadri, macchine da scrivere, gioielli, addirittura giocattoli. Incredibilmente, tutto si svolgeva alla luce del sole, in pieno giorno. Scaricava la merce, poi cominciavano ad arrivare i clienti che senza nemmeno salire le scale facevano gli ordinativi dalla strada, urlando: «Olinto, tirami dieci stecche di Marlboro!». A ripensarci oggi sembra incredibile, ma giuro che questo è esattamente quello che accadeva.

L’affare con Franca riguardava un considerevole quantitativo di maglie – improvvisamente ce le ritrovammo dappertutto.

Mio padre ci caricò in macchina e come faceva ogni volta che aveva la certezza di concludere l’impresa del secolo, ci portò a visitare la fabbrica di confezioni che intendeva acquistare grazie all’opera di intermediazione di Franca. Ero una bimba, ma già abbastanza sveglia per sentire puzza di bruciato - se lui avesse avuto solo la metà del buon senso che avevo io a dieci anni la nostra vita sarebbe stata alquanto differente. La fabbrica consisteva in una stanza una, un’operaia una ed un telaio uno - ma di nuovissima concezione. Mio padre illustrava a mia madre i prodigi di quella macchina infernale che se avesse prodotto in proporzione al chiasso che faceva avrebbe arricchito chiunque, ma così non era evidentemente, altrimenti perché darsi tanta pena per trovare un compratore al quale cedere la gallina dalle uova d’oro? Già. L’idea di mio padre consisteva nel mettere prima o poi mamma al telaio, io e mia sorella ci saremmo “divertite” a incellophanare e lui avrebbe piazzato la merce. Dopo aver investito una discreta somma rilevando magazzino e macchinario, scoprì di “essere stato” raggirato e noi dovemmo convivere con gli scatoloni a lungo prima di poter riprendere possesso della nostra casa.

Franca scomparve. Da allora mio padre smise di riferirsi a lei con il suo nome di battesimo e a denti stretti cominciò a chiamarla “lesbicaccia”.

Nel 1997 la rincontrai per caso. Seppi con sorpresa, giacché nessuno aveva ritenuto importante dirmelo, che dopo la morte di mio padre aveva periodicamente fatto visite di cortesia a mia madre. M’invitò a cena. Pur avendo ereditato una discreta diffidenza nei suoi confronti e memore della sua straordinaria abilità nell’abbindolare il prossimo, accettai. Ero curiosa, volevo capire, sapere, ritrovare brandelli d’esistenza – aggiungere tasselli ad un mosaico destinato, forse, a rimanere incompiuto.

Viveva in un seminterrato. Venne ad aprirmi una donna che mi parve subito alquanto disturbata. Si muoveva frenetica, a scatti. Cucinava, apparecchiava, fumava, beveva e parlava tutto insieme, cambiando discorso e atteggiamenti senza motivo, secondo una logica che non comprendevo. Sembrava avere una gran fretta, c’era paura e imbarazzo, aggressività e fastidio. Franca, invece, era tranquilla, ma non la perdeva d’occhio nemmeno un istante. Avevo la sensazione che sapesse perfettamente quali erano i suoi limiti e cosa occorresse fare per contenerla, prevenirla. Per tutta la serata mi è sembrato di stare in equilibrio sulla lama di un rasoio, in balia di una specie di residuato bellico vagante: una mossa sbagliata e BOOOM! – Dio solo sa cosa sarebbe successo…

Sebbene nulla lo lasciasse trasparire, Franca e Rosaria avevano una relazione che andava oltre la semplice convivenza. Niente parole dolci, vezzeggiativi, manifestazioni affettive. Il classico esempio di coppia butch e femme, ma senza la stucchevole e consueta ostentazione dei ruoli tipica di queste coppie. Un occhio inesperto avrebbe potuto interpretarla come una coabitazione formale, opportunistica. Parlammo sempre del più e del meno, superficialmente, mai di omosessualità, del passato o di vicende troppo personali. A tarda ora ricevemmo la visita di un signore attempato, bevemmo qualcosa insieme, quindi Rosaria si ritirò con lui in un’altra stanza per discutere di certe questioni di lavoro… Quando decisi di andarmene erano ancora là.

Me ne tornai a casa abbastanza costernata. Non capivo il senso di quella serata. Perché mi aveva invitata? Perché mi aveva chiesto di tornare? Cosa voleva da me e cosa aveva cercato di dirmi, dimostrarmi? Forse pensava che la conoscessi per interposta persona, ma io non sapevo assolutamente nulla di lei, di loro, tranne che era lesbica, campava di espedienti, era stata in galera ed aveva fregato mio padre.

Chiesi in giro e a pizzichi venni a sapere da fonti attendibili o direttamente coinvolte, cose che mi lasciarono letteralmente senza parole.

Franca e Rosaria gestivano una modesta casa di appuntamenti.

Si erano conosciute in prigione. Franca condannata ad una pena piuttosto pesante per truffa aggravata, Rosaria per spaccio, prostituzione e resistenza a pubblico ufficiale. Forse s’innamorarono lì, oppure accadde quando si ritrovarono fuori, forse non s’innamorarono affatto o solo una dell’altra poco e male corrisposta, di certo si misero in società, da principio pretendendo dai loro traffici giusto il necessario. D’altronde Rosaria non intendeva smettere di fare l’unico mestiere che aveva imparato, che le dava da vivere senza troppe complicazioni, e Franca non solo aveva un bel po’ di pelo sullo stomaco, ma dopo la lunga detenzione era fuori dal giro, grossi affari non le capitavano più. Così, inizialmente Franca procurava i clienti a Rosaria e i proventi, levate le spese, erano divisi in parti uguali. Ad un certo punto, però, il bisogno di raggranellare cifre di denaro più consistenti le convinse ad estendere la loro attività coinvolgendo anche altre ragazze. Sfruttando le conoscenze che avevano nell’ambiente della tossicodipendenza, decisero di fare, per così dire, proselitismo – ma non più di una ragazza per volta. Occorreva creare rapporti di dipendenza in modo da poterle persuadere e controllare agevolmente, metterle nella condizione di non potersi rifiutare. Rosaria le portava a casa e poi era Franca che ne conquistava la fiducia ascoltandole, dandogli ospitalità, prendendosi cura di loro. Fingeva di aiutarle impedendogli di mettersi nei casini e per farlo talvolta gli procurava lei stessa l’eroina, altre ci andava a letto per fargli credere di avere per loro un interesse vero, profondo, per dargli l’illusione che l’avevano in pugno e potevano sfruttarla, ma poi arrivava il momento di trovare i soldi che lei e Rosaria improvvisamente non avevano più e allora era facile indurle a compiacere qualche amico senza pretese – non dovevano preoccuparsi, a tutto avrebbero pensato loro, non c’erano alternative, quello era il modo più veloce e sicuro per sistemare le cose. Entrate nel meccanismo e pur di non tornare sulla strada, le ragazze finivano per accettare qualunque cosa, con gratitudine.

Non so cosa ci fosse dietro l’insistenza del suo invito, né m’interessava scoprirlo.

Qualche tempo dopo seppi che Rosaria era stata ricoverata in psichiatria parecchie volte, poi più nessuno la vide in giro. Franca invece frequentava assiduamente il bar dei tossici, in centro, per questo era facile incontrarla - quando cambiò gestione sparì insieme agli altri.

Guardo i turisti passeggiare naso all’insù, i bambini rincorrere i piccioni… Molte cose sono cambiate in questa città – quanta vita è trascorsa, quanta vita.

 

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