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Rimanere
senza lavoro è generalmente un dramma. A me, pur non avendo alcun
asso nella manica al quale ricorrere in casi come questo (niente rendite,
risparmi, amici influenti, amanti danarose, parenti disponibili, ecc.),
procura sempre una specie di gioia, un’eccitazione profonda, un
senso di liberazione entusiasmante, folle…
Licenziata - finalmente.
Cammino assaporando il piacere di non avere una meta, limiti di tempo,
obblighi, responsabilità. Guardo senza interesse le vetrine, progetto
senza convinzione un piano strategico per riprendere i contatti con i
miei vecchi clienti – più che altro ripenso all’inchiesta,
cerco nella memoria volti e storie, mi chiedo se riceverò le telefonate
che mi sono state preannunciate.
Fuori
dai negozi ci sono montagne di cartone. In fondo alla piazza qualcuno
sta facendo razzia ma stranamente non è un addetto dell’azienda
municipalizzata. Sino a qualche anno fa questo tipo di raccolta dava da
sopravvivere a chi, ormai, non poteva far altro, poi sono comparse le
associazioni benefiche, si è dato inizio alla raccolta differenziata
dei rifiuti, il comune ha regolamentato un po’ tutto e a poco a
poco i robivecchi e gli straccivendoli che passavano di casa in casa liberando
cantine, soffitte e armadi, hanno dovuto farsi da parte. Mi avvicino e
con grande sorpresa riconosco Franca. Non la vedevo da molto tempo, avevo
addirittura pensato che fosse morta. È ingrassata, i capelli, sempre
cortissimi, sono argentati. Con movimenti sicuri e veloci finisce di caricare
il cartone, rimonta sull’Ape e se ne va senza accorgersi della mia
presenza. Fatti due conti suppongo che non abbia meno di sessantacinque
anni – nonostante tutto ha la prestanza fisica di una cinquantenne
in ottima salute, la spavalderia di chi sa tirarsi fuori dal tempo.
Raggiungo
uno degli ultimi bar onesti dove ancora si può bere un caffè
senza pagarlo una fortuna. Mi siedo, ordino un peschino (un aperitivo
a base di pesche sciroppate e chissà cos’altro) e decido
di raccontare questa storia…
Mio padre è stato per trent’anni una specie di primula rossa
locale, un “fuffignone” assai scaltro e capace, temuto e rispettato
anche dalle forze dell’ordine. Ne ha fatte di cotte e di crude,
come si dice, quasi nulla che fosse legale o privo di conseguenze spiacevoli
a breve e lungo termine. Ovviamente non ho vissuto un’infanzia serena,
tuttavia l’aver dovuto guardare il mondo da un’angolazione
non proprio ortodossa mi ha predisposta ad accettarne e talvolta persino
apprezzarne gli aspetti comunemente più esecrati – insomma,
ho imparato presto che la televisione racconta un sacco di frottole e
che con un po’ di fantasia si può trovar del buono anche
dove probabilmente non c’è o dove nessuno pensa vi sia.
Verso
la metà degli anni Settanta, dunque, Franca era in affari con mio
padre. Ricordo che di tanto in tanto veniva a casa nostra. Mi stupiva
l’accoglienza che riceveva: mio padre la trattava con deferenza
e mia madre non mostrava d’esserne disturbata o preoccupata. Era
una figura incombente e minacciosa come una parete a picco, eppure non
aveva niente che potesse ragionevolmente inquietare. Parlava con voce
calma e profonda, era molto educata e dava l’impressione di essere
estremamente sicura di sé, senza prepotenza – l’esatto
contrario dei modelli femminili e maschili che mi circondavano. Avvertivo
la diffidenza di mio padre e allora non capivo perché la frequentasse,
né perché mia madre, pur non avendo per lei alcuna simpatia,
non le saltasse agli occhi come faceva con ogni donna. Era tutto molto
strano, per me a quel tempo ancora incomprensibile.
Vivevamo in una casa enorme e mio padre ci aveva abituate ad ogni sorta
di stoccaggio: sigarette, tappeti, quadri, macchine da scrivere, gioielli,
addirittura giocattoli. Tutto si svolgeva incredibilmente alla luce del
sole, in pieno giorno. Scaricava la merce, poi cominciavano ad arrivare
i clienti che senza nemmeno salire le scale facevano gli ordinativi dalla
strada, urlando: «Olinto, tirami dieci stecche di Marlboro!»...
A ripensarci oggi sembra incredibile, ma giuro che questo è esattamente
quello che accadeva.
L’affare con Franca riguardava un considerevole quantitativo di
maglie – improvvisamente ce le ritrovammo dappertutto.
Mio padre ci caricò in macchina e come faceva ogni volta che aveva
la certezza di concludere l’impresa del secolo, ci portò
a visitare la fabbrica di confezioni che intendeva acquistare grazie all’opera
di intermediazione di Franca. Ero una bimba, ma già abbastanza
scafata per sentire puzza di bruciato - se lui avesse avuto solo la metà
del buon senso che avevo io a dieci anni la nostra vita sarebbe stata
alquanto differente, ma... La fabbrica consisteva in una stanza una, un’operaia
una ed un telaio uno - ma di nuovissima concezione. Mio padre illustrava
a mia madre i prodigi di quella macchina infernale che se avesse prodotto
in proporzione al chiasso che faceva avrebbe arricchito chiunque, ma così
non era evidentemente, altrimenti perché darsi tanta pena per trovare
un compratore al quale cedere la gallina dalle uova d’oro? Già…
L’idea di mio padre consisteva nel mettere prima o poi mamma al
telaio, io e mia sorella ci saremmo “divertite” a incellophanare
e lui avrebbe piazzato la merce. Dopo aver investito una discreta somma
rilevando magazzino e macchinario, scoprì di “essere stato”
raggirato e noi dovemmo convivere con gli scatoloni a lungo prima di poter
riprendere possesso della nostra casa.
Franca
scomparve. Da allora mio padre smise di riferirsi a lei con il suo nome
di battesimo e a denti stretti cominciò a chiamarla “lesbicaccia”.
Nel
1997 la rincontrai per caso. Seppi con sorpresa, giacché nessuno
aveva ritenuto importante dirmelo, che dopo la morte di mio padre aveva
periodicamente fatto visite di cortesia a mia madre. M’invitò
a cena. Pur avendo ereditato una discreta diffidenza nei suoi confronti
e memore della sua straordinaria abilità nell’abbindolare
il prossimo anche quando più sveglio di lei, accettai. Ero curiosa,
volevo capire, sapere, ritrovare brandelli d’esistenza – aggiungere
tasselli ad un mosaico destinato, forse, a rimanere incompiuto.
Viveva
in un seminterrato. Venne ad aprirmi una donna che mi parve subito alquanto
disturbata. Si muoveva frenetica, a scatti. Cucinava, apparecchiava, fumava,
beveva e parlava tutto insieme, cambiando discorso e atteggiamenti senza
motivo, secondo una logica che non comprendevo. Sembrava avere una gran
fretta, c’era paura e imbarazzo, aggressività e fastidio.
Franca, invece, era tranquilla, ma non la perdeva d’occhio nemmeno
un istante. Avevo la sensazione che sapesse perfettamente quali erano
i suoi limiti e cosa occorresse fare per contenerla, prevenirla. Per tutta
la serata mi è sembrato di stare in equilibrio sulla lama di un
rasoio, in balia di una specie di residuato bellico vagante: una mossa
sbagliata e BOOOM! – Dio solo sa cosa sarebbe successo…
Sebbene
nulla lo lasciasse trasparire, Franca e Rosaria avevano una relazione
che andava oltre la semplice convivenza. Niente parole dolci, vezzeggiativi,
manifestazioni affettive. Il classico esempio di coppia butch e femme,
ma senza la stucchevole e consueta ostentazione dei ruoli e dello status.
Un occhio inesperto avrebbe potuto interpretarla come una coabitazione
formale, opportunistica. Parlammo sempre del più e del meno, superficialmente,
mai di omosessualità, del passato o di vicende troppo personali.
A tarda ora ricevemmo la visita di un signore attempato, bevemmo qualcosa
insieme, quindi Rosaria si ritirò con lui in un’altra stanza
per discutere di certe questioni di lavoro… Quando decisi di andarmene
erano ancora là.
Me
ne tornai a casa abbastanza costernata. Non capivo il senso di quella
serata. Perché quell’invito? Perché mi aveva chiesto
di tornare? Cosa voleva da me e cosa aveva cercato di dimostrarmi? Forse
pensava che la conoscessi per interposta persona, ma io non sapevo assolutamente
nulla di lei, di loro, tranne che era lesbica, campava di espedienti,
era stata in galera ed aveva fregato mio padre.
Chiesi
in giro e a pizzichi venni a sapere da fonti attendibili o direttamente
coinvolte, cose che mi lasciarono letteralmente senza parole.
Franca
e Rosaria gestivano una modesta casa di appuntamenti.
Si
erano conosciute in prigione. Franca condannata ad una pena piuttosto
pesante per truffa aggravata, Rosaria per spaccio, prostituzione e resistenza
a pubblico ufficiale. Forse s’innamorarono lì, oppure accadde
quando si ritrovarono fuori, forse non s’innamorarono affatto o
solo una dell’altra poco e male corrisposta, di certo si misero
in società, da principio pretendendo dai loro traffici giusto il
necessario. D’altronde Rosaria non intendeva smettere di fare l’unico
mestiere che aveva imparato, che le dava da vivere senza troppe complicazioni,
e Franca non solo aveva un bel po’ di pelo sullo stomaco, ma dopo
la lunga detenzione era fuori dal giro, grossi affari non le capitavano
più, ormai. Così, inizialmente Franca procurava i clienti
a Rosaria e i proventi, levate le spese, erano divisi in parti uguali.
Ad un certo punto, però, il bisogno di raggranellare cifre di denaro
più consistenti le convinse ad estendere la loro attività
coinvolgendo anche altre ragazze. Sfruttando le conoscenze che avevano
nell’ambiente della tossicodipendenza, decisero di fare, per così
dire, proselitismo – ma non più di una ragazza per volta.
Occorreva creare rapporti di dipendenza in modo da poterle persuadere
e controllare agevolmente, metterle nella condizione di non potersi rifiutare.
Rosaria le portava a casa e poi era Franca che ne conquistava la fiducia
ascoltandole, dandogli ospitalità, prendendosi cura di loro. Fingeva
di aiutarle impedendogli di mettersi nei casini e per farlo talvolta gli
procurava lei stessa l’eroina, altre ci andava a letto per fargli
credere di avere per loro un interesse vero, profondo, per dargli l’illusione
che l’avevano in pugno e potevano sfruttarla, ma poi arrivava il
momento di trovare i soldi che lei e Rosaria improvvisamente non avevano
più e allora era facile indurle a compiacere qualche amico senza
pretese – non dovevano preoccuparsi, a tutto avrebbero pensato loro,
non c’erano alternative, quello era il modo più veloce e
sicuro per sistemare le cose. Entrate nel meccanismo e pur di non tornare
sulla strada, le ragazze finivano per accettare qualunque cosa, con gratitudine.
Non
so cosa ci fosse dietro l’insistenza del suo invito, né m’interessava
scoprirlo.
Qualche
tempo dopo seppi che Rosaria era stata ricoverata in psichiatria parecchie
volte, poi più nessuno la vide in giro. Franca invece frequentava
assiduamente il bar dei tossici, in centro, per questo era facile incontrarla
- quando cambiò gestione sparì insieme agli altri.
Guardo
i turisti passeggiare naso all’insù, i bambini rincorrere
i piccioni… Molte cose sono cambiate in questa città –
quanta vita è trascorsa, quanta vita.

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