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Una
sedicente giornalista, dopo la denuncia dell’aggressione che abbiamo
subito, ha avuto la faccia tosta di sostenere che i casi di violenza sessuale
sono rarissimi per cui, ammesso che la nostra vicenda non fosse un’invenzione,
non valeva proprio la pena parlarne pubblicamente, dargli tanto risalto,
importanza. Questioni private che tali avrebbero dovuto rimanere. Affermazioni
inqualificabili, certo, strumentali – prive di qualsiasi fondamento,
tuttavia assai condivise. Da allora m’interrogo sulla reale portata
del fenomeno visto che almeno tre quarti delle persone che conosco e che
non hanno niente a che vedere con "Borderline" (prevalentemente
donne, ma anche qualche uomo) hanno subito violenza o molestie, soprattutto
in ambito familiare, amicale e lavorativo, e nessuna di queste ha mai
sporto denuncia…
Le
conseguenze sono in ogni caso devastanti – eppure qualcuno ce la
fa, bene o male sopravvive.
La
vita mi ha insegnato che le persone più sensibili e generose verso
gli altri, pronte a battersi per loro, sono quelle che sanno cosa stai
chiedendo perché loro stesse lo hanno chiesto prima di te –
spesso inascoltate. Non c’è bisogno di spiegare un torto
a chi l’ha subito.
Claudia
è una donna appassionata, intensa – ferita, ma pronta al
riscatto.
Ho
avuto questa sensazione sin dai primi contatti, via mail. Da subito è
stata capace di starmi vicina, di farmi sentire la sua presenza, seppur
a tanti chilometri di distanza, non solo con le parole scritte –
troppo spesso di circostanza, talvolta inadeguate o addirittura offensive.
La sua rabbia, il suo incondizionato appoggio, la sua sincera indignazione,
il suo costante impegno per tentare di abbattere il muro di silenzio al
di là del quale mi ha trovata – tutto fa di lei, per me,
una persona cara, e preziosa.
In effetti non saprei dire se è bella, piacevole o spiacevole,
a pelle – non lo so e non m’interessa. Claudia c’è,
Claudia è – solo questo conta. Senza pregiudizi, senza giudizio.
«Come
succede a molte persone, i miei problemi sono iniziati dentro la famiglia.
Eravamo in otto. I miei erano impiegati, entrambi. Due persone amate e
rispettate. Mio padre era un comunista convinto e mia madre militava nella
DC - una moderata attaccata alla demagogia del suo partito. Litigavano
spesso, per ogni minima sciocchezza, e io rimanevo impietrita a guardarli
senza riuscire nemmeno a fuggire. Talvolta i maltrattamenti non erano
solo verbali: mio padre era manesco sia con mia madre che con mia nonna.
Crescendo ho trovato la forza di fuggire. Ricordo che prendevo la mia
chitarra e, da sola o con gli amici di quartiere, andavo a compiere qualche
marachella. Spesso organizzavamo delle feste proletarie: consistevano
nell’andare a rubare dolciumi, bevande e ingredienti per preparare
torte, nei negozi della zona. Ci sentivamo un po’ dei Robin Hood.
Forse è da questi episodi che si è rafforzata in me la capacità
di sopravvivere. È strano: differentemente dai miei amici, io potevo
avere quasi tutto, eppure era troppo più forte in me la propulsione
a far da sola, all’indipendenza. Il gusto del proibito, poi, mi
suscitava emozioni così forti, contrastanti - irresistibili. Nel
periodo fra i sei e i tredici anni, presi coscienza della mia omosessualità.
Ma ovviamente nascondevo a chiunque questo mio aspetto, ai miei genitori
facevo credere che avevo il fidanzatino così non facevano domande.
Nella mia famiglia era proibito parlare di sesso in generale, figuriamoci
di omosessualità! Ma un giorno, dopo una delle spese proletarie
in edicola, ebbi l’infelice idea di portare in casa un giornale
porno. Non ti dico il dramma! Mio padre convocò una riunione familiare
al gran completo. C’erano tutti: i miei genitori, i nonni, i fratelli
e le sorelle: sembrava proprio un’assise. Alla fine dell’istruttoria
mio padre tirò fuori il corpo del reato e mi chiese: “Cos’è?”
Ed io, candidamente: “Un giornale porno…”.
“Questo schifo in casa mia non ce lo voglio!”.
“Bene, lo porterò via…” - ma lui iniziò
un monologo interminabile nel quale elencava tutti i fatti per i quali
lo facevo dannare. Poi disse che fino ad allora ero stata la sua preferita,
ma con quell’atto lo avevo ferito profondamente e quindi dovevo
darmi da fare se volevo ricostruire il nostro rapporto. Ad un certo punto
si tolse la cinta dai pantaloni e disse che era costretto a punirmi. Gli
dissi che secondo me non gli conveniva agitarsi troppo perché rischiava
di rimanere in mutande. Scoppiarono tutti a ridere. Rimase a guardarmi
come un coglione mentre gli voltavo le spalle e uscivo di casa. Mio padre
era un attore, un megalomane nato. Un giorno, prima di questo episodio,
gli espressi il desiderio di avere una casetta minuscola di legno, tutta
mia… lui fece costruire una palazzina su due piani per tutta la
famiglia. Volevo il mio rifugio, non una villa!»

«Dopo l’episodio del processo familiare, un pomeriggio d’inverno
mentre cercavo di ricucire lo strappo, m’invitò ad infilarmi
nel suo letto, per fare un riposino. Mi svegliarono le sue mani, è
stato terribile… Avevo completamente rimosso questo episodio. Me
ne sono ricordata nel periodo di terapia di Counseling che ho fatto per
disabituarmi all’abuso di droghe e alcool. Una catarsi preceduta
e seguita da forti stati di depressione, ansia, con qualche attacco di
panico. Come sono guarita? Beh, non si guarisce mai da queste cose. Il
primo passo è accettarle come una parte di noi dalla quale non
potremo mai separarci, una parte della nostra solitudine. Poi, con una
serie di buone terapie, con un po’ di sport, sani esercizi di respirazione
e meditazione, si può arrivare a sopportarne la presenza. Sì,
perché si sopravvivere alla devastazione interiore solo passando
attraverso la semplicità, ritrovando un contatto autentico e profondo
con noi stessi, senza artifici. Questo mi ha salvata dalla follia del
dolore; e questo mi sta dando la forza di spazzare le macerie dalla mia
vita. Ogni pezzo di macerie che elimino, è un atto di perdono,
di pacificazione con il mio passato. La vita può diventare una
malattia, ma è anche una medicina costante. Ho avuto paura della
vita, della morte e dell’amore; ma ora non temo nessuna di queste
cose. Forse è questo che di me fa paura. Quando iniziai ad elaborare
la violenza subita da mio padre, la mia psicologa chiese se ne volevo
parlarne con i miei fratelli, ma io risposi che non c’era alcun
bisogno che vivessero anche loro un simile dolore, così decisi
di tacere. Dopo otto anni, oggi per la prima volta, ne parlo con qualcuno.
È strano come il dolore renda gli esseri umani dipendenti. Dico
sempre ai miei nipoti che nella vita si muore e si rinasce mille volte
e ogni volta che rinasciamo, le cose che contano acquistano un valore
nuovo, più profondo, autentico. Moriamo in ogni dolore per risorgere
ad una nuova coscienza…»
Claudia
s’interrompe, ho l’impressione che smetta persino di respirare.
Mi guarda. Credo che stia cercando di capire se può dar corso ad
una riflessione più intima e complessa, o se non sia piuttosto
il caso di proseguire il racconto. Aspetto. Si accende un’altra
sigaretta. Ha deciso…

«Dopo la violenza subita da mio padre, mia madre decise che era
meglio mettermi a dormire con mia sorella separandoci entrambe dai miei
fratelli. Da allora non dormii più in camera con i miei genitori.
Intanto avevo compiuto dodici anni, raggiunto lo sviluppo. Mio padre era
preoccupato perché avevo le mie prime mestruazioni. A scuola ero
un disastro anche se talvolta sapevo dimostrare di non essere così
scema, disinteressata allo studio. Ma la vita di strada ormai mi aveva
conquistata, mi assorbiva, mi affascinava e mi faceva sentire sicura.
La strada era il mio unico punto fermo, lì non dovevo difendermi
da chi mi avrebbe dovuto amare, proteggere. A quattordici anni iniziai
le prime esperienze con le cosiddette droghe leggere (hascisch, marijuana,
olio di canapa, caramellato - tutta roba che si fuma) incamminandomi spedita
verso una forma di tabagismo esasperato, davvero patologico. Nel giro
di appena due anni vennero a mancare prima la mia migliore amica, poi
i miei nonni e mio padre… mia madre andò fuori di testa:
esaurimento nervoso. Nel frattempo i miei fratelli più grandi si
erano sposati lasciando me e mio fratello, che più o meno si sconvolgeva
quanto me, da soli con lei. Andarmene in giro dalla mattina alla sera
a farmi con tutto quello che mi capitava e ad ostentare la mia presunta
eterosessualità scopando con ogni uomo che mi voleva, divenne consuetudine.
Ecco, un altro dei miracoli della mia vita: oltre a non aver mai avuto
guai seri con la giustizia, non ho contratto l’AIDS. A proposito
di miracoli, quando frequentavo la comunità Carismatica Laica,
anch’essa molto scomoda alla Chiesa, il mio maestro mi diceva sempre:
“Tu sarai un grande capo carismatico”… Penso che si
riferisse al fatto che quando mi chiamava a parlare dal pulpito per portare
le mia testimonianza, le persone mi ascoltavano, non riuscivano a trattenere
le lacrime, capivano. Lasciai la Comunità, quando decisi di vivere
liberamente e serenamente la mia omosessualità. Sai, credo che
un giorno tornerò da loro per raccontare come si può credere
in Dio pur essendo omosessuali…»
Ancora
si ferma, indaga. Non voglio forzarla, ne potrei, d’altronde - Claudia
è un Ariete, fa solo quello che crede sia meglio per sé,
giusto o sbagliato che sia…
«Dopo
aver iniziato a drogarmi, lasciai il piccolo branco di quartiere. Andavo
in giro fino a sera tardi e spesso rimanevo in casa da sola con mia madre.
Di tanto in tanto, quando rientravo scoppiata come una capra, la sentivo
piangere dietro la porta chiusa della sua camera. A volte mi fermavo abbassando
lo sguardo, la mia mano si avvicinava alla maniglia - ma non riuscii mai
a trovare il coraggio di aprirla, correre da lei, abbracciarla e piangere
insieme. Avevo a malapena quindici anni. La mattina mi svegliavo verso
le sei, dopo essermi lavata e vestita mi facevo le mie prime due canne,
poi scivolavo via prima che si svegliasse. Facevo il solito giretto in
centro, magari incontravo degli amici che mi davano un po’ di caramello,
oppure ci facevamo un paio di cognacchini, quindi ognuno per la sua strada.
Arrivavo a scuola solo perché le gambe conoscevano il percorso.
I miei compagni mi emarginavano, nessuno voleva avere a che fare con me.
Del resto era comprensibile. I professori facevano finta di niente oppure
mi propinavano certe filippiche… Spesso non reggevo la situazione,
prendevo lo zaino e me ne andavo. In quel periodo frequentavo un cugino
che si faceva le pere ed uno strano pomeriggio, in cui eravamo io, lui
ed altri nostri amici, gli chiesi di farmi uno “schizzo”.
Preparò la siringa e mi iniettò l’eroina. Da quel
momento non ricordo più niente. Rammento solo che mi risvegliai
nel mio letto senza riuscire a rendermi conto neanche se fosse giorno
o notte. Sentivo un freddo allucinante e avevo l’impressione di
essere tornata da un lungo viaggio. Non riuscivo a svegliarmi, non riuscivo
a riprendere il controllo del mio corpo e della mia mente. Nell’intenso
freddo che sentivo, mi accorsi che ero sudata e iniziai a star male, malissimo,
non capendo cosa avessi esattamente. Ad un tratto, ondate di calore violentissime
cominciarono ad attraversarmi, sempre più intense, e finalmente
riuscii a svegliarmi. Mi resi conto di dover vomitare così, con
estrema fatica, riuscii ad alzarmi dal letto, ma mi reggevo in piedi a
stento. Riuscii ad arrivare davanti allo specchio e per quel poco che
ricordo, vidi la mia faccia uguale a quella di un cadavere. Mi prese un
forte senso di svenimento, mi risedetti sul letto, vomitai sul pavimento
e poi svenni sul materasso. Dopo quel giorno stetti più di un anno
lontano dalle sostanze e dall’alcool, senza subire gli effetti fisici
della dipendenza - mi venne una vera e propria repulsione alle sostanze.
Mi chiusi letteralmente in casa, non frequentavo più nessuno. Litigavo
spesso con mia madre, ma la vedevo più tranquilla, riuscivamo a
volte anche ad avere un dialogo. Non la sentivo più piangere dietro
la porta della sua camera e spesso mi coinvolgeva nelle cose che faceva.
In autunno ripresi la scuola e siccome avevamo dei problemi economici,
il pomeriggio andavo a lavorare per qualche spicciolo, anche per non esserle
di peso. In quel periodo conobbi Marco. Con lui ho vissuto una lunga storia
d’amore e odio. Marco aveva l’abitudine di bere e di controllarmi
troppo, per questo non lo sopportavo, ma poi fra le sue braccia, nei suoi
occhi e nel suo sorriso, trovavo la pace che avevo sempre cercato, per
questo lo amavo. Appena ripresa la scuola, ritrovando alcune vecchie amicizie,
ricominciai a fare uso di droghe. Prima qualche canna, poi gli alcolici
e le droghe sintetiche: acidi, poppers, tangesic - quest’ultimo
venne ritirato dalle farmacie a metà degli anni ‘80, ma per
un po’ di tempo lo si poteva trovare da qualche pusher. Marco si
accorse del mio cambiamento. Iniziammo a litigare come due pazzi, io mi
rendevo conto che stavo riprendendo la piega sbagliata. Così, oppressa
dalle continue litigate, dalle minacce che se non smettevo l’avrebbe
detto a mia madre, presi la decisione di mettermi in contatto con qualche
comunità. Con Marco intrattenemmo per mesi dei colloqui telefonici,
ma poi decisi tacitamente che volevo starmene al calduccio di casa mia.
Nel frattempo partecipavo, all’insaputa di tutti, a delle feste
a base di cocaina e super alcolici. Il mio giro era cambiato, in casa
non avevamo più problemi di soldi, anzi, iniziammo ad avere il
problema contrario. Ogni tanto spacciavo la coca per averne qualche grammo
per me e tirare sù un po’ di soldi. Il mio nuovo giro era
formato da artisti, cantanti e musicisti falliti, idealisti che volevano
cambiare il mondo con la “zia” nelle narici e nel cervello,
con la bocca impastata d’alcool, bruciata dalle sigarette e da altro.
Ero circondata da donne e uomini che avrebbero fatto carte false per avermi
- iniziai a partecipare a dei festini misti di gruppo: sesso, droga e
rock and roll, come si dice. Ogni giorno era una fatica immane - dovevo
sfuggire al controllo del mio ragazzo, alle domande di mia madre e alle
ronde della Polizia. Nel frattempo iniziai a lavorare come rappresentante,
porta a porta. Questo mi dava la possibilità di muovermi meglio
e stare molto tempo fuori città. Per l’azienda viaggiavo,
in Italia e all’estero. Spesso ero proprio io a chiedere di mandarmi
fuori zona per lunghi periodi. Ma quello che guadagnavo come rappresentante
non mi bastava. Non volevo tornare a rubare come avevo fatto al tempo
che assumevo eroina. Quindi accettai di fare la cubista, due o tre volte
al mese, in un locale alla moda. Ero pagata bene e avevo cocaina gratis
quanto bastava. Con Marco ci vedevamo sempre di meno, ma poi l’azienda
per la quale lavoravo chiuse e tornai a casa. Mi misi a fare l’agente
immobiliare, ma il mio comportamento da cocainomane divenne evidente.
Dopo un anno chiusi col lavoro, non ce la facevo più a portarlo
avanti. Qualche volta facevo degli scambi con gli eroinomani: per un grammo
di coca, ricevevo due grammi di roba. L’eroina mi serviva quando
la coca mi mandava fuori giro, troppo in tensione. Iniziai a spacciare
più assiduamente, rubavo soldi ed oro a mia madre, ma lei era chiusa
nel suo silenzio, si limitava ad osservare e a difendermi contro tutto
e tutti. Chissà, forse lei conosceva meglio di chiunque altro le
ragioni dei miei comportamenti. Forse sapeva della violenza di mio padre
e taceva anche nella violenza con cui continuavo ad infliggermi punizioni.
Forse sarebbe bastata una parola, un gesto d’amore, d’incoraggiamento
o d’attenzione per scuotermi, bloccare l’odio che avevo per
me stessa – ma non ne ebbe mai, o io non me ne accorsi. M’infilavo
in giri di malavita assurdi, commerciavo sigarette di contrabbando, facevo
qualsiasi cosa potesse darmi i soldi di cui avevo bisogno. Avevo una faccia
che faceva paura, forse proprio per questo nessuno riusciva ad avvicinarmi
in modo normale. Il mio ragazzo non sapeva più cosa fare, combatteva
da solo. Cominciò a bere più del solito. Io alteravo momenti
in cui mi lasciavo completamente andare, a momenti in cui riuscivo a stare
anche due o tre mesi lontano dal giro e dalle sostanze. Gli amici cercavano
in fondo ai miei occhi qualcosa che fosse rimasto di me. Io e Marco ci
lasciammo. Mia madre si ammalò gravemente e un anno dopo si portò
via con sé tutti i suoi segreti.»
«Iniziai a frequentare un bravo ragazzo, Renzo. Lui non c’entrava
niente con i miei traffici e l’uso di sostanze - diceva di essere
innamorato di me. La sua presenza era rassicurante, non mi chiedeva mai
di avere rapporti sessuali e questo mi stava bene. Era diventato il mio
nobile confidente, sembrava che stessimo insieme. Decisi di entrare in
comunità. Feci un lungo pellegrinaggio in diversi centri, ma la
verità era che non volevo affrontare quel percorso. Così,
per ingannare il tempo e la mia coscienza, aprii un locale notturno in
società con altri. Facemmo diversi milioni di debito per poi fallire
miseramente anche a causa mia, delle mie amicizie che cominciarono a frequentarlo
attirando l’attenzione della Polizia. Dovemmo chiudere più
di una volta, fino a quando, dopo una retata, non riaprimmo più.
Mi ritrovai sul lastrico. Con mio fratello le cose non andavano bene,
e presi un appartamento in affitto. Stavo in un periodo di grazia dovuto
ad una serie di cure per superare le dipendenze. Per un paio di mesi mi
rimboccai le maniche, facevo due lavori. Guadagnavo in tutto 600.000 lire
al mese e ne pagavo 550.000 solo di affitto. Renzo non poteva aiutarmi,
quindi per riuscire a campare ricominciai a spacciare. Ma stavolta spacciavo
solo medicinali: Plegine, Ecstasil, Roipnol e Tawor. A parte l’Ecstasil
che me lo dava un amico, le altre pasticche (in gergo “pallette”),
me le facevo segnare dal medico, ma ero sempre da lui a farmi fare le
ricette, così un giorno chiuse il rubinetto. Ricominciai a spacciare
la cocaina e ogni tanto ne tiravo un po’. Riuscii a non riprenderne
la dipendenza – questa volta toccò al Roipnol. Ormai la mia
carriera di tossicodipendente era agli sgoccioli. Mi trovavo su un punto
di rottura: dovevo decidere se infognarmi definitivamente o provare a
risalire la china. Decisi di entrare in un centro di disintossicazione
ma resistetti appena due mesi e mezzo. Quella vita e quei metodi non facevano
per me. Ci riprovai, altrove, con l’aiuto o la pressione anche dei
miei fratelli – ma inutilmente. Non c’è regola che
io possa sopportare, se non voglio. Grazie ad un buon amico trovai ospitalità
presso una coppia di suoi amici. Sentii che potevo fidarmi. Sono stata
con loro per 4 mesi e ogni giorno quando mi alzavo la scena era sempre
la stessa: colazione pronta, un pacchetto di sigarette e 15.000 lire sul
tavolo, per me. Sai Cinzia, per la prima volta in vita mia mi sono sentita
amata, rispettata senza che qualcuno mi chiedesse nulla in cambio. Anni
dopo venni a sapere che mentre dormivo facevano la colletta per lasciarmi
qualche soldo. Questo è uno dei motivi per cui so che l’amicizia
vera, disinteressata, talvolta è possibile. Spesso sono stata accusata
dai miei di dare troppo credito agli amici e niente alla famiglia. Ma
come si può mettere al primo posto chi ti lascia solo come un cane?
Vendemmo la casa di mia madre e con la mia parte pagai il debito che avevo
maturato in banca a causa del locale andato male. Rimasi per un altro
mese con i ragazzi e usai un’altra parte dei soldi per sdebitarmi
con loro. Poi presi una casa in affitto con Renzo ma a causa dei suoi
problemi finanziari dovetti portare io avanti la baracca, fino a quando,
fra pagamenti vari e ufficiali giudiziari che venivano a frotte davanti
la porta di casa ad esigere i crediti delle società che mi avevano
garantito le forniture per il locale, i soldi finirono. Per fortuna Renzo
cominciò a lavorare e tirammo avanti altri tre anni e mezzo.»

«A
me non bastava, volevo un lavoro. Ma ormai il mio nome era bruciato -
trovavo solo porte chiuse. Mi accontentai di fare piccoli lavori di rappresentanza,
molto mal pagati. Alla fine non ce la feci più. Mi indirizzarono
da uno strozzino il quale, con la copertura di un’agenzia finanziaria,
mi mandava in altre città a recuperare i suoi crediti. Mi pagava
il necessario per sopravvivere e le spese della trasferta. In quella agenzia
conobbi Carmela. Me ne innamorai subito. Era bellissima. Persi davvero
la testa per lei. Guadagnava facendo giri di assegni per conto loro e
questo l’aveva messa nei guai. Viveva in una casa desolata. Non
aveva nemmeno il riscaldamento. Dormiva con una decina di coperte addosso
e nel suo frigo, come in tutta la casa, c’erano ragnatele e topi.
Mi resi conto che non poteva continuare a stare lì da sola ed ebbi
l’idea di portarla via. La portai a vivere con me e Renzo. Ma aveva
dei comportamenti strani, non usciva mai dalla sua camera, stava sempre
con le serrande abbassate e le finestre chiuse. Mangiava di notte, facendo
delle vere e proprie razzie dentro il frigo. Così, la mattina dopo,
non trovavamo più niente della spesa che avevamo fatto il giorno
prima. Alla fine Renzo capì che Carmela era una cosa seria per
me ed anche se sapeva della mia omosessualità, decise di andarsene.
Rimanemmo sole. Carmela continuava a non uscire mai, non riusciva nemmeno
a lavorare. Io cominciai a collaborare con un tizio che mi promise 1.200.000
lire al mese più le provvigioni per un lavoro di rappresentanza
che avrei dovuto fare con lui. In tre mesi mi dette 350.000 lire. Intanto
con gli affitti eravamo sempre più indietro, le bollette incombevano
e il nostro frigo e la nostra credenza erano sempre più vuoti.
Carmela non migliorava, diceva di essere depressa, ma dopo molti mesi
capii che non era una normale depressione. Soffriva di manie di persecuzione,
d’insonnia, di ossessioni di ogni tipo. I problemi economici stavano
facendo andare fuori di testa anche me. Iniziammo a litigare sempre più
spesso e alla fine arrivammo a picchiarci come due selvagge. Ma io l’amavo
in una maniera impressionante e non riuscivo a trovare il coraggio di
lasciarla. Quindi mi rimboccai le maniche e con tutta la mia volontà
e la mia disperazione, iniziai ad inventarmi di tutto pur di riuscire
almeno a mangiare. Chiedevo soldi a chiunque, andavo a raccogliere legumi
per averne un sacchetto in cambio e aiutavo i contadini nelle loro faccende
per avere qualcosa da mettere sotto i denti. Ero continuamente molestata
e mi sentivo trattata come la meno quotata delle puttane. Nonostante gli
sforzi e le umiliazioni, quello che riuscivo a tirare sù non ci
bastava, a malapena riuscivamo a mangiare tutti i giorni. Spesso la sera
facevo il giro dei ristoranti e chiedevo gli avanzi facendo credere a
Carmela che la roba che portavo a casa me la davano gli amici. Non era
possibile vivere così…»

«Approfittando
del fatto che ricevevo continue attenzioni sessuali, decisi di trarvi
guadagno. In poco tempo pagammo tutti i debiti, finalmente potevamo mangiare
quello che ci andava. Ma i problemi fra noi erano solo all’inizio:
continuavamo a litigare e a picchiarci, nonostante avessimo abbastanza
soldi per fare quello che ci pareva. Non ce la facevo più, psicologicamente
e fisicamente. Con alcuni clienti sniffavo cocaina, ma per fortuna era
una situazione occasionale che mi permise di non ricadere nella dipendenza.
Conobbi un uomo che prima diventò mio cliente, poi s’innamorò
di me. Io sfruttai la situazione. La sua vicinanza mi permetteva di prostituirmi
il meno possibile. Mi dava tantissimi soldi, mi riempiva di regali, anche
auto costose, potenti. Per circa un anno non ebbi più nessun problema,
ma lui chiedeva di stare con me sempre più spesso e questo mi allontanava
da Carmela la quale non sapeva cosa combinavo quando non ero con lei.
Cominciò ad accusarmi di prenderla in giro, trascurarla, ma io
ormai ero entrata nel giro dei soldi facili ed anche se sentivo che stavo
sbagliando tutto, non riuscivo a fermarmi. Il denaro era diventata la
mia nuova dipendenza. Un giorno, l’uomo che mi aveva messo il mondo
in mano, chiuse i rubinetti. Arrivammo al punto che dovevo essere io a
passargli i soldi. In pratica era diventato il mio magnaccia, ma senza
i benefici che un protettore può dare. Ricominciai a prostituirmi,
ma ormai avevo perso il buon giro di clienti che avevo prima d’incontrarlo.
Ripiombai nella miseria. Carmela capì cosa andavo a fare quando
uscivo di casa e la situazione si fece irrespirabile, ma eravamo innamorate,
non riuscivamo a separarci… Grazie ad una serie di cure, cominciò
a stare meglio, ad uscire. Prendendo esempio da me, si fece un piccolo
giro di uomini che la pagavano bene. Non vidi mai una lira. Non avrei
voluto che si prostituisse, avrei preferito che mi lasciasse per tornare
dai suoi parenti, ma lei non voleva saperne… Ci sfrattarono. Non
sapevamo dove andare. Ricominciai a tirare coca, mi ubriacavo. La mia
vita crollò pezzo per pezzo, ancora una volta. Ci dovemmo dividere:
io andai ospite da un’amica e Carmela andò a stare con un
tizio che gestiva un discreto giro di prostitute e che le promise mari
e monti pur di stare con lei. Ci sentivamo spesso, soffrivamo la lontananza,
ma tutti c’impedirono di ricominciare a vederci e forse nemmeno
noi lo volevamo davvero. Sparì. Non ne seppi più nulla sino
a quando fui contattata da un suo parente: mi raccontò che il tizio
con il quale stava, per costringerla a prostituirsi per lui, l’aveva
segregata e seviziata per ben sei mesi – alla fine era riuscita
a scappare ma poi aveva avuto un crollo nervoso e al momento era sotto
terapia con il TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Cominciò
a telefonarmi dall’ospedale e anche dopo che fu dimessa. Era straziante:
mi supplicava di andarla a prendere, ogni volta era un dolore enorme,
per entrambe, ma io ormai non potevo tornare indietro.»

«Per cercare di sistemarmi, avevo iniziato una relazione con una
donna che pensavo di amare e che si era offerta di darmi una mano. Andammo
a vivere insieme. Pensavo che avremmo diviso le spese, così, un
poco alla volta, avrei potuto smettere di prostituirmi, mi sarei trovata
un lavoro anche modesto e vivere non sarebbe stato così difficile,
ma lei cominciò a sfruttarmi e ancora una volta mi ritrovai a dover
tirare avanti la baracca da sola. Il mio giro di clienti era ormai esiguo
per mia espressa volontà. Decisi che se proprio dovevo prostituirmi
era meglio che lo facessi con persone delle quali potevo fidarmi. Graziella
non sapeva come mi procuravo i soldi, avevo preferito dirle che spacciavo
la droga. Trovai un impiego fittizio presso un call center, guadagno a
percentuale – ci andammo a lavorare entrambe. Ma non ci pagavano
per cui dovetti tornare a fare la squillo a tempo pieno. Al call center
conobbi Nani. Mi corteggiò fin da subito e alla fine me ne innamorai.
Ma vivevo con Graziella - iniziai a odiarla e a bere. Dagli alcolici passai
ai super alcolici. Tiravo coca ogni tanto coi soliti clienti che me la
offrivano, ma non fu questo il vero problema. Nani si accorse che avevo
degli strani comportamenti, anche perché non mi preoccupavo di
nasconderli. Parlammo a lungo. Le raccontai la mia vita, quanto odiassi
Graziella e le sue promesse mai mantenute, le dissi che avevo ricominciato
a bere. Scrivevo a Nani fiumi di pensieri, poesie, lettere d’amore.
Lei mi aiutò a prendere la decisione di smettere. Presi una settimana
di ferie dal lavoro, convinta di potercela fare da sola. Ma dopo le prime
36 ore di astinenza, mi prese una crisi fortissima. Stavo talmente male
che dovemmo chiamare l’ambulanza. Ci misero 45 minuti ad arrivare
– ho creduto di morire. Non avevo mai avuto un’astinenza così
forte, forse perché è stata la prima non coperta da farmaci.
Mi feci una settimana di ospedale. Quando uscii parlai definitivamente
con Graziella e le dissi che non l’amavo, che mi ero innamorata
di un’altra. La reazione fu spropositata, fuori misura, controllo.
Scenate, minacce, dispetti di ogni tipo, a me, a Nani - per mesi. Con
lei ho avuto una storia brevissima, ma importante. Diceva che sarebbe
stato bello fare un libricino di poesie con tutte le frasi che le avevo
scritto, ma io avevo paura di espormi. Un giorno mi fece notare che in
realtà avevo solo paura di fallire, un’altra volta. Capii
molte cose dalle sue parole, così non scrissi un libricino di poesie,
scrissi un romanzo in cui racconto la nostra storia. Grazie a Nani capii
che era arrivata l’ora di vivere.»
«Oggi
scrivo – ogni mia energia la investo perché diventi un lavoro.
Non ho più né il tempo, né la voglia di drogarmi,
bere. Guadagno pochissimo, faccio una fatica tremenda per tirare avanti,
ma quando mangio pane, non mischio più il suo sapore a quello delle
lacrime, del disprezzo, del dolore, della droga, dell’alcool e dello
schifo che ho provato per me stessa. Mangio pane, pane e basta. Ho lo
sfratto, un’altra volta - ma non me ne preoccupo. Preferirei andare
a dormire sotto i ponti piuttosto che ritrovarmi ad elemosinare aiuto
e amore. Ho smesso di avere paura. La gente pensa di star bene, di vivere
nel miglior modo e mondo possibile. La realtà è un’altra
ed io la conosco. Non mi faccio fregare. Chi mi conosce ricorda, sa –
e perciò mi odia o teme. È difficile rialzare la testa quando
intorno ti sei scavata fossati che la gente ha contribuito ad allargare,
ha riempito di sospetto o indifferenza. Ma questo è stato e questo
è quello che ho: il mio nome ed un’occasione che non mi lascerò
sfuggire.»

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