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“Separo i miei passi dai tuoi”. Chissà perché
questa frase continua a girarmi nel cervello, inscindibile, ormai, da
Piera.
Ci
siamo date appuntamento in un bar (mi verrà un fegato grosso così).
Un’amica comune mi aveva già parlato di lei, della sua storia
– tutto mi aspettavo ma non di trovarmi di fronte una persona con
il suo aspetto. Una casalinga bella e curata, ma non tanto da attirare
l’attenzione. Piera si guadagna da vivere prostituendosi. Ha un
discreto numero di clienti affezionati che riceve in un appartamento acquistato
a questo scopo. Finito il lavoro torna a casa e mentre aspetta che la
compagna la raggiunga per cena, si mette ai fornelli. Mi riesce difficile
immedesimarmi.
«È
molto meno complicato di quello che può sembrare…»
- mi spiega - «In effetti è un lavoro come un altro –
moralmente discutibile, forse, ma pur sempre remunerativo e necessario.
Non ci sarebbe offerta se non ci fosse richiesta…». Il ragionamento
non fa una piega, tuttavia faccio davvero fatica a considerarlo in questa
prospettiva. «La maggior parte, forse, ma comunque non tutte sono
costrette a vendersi. Io ho scelto questo mestiere per convenienza: dove
lo trovavo un altro lavoro che mi offriva dei margini di guadagno così
elevati con il minimo sforzo? D’altronde con mio marito facevo le
stesse cose e nemmeno mi pagava, anzi, quando ci siamo separati sono io
che gli ho dovuto dare una buona uscita per liberarmene. Aveva fatto una
serie d’investimenti a mio nome, senza che ne sapessi nulla (avevamo
costituito una società, nulla di strano che dovessi fare tante
firme) - quando ci lasciammo non mi rimasero che cambiali in protesto
e debiti con le banche. Parecchie centinaia di milioni. Pulendo uffici
non avrei mai potuto riempire la voragine che mi aveva scavato intorno.
Da principio lo facevo solo per evitare che mi portassero via la casa
o la macchina, poi capì che non aveva alcun senso farsi tanti scrupoli
visto che nessuno se li faceva con me… Appena ne ebbi l’occasione
acquistai un bilocale e cominciai ad esercitare la professione dandomi
degli orari e delle regole precise. Attualmente lavoro mezza giornata,
dalle 13 alle 17, escluso il sabato e festivi. Non hai idea di quanta
gente ha bisogno di rilassarsi un po’ dopo la pausa pranzo…».
Lo so perfettamente: sulla Migliarina, nel tratto di strada che collega
Marina di Vecchiano a Torre del Lago, sull’ora dell’ammazzacaffè
il rischio di tamponamenti è altissimo, anche la percentuale di
donne e trans ammazzati è da record nazionale. Piera mi tranquillizza:
«Ho solo clienti fissi, sicuri – non nego però di aver
avuto paura, soprattutto all’inizio, specie quando lavoravo di sera…».
Le chiedo se ha mai avuto richieste particolari, se impone l’uso
del preservativo. «Chi fa il mio mestiere non è nella condizione
di poter imporre nulla, ma se hai a che fare con clienti fissi alla fine
alcuni ce la fai a convincerli – tuttavia rispetto all’uso
del profilattico ci sono delle resistenze fortissime, talvolta incrollabili,
non è questione né di età, né di ceto sociale
– è qualcosa di più profondo, irragionevole... Ad
ogni modo faccio uno screening medico completo ogni sei mesi, per l’igiene
sono addirittura maniacale e prendo la pillola – di più non
è possibile. Uhm, richieste particolari… curiosa, eh? Certo,
è capitato, ma delle peggiori (tipo il sadomaso, non lo sopporto
proprio) sono riuscita a liberarmi abbastanza in fretta. La casa offre
solo prestazioni tradizionali.» Sorride con piglio imprenditoriale.
Ordiniamo
ancora qualcosa da bere…
«Ho
conosciuto Carla ad una festa, a quel tempo lavorava per un’agenzia
che si occupava di chatering. Mi piacque il suo modo imbarazzato e divertito
di porsi. Mi stavo annoiando a morte così cominciai ad osservarla:
quando le sembrava di non essere vista ci passava ai raggi X, faceva certe
facce, poi, se qualcuno si avvicinava tornava impassibile, professionale…
Versava lo spumante in un modo così, così… sensuale,
ecco. Non ridere, mica scherzo – avresti dovuto vedere con quanta
delicatezza riempiva i flüte, l’eleganza del movimento quando
rigirava la bottiglia per non farne cadere nemmeno una goccia, talvolta
ci riusciva, altre no, però ce la metteva tutta, era tenerissima…
Aveva le mani da ragazzo, desiderai sentirle su me e quel pensiero non
mi turbò… Mi avvicinai e lei mi guardò come se avesse
visto un fantasma – risi, e dopo un attimo di smarrimento mi rispose
con un’espressione che più complice non si può…
Cominciammo a parlare, le chiesi se poteva accompagnarmi dopo la festa
e da allora stiamo insieme.»
Mentre
giro la cassetta, avverto un certo disappunto. Le spiego che mi è
veramente utile poter registrare la nostra conversazione: finalmente,
non dovendo più prendere appunti, posso concentrarmi sui dettagli.
Quando avrò finito di scrivere il pezzo gliela farò avere,
se vuole, può fidarsi.
«Parli
mai delle donne che intervisti?»
«No, Piera, è come se avessi fatto un giuramento. Hai presente
i medici, gli avvocati, i preti? Peggio - sono una tomba assoluta. Ma
ti giuro che non mi costa alcuna fatica, mi viene naturale. Mi sembrerebbe
strano il contrario, non so perché…»
«Forse non ne hai una buona opinione, forse t’imbarazzano…»
«Assolutamente no, non posso permettermi di giudicare, né
m’interesserebbe farlo. Non credo che sia il compito di nessuno,
men che mai il mio. Certo, il punto di vista è soggettivo, ma cerco
di mantenermi quanto più equidistante possibile…»
Mi
fissa ma non riesco ad intuirne il pensiero. Le chiedo se possiamo continuare,
annuisce.
«Ho
scelto di rimanere anonima per non mettere in difficoltà Carla.
Tranne lei e pochi amici fidati, nessuno sa con certezza dove vado e cosa
faccio, e se qualcuno lo sa fortunatamente non mi crea problemi. Non è
sempre stato così - la gente è cattiva, può farti
del male solo per il gusto di farlo... Ci tengo alla mia privacy, a tenere
distante il lavoro dalla vita privata – sono due cose talmente diverse,
sotto certi aspetti inconciliabili…»
Appunto…
«Carla
ha sempre saputo cosa facevo e perché. Alla festa dove ci siamo
conosciute, le ospiti erano quasi tutte hostess, accompagnatrici…
C’erano tante belle donne… Non era la prima volta che faceva
servizi di quel tipo. Potevo essere un’altra avventura e invece
ci siamo innamorate. Carla e molte di loro erano lesbiche, ma io, ti sembrerà
strano, non sapevo d’esserlo e ancora, di tanto in tanto, non so
se definirmi così. I primi tempi è stata dura. Carla non
riusciva a darsi pace, a volte le facevo schifo, altre si disperava. In
un anno ci siamo lasciate almeno un miliardo di volte. Si è offerta
di pagare i miei debiti, mi sono offerta di provvedere alle sue necessità
almeno sin quando non avesse trovato un’occupazione decente, ma
sulla questione soldi siamo rimaste entrambe irremovibili e alla fine,
dopo molte sofferenze, ha prevalso il buon senso. Ad ognuna il suo lavoro,
punto e basta. D’altronde la mia attività non la priva di
niente, anzi, grazie ad essa abbiamo molto tempo libero da trascorrere
insieme e poche preoccupazioni. Devo solo evitare di parlargliene, emergenze
a parte.»
«Ma non è come se tu la tradissi ogni giorno, “sabato
e festivi esclusi”?»
«All’inizio sì, la prendeva così – è
per questo che le cose andavano malissimo. Secondo me se in una scopata
non ci metti la testa e il cuore non si può parlare di tradimento,
è un atto fisico fine a se stesso, meccanico, una necessità,
un divertimento o quello che ti pare - il tradimento è tale solo
quando c’è un coinvolgimento mentale ed emotivo più
profondo. Io non sono mai coinvolta a questi livelli quando lavoro…
Se ti dicessi a cosa penso ti spanceresti dalle risate…»
Sarà,
ma se mi trovassi al posto loro avrei moltissime difficoltà. Le
spiego che non è la questione del tradimento in sé che mi
darebbe fastidio (che sia fisico, di testa o di cuore, per me non cambia
nulla, una tantum ci può comunque stare, anche se sarebbe meglio
risparmiarselo), ma è la promiscuità, continuativa, sistematica,
scientifica, che proprio non riuscirei a digerire, senza parlare del fatto
che accettare questo tipo di vita è un po’ come mettersi
a giocare alla roulette russa con due proiettili nel tamburo: o rischi
di beccarti l’HIV che se ne frega se passi lo straccio in casa tutti
i giorni, o rischi di farti ammazzare da qualche psicopatico… “scusasse”
la franchezza.
«Puoi
sempre prenderti il colera mangiando una cozza squisitissima, puoi scivolare
su una buccia di banana e romperti l’osso del collo, può
investirti un pirla perché invece di guardare la strada gioca con
il cellulare…»
«Già, perché mettere limiti alla provvidenza…»
Ridiamo.
Piera ha ragione, non sono affari miei.

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