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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

“Separo i miei passi dai tuoi”. Chissà perché questa frase continua a girarmi nel cervello, inscindibile, ormai, da Piera.

Ci siamo date appuntamento in un bar (mi verrà un fegato grosso così). Un’amica comune mi aveva già parlato di lei, della sua storia – tutto mi aspettavo ma non di trovarmi di fronte una persona con il suo aspetto: una casalinga bella e curata, ma non tanto da attirare l’attenzione. Piera si guadagna da vivere prostituendosi. Ha un discreto numero di clienti affezionati che riceve in un appartamento acquistato a questo scopo. Finito il lavoro torna a casa e mentre aspetta che la compagna la raggiunga per cena, si mette ai fornelli. Mi riesce difficile immedesimarmi.

«È molto meno complicato di quello che può sembrare…» - mi spiega - «In effetti è un lavoro come un altro – moralmente discutibile, forse, ma pur sempre remunerativo e necessario. Non ci sarebbe offerta se non ci fosse richiesta…».
Il ragionamento non fa una piega, tuttavia faccio davvero fatica a considerarlo in questa prospettiva.
«La maggior parte, ma non tutte sono costrette a vendersi. Io ho scelto questo mestiere per convenienza: dove lo trovavo un altro lavoro che mi offriva dei margini di guadagno così elevati con il minimo sforzo? D’altronde, con mio marito facevo le stesse cose e nemmeno mi pagava, anzi, quando ci siamo separati sono io che gli ho dovuto dare una buona uscita per liberarmene. Aveva fatto una serie d’investimenti senza che ne sapessi nulla - quando ci lasciammo non mi rimasero che cambiali in protesto e debiti con le banche. Parecchie centinaia di milioni. Pulendo uffici non avrei mai potuto riempire la voragine che mi aveva scavato intorno. Da principio lo facevo solo per evitare che mi portassero via la casa o la macchina, poi capì che non aveva alcun senso farsi tanti scrupoli visto che nessuno se li faceva con me… Appena ne ebbi l’occasione acquistai un bilocale e cominciai ad esercitare la professione dandomi degli orari e delle regole precise. Attualmente lavoro il pomeriggio, escluso sabato e festivi. Non hai idea di quanta gente ha bisogno di rilassarsi un po’ dopo pranzo…».
Lo so perfettamente: nel tratto di strada che collega Marina di Vecchiano a Torre del Lago, sull’ora dell’ammazzacaffè il rischio di tamponamenti è altissimo, anche la percentuale di donne e trans ammazzati è da record. Piera mi tranquillizza: «Ho solo clienti fissi, sicuri – non nego però di aver avuto paura, soprattutto all’inizio, specie quando lavoravo di sera…».
Le chiedo se abbia mai avuto richieste particolari, se impone l’uso del preservativo.
«Chi fa il mio mestiere non è nella condizione di poter imporre nulla, ma se hai a che fare con clienti fissi alla fine alcuni ce la fai a convincerli – tuttavia, rispetto all’uso del profilattico, ci sono delle resistenze fortissime, talvolta granitiche, non è questione di età o ceto sociale – è qualcosa di più profondo, irrazionale. Ad ogni modo faccio uno screening medico completo ogni sei mesi, per l’igiene sono addirittura maniacale e prendo la pillola – di più non è possibile. Uhm, richieste particolari… curiosa, eh? Certo, è capitato, ma delle peggiori (tipo il sadomaso, non lo sopporto proprio) sono riuscita a liberarmi abbastanza in fretta. La casa offre solo prestazioni tradizionali.» Sorride con piglio imprenditoriale.
Ordiniamo ancora qualcosa da bere.
«Ho conosciuto Carla ad una festa, a quel tempo lavorava per un’agenzia che si occupava di chatering. Mi piacque il suo modo imbarazzato e divertito di porsi. Mi stavo annoiando a morte così cominciai ad osservarla: quando le sembrava di non essere vista ci passava ai raggi X, faceva certe facce, poi, se qualcuno si avvicinava tornava impassibile, professionale. Versava lo spumante in un modo così, così… sensuale, ecco. Non ridere, mica scherzo – avresti dovuto vedere con quanta delicatezza riempiva i flüte, l’eleganza del movimento quando girava la bottiglia per non farne cadere nemmeno una goccia, talvolta ci riusciva, altre no, però ce la metteva tutta, era tenerissima. Aveva le mani da ragazzo, desiderai sentirle su di me e quel pensiero non mi turbò. Mi avvicinai e lei mi guardò come se avesse visto un fantasma – risi, e dopo un attimo di stupore mi rispose con un’espressione che più complice non si può. Cominciammo a parlare, le chiesi se poteva accompagnarmi dopo la festa e da allora stiamo insieme.»
Mentre giro la cassetta, avverto un certo disappunto. Le spiego che mi è veramente utile poter registrare la nostra conversazione: finalmente, non dovendo più prendere appunti, posso concentrarmi sui dettagli. Quando avrò finito di scrivere il pezzo gliela farò avere, se vuole, può fidarsi.
«Parli mai delle donne che intervisti?»
«No, Piera, è come se avessi fatto un giuramento. Hai presente i medici, gli avvocati, i preti? Peggio - sono una tomba assoluta. Ma ti giuro che non mi costa alcuna fatica, mi viene naturale. Mi sembrerebbe strano il contrario, non so perché…»
«Forse non ne hai una buona opinione, forse t’imbarazzano…»
«Assolutamente no, cerco di non giudicare. Certo, il punto di vista è soggettivo, ma m’impegno a mantenermi quanto più equidistante possibile…»
Mi fissa ma non riesco ad intuirne il pensiero. Le chiedo se possiamo continuare, annuisce.
«Ho scelto di rimanere anonima per non mettere in difficoltà Carla. Tranne lei e pochi amici fidati, nessuno sa con certezza dove vado o cosa faccio, e se qualcuno lo sa fortunatamente non mi crea problemi. Non è sempre stato così - la gente è cattiva, può farti del male solo per il gusto di farlo. Ci tengo alla mia privacy, a tenere distante il lavoro dalla vita privata – sono due cose talmente diverse, inconciliabili…»
Appunto…
«Carla ha sempre saputo cosa facevo. Alla festa dove ci siamo conosciute, le ospiti erano quasi tutte hostess, accompagnatrici. Non era la prima volta che faceva servizi di quel tipo. Potevo essere un’altra avventura e invece ci siamo innamorate. Carla e molte di loro erano lesbiche, ma io, ti sembrerà strano, non sapevo d’esserlo e ancora, di tanto in tanto, non so se definirmi così. I primi tempi è stata dura. Carla non riusciva a darsi pace. In un anno ci siamo lasciate almeno un miliardo di volte. Si è offerta di pagare i miei debiti, mi sono offerta di provvedere alle sue necessità almeno sin quando non avesse trovato un’occupazione decente, ma sulla questione soldi siamo rimaste entrambe irremovibili e alla fine, dopo molte sofferenze e discussioni, ha prevalso il buon senso. Ad ognuna il suo lavoro, punto e basta. D’altronde la mia attività non la priva di niente, anzi, grazie ad essa abbiamo molto tempo libero da trascorrere insieme e poche preoccupazioni. Devo solo evitare di parlargliene, emergenze a parte.»
«Ma non è come se tu la tradissi ogni giorno, “sabato e festivi esclusi”?»
«All’inizio sì, la prendeva così – è per questo che le cose andavano malissimo. Secondo me, se in una scopata non ci metti la testa e il cuore non si può parlare di tradimento, è un atto fisico fine a se stesso, meccanico - il tradimento è tale se c’è un coinvolgimento mentale ed emotivo. Io non sono mai coinvolta a questi livelli quando lavoro… Se ti dicessi a cosa penso ti spanceresti dalle risate…»
Sarà, ma se mi trovassi al posto loro avrei moltissime difficoltà. Le spiego che non è la questione del tradimento in sé che mi darebbe fastidio, ma è la promiscuità - continuativa, sistematica - che proprio non riuscirei a digerire, senza parlare del fatto che accettare questo tipo di vita è un po’ come mettersi a giocare alla roulette russa con due proiettili nel tamburo: o rischi di beccarti l’HIV che se ne frega se passi lo straccio in casa tutti i giorni, o rischi di farti ammazzare da qualche psicopatico… scusasse la franchezza.
«Puoi sempre prenderti il colera mangiando un piatto di cozze squisitissime, puoi scivolare su una buccia di banana e romperti l’osso del collo, può investirti un pirla perché invece di guardare la strada gioca con il cellulare…»
«Già, perché mettere limiti alla provvidenza…»

Ridiamo. Piera ha ragione, non sono affari miei.

 

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