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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Cercando un titolo avevo pensato a “Intervista col vampiro”, intendendo con ciò riferirmi a quella parte di noi che talvolta prevale succhiandoci la vita, impedendoci di viverla.

Con Michela ho avuto un colloquio lunghissimo, non meno di otto ore. Per trascriverlo mi ci sono voluti 4 giorni. Pur dovendolo sintetizzare, ho cercato di elaborarlo il meno possibile in modo che lo si possa idealmente ripercorrere per come si è svolto. I temi affrontati sono tantissimi e tutti importanti. Spero il lettore vi troverà più di uno spunto di riflessione. Spero aiuterà chi ancora naviga in acque stagnanti, a spingersi oltre, ad affrontare il vampiro che ha dentro di sé spedendolo al creatore.

 

"Non amare è un lungo morire" (Wu Ti)

 

Michela ha 34 anni, un buon lavoro, una bella casa, alcuni amici eterosessuali fidati ed altri nuovi, omosessuali, attraverso i quali sta esplorando parti di sé sconosciute. È in analisi da dodici anni.

Il mio naturale riserbo, o una forma di pudore, timidezza, m’impedisce di chiedere alle persone che conosco di raccontare il loro vissuto, ma Michela mi sorprende offrendosi spontaneamente, senza peraltro voler rimanere anonima.

Ci conosciamo da poco, in effetti, non so quasi nulla di lei.

Ci diamo appuntamento a casa mia, verso le 14. Concordiamo che andremo avanti ad oltranza, senza limiti di orario – intuisco che abbia molto da dire e molta voglia di farlo. Facciamo un caffè, ci sediamo e cominciamo…

«Ho ritrovato delle foto di quando avevo tredici, quattordici anni, alcune in costume, al mare. Mi sono stupita del fatto che in realtà ero carina, avevo due o tre chili in più, ma niente di particolare. Tuttavia ricordo di non essermi mai sentita a mio agio nel mio corpo, dall’età dell’adolescenza e forse prima. Mi sono sempre sentita grassa e ho fatto di tutto, negli anni, per avvalorare l’opinione che avevo di me. Attraverso l’assunzione esagerata del cibo mi abbrutivo e con ciò negavo la mia femminilità. Il problema non era relativo solo al peso: dal lavarsi, al curarsi i capelli, la pelle – è stato un crescendo, in peggio. Sino a quando, arrivata a ventidue anni, ho incontrato il primo psicologo con il quale ho affrontato i temi dell’identità di genere, delle tendenze sessuali, ecc. Per la prima volta ho affrontato il problema per quello che era: mi stavo tenendo lontana da me stessa, in ogni modo, a causa di quell’equazione indotta culturalmente per la quale, se sei donna e non ti relazioni secondo i canoni dettati dall’eterosessualità, non sei degna della tua femminilità e quindi non ti rimane che negarla – una cazzata, è evidente, ma a quel tempo non avevo gli strumenti per capirlo e reagire, alla fine l’ho talmente interiorizzata che ci ho costruito sopra la mia identità. Da allora provo ad avere per me un’attenzione che non ho mai avuto, a costruire un amore per me stessa senza riuscire a capire da dove cominciare – qualcosa ho ottenuto, ma non abbastanza, tant’è che, almeno per quello che riguarda il rapporto con il cibo, la situazione è peggiorata. Magari in certi momenti riuscivo a frenarmi, ma poi mi lasciavo andare e si sa, dopo una dieta se non si riesce ad avere un’alimentazione controllata, l’incremento di peso è esponenziale – attualmente sono trentacinque chili oltre quello che dovrei. So di avere un quadro di me stessa piuttosto chiaro, ma non riesco a trovare un equilibrio, ad accettare intimamente di percorrere questa strada. Ho la sensazione di fare due passi avanti, poi devio, torno indietro, ricomincio - alla fine giro in tondo. Mi rendo conto, adesso, di aver superato la soglia di rischio: la mia salute fisica comincia ad essere compromessa e da questa età in poi si potrebbero presentare dei problemi seri, inoltre le ripercussioni psichiche sono sempre peggiori – insomma, ho razionalizzato il problema ma non sono riuscita a metabolizzarlo, trasporlo sul piano emotivo.»

È iperfagica…

«Prima non sapevo distinguere quando mangiavo per appetito, per il piacere di sentire i sapori, gli odori, o se compivo un’azione puramente riempitiva, ora sì… Essere iperfagiche significa accaparrare, accumulare, avere l’ansia di vuotare il piatto – quando mi succede divoro tutto, in fretta, in eccesso, senza lasciare avanzi, sino al momento in cui non ce la faccio più e sento tutta la distruttività di quello che sto facendo. È un comportamento compulsivo. I comportamenti compulsivi vanno affrontati momento per momento – il sostegno psicologico e le diete da sole non bastano se poi non riesci ad affrontare il problema quando si presenta. È un esercizio quotidiano, è una pratica come smettere di fumare, come impegnarsi in una disciplina sportiva – va fatto anche quando non ne hai voglia o pensi di non potercela fare. C’è tutta una ritualità, devi attivare tutte le tue risorse, concentrarle, utilizzare qualunque metodo per distogliere l’attenzione dall’ossessione del cibo, ma io non ci riesco…»
Avanzo l'ipotesi che questo accada perché ancora non ha riempito quello che è, in tutta evidenza, un “vuoto” interiore - l’atto di riempirsi di cibo, in effetti, fa pensare alla “fame d’amore”…
«Il problema è che parallelamente al cercare di disintossicarmi dal cibo, devo lavorare su me stessa… Insomma, questo vuoto non lo posso riempire mettendoci altre cose, ma nutrendolo… Ma come si fa a chiedere amore se per primi non ci si ama? In fondo basterebbe ascoltarsi, darsi spazio. Nutrirsi vuol dire rispettare dei tempi, darsi ciò che è necessario nella giusta quantità scegliendo in base al gusto fra cose diverse - alla fine tutto passa attraverso il corpo e si riversa nell’emotivo, lo stravolge…»
Serve per distogliere l’attenzione dal vero problema. Le chiedo quando ha cominciato a sentirsi così…
«Verso i dodici, tredici anni, non a caso è verso quell’età che cominciano i primi innamoramenti, che si comincia a guardare oltre se stessi…»
«Ma non credi che se questa “fame d’amore” si è trasformata in una patologia, abbia origini più profonde, ragioni antecedenti al momento in cui si è manifestata? Hai indagato in questa direzione?»
«Sì, ma che mi ricordi la mia infanzia non è stata caratterizzata da eventi particolarmente traumatici, poi, se ero una bambina più sensibile di altre e ho avuto una risposta emotiva esagerata rispetto a situazioni che rientrano nella normalità, non saprei dirlo… Ho delle amiche che sono state picchiate dal padre eppure lo adorano, io ce l’ho avuta con il mio solo perché ho avuto la sensazione che ad un certo punto mi rifiutasse. Lui non ha mai alzato le mani su di me, però ha trovato lo stesso il modo di ferirmi, o almeno così ho letto il suo atteggiamento nei miei confronti verso gli otto, nove anni…»
Non mi riferivo a degli eventi traumatici – a volte è lo stillicidio quotidiano che lascia i segni più profondi. Mi riferivo a quelle piccole dosi di rifiuto che s’insinuano giorno dopo giorno e a causa delle quali l’amor proprio e la stima di sé viene progressivamente meno. Uno stillicidio che si compie attraverso gesti apparentemente insignificanti, piccole disattenzioni, piccole sopraffazioni…
«Penso di averle subite nella misura in cui le hanno subite tutti i bambini. Sostanzialmente sono vissuta in un clima di serenità e di amore. Se qualcosa ho subito non posso che riferirmi a quegli errori che comunque fanno tutti i genitori. Anzi, ci sono stati dei momenti in cui sono stata incoraggiata, sostenuta. Io penso che i miei genitori non siano stati né ottimi, né pessimi, hanno fatto del loro meglio. Queste però sono considerazioni che ho potuto fare da adulta. Dopo averli lungamente colpevolizzati, alla fine mi sono resa conto che erano persone come me e in parte li ho perdonati – si sbaglia tutti, no?»
«Al di là delle razionalizzazioni postume, cosa diresti a tuo padre e tua madre se potessi dirgli cosa ti è mancato, cosa ti ha offesa, ferita… Partiamo da tuo padre: “Ce l’ho con te perché…”»
«Ce l’ho con te, tanto per cominciare, per quella volta che ostentasti imbarazzo quando mi vennero le mestruazioni – un imbarazzo che si manifestò come un atto di rifiuto, un rimprovero. Era il frutto della sua incapacità ad affrontare la mia crescita, penso adesso, ma a quel tempo ero ancora una bambina, avevo undici anni, in quale altro modo avrei potuto interpretarlo? Inoltre mia madre disse che non doveva saperlo. Quando lo scoprì da solo perché dimenticai in bagno un assorbente, mi rimproverò come mi avrebbe rimproverata se avessi lasciato in giro le mutande, tuttavia ancora oggi non so se era irritato più dal fatto in sé o perché l’avevamo tenuto all’oscuro, in ogni caso non mi fece sentire a mio agio rispetto ad una cosa che sino a quel momento non avevo avuto difficoltà ad accettare. E poi non s’interessava a quello che facevo al di fuori della scuola, almeno che non fossero attività che piacevano a lui. Mi ricordo con enorme piacere che da bimbetti ci portava a pescare con lui, era la sua passione (prima o poi prendo la licenza e ci torno da sola per ritrovare quella sensazione di pace, quando con mio padre ci stavo veramente bene – andavamo in padule, ricordo l’acqua ferma, l’odore dello stagno, il galleggiante che si muoveva e poi andava giù… era bellissimo), però quando mi sono iscritta ad un corso di karaté gli costava fatica venire a vedermi, non gliene importava nulla, con mio fratello, invece, era diverso: giocava a pallone e lui lo portava agli allenamenti, lo andava a prendere, andava a vedere le partite, perché quello gl’importava…»
«Si potrebbe dire che hai maturato un senso di inadeguatezza rispetto a lui, alle sue aspettative?»
«Sì, però per tante altre cose era presente, affettuoso…»
Capisco il tentativo di minimizzare, ma questi aspetti sono importanti, fondamentali. È grave che sia la femminilità, il carattere, la soggettività, ad essere messa in discussione o, peggio, non essere gradita, sostenuta, in un momento cruciale qual’è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Il fatto che suo padre dimostrasse interesse nei suoi confronti solo quando faceva ciò che lo interessava direttamente, che gli piaceva, e invece avesse quantomeno indifferenza verso ciò che piaceva a lei, come persona, a prescindere da lui, forse ha influito molto più di quanto sia disposta ad ammettere…
«Se da una parte avevo il complesso di Edipo, in quanto innamorata non corrisposta di mio padre, dall’altra non avevo bisogno di trovare una mia identità perché comunque c’era mia madre che era tutto e a tutto provvedeva. Risolveva i miei problemi, mi proteggeva, però probabilmente l’ha sempre fatto senza darmi la possibilità di reagire a modo mio, di percorrere da protagonista una strada che fosse completamente mia. Questo l’ha fatto anche con mio fratello e infatti pure lui ha dei problemi…»
«Da un lato c’era lei che inconsapevolmente ostacolava il formarsi di una tua identità, dall’altro c’eri tu che ti “abbandonavi” al suo temperamento covando nei suoi confronti un complesso di inferiorità e forse risentimento…»
«Sì, e questo l’ho provato verso tutte le donne delle quali mi sono innamorata o verso le quali ho avuto attrazione, ma qui dovremo affrontare il tema dell’invidia…»
Interessante. Divago ripromettendomi di tornare sull’argomento in un secondo momento. «Perché dopo tanto tempo da quando il tuo disagio si è manifestato (un disagio maturato negli anni precedenti ma manifestatosi con evidenza solo quando hai dovuto metterti in relazione con il mondo, esplicitando e confermando, tra l’altro, quell’inadeguatezza che ti attribuivi) non ne sei ancora venuta a capo?»
«Perché non l’ho mai affrontato seriamente, mi sono data tante giustificazioni, ho cercato il modo di salvare capre e cavoli. Anche rispetto all’omosessualità: ho trovato uno psicologo che invece di sorvolare, di darle l’importanza che ha, mi ha spinto a sviscerarla – ed io alla fine mi sono attaccata ad una lettura legittimamente più profonda e articolata, per non affrontarla, vuoi a causa dei sensi di colpa, della cultura, del legame a certi valori cattolici. Ci ho girato intorno dodici anni investendo tutte le mie energie nell’analisi e nella razionalizzazione del problema per impedirmi di viverlo, sperimentarlo, superarlo - congelavo la mia emotività perché avevo paura che qualunque cosa avessi fatto mi avrebbe segnata a vita. Su una cazzata di questo tipo, sulle balle che ti raccontano o t’inventi da sola, ci si può costruire un’identità, si possono trovare equilibri che possono durare un giorno, ma anche per sempre. Vorrei essere una mosca per scoprire quante persone sono davvero felici, realizzate, contente di loro stesse… Adesso ho capito che devo fare un tentativo, non so se la vita che conduco è il meglio per me, ma intanto ci provo.»
«E dagli undici ai ventidue anni?»
«Ho patito. Mi sono costruita addosso il personaggio della sofferente, della rifiutata. Vivevo sempre amori impossibili, quindi ad un certo punto o ne uscivo pazza o me ne facevo una ragione – per non schiantare di testa entrai nel magico mondo degli psicofarmaci e al contempo trovai il modo di gestire la mia emotività traendo un sottile piacere dalle mie disgrazie, nella negazione di me, nei rifiuti che ricevevo, nell’impossibilità di vivere concretamente un rapporto, la sessualità…»
Una conferma: “Ho ragione quando asserisco che faccio talmente schifo che non mi si può amare” – c’è autocompiacimento. È un rifugio ed una consolazione, serve per giustificare, per non vivere, per non mettersi in relazione, alla prova. È il terrore del “niente”, di ciò che non comprendiamo, e quindi temiamo, di noi stessi e del mondo – in altre parole: “Io sono stupida, grassa, brutta ed è a causa di questo che accadono cose che conosco e merito, è poco ma è pur sempre qualcosa – oltre potrebbe non esserci niente, potrebbe essere peggio”.
«Quasi non ho esperienza di me in relazione ad una donna. Ho provato coinvolgimenti fortissimi ma unilaterali. È da poco che ho deciso di buttarmi – non m’interessa più sapere se questa è la mia strada oppure no. Basta, non voglio più star male, desiderare di morire…»
Mi viene in mente che abbiamo dei criteri di scelta rispetto alle persone, e quanto più agiamo secondo determinate dinamiche, tanto più questi sono evidenti, costanti e uguali nel tempo. Le chiedo qual è il suo, qual è il segno, o i segni distintivi, che le fanno preferire certe donne rispetto ad altre…
«La femminilità. Ma non quella esibita, ostentata, bensì quella naturale, profonda, che si sa e intuisce, che attrae e respinge, che è inafferrabile, inspiegabile…»
Penso allo stereotipo femminino/materno. «Non credi di voler somigliare a queste donne?»
«Di più, le invidio - è questo il mio dramma. Ogni volta che ne avvicino una mi chiedo se mi piace per quello che è, o se mi piace perché semplicemente vorrei essere come lei. È sempre stato il mio cruccio, solo che ora non mi procura più angoscia, è un’eventualità, una motivazione fra tante. Un anno e mezzo fa, rinunciando a suicidarmi ho accetto il rischio, perché in certi momenti l’ho provato cosa vuol dire sentirsi più leggera, più vicina e in pace con me stessa, sono stata capace di stare da sola, godere delle piccole cose, ho avuto attenzione per me, la mia casa. In quei momenti ho sentito la voglia di aprirmi al mondo, di sperimentare, senza pormi il problema di essere come avrei voluto, bastava che fossi me stessa. Le ricadute positive erano più che evidenti: ero accolta bene, riuscivo a relazionarmi meglio, godevo maggiormente della compagnia degli altri, ero più serena, naturale, spontanea, ma questi momenti sono stati rarissimi e brevi, hanno lasciato una traccia lieve nel mio vissuto, erano e sono un’incognita…»
«In concomitanza con quali avvenimenti è accaduto?»
«Non lo so con precisione. Forse quando riuscivo ad ottenere dei risultati, ad esempio durante una dieta, ma poi mi tornava la paura e ripiombavo nel buio, specialmente se qualcosa mi deludeva, se, nonostante tutto, ancora qualcuno mi rifiutava. Ma una cosa l’ho imparata: di fronte al rifiuto non mi sottopongo più all’umiliazione – scompaio sin quando mi è passata.»
«Tornando ai tratti caratteristici delle donne che scegli, oltre alla femminilità, cos’altro cerchi e ti colpisce? Nei comportamenti, ad esempio: la forza, la capacità d’imporsi, di decidere… È psicologia spicciola, ma non ti sembra che ci sia somiglianza fra queste donne e tua madre? Bisognerà che tu ci faccia i conti, prima o poi: non sei riuscita a conquistarla, né potrai farlo attraverso le altre – è una battaglia persa…»
«Lo so – e infatti lo sguardo che è ancora perso nei suoi occhi, dovrei rivolgerlo verso me stessa, ma non mi riesce. È un lavoro che non finirà mai, probabilmente. Qualche progresso c’è stato, ma niente d’importante…»
«Ti sei intestardita, Michela…»
«Sì. Mi sono costruita un’identità su tutto questo – non riesco ad immaginarmi diversa…»
«Secondo il tuo metro non sarai mai degna di essere altro se non riuscirai a conquistare l’amore di questo tipo di donna che poi è tua madre… È un vicolo cieco perché non vi è nulla di autentico, sono proiezioni, dinamiche… È da qui che devi uscire altrimenti non potrai andare da nessuna parte…»
Michela è in difficoltà, avverto il dramma di non riuscire a trovare il bandolo della matassa. Mi rendo conto che non sempre serve sapere perché si fanno certe cose – l’istinto a reiterare i comportamenti che ci danneggiano talvolta è più forte di qualsiasi altra cosa.
«Se penso che ci sono persone che sopravvivono ad esperienze terribili, che trovano la loro strada conservando gioia di vivere e curiosità mentre io mi sono arenata su delle sciocchezze…»
Ancora inadeguatezza, senso di colpa, inferiorità – è intrappolata dentro se stessa. Non so cosa dirle, come aiutarla. Decido di andare oltre affrontando il tema delle relazioni amorose...
«Dall’inizio ad ora sono stati tutti innamoramenti non corrisposti (miei nei confronti di altri e di altri nei mie confronti), ma dopo i 26 anni mi sono anche capitate alcune storie di sesso sia con donne che con uomini, i secondi non spiacevoli e numericamente maggiori, ma in ogni caso non c’era coinvolgimento emotivo per cui dopo un po’ non solo non mi bastavano più, ma diventavano fastidiosi perché mi rendevo conto che era un usarsi reciproco che alla fine mi lasciava l’amaro in bocca. Il sesso è importante ma viene dopo - ho voglia di coccole, ho bisogno di scartare la spesa insieme, ma mi rendo conto che vorrei cose che immagino perché non avendole vissute non posso conoscerle, ancora una volta mi baso su degli stereotipi…»
Le chiedo a bruciapelo se è lesbica aspettandomi una risposta secca, ma lei tentenna…
«Non lo so. È il “sei” che è un problema, che mi da angoscia. Ti potrei dire che sono bisessuale, ma non credo sia esaustivo…»
«Ma se pensi ad una vita a due, con chi la immagini? Con uomo o con una donna?»
«Ora con una donna, ma c’è stato un periodo in cui la vedevo con un uomo. Vedevo… Chi lo sa se era una proiezione, se in quel momento stavo semplicemente sperimentando la mia parte eterosessuale, stavo solo tentando di avvicinarmi al maschio come persona, per conoscerlo? Ora sto facendo la stessa cosa nei confronti delle persone/donne. Io vorrei una donna accanto ma poi non lo so se all’atto pratico mi piacerebbe. È anche questo il dramma: non ho esperienza né in un senso, né in un altro – come faccio a sapere cosa mi piace, cosa è adatto a me?»
«In base alle esigenze e alle aspettative che stanno emergendo, non dovrebbero esserci dubbi…»
«Sì, ma vedi, io per non fare confusione fra desiderio e necessità mi sono costretta in una specie di limbo emotivo e sessuale, non me la sono sentita di indagare la mia omosessualità ma allo stesso tempo, non sentendo attrazione per i ragazzi, sono rimasta ferma nel mezzo chiedendomi cosa mi stesse succedendo e questo mi ha fregata perché per vent’anni mi sono castrata, non ho vissuto né la mia sessualità né la mia affettività. “Omo” o “etero” sono parole che non dovrebbero riferirsi alle pulsioni sessuali fini a se stesse, ma dovrebbero definire la personalità sessuata. Nel senso comune invece, è omosessualità qualunque pulsione verso persone del proprio sesso, in qualunque modo, consciamente o inconsciamente, si manifesti (nel mio caso era più che evidente perché m’innamoravo delle mie coetanee, le altre magari andavano al bagno insieme a truccarsi, passeggiavano a braccetto e niente più, ma erano in ogni caso espressioni di tipo omosessuale). Tutto il mio interrogarmi verte su questo: la mia personalità sessuata, com’è? Chiedere se una persona è lesbica o eterosessuale, è una domanda mal posta alla quale si può rispondere solo vagamente – non entra nel merito. Si può rispondere che si cerca la soddisfazione della libido con un uomo o una donna, ma questo non ha niente a che vedere con l’intima natura dei sentimenti, con la definizione sessuale della personalità…»
Penso che se avesse trovato uno psicologo diverso, adesso non saremmo qui a fare i conti con questo intrigante, ma pazzesco e forse inutile panegirico, penso a quanto certi accademismi possano distogliere, inibire o immobilizzare, comunque portare lontano da se stessi…
«Ecco perché in tutti questi anni mi sono trovata in difficoltà di fronte a questa domanda. Sei la prima donna lesbica che annuisce, che mi guarda con interesse, ma chiunque altro ha reagito come se venissi da Marte: “Ma che cazzo dici? Uno se è finocchio è finocchio” – perché? – “Perché c’è nato”. Non è vero! Io penso che quelli che ci nascono sono veramente pochi. Ripeto, vorrei essere una mosca per poter vedere, al di là di tutti i discorsi, chi veramente è se stesso sino in fondo e chi invece deve fare i conti con le proprie zone d’ombra, più o meno grosse, che poi sono messe a tacere in molti modi, perché gl’incubi fanno paura, e ti convinci di tante cose che non sono vere. Se riesci a condurre una vita abbastanza soddisfacente, riesci a non avere nevrosi invalidanti, va bene, va bene tutto – ma non se ne può parlare seriamente senza scendere in profondità. Per quello che mi riguarda, sì, ne ho parlato tanto e con tanta serietà, quindi ho razionalizzato e capito, però non mi ha aiutata perché alla fine mi sono bloccata emotivamente: crisi di ansia, angoscia, depressione, martirizzazione del mio corpo con tutte le conseguenze del caso sino a quando, nel 2002, sono arrivata al punto di chiedermi “Apro o non apro il gas?” e lì ho preso una decisione: non me lo voglio più chiedere! Non voglio più ragionare su questo. Voglio vivere, voglio incontrarmi con le persone, voglio dare spazio, voce a questo amore che non ho saputo e potuto esprimere – e vediamo come va… D’altronde, se è vero che è l’invidia che mi muove verso le donne, come posso pormi? Risposta: non me ne frega nulla. Se mi guardo intorno vedo che tutti vanno avanti per tentativi, perché non dovrei farlo io?»
«Da quando hai deciso di non aprire il gas, ti sembra che la tua vita sia migliorata?»
«Sì. Non ho più avuto crisi importanti, solo qualche cedimento…»
«Ci vuole pazienza, Michela, indulgenza. Vieni da vent’anni di abisso, devi abituarti a stare con la testa fuori dalla melma, non è facile…»
«Infatti. Non ho riferimenti, però so riconoscere che sono momenti transitori, non è più la disperazione totale di prima che mi travolgeva e per una minima sconfitta mi ci voleva un mese per riprendermi – adesso riesco a contestualizzare, a dare a ciascuna cosa il valore relativo che ha… Il che non vuol dire ignorare le emozioni, ma viverle. Questo atteggiamento mi da la libertà di godere anche della rabbia, del dolore – riconosco il diritto che hanno le mie emozioni ad esprimersi, perché non mi succede nulla se piango e ammetto che sto soffrendo, lo posso sopportare, non sono più persa…»
L’ascolto e penso che occorre dirsele certe cose, anche se non sono del tutto acquisite, vere – serve per farsi coraggio, consolarsi, talvolta illudersi. «Non pensi che a questo punto dovresti legittimamente avere fiducia nella possibilità di superare i tuoi problemi legati all’alimentazione, all’uso di psicofarmaci, dandoti i tuoi tempi, tenendo conto che vivi da sempre in questa condizione, di questo?»
«Sì, voglio crederlo…»
«Lo so che è difficile staccarsi, tagliare il cordone – da se stessi, soprattutto, da quella parte di noi che è il conosciuto…»
Michela annuisce. Mi racconta che frequenta da tempo un gruppo di sostegno. Scavano, fanno esercizi e test, disegnano con la mano sinistra per far venire fuori il sé autentico, incondizionato…

Tagliare il cordone è un po’ come nascere a seconda vita… Ci sono persone che sono talmente strutturate, sedimentate, che non riusciranno a viverla… A volte penso a quelle donne che hanno scoperto la propria omosessualità, o la parte omosessuale di loro stesse, a quaranta, cinquant’anni, trovandosi nella condizione di poter ricominciare - certo, con tutte le ripercussioni, i casini, le angosce… ma hanno comunque avuto un’occasione straordinaria. Chi ha già dato, chi non ha più fiducia o energie, non avrà una seconda opportunità.

«Non riesco a trovare niente di più bello di una donna…»

Già.

Il posacenere è colmo. Il lavandino pieno di tazzine da caffè. Mangiamo qualcosa. Commentiamo le notizie del TG. Michela mi racconta le sue avventure amorose. Siamo sfinite. Ci lanciamo in analisi da Bar Sport: la natura umana, l’identità maschile e femminile, la sessualità. Decidiamo di guardarci il film di François Ozon, “8 donne” – è bellissimo, non l’ha mai visto. Guardiamo anche “The Hours”. A notte fonda ci salutiamo. Rimango sola e mi prende lo sgomento: non ce la farò mai a trascrivere tutto, a sintetizzarlo. Finalmente mi corico. Spengo la luce.

Domani è un altro giorno…

 

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