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Lo
sguardo di Miriam è fermo, apparentemente senza incertezze, paura,
a tratti severo - sembra intagliato nel viso, l’opera di un esperto
ebanista, o un fine cesellatore. Ha gli occhi castani, l’iride inanellato.
Quando ride sprigiona calore, disarma – un riso che sorprende tanto
ci si abitua all’orrore che le parole affidano alla memoria. Ha
denti e mani bambine. Il corpo segnato dalla malattia e dalle violenze.
Ha ventiquattro anni, dialettica, cultura, educazione – è
sagace, delicata, rispettosa… È bella. Una gemma preziosa
sfuggita alla morte, ma non al saccheggio. Tutto le hanno rubato, di tutto
l’hanno privata, eppure…
La
vado a prendere alla stazione. Sono un po’ preoccupata. So che saranno
ore dense di emozioni, so che dovrò fronteggiare i suoi e i miei
fantasmi, domande che rimarranno senza risposta. So che non potrò
far nulla, né dovrei.
Scende
dal treno e subito mi spiazza la familiarità. Nel tragitto dalla
stazione a casa, parliamo, ridiamo. Per il pomeriggio le prospetto una
passeggiata in città, una conferenza, per la sera abbiamo un invito
a cena – ne è felice, o almeno mi pare. Pranziamo. Prendiamo
il primo di un’infinità di caffè e il racconto, spaventoso,
cominciato per lettera e telefono, riprende…
Miriam
ha subito ogni sorta di violenza psichica e fisica sin dalla più
tenera età. Suo padre era un autentico sadico, un vero criminale:
la prendeva a cinghiate ma prediligeva la frusta, le fratturava gli arti,
le spengeva le sigarette addosso, la picchiava con ferocia e godimento,
senza ragione, per il piacere di farlo. Le infliggeva le sue torture con
metodo scientifico: preparava la gogna con calma e mentre la legava le
diceva che era buono, che era costretto a punirla perché era stata
cattiva, che soffriva tanto nel farlo ma non aveva scelta - e in lei cresceva
la compassione, il senso di colpa, sempre più si predisponeva ad
essere come egli ed ognuno voleva. Gli abusi sessuali (con penetrazione)
sono cominciati verso i quattro anni e sono durati sino all’adolescenza
– il cugino, il fratello, la baby sytter… Un lungo inferno
dal quale non poteva e non voleva fuggire, che nessuno intorno a lei avvertiva
come tale, nemmeno sua madre, una letterata bella e distante, impenetrabile
e incomprensibile, come la pazzia.
Mentre
parla combatto contro le lacrime, contro la tentazione di difendermi dall’insostenibilità
della sua storia pensandola frutto di una mente malata, o fantasiosa,
più della mia.
Da
anni una patologia rara e invalidante le causa numerose disfunzioni, anche
gravi: sbalzi d’umore, disturbi del sonno, assenza di mestruazioni,
cedimento dei tessuti, colesterolo alle stelle, alterazioni del sistema
pilifero, ipertensione, dolori addominali, adiposità, fragilità
delle ossa. Mi racconta di essere stata un’atleta – confessa
di provare disagio, adesso, in questo corpo deforme e sofferente.
Cerco
d’immaginarla adolescente quando ancora l’orrore era respiro
e carne, la vedo che impacchetta la donna che più ama e la mette
su un treno, se ne priva consegnandola al suo destino. Vedo lo sguardo
vuoto di sua madre, allucinato, lo vedo aggirarsi in una camera d’albergo,
la sento parlare al telefono con il marito, raccontargli con calma di
un uomo tanto gentile. “Potevi scopartelo” – dice lui,
ma lei non lo ascolta più, ormai, gli promette soltanto di fargli
il regalo più bello della sua vita. Riattacca. Prende dalla borsetta
il trincetto che le ha prestato Miriam chissà quando e comincia
a recidere uno ad uno i fili sottili che distrattamente la tengono legata
alla vita, alle illusioni inseguite con ostinazione, bugiarde, inutilmente
infrante… Partendo dai polsi traccia sul suo corpo la mappa del
dolore, dipinge la stanza di cremisi - in ultimo le vene del collo: un
colpo di pennello risoluto e geniale, incontrovertibile. Sdraiata sul
letto non ha nemmeno il tempo di prefigurarsi la faccia di chi la troverà,
di riderne, o piangerne. Quindici secondi appena – tanto dura l’ultima,
estrema difesa di sé. E la vendetta si compie, fiera, senza appello.
«Bambina mia, ho provato a fingere che non me ne importasse, che
tutto fosse come volevo, ma niente lo era e tu non sei stata capace di
riempire il vuoto, a niente è servito generarti, usarti, lasciarti
plasmare…» - no, non ha pensato questo, non ha pensato a nulla,
probabilmente, ma nella testa bambina di Miriam ciò deve aver letto
nel sangue che gocciolava sul tappeto, questo è ciò che
ognuno ha sottinteso rimproverandola per averla assecondata, e la colpa
è diventata grande con lei, si è affacciata alla vita divenendo
aria, infusa, espiata difendendo un fratello insano e vacuo che pretende
da lei pompini, un padre infermo, da sempre scellerato e incapace di amore,
divenuto ubriacone, insolitamente mite con il progredire del tumore, la
cirrosi e il diabete, in ultimo testimone di Geova, come se bastasse pregare
per salvarsi l’anima, incrollabilmente fiero della sua disumanità,
del suo potere, della sua ferocia.
Trema
Miriam, talvolta ansima. I miei occhi diventano lucidi, i suoi, impietosi
e coscienti percorrono il tempo - ed io lo vedo stagliarsi sulle pareti,
in technicolor.
Eccola
che salta sul letto con sua madre: ballano e cantano – Miriam non
ha occhi che per lei, altro non vuole che sentirla ridere. Fedele e attenta
si perde ad ascoltarne i deliri, a interpretarne il senso. I tarocchi
sulla tavola, la mano che carezza il buio, il gelo che dilaga, avvolge,
inghiotte… Piccolo viso adorante, perdutamente innamorato, piccolo
angelo pronto a tutto per una briciola di disprezzo o indifferenza, che
nient’altro conosce e quindi nient’altro chiede - mite, arreso
agnello sacrificale, persino lieto di farsi appendere e squartare.
Erano
ricchi, una famiglia modello invidiata e stimata, ma dietro le mura domestiche
non vi era che amoralità, sopraffazione, abusi - ognuno era complice,
vittima e aguzzino insieme. La rabbia mi prende. Vorrei stringerli al
collo tutti, uno ad uno, soffocarli lentamente, vedere gli occhi inghiottirli
e trascinarli all’inferno. Entro in un cono di luce, allargo le
braccia ed urlo, maledico gli uomini e chiedo a Dio perché, ma
so già la sua risposta: “Perché serve” –
e allora sento il peso della consapevolezza spezzarmi la schiena, rendermi
compassionevole, ferita aperta che accoglie e trasfonde vita, significanza.
La pioggia purifica. Piegata sulle ginocchia sento l’ombra della
croce incombere. Non ho bisogno di chiedere per sapere che lo spazio fisico,
il tempo, il senso delle cose, ha bisogno d’una misura per essere
definito, che la misura è data dagli opposti, relativa ma proporzionale,
collocata fra due limiti equidistanti, umanamente comprensibili, accettabili.
Quanto più enormi sono gli orrori subiti, quanto più miracolose
e preziose sono le esistenze di chi sopravvive – ma come persuadere
che non vi è indegnità in questo? Come persuadere che ci
sono cose peggiori dei forni crematori? Che vi sono uomini e donne, padri
e madri, capaci di oltrepassare i limiti senza averne coscienza o vergogna?
Che vi sono milioni di figli, in quel poco di carne ed ossa ed anima che
i padri hanno lasciato loro, destinati, emulandoli, a confermarli –
ed altri, pochi in vero, che ci riscattano e nobilitano nonostante il
disprezzo che spesso abbiamo per loro, nonostante loro stessi non possano
darsi il valore che hanno, non riescano a vederlo?
Miriam
è sopravvissuta, ma porta indelebili i segni delle torture, della
morte psichica verso la quale era spinta. È passata dalla bulimia
all’iperfagia, dall’autolesionismo all’insonnia. Sei
tentativi di suicidio. Le fratture, le ferite, la malattia – ha
dovuto far tutto da sola: curarsi, crescersi, capirsi, provare ad amarsi,
difendersi, affermarsi. L’ha fatto svendendosi, bevendo, chiudendosi
in se stessa. Enfant prodige da subito ed anche ora che lotta per non
somigliare alla sua stirpe, per non essere creduta una pazza, una bugiarda,
una simulatrice, anche ora che si apre al mondo, disillusa. Sola nell’ultima
casa abitata dai suoi aguzzini ormai incorporei o prossimi ad esserlo:
il padre che deambula, beve, fuma, bestemmia, la pretende madre e infermiera,
dilapida tutto, si riempie di debiti e finalmente muore, la madre che
chiude gli occhi perché non vuol vedere e fantasma si aggira nel
silenzio, il fratello stupratore che si crede Dio, il cugino stupratore
che con un piede nella fossa le chiede perdono. Povera Miriam. Mi racconta
la sua grande casa, le sue grandi ferite, me le mostra ed io penso che
meglio sarebbe se vendesse tutto, si lasciasse tutto alle spalle, per
sempre - e forse, prima o poi, lo farà.
Non
le interessa il denaro, non vuole la macchina, il sesso è l’ultimo
dei suoi pensieri – vorrebbe diplomarsi ma non riesce ad essere
costante, ad avere interesse per cose che conosce benissimo. Ricorda la
sua infanzia isolata e solitaria: «Ero una bambola senza identità.
È come se fossi nata per esserlo. Ero carina, servizievole, non
mi opponevo a niente, non avevo opinioni, quasi non avevo sentimenti –
ero come mi volevano. Non potevo uscire, frequentare gli altri bambini
– era sconveniente, non era educativo. A tre anni già facevo
una scuola preparatoria, sapevo leggere e scrivere anche se non volevo,
mi rifiutai sino ai sette di scrivere, leggevo di nascosto, perché
era opprimente, perché dovevo scrivere e leggere quello che volevano
loro, serviva solo a far vedere agli altri quanto ero brava, simpatica,
mite, che mangiavo con il coltello e la forchetta, che ero educata, bellissima,
vestita bene – un oggettino, un giocattolino… Mio fratello
ha un anno meno di me, gli è andata meglio: perché era un
maschio, perché per mio padre era anche un po’ scemo, perché
non era funzionale ai loro piani, interessi, forse perché non era
remissivo come me, sapevano di non poterlo piegare e forse nemmeno gliene
importava… Eravamo sempre soli. Nonostante tutto aspettavo con impazienza
che mio padre rincasasse, sino a tardi (avevo l’ossessione di non
dormire perché pensavo che il sonno levasse tempo alla vita)…
Mi lasciavano con la baby sytter che abusava di me, faceva le prove, si
esercitava per i suoi incontri con il fidanzato…»
«Cosa pensavi quando accadeva?»
«Non pensavo a niente perché ero già abituata. Il
primo bacio l’ho subito a quattro anni, da mio cugino – lui
ne aveva sedici. Ricordo che stavo lì con gli occhi aperti, perché
non capivo, non aveva senso… Mi ha violentata quasi subito e non
ha più smesso sino ai dodici… Mio fratello era precoce, ha
cominciato a farmi violenza che avevo circa sette/otto anni ed ha continuato
sino quando ne avevo quindici/sedici, era violento, un gigante rispetto
a me… Alla fine era normale, ero abituata ad essere usata…
Mio padre mi esibiva, diceva: “Guardate quant’è bella
e quant’è brava, farà il liceo classico e diventerà
un medico così mi salverà, mi guarirà lei…”
– perché già allora era malato… Aveva perso
una gamba a vent’anni, beveva nonostante l’epatite, gli avevano
dato appena qualche anno di vita eppure è sopravvissuto contro
ogni logica… Macchine, donne, denaro a fiumi, mazzette, truffe,
non si faceva mancare niente, non aveva scrupoli, è stato l’amicone
di tutti, solo in famiglia, con me, tirava fuori il suo lato bestiale,
sadico… Mia madre non l’ha mai toccata, con mio fratello una
volta ci ha provato ma lui reagì con una tale violenza che da allora
non lo fece più, invece io ero succube, rassegnata, quindi si è
potuto divertire quanto e come ha voluto, d’altronde nella mia testa
ero io quella che sbagliava, che lo metteva nella condizione di punirmi…
Ad un certo punto cominciai a desiderare di morire, ho iniziato a provarci
verso gli otto/nove anni ingerendo collutorio e mangiando foglie di batata
perché avevo letto che erano velenose, poi a dodici, tredici, quattordici,
l’ultima quest’anno, ad aprile, quasi sempre usando farmaci
perché li conoscevo e perché non avevo paura di una morte
dolorosa. La cosa buffa è che non se ne sono mai accorti tranne
una volta, perché nella mia imperizia, o forse perché inconsapevolmente
non lo volevo davvero, sbagliavo le dosi. Le ultime due volte è
stato diverso: prima mi sono buttata in un canale, cinque metri di volo
e non è successo niente, poi ho provato a tagliarmi le vene ma
non ne conservo un ricordo chiaro, ero veramente fuori di me… Comunque
sia, nell’assenza di controllo e attenzione, ad un certo punto salta
fuori la malattia, probabilmente congenita, presumibilmente conclamata
dai sei/sette anni, ma nessuno ci ha fatto caso… Verso i sedici
anni un ragazzetto m’investe con un motorino, rimango tre ore con
la quinta vertebra cerebrale e la caviglia fratturata, un ginocchio partito
completamente, perché nessuno dei vicini vuole prendersi la responsabilità
di chiamare un’ambulanza, poi arrivano i miei e finalmente mi portano
all’ospedale dove non si rendono conto della fragilità delle
mie ossa dovuta alla sindrome… Più tardi l’ho scoperta
da sola, cercando su Internet qualcosa che spiegasse i miei sintomi…»
Le
chiedo di sua madre…
«Un
giorno, non so perché, la vedo impazzire – parla con le mosche,
comincia a divinare: cose senza senso o con un senso mostruoso, cose accadute
o non accadute… Era intelligente, intuitiva, sensibile, perciò
riusciva a leggere con facilità nelle persone, diceva loro quello
che volevano sentire e questo l’aveva resa popolare, amata ed anche
temuta… Era una donna bella, appariscente, curatissima - ricordo
che cominciò a diventare magra, sempre più piccola, curva,
chiusa in se stessa. Portava una borsa, se la stringeva contro il petto,
guardava gli altri con uno sguardo che non so spiegare: freddo, vuoto,
era come se gli occhi da castano-verde fossero diventati bianchi…
Mi faceva impressione, mi faceva paura – era lo sguardo tipico dei
pazzi: la follia che ti brucia dentro, che ti divora… Ed io l’adoravo,
l’amavo disperatamente… Improvvisamente la normalità
non mi è sembrata più tale, la mia sottomissione mi è
parsa vana: lasciavo che facessero di me quello che volevano perché
fossero felici, ma mia madre non lo era più – allora ho capito
di aver sbagliato e ho deciso di cambiare le sorti della mia famiglia
che intanto era entrata in conflitto con il vicinato (ancora oggi i rapporti
sono difficili, per loro continuo ad essere la figlia squinternata e lesbica
della pazza e dell’ubriacone). Verso i sedici/diciassette anni andiamo
in vacanza dai parenti, tutti notano che mia madre è quantomeno
strana, comincio ad essere davvero preoccupata perché mi rendo
conto che nessuno avverte il problema, lo prende sul serio. Arriva l’autunno,
la situazione degenera fra mio padre che si lancia nell’ennesima
impresa fallimentare della sua vita dilapidando denaro proprio e altrui,
facendosi truffare e truffando, sempre più ubriaco e violento,
e mia madre che vaneggia, non parla o si esprime per metafore, dà
d’ogni cosa un’interpretazione sempre più metafisica,
lontana dalla realtà. L’ambiente è ostile, mia madre
non ha amici, si sente sola, vuole la sua famiglia, le manca tanto, ne
parla sempre – scappiamo, penso, mio padre non capisce, non gliene
frega niente, non farà niente per lei, per noi… Rubo dei
soldi, metto al sicuro mio fratello spedendolo dai parenti e pianifico
di raggiungerlo con mia madre appena possibile. Finalmente riesco a convincerla
e una notte partiamo di nascosto lasciando mio padre sul divano, ubriaco
e nudo, incosciente. I miei zii non sanno come fare, mia madre smette
di mangiare, è sempre più catatonica, la costringono inutilmente
e senza convinzione ad andare da uno psichiatra, ovviamente non accetta
le cure e allora gliele somministrano di nascosto, senza controllo e senza
che vi sia una diagnosi vera e propria, senza che sia davvero seguita…
Tuttavia sembra che stia un po’ meglio, ricomincia a mangiare e
talvolta viviamo anche dei momenti sereni o divertenti. Allora decidono
che è arrivato il momento che si prenda la responsabilità
di se stessa, che prenda da sola le sue medicine, ma lei ovviamente non
lo fa. Siamo al 26 febbraio. Mia madre dorme tutta vestita, stringendo
a sé la borsa, i taccuini, la rubrica piena zeppa di numeri telefonici…
Era completamente bipolare, a vederla dal di fuori ti accorgevi che c’era
qualcosa di strano, ma non così tanto, non così… Torna
buia e nera, senza darlo a vedere. Il 27 decide di tornare a casa dal
marito perché “in due ci si fa forza”. Prende il treno
ed io la vedo passare in un attimo dal sorriso al vuoto totale. Arriva
a Milano ma dice di essere altrove, ci telefona per sapere se può
tornare, chiama mio padre e la realtà torna identica a se stessa,
esattamente come non voleva che fosse. Cala il silenzio ed attua la sua
vendetta. La notte fra il 28 e il 29 febbraio si toglie la vita.»
Pianti,
veglie funebri. Comincia il saccheggio del cadavere. Ognuno si avventa:
sui vestiti, sui gioielli, su tutto. Miriam vegeta, è sballottata
come un pacco postale. Velatamente la accusano di non essere stata in
grado di salvare sua madre, di essere in qualche modo responsabile della
sua morte perché, forse, se avesse lasciato le cose com’erano,
ogni cosa si sarebbe aggiustata: da sé, per magia, per miracolo…
Improvvisamente
inizia l’adolescenza ribelle e confusa di Miriam. È aggressiva.
Un’altra persona. Smette i panni mansueti e remissivi della figlia
modello. A diciassette anni decide di tornarsene a casa, da sola. Suo
padre cerca d’impedirglielo e lei se ne libera minacciando di denunciarlo.
Verso la fine dell’anno scolastico incontra Elisa ed è subito
amore, corrisposto, vissuto senza farsi domande, dapprima ideale, poi…
«La
vera “prima volta” l’ho avuta con lei – ed è
stata magnifica, naturalissima. Un senso di liberazione, pulizia, di perdono,
di conciliazione con me stessa, con il mondo, con tutti… È
stata un’estate indimenticabile: vivevo da sola, fumavo e bevevo
come una pazza, non avevo orari, regole, non dormivo, mi mantenevo attingendo
da un conto bancario di mio padre gestito allegramente dalla banca…
Elisa è stata la vita per me, è stata una fortuna esagerata,
senza di lei non ci sarebbe stato niente perché avevo perso tutto:
avevo perso il pianto, la gioia, qualsiasi sentimento, mi trascinavo in
relazioni fredde, vacue e vuote nelle quali continuavo ad essere un oggetto
e gli uomini lo erano per me, per motivi diversi, ovviamente… Sono
stata l’orrido corrispettivo femminile della maschile fantasia del
“botta e via – sesso senza complicazioni”, solo che
io ne ero capace davvero, loro no. Ero ferma e fredda nei miei propositi,
per me era uno sfogo – niente di più. Non avevo problemi
sessualmente, ma gli uomini non m’interessavano, non mi emozionavano
neanche un po’. Elisa, invece, era candida, pura, era un folletto,
divertente, buffa, buona, intelligente, testarda, gioiosa – era
tutto e lo è ancora, è diventata la mia famiglia. Insomma,
ricomincia la scuola e i suoi trovano una lettera nella quale scrivevo
semplicemente che provavo il desiderio di proteggerla ed amarla: succede
il finimondo e questa reazione spropositata finisce per accelerare il
nostro rapporto, perché se sino ad allora non c’era ancora
stata una componente sessuale, da quel momento arriva, arriva il desiderio
di scappare, di stringerci una all’altra… Mio padre intanto
torna. Divento tirannica nei suoi confronti, cambio. Non può alzare
le mani perché non glielo permettevo più. Probabilmente
ha cominciato a vedermi come un essere umano solo nel momento in cui gli
ho impedito di usarmi violenza… Non se ne raccapezzava però
mi trovava bella, ne sono certa. Ci sono stati dei momenti di tenerezza
vera fra noi: talvolta mi guardava, mi toccava il viso e diceva, “Come
sei bella, ti vedesse la mamma”… Rispetto al rapporto fra
me ed Elisa, si comportava in modo strano: a tratti era persino complice,
ma lo faceva più da amico che da padre… Elisa veniva da una
famiglia alto-borghese, perbenista, cattolica. Era talmente bella che
non poteva essere lesbica! Devi essere uno scorfano, un uomo mancato per
andare con una donna, solo allora la gente riesce a farsene una ragione,
altrimenti perché dovrebbe accadere? Secondo me non è necessaria
una cultura gigantesca per essere vicini ad una persona, per accettare
l’omosessualità… Puoi essere anche l’ultimo dei
contadini… L’intelligenza è un’altra cosa, non
è cultura, però, sai come si dice: “una persona colta
è più aperta…”, in effetti così avrebbero
potuto essere i suoi genitori ma non lo furono… Sua madre era ossessionata
dal suicidio della mia, non riusciva a darsene una spiegazione e perciò
maggiormente mi avvertiva come una minaccia per la figlia, suo padre era
la vittima di questa famiglia matriarcale nella quale l’uomo non
ha senso, significato – erano sul punto di separarsi ma la nostra
relazione ha finito per creare nuovi equilibri, è stata un pretesto
per riunirsi, coalizzarsi contro un obiettivo comune: dividerci. Si è
venuta a creare una situazione pazzesca: hanno assoldato un’agenzia
d’investigazioni, hanno speso milioni per farmi controllare, hanno
urlato, minacciato, messo in mezzo i miei parenti, mio padre… Ma
io ormai avevo smesso di avere paura… Quell’inverno mio padre
mi buttò fuori di casa. Per stare vicina ad Elisa senza preoccuparla
non le dissi nulla. Dormivo sulle panchine, nei garage, poi per fortuna
ci fu l’occupazione della scuola e per un periodo dormì lì
– non mi mancava assolutamente niente, sono stati mesi bellissimi.
Ad aprile mi buscai una pleurite e mio padre mosso a compassione mi venne
a prendere.»
Elisa
era cagionevole – anoressica. Sua madre era fissata con le diete
macrobiotiche. La “vedevano grassa”, fuori dallo stereotipo
della fighetta borghese alla page, ossuta e cigolante come le modelle
fintamente patinate, faccia-fintamente-acqua-e-sapone-la-vita-è-un-parco-giochi-e-tutto-è-facile-se-sei-ricca-bella-e-scema…
Ancora aspettative insane, devastanti – la negazione sistematica
di una individualità da proteggere, preservare, incoraggiare. L’avevano
depauperata, privata del piacere di crescere. L’incontro con Miriam
è stato decisivo e forse le ha salvato non solo l’anima,
ma anche la vita – le ha permesso di acquisire consapevolezza, autonomia,
l’ha restituita a se stessa.
«Quando
ci conoscemmo smise a poco a poco di vomitare, ricominciò a mangiare.
Un giorno i suoi genitori mi prelevarono con la forza per “parlarmi”,
mi dissero che mi erano grati di questo ma che dovevo lasciarla perdere…
Adesso sta bene, anche troppo! Quando l’ho conosciuta non aveva
mai mangiato un toast, la cioccolata – ha visto la televisione per
la prima volta a dodici anni… Avevano dei metodi educativi “alternativi”,
loro… Una notte mi telefona alle tre e mi dice che sua madre l’ha
buttata fuori. Le dico di tornare a casa e di chiamare i carabinieri,
l’indomani avrebbe preso le sue cose e sarebbe venuta da me, tanto
vivevo prevalentemente da sola, mio padre ormai se ne lavava le mani di
tutto e tutti, non ci stava quasi più con la testa… Furono
mesi di una gioia totale. Andavo avanti facendo i lavori più improbabili,
i giorni erano veloci, passavano in un attimo, pieni di luce, tenerezza…
Quando mio padre tornava lo sopportavamo. È stato pesante, penoso
– in ultimo si era fatto testimone di Geova… Un giorno mi
ha detto “Io faccio un figlio con lei, tu lo cresci e a diciotto
anni lo diamo ai testimoni di Geova perché sarà il Messia”
– era completamente andato. Nel frattempo mio fratello compie diciotto
anni e decide di tornare perché vuol prendersi quel che è
suo: soldi, casa, ecc. A giugno arriva, si piazza sul divano senza fare
un cazzo dalla mattina alla sera, è narcolettico, prova ad ottenere
da me prestazioni sessuali e di fronte al mio rifiuto m’implora
di non guardarlo come se fosse un mostro – vai a spiegarglielo che
non potevo guardarlo in modo diverso perché era un mostro…
Io ed Elisa sopportiamo anche lui. Perdo l’anno perché devo
lavorare altrimenti non si mangia, contestualmente esplode la malattia
ed io comincio a star male senza sapere cosa avessi… I genitori
di Elisa si piazzano davanti a casa nostra per una settimana, alla fine
mi lascio pestare perché quella storia doveva finire, chiamo i
carabinieri e li denuncio. Finalmente muore mio padre, mio fratello si
prende tutto quello che può (tranne i debiti che sto ancora pagando)
e se ne và inseguendo uno dei suoi deliri teosofico-razzisti…
Elisa è stata eccezionale, talvolta mi chiedo come ha fatto. Ha
vissuto tutto questo per me e con me l’ha diviso, con generosità,
indulgenza sincera, sincera partecipazione. Senza di lei non so come sarebbe
andata a finire.»
Sono
passati quattro anni. Miriam, dopo essersi chiusa quasi completamente
in se stessa sta cercano adesso di aprirsi. Elisa ha un ottimo lavoro
in un’altra città che la impegna moltissimo. Ora è
lei che dà una mano a Miriam. Si vedono poco. Il loro rapporto
è in crisi anche per questo, non solo per le ricadute che la malattia
di Miriam infligge loro, per il bisogno di conoscere cose nuove e sperimentarsi
in relazione ad esse. Miriam ha ritirato la denuncia verso i suoi genitori
ed ha favorito il loro riavvicinamento – un altro capitolo chiuso.
La
immagino aggirarsi per casa, accudire i suoi gatti, passare le notti sveglia.
Mi si stringe il cuore. Le chiedo cosa farà questo Natale, se lo
passerà con Elisa o se sarà da sola – mi rassicura:
per un po’ staranno insieme.
Domenica.
È arrivato il momento di salutarci. Non siamo andate alla conferenza,
non le ho fatto visitare la città. Il flusso di parole non si è
quasi mai interrotto. Sono stati due giorni intensi, faticosi. Raccolgo
i cocci. La guardo salire sul treno e comincio a preoccuparmi: avrà
qualcosa per farsi da mangiare stasera? Riuscirà a dormire, stanotte?
Un’amica
recentemente mi ha detto: «L’unica cosa che devi assolutamente
evitare, è lasciarti coinvolgere» - lo so, ma, Dio, è
così difficile - l’indifferenza
uccide...

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