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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Lo sguardo di Miriam è fermo, apparentemente senza incertezze, paura, a tratti severo - sembra intagliato nel viso, l’opera di un esperto ebanista, o un fine cesellatore. Ha gli occhi castani, l’iride inanellato. Quando ride sprigiona calore, disarma – un riso che sorprende tanto ci si abitua all’orrore che le parole affidano alla memoria. Ha denti e mani bambine. Il corpo segnato dalla malattia e dalle violenze. Ha ventiquattro anni, dialettica, cultura, educazione – è sagace, delicata, rispettosa. È bella. Una gemma preziosa sfuggita alla morte, ma non al saccheggio. Tutto le hanno rubato, di tutto l’hanno privata, eppure…

La vado a prendere alla stazione. Sono un po’ preoccupata. So che saranno ore dense di emozioni, so che dovrò fronteggiare i suoi e i miei fantasmi, domande che rimarranno senza risposta. So che non potrò far nulla, né dovrei.

Scende dal treno e subito mi spiazza la familiarità. Nel tragitto dalla stazione a casa, parliamo, ridiamo. Per il pomeriggio le prospetto una passeggiata in città, una conferenza, per la sera abbiamo un invito a cena – ne è felice, o almeno mi pare. Pranziamo. Prendiamo il primo di un’infinità di caffè e il racconto, spaventoso, cominciato per lettera e telefono, riprende…

Miriam ha subito ogni sorta di violenza psichica e fisica sin dalla più tenera età. Suo padre era un autentico sadico, un vero criminale: la prendeva a cinghiate ma prediligeva la frusta, le fratturava gli arti, le spengeva le sigarette addosso, la picchiava con ferocia e godimento, senza ragione, per il piacere di farlo. Le infliggeva le sue torture con metodo scientifico: preparava la gogna con calma e mentre la legava le diceva che era buono, che era costretto a punirla perché era stata cattiva, che soffriva tanto nel farlo ma non aveva scelta - e in lei cresceva la compassione, il senso di colpa, sempre più si predisponeva ad essere come egli ed ognuno voleva. Gli abusi sessuali (con penetrazione) sono cominciati verso i quattro anni e sono durati sino all’adolescenza – il cugino, il fratello, la baby sitter. Un lungo inferno dal quale non poteva e non voleva fuggire, che nessuno intorno a lei avvertiva come tale, nemmeno sua madre, una letterata bella e distante, impenetrabile e incomprensibile, come la pazzia.

Mentre parla combatto contro le lacrime, contro la tentazione di difendermi dall’insostenibilità della sua storia pensandola frutto di una mente malata, o fantasiosa, più della mia.

Da anni una patologia rara e invalidante le causa numerose disfunzioni, anche gravi: sbalzi d’umore, disturbi del sonno, assenza di mestruazioni, cedimento dei tessuti, colesterolo alle stelle, alterazioni del sistema pilifero, ipertensione, dolori addominali, adiposità, fragilità delle ossa. Mi racconta di essere stata un’atleta – confessa di provare disagio, adesso, in questo corpo deforme e sofferente.

Cerco d’immaginarla adolescente quando ancora l’orrore era respiro e carne, la vedo che impacchetta la donna che più ama, sua madre, e la mette su un treno, se ne priva consegnandola al suo destino. Vedo lo sguardo vuoto di sua madre, allucinato, lo vedo aggirarsi in una camera d’albergo, la sento parlare al telefono con il marito, raccontargli con calma di un uomo tanto gentile. “Potevi scopartelo” – dice lui, ma lei non lo ascolta più, gli promette soltanto di fargli il regalo più bello della sua vita. Riattacca. Prende dalla borsetta un trincetto e comincia a recidere uno ad uno i fili sottili che distrattamente la tengono legata alla vita, alle illusioni inseguite con ostinazione, bugiarde, inutilmente infrante. Partendo dai polsi traccia sul suo corpo la mappa del dolore, dipinge la stanza di cremisi - in ultimo le vene del collo: un colpo di pennello risoluto e geniale, incontrovertibile. Sdraiata sul letto non ha nemmeno il tempo di prefigurarsi la faccia di chi la troverà, di riderne, o piangerne. Quindici secondi appena – tanto dura l’ultima, estrema difesa di sé. E la vendetta si compie, fiera, senza appello. «Bambina mia, ho provato a fingere che non me ne importasse, che tutto fosse come volevo, ma niente lo era e tu non sei stata capace di riempire il vuoto, a niente è servito generarti, usarti, lasciarti plasmare…» - no, non ha pensato questo, non ha pensato a nulla, probabilmente, ma nella testa bambina di Miriam ciò deve aver letto nel sangue che gocciolava sul tappeto, questo è ciò che ognuno ha sottinteso rimproverandola per averla assecondata, e la colpa è diventata grande con lei, si è affacciata alla vita divenendo aria, infusa, espiata difendendo un fratello insano e vacuo che pretende da lei pompini, un padre incrollabilmente fiero della propria disumanità, del proprio potere, della propria ferocia, da sempre scellerato e incapace d’amore, infermo, divenuto ubriacone, insolitamente mite con il progredire del tumore, della cirrosi e del diabete, in ultimo testimone di Geova, come se bastasse pregare per salvarsi l’anima.

Trema Miriam, talvolta ansima. I miei occhi diventano lucidi, i suoi, impietosi e coscienti percorrono il tempo - ed io lo vedo stagliarsi sulle pareti, in technicolor.

Eccola che salta sul letto con sua madre: ballano e cantano – Miriam non ha occhi che per lei, altro non vuole che sentirla ridere. Fedele e attenta si perde ad ascoltarne i deliri, a interpretarne il senso. I tarocchi sulla tavola, la mano che carezza il buio, il gelo che dilaga, avvolge, inghiotte. Piccolo viso adorante, perdutamente innamorato, piccolo angelo pronto a tutto per una briciola di disprezzo o indifferenza, che nient’altro conosce e quindi nient’altro chiede - mite, arreso agnello sacrificale, persino lieto di farsi appendere e squartare.

Erano ricchi, una famiglia modello invidiata e stimata, ma dietro le mura domestiche non vi era che amoralità, sopraffazione, abusi - ognuno era complice, vittima e aguzzino insieme.

La rabbia mi prende. Vorrei stringerli al collo tutti, uno ad uno, soffocarli lentamente, vederli inghiottiti, trascinati all’inferno. Allargo le braccia ed urlo, maledico gli uomini e chiedo a Dio perché, ma so già la sua risposta: “Perché serve” – e allora sento il peso della consapevolezza spezzarmi la schiena, rendermi compassionevole, ferita aperta che accoglie e trasfonde vita, significanza. La pioggia purifica. Piegata sulle ginocchia sento l’ombra della croce incombere. Non ho bisogno di chiedere per sapere che lo spazio fisico, il tempo, il senso delle cose, ha bisogno d’una misura per essere definito, che la misura è data dagli opposti, relativa ma proporzionale, collocata fra due limiti equidistanti, umanamente comprensibili, accettabili.

Quanto più enormi sono gli orrori subiti, quanto più miracolose e preziose sono le esistenze di chi sopravvive – ma come persuadere che non vi è indegnità in questo? Che vi sono uomini e donne, padri e madri, capaci di oltrepassare i limiti senza averne coscienza o vergogna? Che vi sono milioni di figli, in quel poco di carne ed ossa che i padri hanno lasciato loro, destinati, emulandoli, a confermarli – ed altri, pochi in vero, che ci riscattano e nobilitano nonostante il disprezzo che spesso abbiamo per loro, nonostante loro stessi non possano darsi il valore che hanno, non riescano a vederlo?

Miriam è sopravvissuta, ma porta indelebili i segni delle torture, della morte psichica verso la quale era spinta. È passata dalla bulimia all’iperfagia, dall’autolesionismo all’insonnia. Sei tentativi di suicidio. Le fratture, le ferite, la malattia – ha dovuto far tutto da sola: curarsi, crescersi, capirsi, provare ad amarsi, difendersi, affermarsi. L’ha fatto svendendosi, bevendo, chiudendosi in se stessa. Enfant prodige da subito ed anche ora che lotta per non somigliare alla sua stirpe, per non essere creduta una pazza, una bugiarda, anche ora che si apre al mondo, disillusa. Sola nell’ultima casa abitata dai suoi aguzzini ormai incorporei o prossimi ad esserlo: il padre che deambula, beve, fuma, bestemmia, la pretende madre e infermiera, dilapida tutto, si riempie di debiti e finalmente muore; la madre che chiude gli occhi perché non vuol vedere e fantasma si aggira nel silenzio; il fratello stupratore che si crede Dio; il cugino stupratore che con un piede nella fossa le chiede perdono. Povera Miriam. Mi racconta la sua grande casa, le sue grandi ferite, me le mostra ed io penso che meglio sarebbe se vendesse tutto, si lasciasse tutto alle spalle, per sempre - e forse, prima o poi, lo farà.

Non le interessa il denaro, non vuole la macchina, il sesso è l’ultimo dei suoi pensieri – vorrebbe diplomarsi ma non riesce ad essere costante, ad avere interesse per cose che conosce già.

Ricorda la sua infanzia isolata e solitaria: «Ero una bambola senza identità. È come se fossi nata per esserlo. Ero carina, servizievole, non mi opponevo a niente, non avevo opinioni, quasi non avevo sentimenti – ero come mi volevano. Non potevo uscire, frequentare gli altri bambini – era sconveniente, non era educativo. A tre anni già facevo una scuola preparatoria, sapevo leggere e scrivere anche se non volevo, mi rifiutai sino ai sette di scrivere, leggevo di nascosto, perché era opprimente, perché dovevo scrivere e leggere quello che volevano loro, serviva solo a far vedere agli altri quanto ero brava, simpatica, mite, che mangiavo con il coltello e la forchetta, che ero educata, bellissima, vestita bene – un oggettino, un giocattolino… Mio fratello ha un anno meno di me, gli è andata meglio: perché era un maschio, perché per mio padre era anche un po’ scemo, perché non era funzionale ai loro piani, interessi, forse perché non era remissivo come me, sapevano di non poterlo piegare e forse nemmeno gliene importava… Eravamo sempre soli. Nonostante tutto aspettavo con impazienza che mio padre rincasasse, sino a tardi (avevo l’ossessione di non dormire perché pensavo che il sonno levasse tempo alla vita). Mi lasciavano con la baby sitter che abusava di me, faceva le prove, si esercitava per i suoi incontri con il fidanzato…»
«Cosa pensavi quando accadeva?»
«Non pensavo a niente perché ero già abituata. Il primo bacio l’ho subito a quattro anni, da mio cugino – lui ne aveva sedici. Ricordo che stavo lì con gli occhi aperti, perché non capivo, non aveva senso. Mi ha violentata quasi subito e non ha più smesso sino ai dodici. Mio fratello era precoce, ha cominciato a farmi violenza che avevo circa sette/otto anni ed ha continuato sino quando ne avevo quindici/sedici, era violento, un gigante rispetto a me. Alla fine era normale, ero abituata ad essere usata. Mio padre mi esibiva, diceva: “Guardate quant’è bella e quant’è brava, farà il liceo classico e diventerà un medico così mi salverà, mi guarirà lei…” –Aveva perso una gamba a vent’anni, beveva nonostante l’epatite, gli avevano dato appena qualche anno di vita eppure è sopravvissuto contro ogni logica, ogni previsione. Macchine, donne, denaro a fiumi, mazzette, truffe, non si faceva mancare niente, non aveva scrupoli, è stato l’amicone di tutti - solo in famiglia, con me, tirava fuori il suo lato bestiale, sadico. Mia madre non l’ha mai toccata, con mio fratello una volta ci ha provato ma lui reagì con una tale violenza che da allora non lo fece più. Invece io ero succube, rassegnata, quindi si è potuto divertire quanto e come ha voluto, d’altronde, nella mia testa ero io quella che sbagliava, che lo metteva nelle condizioni di punirmi. Ad un certo punto cominciai a desiderare di morire, ho iniziato a provarci verso gli otto/nove anni ingerendo collutorio e mangiando foglie di batata perché avevo letto che erano velenose, poi a dodici, tredici, quattordici, l’ultima quest’anno, ad aprile, quasi sempre usando farmaci perché li conoscevo e perché non avevo paura di una morte dolorosa. La cosa buffa è che non se ne sono mai accorti tranne una volta, perché nella mia imperizia, o forse perché inconsapevolmente non lo volevo davvero, sbagliavo le dosi. Le ultime due volte è stato diverso: prima mi sono buttata in un canale, cinque metri di volo e non è successo niente, poi ho provato a tagliarmi le vene ma non ne conservo un ricordo chiaro, ero veramente fuori di me. Comunque sia, nell’assenza di controllo e attenzioni, ad un certo punto salta fuori la malattia, probabilmente congenita, presumibilmente conclamata dai sei/sette anni, ma nessuno ci ha fatto caso. Verso i sedici anni un ragazzetto m’investe con un motorino, rimango tre ore con la quinta vertebra cerebrale e la caviglia fratturata, un ginocchio partito completamente, perché nessuno dei vicini vuole prendersi la responsabilità di chiamare un’ambulanza, poi arrivano i miei e finalmente mi portano all’ospedale dove non si rendono conto della fragilità delle mie ossa dovuta alla sindrome. Più tardi l’ho scoperta da sola, cercando su Internet qualcosa che spiegasse i miei sintomi…»
Le chiedo di sua madre…
«Un giorno, non so perché, la vedo impazzire – parla con le mosche, comincia a divinare: cose senza senso o con un senso mostruoso, cose accadute o non accadute. Era intelligente, intuitiva, sensibile, perciò riusciva a leggere con facilità nelle persone, diceva loro quello che volevano sentire e questo l’aveva resa popolare, amata ed anche temuta. Era una donna bella, appariscente, curatissima - ricordo che cominciò a diventare magra, sempre più piccola, curva, chiusa in se stessa. Portava una borsa, se la stringeva contro il petto, guardava gli altri con uno sguardo che non so spiegare: freddo, vuoto, era come se gli occhi da castano-verde fossero diventati bianchi. Mi faceva impressione, mi faceva paura – era lo sguardo tipico dei pazzi: la follia che ti brucia dentro, che ti divora. Ma io l’adoravo, l’amavo disperatamente… Improvvisamente la normalità non mi è sembrata più tale, la mia sottomissione mi è parsa vana: lasciavo che facessero di me quello che volevano perché fossero felici, ma mia madre non lo era più – allora ho capito di aver sbagliato e ho deciso di cambiare le sorti della mia famiglia che intanto era entrata in conflitto con il vicinato (ancora oggi i rapporti sono difficili, per loro continuo ad essere la figlia squinternata e lesbica della pazza e dell’ubriacone). Verso i sedici/diciassette anni andiamo in vacanza dai parenti, tutti notano che mia madre è quantomeno strana, comincio ad essere davvero preoccupata perché mi rendo conto che nessuno avverte il problema, lo prende sul serio. Arriva l’autunno, la situazione degenera fra mio padre che si lancia nell’ennesima impresa fallimentare della sua vita dilapidando denaro proprio e altrui, facendosi truffare e truffando, sempre più ubriaco e violento, e mia madre che vaneggia, non parla o si esprime per metafore, dà d’ogni cosa un’interpretazione sempre più metafisica, lontana dalla realtà. L’ambiente è ostile, mia madre non ha amici, si sente sola, vuole la sua famiglia, le manca tanto, ne parla sempre – scappiamo, penso, mio padre non capisce, non gliene frega niente, non farà niente per lei, per noi… Rubo dei soldi, metto al sicuro mio fratello spedendolo dai parenti e pianifico di raggiungerlo con mia madre appena possibile. Finalmente riesco a convincerla e una notte partiamo di nascosto lasciando mio padre sul divano, ubriaco e nudo, incosciente. I miei zii non sanno come fare, mia madre smette di mangiare, è sempre più catatonica, la costringono inutilmente e senza convinzione ad andare da uno psichiatra, ovviamente non accetta le cure e allora gliele somministrano di nascosto, senza controllo e senza che vi sia una diagnosi vera e propria, senza che sia davvero seguita. Tuttavia sembra che stia un po’ meglio, ricomincia a mangiare e talvolta viviamo anche dei momenti sereni o divertenti. Allora decidono che è arrivato il momento che si prenda la responsabilità di se stessa, che prenda da sola le sue medicine, ma lei ovviamente non lo fa. Siamo al 26 febbraio. Mia madre dorme vestita, stringendo a sé la borsa, i taccuini, la rubrica piena zeppa di numeri telefonici. Era completamente bipolare, a vederla da fuori ti accorgevi che c’era qualcosa di strano, ma non così tanto. Torna buia e nera, senza darlo a vedere. Il 27 decide di tornare a casa da mio padre perché “in due ci si fa forza”. Prende il treno ed io la vedo passare in un attimo dal sorriso al vuoto totale. Arriva a Milano ma dice di essere altrove, ci telefona per sapere se può tornare, chiama mio padre e la realtà torna identica a se stessa, esattamente come non voleva che fosse. Cala il silenzio ed attua la sua vendetta. La notte fra il 28 e il 29 febbraio si toglie la vita.»

Pianti, veglie funebri. Comincia il saccheggio del cadavere. Ognuno si avventa: sui vestiti, sui gioielli, su tutto. Miriam vegeta, è sballottata come un pacco postale. Velatamente la accusano di non essere stata in grado di salvare sua madre, di essere in qualche modo responsabile della sua morte perché, forse, se avesse lasciato le cose com’erano, ogni cosa si sarebbe aggiustata da sé, per magia, per miracolo.

Miriam diventa aggressiva. Un’altra persona. Smette i panni mansueti e remissivi della figlia modello. A diciassette anni decide di tornarsene a casa, da sola. Suo padre cerca d’impedirglielo e lei se ne libera minacciando di denunciarlo. Verso la fine dell’anno scolastico incontra Elisa ed è subito amore, corrisposto, vissuto senza farsi domande.

«La vera “prima volta” l’ho avuta con lei – ed è stata magnifica, naturalissima. Un senso di liberazione, pulizia, di perdono, di conciliazione con me stessa, con il mondo, con tutti… È stata un’estate indimenticabile: vivevo da sola, fumavo e bevevo come una pazza, non avevo orari, regole, non dormivo, mi mantenevo attingendo il denaro da un conto bancario di mio padre gestito allegramente dalla banca. Elisa è stata la vita per me, è stata una fortuna esagerata, senza di lei non ci sarebbe stato niente perché avevo perso tutto: avevo perso il pianto, la gioia, qualsiasi sentimento, mi trascinavo in relazioni fredde, vacue e vuote nelle quali continuavo ad essere un oggetto e gli uomini lo erano per me, per motivi diversi, ovviamente. Sono stata l’orrido corrispettivo femminile della maschile fantasia della “botta e via – sesso senza complicazioni”, solo che io ne ero capace davvero, loro no. Ero ferma e fredda nei miei propositi, per me era uno sfogo – niente di più. Non avevo problemi sessualmente, ma gli uomini non m’interessavano, non mi emozionavano neanche un po’. Elisa, invece, era candida, pura, era un folletto, divertente, buffa, buona, intelligente, testarda, gioiosa – era tutto e lo è ancora, è diventata la mia famiglia. Insomma, ricomincia la scuola e i suoi trovano una lettera nella quale scrivevo semplicemente che provavo il desiderio di proteggerla ed amarla: succede il finimondo e questa reazione spropositata finisce per accelerare il nostro rapporto, perché se sino ad allora non c’era ancora stata una componente sessuale, da quel momento arriva, arriva il desiderio di scappare, di stringerci una all’altra. Mio padre intanto torna. Divento tirannica nei suoi confronti, cambio. Non può alzare le mani perché non glielo permetto più. Probabilmente ha cominciato a vedermi come un essere umano solo nel momento in cui gli ho impedito di usarmi violenza. Non se ne raccapezzava però mi trovava bella, ne sono certa. Ci sono stati dei momenti di tenerezza vera fra noi: talvolta mi guardava, mi toccava il viso e diceva, “Come sei bella, ti vedesse la mamma”. Rispetto al rapporto fra me ed Elisa, si comportava in modo strano: a tratti era persino complice, ma lo faceva più da amico che da padre. Elisa veniva da una famiglia alto-borghese, perbenista, cattolica. Era talmente bella che non poteva essere lesbica. Devi essere uno scorfano, un uomo mancato per andare con una donna, solo allora la gente riesce a farsene una ragione. Secondo me non è necessaria una cultura gigantesca per essere vicini ad una persona, per accettare l’omosessualità. Puoi essere anche l’ultimo dei contadini. L’intelligenza è un’altra cosa, non è cultura, però, sai come si dice: “una persona colta è più aperta…”, in effetti così avrebbero potuto essere i suoi genitori ma non lo furono. Sua madre era ossessionata dal suicidio della mia, non riusciva a darsene una spiegazione e perciò maggiormente mi avvertiva come una minaccia per la figlia, suo padre era la vittima di questa famiglia matriarcale nella quale l’uomo non ha senso, significato – erano sul punto di separarsi ma la nostra relazione ha finito per creare nuovi equilibri, è stata un pretesto per riunirsi, coalizzarsi contro un obiettivo comune: dividerci. Si è venuta a creare una situazione pazzesca: hanno assoldato un’agenzia d’investigazioni, hanno speso milioni per farmi controllare, hanno urlato, minacciato, messo in mezzo i miei parenti, mio padre, ma io ormai avevo smesso di avere paura. Quell’inverno mio padre mi buttò fuori di casa. Per stare vicina ad Elisa senza preoccuparla non le dissi nulla. Dormivo sulle panchine, nei garage, poi per fortuna ci fu l’occupazione della scuola e per un periodo dormì lì – non mi mancava assolutamente niente, sono stati mesi bellissimi. Ad aprile mi buscai una pleurite e mio padre mosso a compassione mi venne a prendere.»

Elisa era cagionevole – anoressica, bulimica. Sua madre era fissata con le diete macrobiotiche. La “vedevano grassa”, fuori dallo stereotipo della fighetta borghese alla page, ossuta e cigolante come le modelle fintamente patinate, faccia-fintamente-acqua-e-sapone-la-vita-è-un-parco-giochi-e-tutto-è-facile-se-sei-ricca-bella-e-scema. Ancora aspettative insane, devastanti – la negazione sistematica di una individualità da proteggere, preservare, incoraggiare. L’avevano depauperata, privata del piacere di crescere. L’incontro con Miriam è stato decisivo e forse le ha salvato non solo l’anima, ma anche la vita – le ha permesso di acquisire consapevolezza, autonomia, l’ha restituita a se stessa.

«Quando ci conoscemmo, a poco a poco smise di vomitare, ricominciò a mangiare. Un giorno i suoi genitori mi prelevarono con la forza per “parlarmi”, mi dissero che mi erano grati di questo ma che dovevo lasciarla perdere. Adesso sta bene, anche troppo! Quando l’ho conosciuta non aveva mai mangiato un toast, la cioccolata – ha visto la televisione per la prima volta a dodici anni. Avevano dei metodi educativi “alternativi”, loro. Una notte mi telefona alle tre e mi dice che sua madre l’ha buttata fuori. Le dico di tornare a casa e di chiamare i carabinieri, l’indomani avrebbe preso le sue cose e sarebbe venuta da me, tanto vivevo prevalentemente da sola, mio padre ormai se ne lavava le mani di tutto e tutti, non ci stava quasi più con la testa. Furono mesi di una gioia totale. Andavo avanti facendo i lavori più improbabili, i giorni erano veloci, passavano in un attimo, pieni di luce, tenerezza. Quando mio padre tornava lo sopportavamo. È stato pesante, penoso – in ultimo si era fatto testimone di Geova. Un giorno mi ha detto “Io faccio un figlio con lei, tu lo cresci e a diciotto anni lo diamo ai testimoni di Geova perché sarà il Messia” – era completamente andato. Nel frattempo mio fratello compie diciotto anni e decide di tornare perché vuol prendersi quel che è suo: soldi, casa, ecc. A giugno arriva, si piazza sul divano senza fare un cazzo dalla mattina alla sera, è narcolettico, prova ad ottenere da me prestazioni sessuali e di fronte al mio rifiuto m’implora di non guardarlo come se fosse un mostro – vai a spiegarglielo che non potevo guardarlo in modo diverso perché era un mostro. Io ed Elisa sopportiamo anche lui. Perdo l’anno perché devo lavorare altrimenti non si mangia, contestualmente esplode la malattia ed io comincio a star male senza sapere cosa avessi. I genitori di Elisa si piazzano davanti a casa nostra per una settimana, alla fine mi lascio pestare perché quella storia doveva finire, chiamo i carabinieri e li denuncio. Finalmente muore mio padre, mio fratello si prende tutto quello che può (tranne i debiti che sto ancora pagando) e se ne và inseguendo uno dei suoi deliri teosofico-razzisti. Elisa è stata eccezionale, talvolta mi chiedo come ha fatto. Ha vissuto tutto questo per me, con me. Senza di lei non so come sarebbe andata a finire.»

Sono passati quattro anni. Miriam, dopo essersi chiusa quasi completamente in se stessa sta cercano adesso di aprirsi. Elisa ha un ottimo lavoro in un’altra città che la impegna moltissimo. Ora è lei che dà una mano a Miriam. Si vedono poco. Il loro rapporto è in crisi anche per questo, non solo per le ricadute che la malattia di Miriam infligge loro, per il bisogno di conoscere cose nuove e sperimentarsi in relazione ad esse. Miriam ha ritirato la denuncia verso i suoi genitori ed ha favorito il loro riavvicinamento – un altro capitolo chiuso.

La immagino aggirarsi per casa, accudire i suoi gatti, passare le notti sveglia. Mi si stringe il cuore. Le chiedo cosa farà questo Natale, se lo passerà con Elisa o se sarà da sola – mi rassicura: per un po’ staranno insieme.

Domenica. È arrivato il momento di salutarci. Non siamo andate alla conferenza, non le ho fatto visitare la città. Il flusso di parole non si è quasi mai interrotto. Sono stati due giorni intensi, faticosi. Raccolgo i cocci. La guardo salire sul treno e comincio a preoccuparmi: avrà qualcosa per farsi da mangiare stasera? Riuscirà a dormire, stanotte?

Un’amica recentemente mi ha detto: «L’unica cosa che devi assolutamente evitare, è lasciarti coinvolgere» - lo so, ma, Dio, è così difficile - l’indifferenza uccide...

 

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