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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Con Maurizio non ci sono tentennamenti, non ci sono “se”, “ma”. Lui è un estroverso – ed è maschio, appunto. Secondogenito, ma prediletto – non è un dettaglio senza importanza.

Qualcuno avrà presente Tonio Cartonio, il personaggio televisivo del Fantabosco, nel programma pomeridiano dedicato ai più piccoli, “La melevisione” – ecco, Maurizio lo ricorda, assomiglia ad un folletto. Biondo, occhi azzurri, piccoletto e sodo, vivace, talvolta travolgente. È un leone – s’incendia e spenge con facilità. Ortocolturista, designer di giardini. Sposato. Due figli, maschi. E omosessuale, fidanzatissimo – finalmente (da single è insopportabile – monotematico).

Novembre, o giù di lì, non ricordo con esattezza. Primo pomeriggio. Arriva con Yago (cinque anni – rapporto simbiotico, sono due gocce d’acqua), lo sistema sulla poltrona sincronizzandolo con il Games Boys e, stimolato da alcune mie incerte domande, comincia subito, senza imbarazzi…

«La prima esperienza sessuale l’ho avuta a dodici anni, con un’amica di mia madre che ne aveva trentasei. Pedofilia? Non so, non lo considero un episodio traumatico. Per il resto, la mia adolescenza è stata piuttosto normale. Con gli amici giocavamo, facevamo le cose che facevano tutti alla nostra età, in un contesto sociale di campagna, di paese. Giochi erotici abbastanza innocenti, certo, fra maschi (alcuni, poi, si sono rivelati per quello che erano: omosessuali – come me), ma prendendo delle cotte per le ragazze – però non saprei dire se questo accadeva per dovere o per piacere, perché alla fine tornavamo sempre fra noi, solo fra noi avevamo una sessualità davvero spensierata, fantasiosa. Quindi c’è stato lo sradicamento, l’allontanamento forzato dalla vita di paese. Nessuno sapeva niente, nessuno faceva niente, però venne fuori che, fra tanti, io ero quello strano. Ad un certo punto le famiglie dei miei amici decisero che non dovevo più uscire con loro. Ad oggi non me lo spiego. È vero che mi comportavo piuttosto spontaneamente, liberamente, ma ti giuro che non ero poi molto diverso dagli altri. Inoltre m’iscrissi alle scuole superiori di un’altra città e a poco a poco il distacco divenne definitivo. Ma quando tornavo, l’offesa ricevuta mi spingeva ad esserlo davvero, più per provocazione che per altro. C’è stata la fase punk, quella dark, allora sì che ero strano, drogato e tutto il resto. Trent’anni fa, in un paese di campagna – puoi immaginarti le reazioni e le chiacchiere…»

Servo il caffè e rimugino - c’è qualcosa che non mi torna. Maurizio non è più effeminato di altri uomini eterosessuali che conosco…

«Forse ero quello più facilmente attaccabile a causa della mia estrazione sociale, un corpo estraneo, in ogni caso. La mia famiglia non è mai stata completamente accettata, vuoi per le opinioni politiche fortemente e dichiaratamente orientate a sinistra, vuoi perché i miei erano contadini, vuoi perché mi avevano iscritto ad una scuola d’élite, semi-privata, frequentata dai figli della media borghesia ed io, un contadino, ero più bravo di loro, vuoi perché godevo di privilegi particolari che gli altri ragazzi non si sognavano neppure. Pensa, potevo disporre liberamente di un appartamento già a sedici anni! Questa ed altre cose non andavano giù a parecchia gente, prete compreso. Ma io non ero così libero perché avevo dei genitori particolarmente moderni o all’avanguardia, tutt’altro. Erano e sono tradizionalisti. Lavoravano dalla mattina alla sera, non avevano tempo per occuparsi di me, reprimermi, ne pensavano occorresse farlo – ero comunque il maschio di famiglia. A mia sorella, che ha sei anni più di me, è andata decisamente peggio. Non poteva far niente se non l’accompagnavo io. Orari rigidi, nessuna autonomia, né voce in capitolo. Io a sedici anni potevo già dormire con chi mi pareva, anche ragazzi, nudi, abbracciati, lei ha dovuto sposarsi per poterlo fare. Che poi, a pensarci bene, non capisco la sorpresa di mia madre, ora, che a quarant’anni mi dichiaro… Forse a quel tempo ha lasciato correre perché ero giovane, forse perché aveva altro a cui pensare…»
«Forse ti ha dato una delega in bianco perché eri il figlio maschio e sicuramente avresti fatto quello che dovevi. È probabile che non se ne sia nemmeno accorta, o che non gli abbia dato alcun peso, semplicemente...»
«Sì, e perché adesso glielo dà?»
«Perché è adesso che hai preso una posizione netta e univoca, hai dichiarato pubblicamente uno status che mette in piazza te, la tua e la sua famiglia esponendovi al giudizio…»
«È arrivata a dirmi: “D’accordo, hai sfatto un matrimonio, ma almeno trovati un’amante donna!” - va bene tutto, ma finocchio proprio no…»

Yago ha sete – in via eccezionale ho il permesso di versargli mezzo bicchiere di Coca. È quieto, gioca instancabile con il suo marchingegno. Maurizio lo adora e Yago adora lui – starebbero sempre insieme, se potessero. Li guardo e penso che in giro non ci sono molti padri così presenti, capaci di tanto amore e autorevolezza…

«Dov’ero rimasto? Ah, la scuola… Ho subito molto l’impatto con l’educazione maschilista, con certi atteggiamenti maschili… La competizione, l’aggressività, gli scherzi anche pesanti, i giochi di squadra, la conta dei peli, la verifica della lunghezza del pene, erano tutte cose nelle quali non mi riconoscevo, che m’imbarazzavano – un imbarazzo che invece non provavo con le ragazze, con loro mi sentivo accolto, protetto. I compagni mi prendevano in giro per questo, ed anche perché ero secchione. Gli adulti mi dicevano che non avevo grinta, carattere. Mi ci sono voluti molti anni prima di capire che si sbagliavano tutti, e molto. Il periodo dell’Università, nei primi anni Ottanta, è stato interessante perché era un misto tra la vita di paese (quella dell’infanzia, dei giochi), e la vita di città, da adulti. Ho convissuto con un ragazzo, stavamo insieme. Lì la situazione era a macchie di leopardo: in certe facoltà (architettura e lettere, ad esempio) l’omosessualità non era un problema, anzi, in altre (economia e commercio), era meglio tenersela per sé. Per quanto non ci fossimo dichiarati, alla fine l’aria si fece pesante: dovemmo cambiare appartamento ed io addirittura facoltà. Poco dopo vinse una borsa di studio – non me la sentii di seguirlo, ne potevo farlo economicamente, interruppi gli studi e le nostre strade si separarono.»

Yago si avvicina a Maurizio, gli parla in un orecchio. «Chiedilo a lei…». So già cosa vuole, ormai è un’abitudine: «Vuoi un cioccolatino?». E lui, timidamente: «Sì». «Uno solo però…». Lo prende con gentilezza, lo scarta con calma. Un ometto che, spero, non si farà fregare, imparerà da suo padre ad avere rispetto per gli altri e per se stesso.

«Da quel momento mi sono messo a girare l’Europa. Ho fatto un sacco di esperienze e conosciuto tante persone. Tornavo a casa solo nei periodi più freddi ed ogni volta mi sentivo sempre di più come in gabbia. Prima d’incontrare Karin, qui non riuscivo ad avere contatti umani di alcun tipo, lavoravo un po’, aspettavo la primavera e ripartivo. Karin l’ho conosciuta al mare. Figlia di emigranti italiani in Germania. Era in vacanza. Mi piacque, moltissimo. Pensai: “Questa è l’ultima volta che tento con una donna, se va bene mi fermo, se va male, basta”. Per me fu amore a prima vista. La corteggiavo, le promisi di raggiungerla in Germania – lei non ci credeva, pensava ad un’avventura passeggera, con un italiano. Alla fine però la convinsi e da subito instaurammo un rapporto basato sulla fiducia e sulla sincerità. Ero consapevole della mia omosessualità, ma non mi accettavo del tutto. Quasi scusandomi le dissi di me. Non fu un problema. In Germania sono molto più aperti di noi, non c’è questa separazione netta fra gay ed eterosessuali. Ci sposammo. Quindici anni insieme, crescendo insieme, facendo ogni cosa insieme: esperienze, progetti, tutto. Ci piaceva pensarci ed essere “diversi”, una coppia originale, fuori dagli schemi, come in Italia era difficile incontrare - ci faceva sentire migliori, capaci di superare qualsiasi cosa, ma non ci semplificò la vita. Abbiamo avuto due figli, voluti entrambi, Yago e Michele, il più grande. Quando è nato (un parto veramente difficile, Michele e Karin hanno rischiato la vita e poi sono stati male per lungo tempo), i medici non volevano parlare con noi. Lei aveva le unghie laccate di nero, io capelli dritti, tinti di verde – come genitori, secondo il loro insindacabile giudizio, eravamo del tutto inattendibili, inaffidabili. Parlavano con i nostri familiari, ma non con noi. Abbiamo subito ogni sorta di abuso e arbitrio, alla fine li ho denunciati per incompetenza e, contro la loro volontà, mi sono portato a casa moglie e figlio. Tutto si è risolto per il meglio, certo, ma sono ancora adesso arrabbiato…»

Lo è davvero e non è una questione di orgoglio ferito. Quando si tratta di diritti, affetti e salute, certa gente andrebbe lobotomizzata.

«Insomma, qualsiasi cosa pensassero gli altri, ormai ero padre di famiglia. Lavorai sodo, riuscii a specializzarmi e quasi contemporaneamente alla nascita di Yago entrai a lavorare come designer di giardini per una coppia facoltosa - omosessuale. Dopo tanto tempo, e forse per la prima volta, mi resi conto che si poteva essere gay senza vergogna, senza difficoltà, normalmente, in due. E mi ricordai chi ero stato, ricordai chi ero. Cominciai a star male – fisicamente. Prostatiti a trentasei anni, roba strana, valori sballati, mal di testa che duravano per mesi - i medici non ci capivano nulla e come facevano? Somatizzavo, senza averne coscienza. Andai in analisi. In un anno e mezzo non ho mai potuto parlare di omosessualità – il medico non voleva. Dopo il nome, la seconda cosa che gli dissi fu: “sono omosessuale”. Se mi avesse lasciato fare non avrei parlato d’altro e allora, forse, non avremmo concluso nulla. Quando capii che mi stavo annullando e che se avessi continuato sarei morto, cercai un compromesso, cominciai a tradire Karin. Male, naturalmente. In modo confuso, compulsivo, autolesionista. Rapporti occasionali, saune, pinete. Solo sesso, nessun rapporto umano – d’altronde, in quei luoghi, in quel modo, che rapporti umani si possono pretendere!»

Ridiamo. Le battutacce si sprecano. “Cagnite acuta”, lui lo chiama così il sesso selvaggio, senza capo né coda, quello fatto ovunque, comunque e quasi con chiunque. Gli uomini, gay in particolare, lo apprezzano e lo praticano molto. È pressappoco uno sport, per alcuni un chiodo fisso, il primo ed unico pensiero.

«Karin era all’oscuro di tutto. Avevo paura di perdere la mia famiglia, il suo amore, le mie sicurezze, avevo paura di fare un salto nel buio, avevo paura di me stesso, mi sentivo una schifezza. Poi ho incontrato Gil, poco più di un ragazzo, e mi sono innamorato dell’amore che aveva per me, dell’amore che avrei potuto dargli. Carino, dolce, gentile, pulito – e mi sono sentito finalmente in pace. Sì, potevo innamorarmi di un uomo. Era possibile, poteva accadere da un momento all’altro, volevo accadesse – a quel punto ho dovuto parlarne con lei, non potevo più continuare a mentire, fingere. Karin avrebbe potuto lasciarmi prima, ma mi amava, anche lei aveva paura di perdermi, perdere tutto. Entrambi abbiamo messo la testa sotto la sabbia, per tanto, troppo tempo. Solo che io un percorso autonomo lo avevo affrontato, bene o male mi ero reso indipendente, ero pronto – lei no. Fu quasi un fulmine a ciel sereno. Al culmine dell’euforia, mi prese quella che io chiamo la “sindrome del Mulino Bianco”: visto che io volevo diventarlo, tutti dovevano essere soddisfatti, felici e contenti, per se stessi e per me. Le proposi di rimanere amici, di continuare a vivere e allevare i figli insieme, di trovarsi un compagno così come me lo sarei trovato io, ma, ovviamente, queste cose non funzionano quando uno dei due è ancora innamorato, ha tanto investito sull’altro e ci crede, ancora. È stato ed è difficile, per entrambi.»

Sì, Karin non l’ha proprio digerita. Malgrado l’apertura mentale, ha difficoltà ad uscire dagli stereotipi, dai preconcetti, si sente perciò in diritto, come fa quasi ogni donna abbandonata dal coniuge, di imbastire contro di lui le più abusate cautele legali e strategie psicologiche. Maurizio ne è profondamente ferito: non farebbe mai nulla contro sua moglie e i figli, non ha nessuna intenzione di mancare ai suoi doveri e poi non ha mai avuto una mentalità maschilista – tanta aggressività, diffidenza e malafede gli causa offesa, dolore e rabbia.

«Da quel momento è cominciata la mia lotta personale per farmi accettare come gay e come persona che non può più vivere nell’ipocrisia: da lei, dalle nostre famiglie, dai nostri amici comuni, dalla società ed anche da una buona parte dei miei amici omosessuali che sono pieni di pregiudizi, che sono omofobi senza saperlo. Gli unici con i quali non ho avuto alcun tipo di problema, sono i miei datori di lavoro e i miei figli. Senza dubbio ho agito e agisco maldestramente, ma i giudizi sono impietosi, non mi si perdona quasi nulla. Mi sono represso così a lungo, che ora non voglio più fingere di essere una persona diversa da quella che sono, non voglio più nascondermi dietro ad una facciata di normalità che non esisteva prima e non esiste adesso.»

Pausa toilette. Quando torna mi dice che le donne hanno avuto molta importanza nella sua vita, anche per capire le piccolezze…

«Vedi, quando vado in bagno, non ho bisogno di alzare la tavola perché, se posso, mi metto a sedere. È stata Karin che mi ha insegnato ad avere rispetto delle persone con le quali convivo. Ti garantisco che la mia virilità non ne è minimamente svilita, non mi costa nulla comportarmi da persona civile…»

Ride. Io no: «Ti garantisco che una donna lo apprezza tantissimo… Sapessi quant’è raro trovare un uomo che mette in discussione i suoi sentimenti, i suoi privilegi, che rinuncia ad esercitare il suo potere e la sua autorità anche attraverso le piccole cose che sono solo apparentemente insignificanti – pisciare fuori dal vaso è una di queste. Certo, hai incontrato una persona speciale che ti ha aiutato, ma se tu non avessi una sensibilità particolare, una disponibilità a non indugiare sul tuo piedistallo difendendolo con le unghie e con i denti…».

Maurizio mi ringrazia, quasi stupito. Strano, per un egocentrico come lui…

Yago reclama attenzione. Maurizio gli porge un astuccio e dei fogli bianchi. Giochiamo un po’ insieme – gli chiediamo di disegnarci qualcosa di speciale e quando finalmente ha trovato l’ispirazione, ricominciamo. Coming-out…

«Gli ultimi a cui l’ho detto sono stati i miei genitori. Ma a onor del vero non avevo intenzione di arrivare a tanto. Sono persone anziane, con la quinta elementare, una separazione mi sembrava sufficiente. Poi ho pensato che tutti lo sapevano, quindi era meglio che glielo dicessi io prima che lo facesse qualcun’altro. Inoltre, avevano già iniziato a scaricare tutte le responsabilità del fallimento del mio matrimonio su Karin, e questo non mi andava proprio anche perché non era vero. “Lei non c’entra nulla” – ho detto a muso duro – “È colpa mia perché sono finocchio, mi piacciono gli uomini”. Mia madre ha fatto una faccia che non so descrivere, pensavo che svenisse, poi mi ha chiesto se i figli erano miei - di fronte a Karin. La mattina dopo mi ha aspettato fuori casa e mi ha detto: “Mi spiace di averti creato male, sbagliato”. Quindi ha continuato a farlo, ogni mattina, dicendomi ogni volta qualcosa di diverso, a pizzichi: “Ma sei sicuro?”, “Non è che tutte le medicine che hai preso in passato ti hanno fatto male?” – alla fine l’ho portata dal nostro medico in modo che gli spiegasse che cos’è l’omosessualità e lui ha fatto scena muta! Così, siccome il silenzio equivale ad un assenso, mi fa: “Lo vedi che c’ho ragione io? È una malattia!”… Allora un amico mi ha prestato il libro “Figli diversi”, ed anche se con fatica, la sto aiutando a leggerlo…»
«E tuo padre?»
«Gliel’ha tirato dietro!»

Immagino la scena – irresistibile.

«All’inizio, io e mia mamma avevamo concordato di non dirgli nulla, ma poi, visto che adora tramare alle spalle, ha spifferato tutto. Abbiamo fatto una chiacchierata piuttosto tranquilla durante la quale, con mia grande sorpresa perché non è certamente un uomo ragionevole, ho avuto la sensazione che non ci fossero grossi problemi: mi ha solo chiesto di non portare i miei compagni a casa perché preferiva non vederli. Richiesta comprensibile, se vuoi. Poi, dopo qualche giorno, gli è girata la luna: mi ha spaccato la macchina, parole grosse, sputi, spintoni, voleva buttarmi fuori di casa e mia madre lì, che lo aizzava: “Vigliacco, hai rovinato una famiglia per un culo!”… Ho dovuto chiamare il 113, ho consultato un avvocato e li ho diffidati. Era l’unico modo per fargli capire che io a certi giochi non ci sto, con me non attaccano né i ricatti, né le minacce. Non ci siamo parlati per mesi, ora fanno più o meno finta di nulla, mi danno una mano a ristrutturare una stanza accanto a casa mia, sopra la loro, perché, comunque, con la mia famiglia non posso stare. Voglio avere la possibilità di ospitare il mio ragazzo, i miei amici, e voglio che per Karin sia lo stesso, senza imbarazzi e sovrapposizioni. Ma nemmeno voglio abbandonare i miei figli, voglio stargli vicino, essere presente. Per quanto complicata e non realizzabile a breve, andare a vivere accanto a loro mi sembra la soluzione migliore.»

E la reazione all’esterno della famiglia? Brutta. Due episodi, in particolare, danno un metro di valutazione significativo e allarmante…

«Per mesi ho cercato inutilmente una stanza in affitto dove trascorrere i fine settimana con Bruno, il mio ragazzo. Ho telefonato a tutti gli inserzionisti che offrivano una camera, ho girato tutte le agenzie immobiliari di Lucca e dintorni specificando, ogni volta, che ero gay e il motivo della mia richiesta – d’altronde, se si va in affitto in casa d’altri, mica si può tacere una cosa come questa, no!? Beh, le stanze che sino ad un attimo prima erano libere, improvvisamente si smaterializzavano, sono stato ignorato ed anche insultato pesantemente, una ragazza ha addirittura detto che doveva convocare l’assemblea di condominio per chiederne il parere, solo una persona mi ha fatto addirittura lo sconto, era gay - ma non ho potuto approfittarne perché il prezzo della stanza era veramente fuori dalla nostra portata… Ad oggi ci arrangiamo: B&B, ospitalità presso amici, quello che capita, insomma, ma non è facile, è stancante, destabilizzante, dispendioso e poi non posso portare con me mio figlio, se invece avessimo un posto nostro… Sarebbe bellissimo. L’altro episodio al quale ti riferisci è accaduto in un bar vicino a casa, dove vado spesso - se ci penso mi tremano ancora le gambe. Stavo facendo colazione e leggevo il giornale, un bell’articolone sul PACS, a caratteri cubitali. Un tizio, da dietro, comincia ad inveire contro i gay: “Froci maledetti, li metterei tutti al muro!” e gli altri avventori, compresa la barista, dietro, a ruota libera. Insulti, improperi, anche contro le lesbiche, alla fine non ce l’ho fatta più e sono sbottato: “Io sono gay ma non mi sono mai sognato di augurare la morte a qualcuno!”. Tempo un secondo, il tipo che urlava mi è addosso, caschiamo in terra, riesco ad immobilizzarlo, mi giro verso gli altri e dico: “Fate qualcosa, non lo vedete che se lo lascio mi fa del male?” – sono tutti pietrificati, a bocca aperta, mi guardano come fossi un marziano, ma nessuno muove un dito. Avrebbe potuto ammazzarmi e nessuno avrebbe fatto nulla per impedirglielo…».

Sfonda una porta aperta, con me. So bene cos’è la paura, lo smarrimento che ti prende quando ti rendi conto di essere solo come un cane, carne da macello.

Lo ammiro. È un uomo coraggioso, degno della mia stima - per quello che conta.

Finito. Yago comincia a dare segni d’insofferenza, vuole andare a casa, è stanco.
«Su, metti le matite nell’astuccio e andiamo…». Non ha voglia. «Le matite sono tue, quindi se vuoi andare a casa devi metterle a posto».
Cede. Mi mostra un foglio sul quale ha tracciato una serie di linee inestricabili. «Cos’è?» - gli chiedo. «Una farfalla…».

Ovvio, com’ho fatto a non capirlo da sola…

 

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