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Non
ho mai pensato a me come ad una persona che di tanto in tanto scrive racconti...
mi limito a trascrivere quanto più fedelmente possibile la realtà
così come la vedo: scatto fotografie, uso i chiari e gli scuri
per ritrarre ciò che percepisco, uso le parole come fossero colori,
tendo le mani e afferro l’aria per trattenerla... Il mio è,
forse, il tentativo di dare dignità e valore anche alle piccole
cose senza ficcare troppo il naso e senza tentare di darne per forza una
spiegazione. Inquadro, scatto e via, consegno ai “vedenti”,
fermati nel tempo, brandelli d’esistenza che l’attimo racconta
e, a me pare, talvolta di cogliere...
Da
mesi Ersilia era in ospedale costretta in una inattività indesiderata
che ne acuiva sempre di più le sofferenze. Avvolta in una fitta
ragnatela di tubicini trasparenti, circondata da sacche ricolme di liquidi
nutrivi cristallini o maleodoranti umori direttamente provenienti dalle
sue viscere inermi, guardava con sgomento il corpo scarnificarsi. Impotente
assisteva a quel lento, inarrestabile disfacimento ed ogni occasione era
buona per lamentarsi, discutere, imprecare: accusava i suoi familiari
di trascurarla colpevolmente, malediva le infermiere, i medici e chiunque
dimostrasse poca solerzia, interesse o attenzione per i suoi irrisori
bisogni. Di fatto non sapeva rassegnarsi alla progressiva perdita d’autorità
e autonomia.
Perché
si ostinassero a tenerla in vita non riusciva a capirlo. Sapeva solo che
qualcosa aveva smesso di funzionare proprio come accade ad un vecchio
ingranaggio logorato dal tempo e dal gran uso che se n’è
fatto. Tutto quel darsi da fare per convincerla che presto sarebbe tornata
a casa la offendeva – avrebbe preferito sentirsi dire la verità
piuttosto che essere trattata come una bizzosa, inacidita o, peggio, sclerotica
vecchiaccia. Se avessero avuto maggior rispetto della sua persona, forse
avrebbe accettato l’umiliazione di non poter badare a se stessa,
forse avrebbe persino sopportato in silenzio le inutili torture fisiche
e morali alle quali la sottoponevano ogni giorno – invece niente,
nessun riguardo e nemmeno un briciolo di comprensione. Sessantotto, ecco
quello che era diventata: un numero, null’altro che un numero in
cima ad una cartella clinica – un fastidio, una seccatura, un’inservibile
carcassa senza dignità né storia.
Le
giornate di Ersilia erano tutte uguali: alle sei, mentre ancora dormiva,
le facevano il primo prelievo di sangue e poi tre brucianti iniezioni,
quindi, quando ormai era definitivamente sveglia e dolorante per il trattamento
subito, un bel buco nel dito per controllare la glicemia, la misurazione
della pressione, della temperatura, dei liquidi drenati, se necessario
la sostituzione delle sacche, la quotidiana medicazione delle piaghe da
decubito, il lavaggio e la profumazione con acqua di colonia, il cambio
della biancheria intima, della camicia da notte e delle lenzuola. Tutto
cominciava con l’irruzione improvvisa e rumorosa dell’infermiera
addetta alle terapie e terminava un’ora dopo con la distribuzione
delle colazioni. Solo allora Ersilia poteva chiudere gli occhi per non
vedere le altre degenti mangiare, alzarsi e andare al bagno da sole.
Alle
nove, Giovanna, l’infermiera professionale che si occupava dell’assistenza
notturna, se ne andava lasciando il posto alla nuora, al figlio o al marito
verso i quali, Ersilia, aveva maturato un risentimento evidente, in parte
giustificato.
Era
sempre stata una donna energica, esigente, volitiva. Le avversità
e le delusioni che aveva vissuto anziché addolcirne il temperamento,
con il passar degli anni l’avevano resa addirittura dispotica. Non
aveva mai sopportato la mancanza di carattere, eppure, chissà perché,
aveva sposato un uomo che ne era quasi totalmente privo e da lui aveva
avuto un unico figlio che ne era divenuto il ritratto vivente, ma la cosa
veramente buffa è che la storia si era ripetuta: Mauro aveva sposato
una donna del tutto simile a lui e insieme avevano generato un clone!
Un flagello del quale pareva rendersene conto solo lei, cosicché,
per evitare che quegli smidollati si rovinassero con le loro stesse mani,
aveva preso il controllo della famiglia instaurando una vera e propria
dittatura matriarcale. «Di quattro non se ne fa uno!», ripeteva
rassegnata sentendosi addosso tutto il peso dei suoi settantacinque anni:
a cos’era servito prendersi cura di quelle pappe molli se adesso
non erano nemmeno capaci di girarla su un fianco, se non sentivano il
bisogno di proteggerla dalle infermiere e dai medici? A cos’era
servito risparmiargli la fatica di pensare e provvedere alle necessità
della vita se ora la ripagavano lasciandola in balia di quel branco di
macellai ai quali non poteva importare un fico secco della sua persona?
Possibile che lei, proprio lei, avesse sbagliato qualcosa? O non era piuttosto
che gli erano toccati in sorte quattro cronici smidollati? Ma le sue non
erano domande, erano semplici constatazioni alla fine delle quali diveniva,
se possibile, ancor più intrattabile e intransigente...
«Dorino»
- intimava al marito che era un po’ sordo e il più delle
volte non riusciva a sentirla - «tirami su!», ma lui rimaneva
lì, con lo sguardo perso, assente, e allora si vendicava umiliandolo,
infierendo contro il suo handicap senza pietà.
«Lidia,
visto che sei tanto indaffarata nelle tue faccende e quando sei qui non
hai nulla da dirmi, potresti anche startene a casa...», suggeriva
a sua nuora con malignità e acredine nel tentativo di farle venire
dei sensi di colpa dai quali, comunque, pareva essere immune.
«Vedi,
Mauro, a voi non importa nulla di me, ammettetelo. Lidia viene in ospedale
per leggere quelle sciocche riviste, tuo padre capisce fischi per fiaschi
– cascassi in terra neanche se ne accorgerebbero! Ma che ci vengono
a fare qua? In quanto a te, invece di star dietro ai dottori, te ne vai
in sala d’aspetto a fumare... Che devo fare, dimmelo – non
posso continuare a pagare Giovanna all’infinito, quella ogni volta
che viene prende centocinquanta fogli da mille, mica discorsi! E per fortuna
che c’è lei – hai visto come mi trattano le infermiere?
Le chiamo e non vengono; quando vengono, magari perché ho bisogno
della padella, me la mettono e poi se la dimenticano; il sacchetto del
drenaggio perde ma per loro è tutto a posto, nemmeno lo guardano
ed io mi sporco tutta con quella robaccia, è una settimana che
mi hanno fatto questo buco nel collo e ancora non me l’hanno medicato;
si ostinano a spaccarmi le vene delle braccia, prendono sangue, iniettano
roba, io chiedo a che serve ma non me lo dicono – insomma, Mauro,
possibile che nessuno di voi capisca?» - e lui: «Se vuoi venir
via presto, mamma, devi portar pazienza. Quello che ti fanno serve per
farti star meglio. Bisogna che tu sia più comprensiva con le infermiere
perché non possono starti dietro tutto il giorno, ci sono anche
gli altri pazienti e poi sono poche, non possono far tutto...»
«Ma che discorsi, Mauro, mica possono far finta di nulla! Se chiamo
è perché ho bisogno anch’io, come tutti gli altri...»
«Uffa, mamma, lo so – ma non è colpa loro, è
colpa del governo che ha tagliato i fondi: l’organico non è
sufficiente...»
«Questa non è una buona ragione per non fare il proprio dovere!
E come se non bastasse vi ci mettete anche voi: Dorino, tu e tua moglie
non siete nemmeno capaci di levarmi la padella di sotto il culo!»
«Mamma, non è compito nostro – e se poi sbagliamo qualcosa?»
«Ma che vuoi sbagliare? Mi sollevi e la sfili, tutto qua!»
«Lo sai che facciamo del nostro meglio, anche più di quanto
potremmo. Lidia, ad esempio, è un mese che si alza alle sei per
far le faccende, portare Roberto a scuola e poi venire a dare il cambio
a Giovanna – sei ingiusta se pensi che ti trascuri. Lo sai che deve
badare anche a papà che a suon di fare su e giù s’è
beccato un malanno ed ora non sta nemmeno bene...»
«Il malanno l’ho io che sono costretta a star qui in queste
condizioni, che non mi fanno mangiare e non si decidono ad alzarmi dal
letto!»
«Non ti possono dar da mangiare perché il tuo intestino non
funziona ancora come dovrebbe e poi, dove vuoi andare con tutti quei fili?»
«Anche volessi andarmene da qualche parte non potrei perché
non muovo più le gambe... Per quale ragione agli altri mandano
il fisioterapista e a me no?»
«Forse perché è presto, mamma, sei debole, devi rimetterti.
Vedrai che quando starai meglio il fisioterapista verrà anche da
te...».
Ersilia aveva ragione a preoccuparsi, la stavano trascurando davvero e
questo accadeva sempre con i degenti di vecchia data, quelli anziani che
forse non sarebbero sopravvissuti – da soli o quasi. Sì,
suo figlio avrebbe fatto meglio ad arrabbiarsi con la capo sala e con
il primario, avrebbe fatto meglio a pretendere il fisioterapista e tutto
il resto, ma non era il tipo che alzava la voce, né pensava che
occorresse farlo...
«E poi, che significa quel marchingegno, che c’è lì
dentro, cosa stanno sperimentando?» – ad Ersilia non glielo
levava nessuno dalla testa che non era per zelo o spirito umanitario che
l’avevano attaccata a quella strana macchina dispensatrice d’un
misterioso liquido lattiginoso...
«Quell’aggeggio, mamma, è il tuo ristorante. In quella
sacca ci sono le tue lasagne, le tue bistecche e quant’altro serve
per rimetterti in piedi - senza quella roba moriresti di fame!»
«In tutto l’ospedale ci sono solo tre macchine come quella
- spiegami perché, con tutta la gente che sta male e non può
alimentarsi da sola, una è finita qui...»
«Forse si sono stancati del tuo caratteraccio e vogliono rimandarti
a casa alla svelta, mamma!»
«Falla finita, Mauro, lo sai che io a casa non ci tornerò...
fatela finita tutti quanti, lasciatemi morire in pace!»
«Non devi abbatterti in questo modo, mamma – sei tanto migliorata!
Pensa a chi sta peggio, pensa a com’eri ridotta qualche mese fa,
invece adesso ti mettono a sedere in poltrona, fai la cacca e la pipì
da sola...»
«Grazie tante, ma se non era per me il catetere mica me lo levavano...
“Ersilia, non dica sciocchezze, come fa a dire che le scappa ma
non riesce a farla? Col catetere non se ne può accorgere, la fa
e basta – quante storie!”, però di controllare neanche
a parlarne e di toglierlo meno che mai! Alla fine ho dovuto minacciare
di levarmelo da sola! Se era per voi potevo scoppiare!»
«Accidenti, mamma, possibile che tu non sia mai contenta? Pensa
che fra qualche giorno ti daranno addirittura il tuo primo semolino...»
«Capirai che sforzo... il drenaggio però mica me lo levano
e continuano a darmi il sangue, continuano a levarmelo, che senso ha?
E poi: perché mi esce ancora quella roba dalla pancia? Perché
la cacca è nera?»
Alla fine, Mauro doveva arrendersi. Tutto quel balbettare stupidaggini
avrebbe irritato chiunque, figuriamoci sua madre. Così, come al
solito, dopo ogni battibecco si mostravano offesi, ostentavano indifferenza
uno per l’altra. Mauro si metteva a leggere il giornale o andava
a fumare. Ersilia, nonostante la rabbia, la paura e lo scoramento, rimaneva
in silenzio, senza piangere, assorbita nei suoi pensieri, guardando fuori
dalla finestra il tiepido sole d’autunno far capolino da dietro
le fronde di un albero. Guardava spesso in quella direzione, guardava
l’azzurro intenso del cielo senza riuscire a darsi pace. Da quel
letto aveva visto l’estate andarsene, le foglie colorarsi e cadere.
Aveva visto la pioggia, il vento ed ogni giorno un’alba ed un tramonto
diverso. Le avevano dormito accanto altre donne, dapprima sofferenti,
poi finalmente liete. Le aveva viste arrivare, ne aveva ascoltato i lamenti,
infine le aveva guardate riporre nei loro borsoni gli effetti personali,
le aveva sentite giurare che sarebbero tornate a trovarla ma sapeva che
non era vero, che mentivano. Nessuno si volta per guardare in faccia una
malattia o la morte – è giusto e naturale che sia così,
l’avrebbe fatto anche lei se fosse stata al posto loro.
Una
lunga degenza è fatta di gesti e avvenimenti semplici, ritualizzati,
meccanici, infinite volte ripetuti, sempre eguali. Ersilia pensava a quei
freddi, immobili sacchi di plastica blu – ne aveva visti portare
via tanti e tutti erano passati davanti alla sua stanza. Pensava alle
infermiere, ai loro visi chini sulle sue braccia martoriate, sul suo ventre
violato. Quelle donne indaffarate agivano maldestre, frettolose, distratte
– procuravano lacerazioni che la carne avrebbe sopportato e il tempo
guarito. Solo l’opera del chirurgo sarebbe rimasta scolpita nelle
viscere, traccia invisibile e incancellabile del suo passaggio, del suo
potere, della sua colpevole, volontaria indifferenza.
I
pensieri si sovrapposero alle voci dei visitatori. Era l’ora del
passo, l’ora dei fiori e dei biscotti... Si sentiva stanca, Ersilia,
tutto quel sali e scendi dalla padella l’aveva sfinita. Avrebbe
voluto riposare, ma con quel baccano...
«Che
brutta fine...» - pensò guardando suo marito, suo figlio,
sua nuora e suo nipote impegnati in una conversazione con i parenti di
un’anziana signora arrivata da poco - «...finire così,
in un letto d’ospedale...», poi, senza rendersene conto, chiuse
gli occhi e smise di soffrire.

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