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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

«Avevo una parente alla quale in famiglia pochi accennavano, ma se qualcuno la rammentava subito qualcun altro si affrettava a cambiare discorso. Ero una bambina, m’incuriosiva questa figura misteriosa che non avevo mai visto e nessuno invitava per le feste comandate. Da noi c’era l’usanza di riunirci tutti, erano festeggiamenti grandi e complicati. Le donne si mettevano ai fornelli già nei giorni precedenti: pasta fatta in casa, tortelli, arrosti, sughi, torte… Mamma tirava fuori i serviti buoni ed io dovevo dare una mano nei preparativi: lucidare le posate, le brocche e i bicchieri per il vino, l’acqua, lo spumante, lavare le porcellane, rinnovare le tovaglie del corredo e i tovaglioli ricamati, preparare e disporre le ceste traboccanti di frutta secca e fresca. Gli uomini rifornivano la legnaia, infiascavano il vino, allestivano il salone predisponendo i tavoli messi a ferro di cavallo, accoglievano i parenti che venivano da lontano e li intrattenevano offrendogli il novello già dal mattino… Ho visto più nasi e gote rosse durante la mia giovinezza che in tutto il resto della mia lunga vita… certe cantate…»

Livia è una donna di sessant’anni, capelli completamente bianchi, mani callose, la pelle del viso distesa, da fare invidia, e un’espressione simpatica che mette di buon umore. Vive ancora nella cascina dove è nata e cresciuta. Ha tre figli accasati ed un buon marito che la segue come un’ombra, premuroso e silenzioso – lei non ha bisogno di chiedere, lui sa sempre cosa vuole e l’accontenta. Mi accolgono con semplicità, in una giornata limpidissima. Mi mostrano lo splendido panorama, poi la casa: odore buono di legna arsa, bucato appena fatto, mosto; vecchi mobili contadini, caminetti e stufe di ghisa, soffitti a travicelli imbiancati, in terra mezzane consumate, quel buon cotto che una volta si teneva pulito strofinandolo con la scopa di saggina e un po’ di segatura inumidita.

«Venga, approfittiamo di questo bel solicello e mangiamo fuori… Marta, portami lo scialle quando scendi!»

In veranda, Gino ha già messo in tavola salumi e formaggi nostrani, olive, cipolle sott’aceto, pane casalingo sciocco, l’olio buono per fare la fett’unta e l’immancabile fiasco del vino.
«Alla buona, solo uno spuntino - non siamo mica a Natale!».
Marta arriva con lo scialle e glielo mette sulle spalle: «Mamma, ma non è un po’ prestino per mangiare fuori?»
«Prestino? Siamo in ritardo!» - poi, rivolgendosi a me - «Quest’anno, la mimosa è fiorita alla fine di Marzo, sa?»
Sì, l’ho notato.
«Assaggi questo e mi dica se le piace…» - Gino è orgoglioso della sua vigna, mi riempie il bicchiere e rimane fermo con il fiasco a mezz’aria.
Non me ne intendo ma il sapore sembra davvero buono, fruttato direi, e fresco: «Uhm, va giù che è una meraviglia…» - dico continuando a sorseggiare e lui finalmente si siede, soddisfatto. Ho freddo, non sono temprata come questa brava gente che dorme ancora fra le lenzuola di lino – se lo sapevo mi mettevo qualcosa di più pesante. Mi raggomitolo come posso nella giacca di pelle e cerco di convincermi che presto mi passerà.

Marta ricorda a sua madre che raccolgo storie di donne insolite. Intuisco che preferisce non specificare più per una forma di riguardo che per imbarazzo. Ci siamo conosciute via Internet, dopo che ha visitato il sito. Non è lesbica, ma in casa sua l’argomento non è un tabù – il buon senso è merce rara ma non ancora introvabile.

«Racconta, mamma, racconta della zia Mari…» - la pungola.

«In realtà non ne so molto… Credo che lavorasse in teatro, forse dipingeva le scene o qualcosa di simile. Se n’era andata all’estero giovanissima dopo aver litigato con la famiglia che l’aveva diseredata. Era tornata in Italia subito dopo la guerra, con un’amica, vivevano insieme in città. A casa ho spesso sentito dire che se la passava bene - troppo. A qualcuno non andava giù che stesse addirittura meglio di noi. A me faceva rabbia che ne parlassero poco e male, non mi sembrava una bella cosa. Anche a mamma dava noia, ma non ricordo che si sia mai risentita. La nonna invece era talmente invelenita che appena saltava fuori il suo nome attaccava ad imprecare in un modo tale che alla fine dovevano darsi da fare per calmarla. «Che vergogna!» - ripeteva, ed io mi chiedevo cosa poteva aver fatto di tanto terribile se nemmeno il prete la nominava. Un giorno, quand’ero un po’ più grandicella, chiesi spiegazioni allo zio Libero e lui mi disse che faceva cose bruttissime, contronatura, ma era meglio che non me ne interessassi perché a volte una sola mela marcia può rovinare tutte le altre! Pensai ad una malattia contagiosa e ne rimasi impressionata. Con gli anni cominciarono a parlarne sempre meno. Io ormai mi ero fidanzata e avevo altro per la testa, però mi colpiva che nessuno s’interessasse al suo stato di salute: era malata, no? E invece l’attenzione pareva concentrarsi solo sulla sua fortuna, quasi fosse un’aggravante, una colpa. “Menomale,” – pensavo – “almeno non deve stare rinchiusa da qualche parte, in povertà…” – ero ingenua, certe cose non sapevo nemmeno che esistessero…»

Marta ascolta, attenta. Gino annuisce, senza fiatare.

«Quando morì la nonna accadde l’imprevedibile: eravamo in chiesa e ad un tratto si levò un mormorio. Noi eravamo in seconda fila, davanti al prete che strabuzzò gli occhi e per un attimo rimase in silenzio guardando dritto davanti a sé. Sembrava che avesse visto un fantasma. Mi voltai, tutti ci voltammo, ma non vidi nulla di particolare, solo tanta gente in piedi, in fondo alla chiesa. Il brusio, però, si fece più deciso. Guardai Gino e poi mia mamma. “È arrivata…” – sussurrò. Ancora non capivo. Poco dopo due donne si sedettero davanti a noi costringendo una parte dei parenti a far posto mentre un’altra si alzò all’istante, stizzita, liberando la panca per una buona metà. Intanto il prete aveva ripreso l’omelia senza staccargli gli occhi di dosso. Mia madre posò la mano sulla spalla di una delle due signore e la strinse con forza. Le lacrime ricominciarono a scenderle sulle guance arrossate. La donna si voltò e mi venne quasi un accidente: era identica alla mamma! Occhi di ghiaccio, labbra sottili, i tratti del viso squadrati, forti – come i suoi. Guardò lei, poi me, infine ancora mia madre che annuì – sorrise carezzandole amorevolmente la mano. Era la zia Mari, sua sorella, gemella. Fu uno shock – non ne sapevo assolutamente nulla. Chissà perché, ma la cosa che desideravo di più in quel momento era saltarle al collo… Com’era bella… Guardando lei mi resi conto per la prima volta che anche mia madre lo era…»

Gino sorride, si alza e sparisce. Marta mi guarda soddisfatta. Sì, aveva ragione, è proprio una bella storia…

«Dopo la funzione accompagnammo il feretro sino al cimitero, come si usava in campagna, a piedi… La zia si avvicinò alla mamma e la prese sottobraccio: “Ti presento Carol, la mia amica. Carol, questa è mia nipote Livia, suo marito Gino e mia sorella, Teresa…” – mi colpì la confidenza, l’affetto, non riuscivano a staccarsi una dall’altra. Carol si unì a noi mentre la mamma e la zia parlottavano, sottovoce, a poca distanza. Pensai che avevano tante di quelle cose da dirsi e che il tempo non sarebbe bastato. Carol non era bella, ma emanava un fascino tutto suo. Era alta e ricordo che aveva un buon odore, non profumo, proprio odore. Ci chiese se eravamo felici, se volevamo dei figli (domanda inconsueta in quegli anni, averli era scontato, in campagna ci si sposava quasi solo per quello), ci invitò ad andarle a trovare: avevano una casa molto grande, non ci avrebbero recato disturbo. Era gentile e molto ben educata, parlava bene l’italiano anche se con un forte accento straniero che mi faceva un po’ ridere. Simpatizzò subito con Gino con il quale discusse a lungo di automobili, la sua passione. Rimasi sconcertata che una donna potesse intendersi così tanto di motori a scoppio e corse automobilistiche…»

Gino è tornato con la caffettiera fumante e mentre serve il caffè mi racconta che a quel tempo aveva un problema con un trattore che non voleva funzionare e fu Carol a suggerirgli le riparazioni giuste: «Era una donna straordinaria, lo erano entrambe…»

«Fu un funerale insolito, pieno di sentimenti contrastanti. Da una parte il dolore, dall’altra la curiosità e un senso di contentezza, di euforia che non saprei spiegare. Comunque nessuno si avvicinò a noi sin tanto che c’erano la zia Mari e Carol. Intorno avevamo il vuoto, gli sguardi erano sfuggenti. Avvertivo astio, disprezzo. Quando il feretro scese nella fossa e mia madre insieme alla zia vi gettarono un pugno di terra, il silenzio si fece pesante ed ognuno si sentì autorizzato a scrutarle. Subito dopo si fece avanti lo zio Libero: “Hai fatto male a venire, Gigliola si sta rivoltando nella tomba… Non te lo perdoneremo mai!” – disse a muso duro alla zia, e lei: “Me ne frego. Grazie a Dio ho imparato a fare a meno di voi e del vostro giudizio.” Poi se la prese con la mamma: “E tu, non ti vergogni neanche un po’? Lo sapevi, vero, che sarebbe venuta? Fare questo a tua madre…” – “Attento a quel che dici, ho sopportato a lungo, anche troppo – ora basta, avete finito di rovinarci la vita!”. Ci fu un piccolo parapiglia, Gino lo prese per il bavero stintignandolo perbenino e gli disse che se aveva qualcos’altro da dire che aspettasse almeno di uscire dal cimitero – tutti si ricomposero e appena fuori dal cancello sparirono in un battibaleno. Da allora non li abbiamo quasi più visti…»

Rientriamo. Il sole ha girato intorno alla casa, si è alzato il vento e fuori, ormai, il freddo si è fatto pungente. Gino accende il camino. Marta mette in tavola un distillato fatto in casa, del vin santo, una splendida torta al cioccolato – ne accetto volentieri una fetta, è squisita.

«Sa, era Gigliola che teneva unita la famiglia, nel bene e nel male. Una donna fortissima, una vera matriarca, vecchio stampo… Non creda che fosse cattiva, ma aveva le sue idee. A quell’epoca c’erano delle cose che non si potevano assolutamente fare, già era strano che una donna lavorasse, nell’arte poi, e poi zitella, accompagnata ad una donna… No, no – era troppo per chiunque… Mia zia aveva fatto due errori ai quali non era possibile rimediare: rifiutare con decisione il matrimonio senza nemmeno prenderlo in considerazione come ipotesi futura e dare scandalo pubblicamente frequentando una donna del paese che tutti definivano invertita. Parliamo degli anni Quaranta, mica l’altro giorno! C’era il fascismo in Italia e le persone come lei potevano passare dei guai seri. Mari dovette andarsene e non poté tornare, d’altronde che ci stava a fare qua? Che futuro poteva avere?»

Deceduta la matriarca, però, i rapporti potevano ricominciare…

«Non ne ebbero il tempo. Carol era già ammalata di cancro. Morì pochi mesi dopo fra atroci sofferenze. I suoi parenti improvvisamente si ricordarono di lei e vennero a prendersi quello che, in effetti, era di entrambe. La casa, i mobili, i soldi, tutto era a metà, guadagnato, messo insieme dopo vent’anni di lavoro e vita in comune, ma di scritto c’era poco, non avevano ritenuto necessario cautelarsi, ammesso che fosse servito, e quando Carol cominciò a star male ebbero altro a cui pensare, né potevano aspettarsi che i parenti avrebbero dimenticato di averla allontanata senza volerne sapere più nulla. Insomma, zia Mari dovette arrendersi. Di suo non aveva molto per poter sostenere una lunga battaglia giudiziaria alla fine della quale, comunque, con buona probabilità, le avrebbero tolto tutto, o quasi. Non era imparentata, la legge non le riconosceva alcun diritto. Arrivarono persino a sfrattarla, dalla sua casa! Si ritrovò su una strada, sola, con i suoi effetti personali, qualche vecchia fotografia. Mamma le chiese di venire a stare da noi, ma lei preferì rimanere lì, accanto a Carol. “Si sono presi ogni cosa, ma almeno il suo corpo me l’hanno lasciato,” – disse – “chi se ne occuperà se me ne vado?”. Prese in affitto un piccolissimo appartamento e dopo meno di un anno la raggiunse. Io credo che se la sia portata via il dispiacere, la solitudine, il senso d’impotenza, la rabbia. Mia mamma non si è mai perdonata di aver rinunciato a lei per non contraddire mia nonna, i parenti, per non inimicarsi la gente, non sottoporci al giudizio, non pagarne le conseguenze. Quando l’ha fatto ormai era tardi…» - il marito le porge un fazzoletto - «La nostra famiglia non è stata da meno, sa? Quando è morta si sono azzuffati fra loro anche per dividersi il televisore…». Le chiedo dove è seppellita. «Abbiamo fatto costruire una cappella. Adesso, almeno lì, possono riposare in pace, insieme. Mamma, Carol e Maristella - nessuno può impedirglielo.».

Gino ha gli occhi lucidi, tira su col naso. Marta arriva con una grande scatola piena di fotografie. «Le stavano buttando via, se non se ne fosse accorta la mamma sarebbero andate perdute… Posso?» - chiede.
«Certo, in questa casa non abbiamo segreti, più nessuno ci costringerà ad averne e nessuno dovrà sacrificarsi per difenderli.».

Marta fa spazio e il tempo si ferma.

«La verità è qualcosa che le anime malate non possono né produrre né tollerare, non crede?»

Sì, Gino, lo penso anch’io.

 

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