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«Avevo
una parente alla quale in famiglia pochi accennavano, ma se qualcuno la
rammentava subito qualcun altro si affrettava a cambiare discorso…
Ero una bambina, m’incuriosiva questa figura misteriosa che non
avevo mai visto e nessuno invitava per le feste comandate… Da noi
c’era l’usanza di riunirci tutti, erano festeggiamenti grandi
e complicati… Le donne si mettevano ai fornelli già nei giorni
precedenti: pasta fatta in casa, tortelli, arrosti, sughi, torte…
Mamma tirava fuori i serviti buoni ed io dovevo dare una mano nei preparativi:
lucidare le posate, le brocche e i bicchieri per il vino, l’acqua,
lo spumante, lavare le porcellane, rinnovare le tovaglie del corredo e
i tovaglioli ricamati, preparare e disporre le ceste traboccanti di frutta
secca e fresca… Gli uomini rifornivano la legnaia, infiascavano
il vino, allestivano il salone predisponendo le tavole messe a ferro di
cavallo, accoglievano i parenti che venivano da lontano e li intrattenevano
offrendogli il novello già dal mattino… Ho visto più
nasi e gote rosse durante la mia giovinezza che in tutto il resto della
mia lunga vita… certe cantate…»
Livia
è una donna di sessant’anni, capelli completamente bianchi,
mani callose, la pelle del viso distesa, da fare invidia, e un’espressione
simpatica che mette di buon umore. Vive ancora nella cascina dove è
nata e cresciuta. Ha tre figli accasati ed un buon marito che la segue
come un’ombra, premuroso e silenzioso – lei non ha bisogno
di chiedere, lui sa sempre cosa vuole e l’accontenta. Mi accolgono
con semplicità, in una giornata limpidissima. Mi mostrano lo splendido
panorama, poi la casa: odore buono di legna arsa, bucato appena fatto,
mosto; vecchi mobili contadini, caminetti e stufe di ghisa, soffitti a
travicelli imbiancati, in terra mezzanine consumate, quel buon cotto che
una volta si teneva pulito strofinandolo con la scopa di saggina e un
po’ di segatura inumidita…
«Venga, approfittiamo di questo bel solicello e mangiamo fuori…
Marta, portami lo scialle quando scendi!»
In veranda, Gino ha già messo in tavola salumi e formaggi nostrani,
olive, cipolle sott’aceto, pane casalingo sciocco, l’olio
buono per fare la fett’unta e l’immancabile fiasco del vino…
«Alla buona, solo uno spuntino - non siamo mica a Natale!».
Marta arriva con lo scialle e glielo mette sulle spalle: «Mamma,
ma non è un po’ prestino per mangiare fuori?»
«Prestino? Siamo in ritardo!» - poi, rivolgendosi a me - «Quest’anno,
la mimosa è fiorita alla fine di Marzo, sa?»
Sì, l’ho notato.
«Assaggi questo e mi dica se le piace…» - Gino è
orgoglioso della sua vigna, mi riempie il bicchiere e rimane fermo con
il fiasco a mezz’aria.
Non me ne intendo ma il sapore sembra davvero buono, fruttato direi, e
fresco: «Uhm, va giù che è una meraviglia…»
- dico continuando a sorseggiare e lui finalmente si siede, soddisfatto.
Ho freddo, non sono temprata come questa brava gente che dorme ancora
fra le lenzuola di lino – se lo sapevo mi mettevo qualcosa di più
pesante. Mi raggomitolo come posso nella giacca di pelle e cerco di convincermi
che presto mi passerà.
Marta
ricorda a sua madre che raccolgo storie di donne insolite. Intuisco che
preferisce non specificare più per una forma di riguardo che per
imbarazzo. Ci siamo conosciute via Internet, dopo che ha visitato il sito.
Non è lesbica, ma in casa sua l’argomento non è un
tabù – il buon senso è merce rara ma non ancora introvabile.
«Racconta, mamma, racconta della zia Mari…» - la pungola.
«In realtà non ne so molto… Credo che lavorasse in
teatro, forse dipingeva le scene o qualcosa di simile… Se n’era
andata all’estero giovanissima dopo aver litigato con la famiglia
che l’aveva diseredata… Era tornata in Italia subito dopo
la guerra, con un’amica, vivevano insieme in città. A casa
ho spesso sentito dire che se la passava bene - troppo. A qualcuno non
andava giù che stesse addirittura meglio di noi. A me faceva rabbia
che ne parlassero poco e male, non mi sembrava una bella cosa. Anche a
mamma dava noia, ma non ricordo che si sia mai risentita. La nonna invece
era talmente invelenita che appena saltava fuori il suo nome attaccava
ad imprecare in un modo tale che alla fine dovevano darsi da fare per
calmarla. «Che vergogna!» - ripeteva, ed io mi chiedevo cosa
poteva aver fatto di tanto terribile se nemmeno il prete la nominava…
Un giorno, quand’ero un po’ più grandicella, chiesi
spiegazioni allo zio Libero e lui mi disse che faceva cose bruttissime,
contronatura, ma era meglio che non me ne interessassi perché a
volte una sola mela marcia può rovinare tutte le altre! Pensai
ad una malattia contagiosa e ne rimasi impressionata. Con gli anni cominciarono
a parlarne sempre meno. Io ormai mi ero fidanzata e avevo altro per la
testa, però mi colpiva che nessuno s’interessasse al suo
stato di salute: era malata, no? E invece l’attenzione pareva concentrarsi
solo sulla sua fortuna, quasi fosse un’aggravante, una colpa. “Menomale,”
– pensavo – “almeno non deve stare rinchiusa da qualche
parte, in povertà…” – ero ingenua, certe cose
non sapevo nemmeno che esistessero…»
Marta
ascolta, attenta. Gino annuisce, senza fiatare.
«Quando
morì la nonna accadde l’imprevedibile: eravamo in chiesa
e ad un tratto si levò un mormorio. Noi eravamo in seconda fila,
davanti al prete che strabuzzò gli occhi e per un attimo rimase
in silenzio guardando dritto davanti a sé. Sembrava che avesse
visto un fantasma! Mi voltai, tutti ci voltammo, ma non vidi nulla di
particolare, solo tanta gente in piedi, in fondo alla chiesa. Il brusio,
però, si fece più deciso. Guardai Gino e poi mia mamma…
“È arrivata…” – sussurrò. Ancora
non capivo. Poco dopo due donne si sedettero davanti a noi costringendo
una parte dei parenti a far posto mentre un’altra si alzò
all’istante, stizzita, liberando la panca per una buona metà.
Intanto il prete aveva ripreso l’omelia senza staccargli gli occhi
di dosso. Mia madre posò la mano sulla spalla di una delle due
signore e la strinse con forza. Le lacrime ricominciarono a scenderle
sulle guance arrossate. La donna si voltò e mi venne quasi un accidente:
era identica alla mamma! Occhi di ghiaccio, labbra sottili, i tratti del
viso squadrati, forti – come i suoi. Guardò lei, poi me,
infine ancora mia madre che annuì – sorrise carezzandole
amorevolmente la mano. Era la zia Mari, sua sorella, gemella. Fu uno shock
– non ne sapevo assolutamente nulla! Chissà perché,
ma la cosa che desideravo di più in quel momento era saltarle al
collo… Com’era bella… Guardando lei mi resi conto per
la prima volta che anche mia madre lo era…»
Gino
sorride, si alza e sparisce. Marta mi guarda soddisfatta. Sì, aveva
ragione, è proprio una bella storia…
«Dopo
la funzione accompagnammo il feretro sino al cimitero, come si usava in
campagna, a piedi… La zia si avvicinò alla mamma e la prese
sottobraccio: “Ti presento Carol, la mia amica. Carol, questa è
mia nipote Livia, suo marito Gino e mia sorella, Teresa…”
– mi colpì la confidenza, l’affetto, non riuscivano
a staccarsi una dall’altra. Carol si unì a noi mentre la
mamma e la zia parlottavano, sottovoce, a poca distanza. Pensai che avevano
tante di quelle cose da dirsi e che il tempo non sarebbe bastato. Carol
non era bella, ma emanava un fascino tutto suo. Era alta e ricordo che
aveva un buon odore, non profumo, proprio odore. Ci chiese se eravamo
felici, se volevamo dei figli (domanda inconsueta in quegli anni, averli
era scontato, in campagna ci si sposava quasi solo per quello), ci invitò
ad andarle a trovare: avevano una casa molto grande, non ci avrebbero
recato disturbo. Era gentile e molto ben educata, parlava bene l’italiano
anche se con un forte accento straniero che mi faceva un po’ ridere.
Simpatizzò subito con Gino con il quale discusse a lungo di automobili,
la sua passione. Rimasi sconcertata che una donna potesse intendersi così
tanto di motori a scoppio e corse automobilistiche…»
Gino
è tornato con la caffettiera fumante e mentre serve il caffè
mi racconta che a quel tempo aveva un problema con un trattore che non
voleva funzionare e fu Carol a suggerirgli le riparazioni giuste: «Era
una donna straordinaria, lo erano entrambe…»
«Fu un funerale insolito, pieno di sentimenti contrastanti. Da una
parte il dolore, dall’altra la curiosità e un senso di contentezza,
di euforia che non saprei spiegare. Comunque nessuno si avvicinò
a noi sin tanto che c’erano la zia Mari e Carol. Intorno avevamo
il vuoto, gli sguardi erano sfuggenti. Avvertivo astio, disprezzo. Quando
il feretro scese nella fossa e mia madre insieme alla zia vi gettarono
un pugno di terra, il silenzio si fece pesante ed ognuno si sentì
autorizzato a scrutarle. Subito dopo si fece avanti lo zio Libero: “Hai
fatto male a venire, Gigliola si sta rivoltando nella tomba… Non
te lo perdoneremo mai!” – disse a muso duro alla zia, e lei:
“Me ne frego. Grazie a Dio ho imparato a fare a meno di voi e del
vostro giudizio.” Poi se la prese con la mamma: “E tu, non
ti vergogni neanche un po’? Lo sapevi, vero, che sarebbe venuta?
Fare questo a tua madre…” – “Attento a quel che
dici, ho sopportato a lungo, anche troppo – ora basta, avete finito
di rovinarci la vita!”. Ci fu un piccolo parapiglia, Gino lo prese
per il bavero stintignandolo perbenino e gli disse che se aveva qualcos’altro
da dire che aspettasse almeno di uscire dal cimitero – tutti si
ricomposero e appena fuori dal cancello sparirono in un battibaleno. Da
allora non li abbiamo quasi più visti…»
Rientriamo.
Il sole ha girato intorno alla casa, si è alzato il vento e fuori,
ormai, il freddo si è fatto pungente. Gino accende il camino. Marta
mette in tavola un distillato fatto in casa, del vin santo, una splendida
torta al cioccolato – ne accetto volentieri una fetta, è
squisita.
«Sa,
era Gigliola che teneva unita la famiglia, nel bene e nel male. Una donna
fortissima, una vera matriarca, vecchio stampo… Non creda che fosse
cattiva, ma aveva le sue idee… A quell’epoca c’erano
delle cose che non si potevano assolutamente fare… Già era
strano che una donna lavorasse, nell’arte poi, e poi zitella, accompagnata
ad una donna… No, no – era troppo per chiunque…»
«Mia zia aveva fatto due errori ai quali non era possibile rimediare:
rifiutare con decisione il matrimonio senza nemmeno prenderlo in considerazione
come ipotesi futura e dare scandalo pubblicamente frequentando una donna
del paese che tutti definivano invertita. Parliamo degli anni Quaranta,
mica l’altro giorno! C’era il fascismo in Italia e le persone
come lei potevano passare dei guai seri. Mari dovette andarsene e non
poté tornare, d’altronde che ci stava a fare qua? Che futuro
poteva avere?»
Deceduta
la matriarca, però, i rapporti potevano ricominciare…
«Non
ne ebbero il tempo. Carol era già ammalata di cancro. Morì
pochi mesi dopo fra atroci sofferenze. I suoi parenti improvvisamente
si ricordarono di lei e vennero a prendersi quello che, in effetti, era
di entrambe. La casa, i mobili, i soldi, tutto era a metà, guadagnato,
messo insieme dopo vent’anni di lavoro e vita in comune, ma di scritto
c’era poco, non avevano ritenuto necessario cautelarsi, ammesso
che fosse servito, e quando Carol cominciò a star male ebbero altro
a cui pensare, né potevano aspettarsi che i parenti avrebbero dimenticato
di averla allontanata senza volerne sapere più nulla. Insomma,
zia Mari dovette arrendersi. Di suo non aveva molto per poter sostenere
una lunga battaglia giudiziaria alla fine della quale, comunque, con buona
probabilità, le avrebbero tolto tutto, o quasi. Non era imparentata,
la legge non le riconosceva alcun diritto. Arrivarono persino a sfrattarla,
dalla sua casa! Si ritrovò su una strada, sola, con i suoi effetti
personali, qualche vecchia fotografia. Mamma le chiese di venire a stare
da noi, ma lei preferì rimanere lì, accanto a Carol. “Si
sono presi ogni cosa, ma almeno il suo corpo me l’hanno lasciato,”
– disse – “chi se ne occuperà se me ne vado?”.
Prese in affitto un piccolissimo appartamento e dopo meno di un anno la
raggiunse. Io credo che se la sia portata via il dispiacere, la solitudine,
il senso d’impotenza, la rabbia. Mia mamma non si è mai perdonata
di aver rinunciato a lei per non contraddire mia nonna, i parenti, per
non inimicarsi la gente, non sottoporci al giudizio, non pagarne le conseguenze…
Quando l’ha fatto ormai era tardi…» - il marito le porge
un fazzoletto - «La nostra famiglia non è stata da meno,
sa? Quando è morta si sono azzuffati fra loro anche per dividersi
il televisore…». Le chiedo dove è seppellita. «Abbiamo
fatto costruire una cappella. Adesso, almeno lì, possono riposare
in pace, insieme. Mamma, Carol e Maristella - nessuno può impedirglielo…».
Gino
ha gli occhi lucidi, tira su col naso. Marta arriva con una grande scatola
piena di fotografie. «Le stavano buttando via, se non se ne fosse
accorta sarebbero andate perdute… Posso?» - chiede.
«Certo, in questa casa non abbiamo segreti… Più nessuno
ci costringerà ad averne e nessuno dovrà sacrificarsi per
difenderli…».
Marta fa spazio e il tempo si ferma.
«La verità è qualcosa che le anime malate non possono
né produrre né tollerare, non crede?»
Sì, Gino, talvolta lo penso anch’io.

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