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«Ho
paura, Cinzia – non posso farci nulla.»
So
cosa si prova. Piera mi guarda da sotto gli occhiali, serissima. Marta
è pallida, sembra quasi che non respiri.
Non
hanno nascosto il loro orientamento, ma nemmeno l’hanno esplicitato:
«Non abbiamo mai fatto parte di alcuna associazione o gruppo, né
frequentato locali particolari. Abbiamo sempre avuto la sensazione che
fossero dei ghetti, non ci piace nemmeno la parola “lesbica”.
Siamo state abbastanza fortunate, lo ammetto. La mia prima storia con
una donna è durata quindici anni e la seconda, con Marta, dura
da otto. Quando si sta bene con una persona non si ha bisogno d’altro.
Non abbiamo mai finto. Al massimo omesso. E poi siamo entrambe molto riservate,
pensiamo che la sfera affettiva e sessuale sia un fatto assolutamente
privato e tale vorremmo rimanesse.»
“Ce
lo permettessero” – penso.
Circa
due anni fa si sono trasferite nel nord-est, per lavoro. «Precisione
e pulizia. Questo il primo impatto, piacevole e rassicurante. Ci siamo
sistemate bene ma dopo un annetto abbiamo cominciato a ricevere le prime
telefonate mute, poi sono cominciate le lettere anonime, qualche piccolo
danno all’auto - dispetti. Non riusciamo a spiegarci come abbiano
fatto a scoprirlo, non lo sa quasi nessuno, tanto meno le nostre famiglie.
Lì, a parte i colleghi, l’utenza, i negozianti e i vicini
di casa con i quali abbiamo rapporti cordiali ma formali, non abbiamo
amicizie. All’inizio cercavamo di sdrammatizzare, poi la cosa si
è fatta più minacciosa, ricattatoria. Abbiamo cominciato
a guardarci intorno e il senso di paura è cresciuto. Le notizie
provenienti da altre città riguardanti le intimidazioni e le aggressioni
contro i gay, le lesbiche e i transessuali, alle quali, peraltro, non
avevamo mai prestato attenzione, hanno cominciato a saltarci all’occhio…».
Chiedo
se hanno sporto denuncia. «Impossibile. Se lo facessimo prima o
poi lo verrebbero a sapere tutti. Non possiamo permettercelo. E poi, contro
chi?»
Mi
mostrano una delle poche lettere che conservano, l’unica che hanno
portato con sé - le altre le hanno bruciate, non sanno perché.
Un’accozzaglia incredibile di insulti e vaneggiamenti sgrammaticati
che non fanno nemmeno ridere. Vi ritrovo l’ideologia forzanovista
di certi proclami omofobi, xenofobi, antiaboristi, familistici, di quel
cattolicesimo integralista che sempre più si diffonde, come un
cancro, il seme dell’odio e di quella violenza che in questo paese
ci ostiniamo a sottovalutare, tollerare, a fingere di non vedere –
che taluni, in primis dai banchi del governo e delle amministrazioni locali,
approvano, legittimano. Chiedo di poterla pubblicare magari epurandola
dai riferimenti personali che possano renderle riconoscibili, ma Marta
è tassativa: «No, chi l’ha scritta si riconoscerebbe
e potrebbe non gradire… è già tanto difficile così…».
Chiedo
cosa abbiano intenzione di fare, come intendano tutelarsi, proteggersi.
«Non
andiamo più nemmeno al cinema, cerchiamo di non uscire da sole,
ci muoviamo di giorno e soltanto se è necessario. È impressionante:
c’è pieno di gente che se ne va in giro senza aver paura
di far capire come la pensa rispetto ai gay, agli immigrati, ecc…
ci sono circoli, bar, sedi di certe organizzazioni, sono molto frequentati,
non solo dai giovani, maschi, ci sono anche adulti, donne… Abbiamo
parlato con un nostro amico avvocato e lui ci ha detto che non abbiamo
alternative: dobbiamo denunciare anche se questo ci esporrebbe, anche
se non garantirebbe la nostra incolumità, oppure aspettiamo sperando
che la smettano, che non succeda nulla, oppure ce ne andiamo – che
è appunto quello che vogliono…».
Ma
perché?
«Nelle
lettere c’è scritto che non meritiamo alcun rispetto perché
essendo lesbiche ci schieriamo contro l’uomo e la sua autorità
e quindi contro la vita e l’ordine, un crimine contronatura, come
l’aborto. Ogni donna che rinuncia a fare il suo dovere, che rinuncia
a sposarsi e procreare, va combattuta, è un pericolo per la società
e andrebbe punita e umiliata per questo, perché impari qual’è
il suo posto e lì stia, che è soprattutto colpa sua se le
scuole si riempiono di extracomunitari mussulmani che un giorno contamineranno
la razza e leveranno il posto di lavoro agli italiani. Dicono anche che
non abbiamo alcun diritto di fare il nostro mestiere – che faranno
di tutto per impedire che gente come noi possa essere presa ad esempio.»
Le
guardo. Sono donne ordinarie, non hanno niente di minaccioso, preoccupante,
destabilizzante. Solo persone smaliziate potrebbero riconoscerne l’omosessualità,
e solo persone profondamente maliziose e in malafede potrebbero dargli
tutta questa importanza, servirsene.
«Per
quanto ne sappiamo, nella nostra zona non ci sono associazioni e locali
omosessuali, ma vuoi che non ci siano gay e lesbiche? Non abbiamo idea
di dove s’incontrino e se abbiano problemi come il nostro. Certo
è strano, lì sono tutti leghisti…»
«Magari
sono sposati, oppure stanno talmente bene economicamente che possono permettersi
una certa impunità. Ma non ci siamo mai occupate degli altri, di
politica, non c’interessa, vogliamo solo fare il nostro lavoro,
essere lasciate in pace, non facciamo male a nessuno…»
Andate
a votare? Nicchiano. Pentite?
«Sì.»
Aspetteranno
ancora un po’, poi, se la situazione dovesse peggiorare, torneranno
a casa o ricominceranno da un'altra parte. Faccio notare che questo potrebbe
non risolvere il problema, potrebbe solo spostarlo avanti nel tempo. Che
il loro isolamento le espone, che proteggere gli invisibili è impossibile,
che, in questo momento storico e politico, chi è isolato e invisibile
insieme rischia qualcosa di più che qualche insulto, vuota minaccia.
«Sarà,
ma, te l’ho detto, la politica non c’interessa, vogliamo solo
essere lasciate in pace…»
Fastidio, irritazione. Mi guardano spazientite. Si è fatto tardi.
Vogliono rimettersi in viaggio subito. Erano solo di passaggio. Lucca
però è bella, anche il clima lo è. La gente sembra
tranquilla. Pare impossibile che succedano cose così brutte…
Ed io ho la sensazione che, a parte la paura, per il resto non si rendano
minimamente conto di quello che sta succedendo a loro e a noi. Una volta
di più ho la spiacevole sensazione che non se ne renda conto quasi
nessuno. Che si stia camminando tutti su una strada interrotta sul vuoto.
Ci
salutiamo con una stretta di mano moderatamente calorosa.
Le
guardo allontanarsi e penso che forse chiunque può intuire quello
che sono – o sospettarlo. Basta averne il bisogno.

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