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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

«Ho paura, Cinzia – non posso farci nulla.»

So cosa si prova. Piera mi guarda da sotto gli occhiali, serissima. Marta è pallida, sembra quasi che non respiri.

Non hanno nascosto il loro orientamento, ma nemmeno l’hanno esplicitato: «Non abbiamo mai fatto parte di alcuna associazione o gruppo, né frequentato locali particolari. Abbiamo sempre avuto la sensazione che fossero dei ghetti, non ci piace nemmeno la parola “lesbica”. La mia prima storia con una donna è durata quindici anni e la seconda, con Marta, dura da otto. Quando si sta bene con una persona non si ha bisogno d’altro. Non abbiamo finto. Al massimo omesso. E poi siamo entrambe molto riservate, pensiamo che la sfera affettiva e sessuale sia un fatto assolutamente privato e tale vorremmo rimanesse.»

“Ce lo permettessero” – penso.

Circa due anni fa si sono trasferite nel nord-est, per lavoro.
«Precisione e pulizia. Questo il primo impatto, piacevole e rassicurante. Ci siamo sistemate bene, ma dopo circa un anno abbiamo ricevuto le prime telefonate mute, poi sono cominciate le lettere anonime, qualche piccolo danno all’auto - dispetti. Non riusciamo a spiegarci come abbiano fatto a scoprirlo, non lo sa quasi nessuno, tanto meno le nostre famiglie. Lì, a parte i colleghi e qualche conoscente con cui abbiamo rapporti cordiali ma formali, non abbiamo amicizie. All’inizio cercavamo di sdrammatizzare, poi la cosa si è fatta più minacciosa. Abbiamo cominciato a guardarci intorno e il senso di paura è cresciuto. Le notizie provenienti da altre città riguardanti le intimidazioni e le aggressioni contro i gay, alle quali, peraltro, non avevamo mai prestato attenzione, hanno cominciato a saltarci all’occhio…».
Chiedo se abbiano sporto denuncia.
«Se lo facessimo, prima o poi lo verrebbero a sapere tutti. Non possiamo permettercelo. E poi, contro chi?»
Mi mostrano una delle poche lettere che conservano, l’unica che hanno portato con sé - le altre le hanno bruciate, non sanno perché. Un’accozzaglia incredibile di insulti e vaneggiamenti sgrammaticati che non fanno nemmeno ridere. Vi ritrovo l’ideologia forzanovista di certi proclami omofobi, xenofobi, antiaboristi, familistici, di quel cattolicesimo integralista che sempre più si diffonde, come un cancro, il seme dell’odio e di quella violenza che in questo paese ci ostiniamo a sottovalutare, tollerare, fingere di non vedere – che taluni, in primis dai banchi del governo e delle amministrazioni locali, approvano, legittimano. Chiedo di poterla pubblicare magari epurandola dai riferimenti personali che possano renderle riconoscibili, ma Marta è tassativa: «No, chi l’ha scritta si riconoscerebbe e potrebbe non gradire… è già tanto difficile così…».
Chiedo cosa abbiano intenzione di fare, come intendano tutelarsi, proteggersi.
«Non andiamo più nemmeno al cinema, cerchiamo di non uscire da sole, ci muoviamo di giorno e soltanto se è necessario. È impressionante: c’è pieno di gente che se ne va in giro senza aver paura di far capire come la pensa rispetto ai gay, agli immigrati... ci sono circoli, bar, sedi di organizzazioni che non fanno mistero dell’odio che hanno per noi, sono molto frequentati, non solo dai giovani, dai maschi, ma anche dagli adulti, dalle donne… Abbiamo parlato con un nostro amico avvocato e lui ci ha detto che non abbiamo alternative: dobbiamo denunciare anche se questo ci esporrebbe, anche se non garantirebbe la nostra incolumità, oppure aspettiamo sperando che la smettano, che non succeda nulla, oppure ce ne andiamo – che è appunto quello che vogliono... Nelle lettere c’è scritto che non meritiamo alcun rispetto perché essendo lesbiche ci schieriamo contro l’uomo e la sua autorità e quindi contro la vita e l’ordine, un crimine contronatura, come l’aborto. Ogni donna che rinuncia a fare il suo dovere, che rinuncia a sposarsi e procreare, va combattuta, è un pericolo per la società e andrebbe punita e umiliata per questo, perché impari qual’è il suo posto e lì stia, che è soprattutto colpa sua se le scuole si riempiono di extracomunitari che un giorno contamineranno la razza e leveranno il posto di lavoro agli italiani. Dicono anche che non abbiamo alcun diritto di fare il nostro mestiere – che faranno di tutto per impedire che gente come noi possa essere presa ad esempio.»

Le guardo. Sono donne ordinarie, non hanno niente di minaccioso, preoccupante, destabilizzante. Solo persone smaliziate potrebbero riconoscerne l’omosessualità, e solo persone profondamente in malafede potrebbero dare a questo tanta importanza, servirsene.

«Per quanto ne sappiamo, nella nostra zona non ci sono associazioni e locali omosessuali, ma vuoi che non ci siano gay e lesbiche? Non abbiamo idea di dove s’incontrino e se abbiano problemi come il nostro. Magari sono sposati, oppure stanno talmente bene economicamente che possono permettersi una certa impunità. Ma non ci siamo mai occupate degli altri, non c’interessa, vogliamo solo fare il nostro lavoro, essere lasciate in pace, non facciamo male a nessuno…»
Andate a votare?
Nicchiano.
Pentite?
«Sì.»

Aspetteranno ancora un po’, poi, se la situazione dovesse peggiorare, ricominceranno da un'altra parte. Faccio notare che questo potrebbe non risolvere il problema, che il loro isolamento le espone, che proteggere gli invisibili è impossibile, che, in questo momento storico e politico, chi è isolato e invisibile rischia qualcosa di più che qualche insulto, vuota minaccia.

«Sarà, ma, te l’ho detto, la politica non c’interessa, vogliamo solo essere lasciate in pace…»

Fastidio, irritazione. Mi guardano spazientite. Si è fatto tardi. Vogliono rimettersi in viaggio subito. Erano solo di passaggio. Lucca però è bella, il clima è piacevole, la gente sembra tranquilla - pare impossibile che anche qui le persone debbano guardarsi le spalle. Ed io ho la sensazione non si rendano minimamente conto di quello che sta succedendo nel nostro paese. Una volta di più ho la spiacevole sensazione che non se ne renda conto quasi nessuno.

 

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