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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

«Se tutte avessimo il coraggio di raccontare quello che ci hanno fatto, forse le cose cambierebbero, forse si comincerebbe a fare giustizia davvero e gli uomini non si sentirebbero più autorizzati a fare di noi quello che vogliono, non si sentirebbero più così sicuri di farla franca… forse non la smetteremmo di sentirci in colpa, responsabili, ma almeno non saremmo le uniche a dover fare i conti con la colpa, la vergogna…»

 

 

Ci incontriamo in zona franca. A metà strada fra Lucca e la sua città. Il freddo taglia la faccia. Come al solito mi chiedo chi me lo fa fare. Mi rollo una sigaretta e passeggio per scaldarmi un po’. Una donna, avvolta in un lungo cappotto, mi viene incontro. Sicuramente non è lei, penso, invece… Ci presentiamo, stringiamo la mano – sono gelate. Decidiamo di entrare in un bar - davvero non è il caso di sistemarci su una panchina. È taciturna. Faccio la spiritosa, riempio il vuoto per creare un ponte, un punto di contatto. Mi guarda dritta negli occhi. È imbarazzante.

«Due cioccolate dense e bollenti…». Mi chiede di “Borderline”. Le racconto un po’ di cose – la vedo, ragiona fra sé. Mi faccio seria. Apprezza. Poi, quando ormai sto per rassegnarmi, comincia…

«Non credo di essere diventata lesbica a causa delle violenze che ho subito. Suppongo di esserlo sempre stata, senza saperlo. La prima volta che mio padre mi ha messo le mani addosso avevo dieci, undici anni. Prima di farlo a me, però, l’aveva fatto a mio fratello maggiore. Quando lui divenne troppo grande, toccò a me, poi al più piccolo. Non so se mio padre aveva capito di essere arrivato dopo di lui, suppongo di sì. Marco abusava di noi e ha continuato a farlo ben oltre l’età in cui non è più il caso. L’ha fatto sin tanto che siamo rimasti a casa. Io ne sono uscita a diciotto anni, sposandomi. Giulio a diciasette - tanto era gay, che se ne andasse all’inferno. Marco, invece, è rimasto lì, ha continuato a fare il figlio modello che ripaga dall’aver generato due deficienti. Quando mia madre è morta si sono presi quello che aveva. Non che ce ne importasse, ma... Fa male, anche questo.»

Elena è alta, longilinea, portamento elegante, abbigliamento sportivo – uno schianto. Poche parole, scandite, essenziali, precise. Sembra un resoconto imparato a memoria, impersonale come la lettura di un foglietto illustrativo, la lista della spesa, le istruzioni per l’uso di un elettrodomestico. Ma senza fretta, con freddo puntiglio, indifferenza. Non traspaiono emozioni, non ci sono cedimenti, sprechi. Sono allibita.

«Non ho mai amato mio marito, ma era l’unico che sapeva in che razza di casino vivevo, non mi ha mai forzata, mi ha portata via appena ha finito il militare. È stato dolce, delicato, paziente, comprensivo, generoso. Mi adorava, avrebbe fatto tutto per me, ed io gliene sarò sempre grata, ma arriva un momento in cui non puoi più fingere, far finta di nulla, e allora le strade si dividono. Non è stato facile, ma alla fine ha capito. Abbiamo avuto una bambina. Vive con lui e i nonni, ho preferito non sradicarla. La vedo spessissimo, è cresciuta bene, serena…»
Faccio fatica, ma le chiedo della sua famiglia…
«I miei non erano dei ragazzini quando si sono sposati. Papà aveva quarantacinque anni e mamma trentasette. Lui era un misantropo, un beone violento – ma nessuno lo conosceva abbastanza per saperlo. Non credo che ne fosse innamorata, penso che l’abbia sposato perché alla sua età non aveva più molte possibilità di farsi una famiglia e poi era rimasta sola, i suoi fratelli se n’erano andati fregandosene di lei anche se li aveva allevati, non sapeva come andare avanti, c’erano la casa, i campi, l’orto, le bestie… Avrebbe dovuto vendere tutto per due soldi - per andare dove, fare cosa? Con una madre inferma, poi… A conti fatti le conveniva trovarsi un marito. È rimasta incinta subito, di Marco. Dopo cinque anni sono arrivata io, e dopo altri tre, Giulio. Ho cominciato a fare prima la mamma e poi la moglie, già da bambina. Loro erano maschi, figuriamoci se potevano dare una mano badando un minimo a se stessi. Solo Giulio contribuiva un po’, come poteva. Si rifaceva il letto, aiutava in cucina e nelle faccende. Nonna morì presto, la ricordo appena, ma mia mamma era troppo occupata a tirare avanti la baracca per avere abbastanza tempo ed energie da dedicarci, per prestare attenzione alle nostre necessità. Erano tutti molto chiusi. Non parlavano mai, né fra loro né con noi, forse perché non avevano niente da dire. Io penso che i miei si odiassero - lui certamente non la sopportava. La picchiava spesso, poi andava al bar e quando tornava… Te l’ho detto, cominciò con mio fratello…»
Le domando se abbia mai capito perché lo facesse, se sua madre ne fosse a conoscenza…
«È un mistero. Dopo la nascita di Giulio mio padre divenne insopportabile, definitivamente, beveva quasi tutti i giorni e ormai si occupava solo delle sue cose, il resto non contava, ammesso che gliene fosse mai importato. Penso che mia madre abbia smesso di volerlo nel letto in quel periodo. Ad un tratto mio padre cominciò a portarsi dietro Marco ovunque andasse, lo riempiva di regali, gli dava spesso del denaro, lo istigava alla prepotenza. All’inizio non voleva, poi ha capito che a lasciarlo fare c’era solo da guadagnarci e allora ci ha preso gusto… La prima volta che mi ha stuprata avevo otto anni, mi sembra. «Vieni qua, puttanella…» - mi disse tirandomi per i capelli, ed io capii cos’era la paura, la vergogna, il buio cominciò a terrorizzarmi, facevo di tutto per non tornare a casa, per non rimanere sola con lui, per non andare a dormire, ma tanto, prima o poi… non c’era scampo. Giulio era ancora fuori pericolo e mamma… Non lo so, non ho mai capito se lo sapeva, però avevo la sensazione che dopo mi guardasse male, che ce l’avesse con me. Ho sempre avuto la sensazione di farle schifo. Secondo me anche lei aveva un debole per Marco – chissà perché, poi… stronzi così non ce n’è molti in giro. Di Giulio, invece, si è quasi del tutto disinteressata, anche perché si è ammalata che lui era ancora piccolo, non ne avrebbe avuto la forza…»
Una madre certe cose non può non vederle. Può negarle, però, far finta che non esistano…
«Sì, ho pensato anche questo, ma non potrò mai saperlo né, a questo punto, m’interesserebbe… Giulio si è sposato poco dopo di me, con una cretina di prima grandezza - ai presente quelle donne che pensano solo alle cazzate, a far bella figura, che si preoccupano solo del giudizio della gente? Vivono nella nostra casa, insieme a mio padre. Hanno avuto due figli. Tremo al pensiero di quello che potrebbe capitargli. Cosa dovrei fare? Sono anni che non ci parliamo… Non metto piede là dentro da quando mia madre è morta. Solo a pensare di tornarci mi prende l’angoscia…»
Le chiedo in che rapporti è con Giulio…
«Sono stati formali, mai confidenziali. Io sapevo e lui pure, però non ne abbiamo mai parlato – mai. Ha fatto una vita terribile, povero Giulio – sballottato come un pacco postale, sempre senza riferimenti, senza una casa, un lavoro decente. Una decina di anni fa ha scoperto di essere sieropositivo, poi si è ammalato, anche lui… È mancato l’anno scorso…»
Mi sento soffocare. La guardo e in lei non trovo alcuna traccia evidente del suo passato: solo i suoi occhi lasciano trasparire un velo di tristezza, un dolore così controllato, lontano e vago che facilmente lo si può scambiare per languore, malinconia. Lesbica...
«Credo d’esserlo, sì, ma non ho mai avuto esperienze, salvo una volta, tanti anni fa, prima di sposarmi. Mio fratello mi presentò una sua amica ed io persi la testa, ma poi me ne stancai quasi subito, non lo so nemmeno io perché. Ci rimase malissimo. Il fatto è che non m’innamoro degli uomini, mi affeziono… Le donne, invece, mi sconvolgono. All’inizio non ci facevo caso, pensavo ad amicizie molto forti, intense, però poi mi accorsi che soffrivo, che la mia gelosia era difficilmente giustificabile, volevo starci insieme, sempre, dormire con loro, desideravo, tutto… Non so se troverò mai una donna, in effetti non la sto cercando, quindi… Francamente è l’ultimo dei miei pensieri, adesso…»

Mi racconta che vive da sola, ha un lavoro tranquillo, adora leggere e prendersi cura del suo giardino. La immagino intenta a coltivare rose, la vedo aggirarsi per casa, lentamente, guardare il tramonto, silenziosa. Dev’essere ordinata la sua casa, profumata, luminosa.
«Ti piace cucinare?» - che domanda sciocca, eppure m’interessa saperlo, davvero…
«No, ma so farlo bene, quasi come tutto il resto.»

Non avevo dubbi.

 

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