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«Seguo
la tua vicenda dall’inizio, con preoccupazione e spavento. Quello
che ti sta accadendo dimostra che in fondo non è cambiato nulla.
In teoria ognuno dovrebbe aver diritto ad essere ascoltato e creduto,
sino a prova contraria, ma quando si tratta di donne, specie se stuprate,
pochi sono disposti ad essere onesti e giusti. È anche per questo
che non ho mai raccontato la mia storia, perché ho sempre pensato
che mi avrebbero presa per matta. Mi dispiace, mi dispiace tantissimo.
Vorrei poterti dire che so come stanare quei bastardi, come fare per levarli
dalla circolazione prima che lo facciano ancora, magari ad una bambina,
o ad una donna più fragile di lei, di te, ma non è così.
Allora ho pensato che un modo per aiutarti fosse autorizzarti a pubblicare
la mia testimonianza. Ho pensato che se tutte avessimo il coraggio di
raccontare quello che ci hanno fatto, forse le cose cambierebbero, forse
si comincerebbe a fare giustizia davvero e gli uomini non si sentirebbero
più autorizzati a fare di noi quello che vogliono, non si sentirebbero
più così sicuri di farla franca… forse non la smetteremmo
di sentirci in colpa, responsabili, ma almeno non saremmo le uniche a
dover fare i conti con la colpa, la vergogna… Tenete duro, ragazze.
E grazie, di tutto.»
Sorrido.
Anche
la storia di Elena, come molte altre, giaceva ormai da qualche mese nel
cassetto in attesa di ricevere l’autorizzazione alla pubblicazione.
Certo, potrei fregarmene, potrei pubblicare senza consenso - d’altronde,
per rendere irriconoscibili le vicende, spesso diventano altro (beninteso,
nella forma, non nella sostanza), ma io sono fatta così, è
una questione di correttezza, di principio…
In
effetti non so perché queste donne accettino di raccontarsi se
poi se ne dimenticano… Forse accade perché in quel momento
hanno voglia di fare due chiacchiere, magari per curiosità, oppure
si aspettano una risposta, qualcosa di speciale (che so, un’epifania,
o magari un’amicizia, un’avventura, un amore)… Forse
a quasi tutte fa lo stesso scoraggiante effetto leggersi: non si riconoscono
o capiscono che le parole da sole non bastano, che nonostante gli sforzi
nulla può descrivere, dare senso, e la vergogna prevale, vince
la paura, il pudore, quella sensazione sgradevole di essere persone inopportune
o insignificanti, indegne d’essere prese in considerazione, sul
serio… così rinunciano. Ecco perché sempre più
spesso evito di scrivere il pezzo in bella copia, lo tratteggio soltanto
– anche il mio tempo è prezioso, in questi casi la delusione
è reciproca…
Rileggo
la sua mail e mi stupisco della differenza che c’è fra le
parole di adesso e quelle di qualche mese fa… chissà, forse
quello che sta accadendo alla fine qualche ricaduta positiva ce l’ha
davvero.
Apro
il file con la prima stesura del racconto, poi tiro fuori la cartelletta
e do un’occhiata agli appunti… Dio, che razza di calligrafia,
che sciatteria! Frasi mangiucchiate, illeggibili, cancellature, rimandi…
Faccio ordine fra i ricordi, cerco di mettere a fuoco i dettagli…
Penso che non riuscirò mai a venirne a capo.
Sospiro.
«Ognuno
dovrebbe aver diritto ad essere ascoltato e creduto, sino a prova contraria…»
Grazie,
Elena, per averci ricordato che a questo mondo nulla è scontato.

Ci
incontriamo in zona franca. A metà strada fra Lucca e la sua città.
Il freddo mi taglia la faccia. Come al solito mi chiedo chi me lo fa fare.
Mi rollo una sigaretta e passeggio, per scaldarmi un po’. Una donna,
avvolta in un lungo cappotto, mi viene incontro. Sicuramente non è
lei, penso, invece… Ci presentiamo, stringiamo la mano – sono
gelate. Decidiamo di entrare in un bar - davvero non è il caso
di sistemarci su una panchina. È taciturna. Faccio la spiritosa,
riempio il vuoto per creare un ponte, un punto di contatto. Mi guarda
dritta negli occhi. È imbarazzante - mi sento sotto osservazione.
«Due
cioccolate dense e bollenti…». Prodigi del cacao: mi chiede
di “Borderline”. Le racconto un po’ di cose –
la vedo, ragiona fra sé. Mi faccio seria. Apprezza. Poi, quando
ormai sto per rassegnarmi, comincia…
«Non
credo di essere diventata lesbica a causa delle violenze che ho subito.
Suppongo di esserlo sempre stata, senza saperlo. La prima volta che mio
padre mi ha messo le mani addosso avevo dieci, undici anni. Prima di farlo
a me, però, l’aveva fatto a mio fratello maggiore. Quando
lui divenne troppo grande, toccò a me, poi al più piccolo.
Non so se mio padre aveva capito di essere arrivato dopo di lui, suppongo
di sì. Marco abusava di noi e ha continuato a farlo ben oltre l’età
in cui non è più il caso. L’ha fatto sin tanto che
siamo rimasti a casa. Io ne sono uscita a diciotto anni, sposandomi. Giulio
a diciasette - tanto era gay, che se ne andasse all’inferno. Marco,
invece, è rimasto lì, ha continuato a fare il figlio modello
che ripaga dall’aver generato due deficienti. Quando mia madre è
morta si sono presi quello che aveva. Non che ce ne importasse, ma...
Fa male.»
Elena
è alta, longilinea, portamento elegante, abbigliamento sportivo
– uno schianto. Poche parole, scandite, essenziali, precise. Sembra
un resoconto imparato a memoria, impersonale come la lettura di un foglietto
illustrativo, la lista della spesa, le istruzioni per l’uso di un
elettrodomestico. Ma senza fretta, con freddo puntiglio, indifferenza.
Non traspaiono emozioni, non ci sono cedimenti, sprechi. Sono allibita.
«Non
ho mai amato mio marito, ma era l’unico che sapeva in che razza
di casino vivevo, non mi ha mai forzata, mi ha portata via appena ha finito
il militare. È stato dolce, delicato, paziente, comprensivo, generoso.
Mi adorava, avrebbe fatto tutto per me, ed io gliene sarò sempre
grata, ma arriva un momento in cui non puoi più fingere, far finta
di nulla, e allora le strade si dividono. Non è stato facile, ma
alla fine ha capito. Abbiamo avuto una bambina. Vive ancora con lui e
i nonni, ho preferito non sradicarla. La vedo spessissimo, è cresciuta
bene, serena…»
Faccio
fatica, ma le chiedo della sua famiglia…
«I
miei non erano dei ragazzini quando si sono sposati. Papà aveva
quarantacinque anni e mamma trentasette. Lui era un misantropo, un beone
violento – ma nessuno lo conosceva abbastanza da saperlo. Non credo
che ne fosse innamorata, penso che l’abbia sposato perché
alla sua età non aveva più molte possibilità di farsi
una famiglia e poi era rimasta sola, i suoi fratelli se n’erano
andati fregandosene di lei anche se li aveva allevati, non sapeva come
andare avanti, c’erano la casa, i campi, l’orto, le bestie…
Avrebbe dovuto vendere tutto per due soldi - per andare dove, fare cosa?
Con una madre inferma, poi… A conti fatti le conveniva trovarsi
un marito. È rimasta in cinta subito, di Marco. Dopo cinque anni
sono arrivata io, e dopo altri tre, Giulio. Bene o male ho cominciato
a fare prima la mamma e poi la moglie, già da bambina. Loro erano
maschi, figuriamoci se potevano dare una mano badando un minimo a se stessi.
Solo Giulio contribuiva un po’, come poteva. Si rifaceva il letto,
aiutava in cucina e nelle faccende… Nonna morì presto, la
ricordo appena, ma mia mamma era troppo occupata a tirare avanti la baracca
per avere abbastanza tempo ed energie da dedicarci, per prestare attenzione
alle nostre necessità. Erano tutti molto chiusi. Non parlavano
mai, né fra loro né con noi, forse perché non avevano
niente da dire. Io penso che i miei si odiassero - lui certamente non
la sopportava. La picchiava spesso, poi andava al bar e quando tornava…
Te l’ho detto, cominciò con mio fratello…»
Le
domando se abbia mai capito perché lo facesse, se sua madre ne
fosse a conoscenza…
«È
un mistero. Dopo la nascita di Giulio mio padre divenne insopportabile,
definitivamente, beveva quasi tutti i giorni e ormai si occupava solo
delle sue cose, il resto non contava, ammesso che gliene fosse mai importato.
Penso che mia madre abbia smesso di volerlo nel letto in quel periodo.
Ad un tratto mio padre cominciò a portarsi dietro Marco ovunque
andasse, lo riempiva di regali, gli dava spesso del denaro, lo istigava
alla prepotenza. All’inizio non voleva, poi ha capito che a lasciarlo
fare c’era solo da guadagnarci e allora ci ha preso gusto, ha iniziato
ad accontentarlo… La prima volta che mi ha stuprata avevo otto anni,
mi sembra… «Vieni qua, puttanella…» - mi disse
tirandomi per i capelli, ed io capii cos’era la paura, la vergogna,
il buio cominciò a terrorizzarmi, facevo di tutto per non tornare
a casa, rimanere sola con lui, andare a dormire, ma tanto, prima o poi…
non c’era scampo. Giulio era ancora fuori pericolo e mamma…
Non lo so, non ho mai capito se lo sapeva, però avevo la sensazione
che dopo mi guardasse male, che ce l’avesse con me… Ho sempre
avuto la certezza di farle schifo. Secondo me anche lei aveva un debole
per Marco – chissà perché, poi… stronzi così
non ce n’è molti in giro… Di Giulio, invece, si è
quasi del tutto disinteressata, anche perché si è ammalata
che lui era ancora piccolo, non ne avrebbe avuto la forza…»
Una
madre certe cose non può non vederle. Può negarle, però,
far finta che non esistano…
«Sì,
ho pensato anche questo, ma non potrò mai saperlo né, a
questo punto, m’interesserebbe… Giulio si è sposato
poco dopo di me, con una cretina di prima grandezza - ai presente quelle
donne che pensano solo alle cazzate, a far bella figura, che si preoccupano
solo del giudizio della gente? Vivono nella nostra casa, insieme a mio
padre. Hanno avuto due figli. Tremo al pensiero di quello che può
capitargli… Cosa dovrei fare? Sono anni che non ci parliamo…
Non metto piede là dentro da quando mia madre è morta…
Solo a pensare di tornarci mi prende una tale angoscia…»
Le
chiedo in che rapporti è con Giulio…
«Sono
stati “normali”, ma mai confidenziali. Io sapevo e lui pure,
però non ne abbiamo mai parlato – mai. Ha fatto una vita
terribile, povero Giulio – sballottato come un pacco postale, sempre
senza riferimenti, una casa, un lavoro decente… Una decina di anni
fa ha scoperto di essere sieropositivo, poi si è ammalato, anche
lui… È mancato l’anno scorso…»
Mi
sento soffocare. La guardo e in lei non trovo alcuna traccia evidente
del suo passato: solo i suoi occhi lasciano trasparire un velo di tristezza,
un dolore così controllato, lontano e vago che facilmente lo si
può scambiare per languore, malinconia.
Lesbica...
«Credo
d’esserlo, sì, ma non ho mai avuto esperienze, salvo una
volta, tanti anni fa, prima di sposarmi… Mio fratello mi presentò
una sua amica ed io persi la testa, ma poi me ne stancai quasi subito,
non lo so nemmeno io perché… Ci rimase malissimo… Il
fatto è che non m’innamoro degli uomini, mi affeziono…
Le donne, invece, mi sconvolgono. All’inizio non ci facevo caso,
pensavo ad amicizie molto forti, intense, però poi mi accorsi che
soffrivo, che la mia gelosia era difficilmente giustificabile, volevo
starci insieme, sempre, dormire con loro, desideravo, tutto… Non
so se troverò mai una donna, in effetti non la sto cercando, quindi…
Francamente è l’ultimo dei miei pensieri, adesso…»
Mi
racconta che vive da sola, ha un lavoro tranquillo, adora leggere e prendersi
cura del suo piccolo giardino. La immagino intenta a coltivare rose, la
vedo aggirarsi per casa, lentamente, guardare il tramonto, silenziosa.
Dev’essere ordinata la sua casa, profumata, luminosa.
«Ti piace cucinare?» - che domanda sciocca, eppure m’interessa
saperlo, davvero…
«No, ma so farlo bene, quasi come tutto il resto.»
Non avevo dubbi.

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