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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Recentemente ho ricevuto da una lettrice il “racconto di vita” che fra poco leggerete. La sua mail terminava con queste parole: “...perché, anche se sembra impossibile, persino le donne sono capaci di stuprare. E forse vale la pena dirlo”.

Le risposi che, sì, valeva la pena dirlo, ma occorreva aggiungere che vi sono inquietudini profonde, profonde ragioni che nemmeno l’anima conosce e nondimeno percorre, vive – pagandole sempre a caro prezzo. Vi sono molti modi di uccidere e stuprare – anche chi giudica senza interrogarsi sulle proprie responsabilità, sul proprio potere, può farlo - e lo fa.

“Offro a lei e a voi questa mia breve e forse inutile considerazione introduttiva” - conclusi, poi misi on-line la sua testimonianza.

Puntuale ma inaspettata è arrivata la prima reazione - firmata, perché non tutti si nascondono dietro a un dito. Ne è seguito uno scambio di mails e SMS, in tempo reale, e l’autorizzazione a pubblicarla, di seguito.

 

Leggi...


 

Arianna, 9 Maggio 2004

 

Sbattuta da onde violente, dolore dappertutto, incapace di immaginare un qualunque punto o soltanto identificare i miei resti.

Un anno fa l’ho riconosciuta tra mille, senza aver mai visto i suoi occhi. Libere di scoprirci, accoglierci, prenderci, prive di regole prestabilite, magari soltanto salutarci e sorriderci. Oggi, un anno dopo. Lei. La vita. Chissà se stasera lo ricorda.

Per la prima volta ho spalancato ogni mia stanza, figurata e reale, io che avevo sempre conservato uno spazio inaccessibile, foss’anche uno sgabuzzino. Con lei invece, libri, musica, amarezze e fatiche quotidiane, risate, speranze, fantasie del domani, pesantezze di tutti i giorni improvvisamente leggere, progetti, sogni e responsabilità. Tutto. Le ho creduto, davvero. Il nostro mondo reale e perfetto l’abbiamo abitato, e là avevamo scelto di vivere. Appena ieri, un istante fa.

Ha cancellato la cosa più preziosa: quel vocabolario assolutamente unico, esclusivo, irripetibile. La nostra lingua viva improvvisamente estinta, straniera, vietata. Bel giorno, bella notte, Tamerunda, buon complegiorno, tribù, sotto la cupolina, tamerebbi, tanto, dammi la pancia, dormo nel tuo ombelico, allarga le braccia, ti accolgo tutta intera, coniglia selvatica, portami nei tuoi occhi, dentro di me in ogni momento, ti aspetto con tutti i tuoi pezzettini, per mano dentro un ciclone, da quattromila anni, due macigne. Le parole della libertà, della consapevolezza, dell’incontenibile. Non è vero. E rimango muta. Defraudata, ingannata, calpestata. Oggi.

Un cane spinone scodinzolante, dice lei. Felice e abbaiante, aggiungo io, alla festa della vita. Tuttavia ingombrante, può far paura o venire a noia. E allora, collare stretto al collo, legato ad una corda, la museruola per non abbaiare. Lei altrove, evanescente, inaccessibile e crudele. Silenzio che rimbomba, devastante. E paradossi: eccesso di condivisione, di colori, di felicità raggiunte e strette. Che stranezze la vita, immergerci le mani rischia di sporcarle.

Un colpo improvviso alle spalle e mi ha lasciata lì, agonizzante. Omissione di soccorso per legittima difesa, egoismo da paura, alibi perfetti. Allora dove sta il confine tra l’accettabile e l’inaccettabile? il comprensibile e l’incomprensibile? la libertà e la violenza?

Avevo detto entra, nuotami, percorrimi, gioca, ridi, raccoglimi in tutto quello che trovi e cerca da sola quello che non vedi ma c’è. Prendi. Tutto. L’ho creduto fino in fondo, io. I miei desideri, i suoi tempi, le sue paure, le mie attese, i suoi sorrisi, i miei baci, le sue ombre cupe, i miei abbracci, le sue lacrime, i suoi arrivi, le sue partenze. Le nostre mani, i nostri piedi, due nasi che si sfregano in un linguaggio carico di suoni. I nostri sapori liquidi mentre ridevamo, sciolte in un unico odore. Non credo di aver sottratto libertà. Sconquassante capire che quel mare aperto senza confini, senza regole, senza tempo, abbia generato soltanto paura, fuga, folle violenza. Per negare se stessa, mi ha affogata nelle nostre stesse acque. Delirio e nessuna risposta. Ieri, non avendo ancora stretta la possibilità dell’impossibile, mi restava, almeno, l’utopia dell’orizzonte. Ma si sa, l’orizzonte scompare nel momento in cui lo si tocca, forse non esiste, comunque non ci si arriva mai. Io sì, ci sono arrivata. Con lei.

Non ho mai conosciuto tanta felicità. Né tanto dolore. La violenza improvvisa, inaspettata, che toglie il respiro, annienta, quella di chi colpisce a bruciapelo, nel pieno della gioia, e fugge via, senza nemmeno voltarsi a vomitare paura ed orrore. In un solo attimo.

La violenza di una donna a una donna.

Abbiamo discusso molto, ora non so più il significato di femminile e maschile. Molti ne fanno categorie estetiche. Anche lei, a volte. Ma ci sono donne uguali agli uomini, pur usando matita e mascara tutti i giorni. Lei. Bella e dolce, matita e mascara, creme per il corpo e profumo giapponese, ingannando se stessa ha barato con la vita, fragile, impaurita, irresponsabile, egoista fino allo stordimento estremo. Lei. Con matita e mascara tutti i giorni, inconsapevole di far male oltre la soglia del niente.

Le donne, con le donne, sono anche questo. Dolore e sofferenza. Brutalità e violenza. Stupro dell’anima, ridotta a brandelli.

Stasera, impietosa, la Luna mi guarda e, urlando dolore, le mie lacrime l’abbracciano stretta, con l’illusione ed il desiderio folle e lucido di cullarla per almeno 2700 anni, il tempo di contare ogni sua efelide. Ma se non bastasse, per molti di più, entrambe lontane dalla paura. Domani.

 

 

Sara, 20 Maggio 2004

 

Dolore scomposto, banale. Dolore di una donna tradita ed abbandonata: nulla di nuovo – già visto, già dato.

Parli di stupro dell’anima, usando termini troppo grandi, fuori luogo. Di punto in bianco lei se n’è andata. Il giorno prima era un amore felice, pieno – il giorno dopo era una fuga, un abbandono. Ma non è mai così, c’è sempre un transito, un percorso che porta alla fine di una storia. Può essere breve, traumatico, ma non è mai improvviso, senza ragione. E se non te ne sei accorta prima può solo voler dire che stavi recitando un monologo, senza lasciar battute alla tua compagna, senza ascoltarne le esigenze (evidentemente mutate) o le ragioni.

Io seguo da tempo il lavoro di Cinzia Ricci e dopo aver riletto per l’ennesima volta la tua testimonianza ancora mi domando perché sei stata inserita in questa rubrica. Pensavo ci fosse una scrematura, una scelta. La sofferenza di cui scrivi non è altro che un banale “addio” vissuto in modo distruttivo, con rabbia. Devo evincere che tutte le donne che lasciano sono stupratrici e tutte quelle che vengono lasciate sono vittime incolpevoli?

La tua compagna potrebbe essersene andata perché insoddisfatta dalla quotidianità che tu esalti e che magari per lei era una prigione, forse dorata, ma pur sempre indesiderabile. Potrebbe essersi allontanata da te perché aveva bisogno d’altro. Non lo dici il perché (spero almeno che tu gliel’abbia chiesto) e allora provo ad arrivarci io, con l’immaginazione, ma quello che mi viene in mente è solo che “sogni diversi portano su strade diverse”.

Tutti soffrono per la fine di una storia, sia chi è lasciato che chi lascia. Sia chiaro.

Ma lo vogliamo vedere davvero in faccia, per un secondo, il dolore? Il vero dolore non sono le promesse non mantenute, i progetti sfumati, l’abbandono di un tetto coniugale che mai è stato tale, il dover rinunciare alla quotidianità e ad un vocabolario comune.

Il dolore è essere private della dignità da parte di un branco di uomini che non ti permettono nemmeno di guardarli in faccia; il vero dolore è sentire il bisogno estremo e violento della vicinanza della persona che ami e contro la quale sei stata USATA. Il vero dolore è essere abbandonata dalla donna che ami dopo aver subito una violenza in nome suo. Questo è il dolore, misto a rabbia, frustrazione, desiderio di fine – continua, muta e cieca. Il dolore è svegliarsi ogni mattina sperando che quello sia l’ultimo giorno di una vita che non ha più un senso. Il dolore è far quotidianamente finta di niente perché se fai trapelare quello che hai dentro chi ti sta vicino potrebbe rimanerne schiacciato. Il dolore è convincersi che nulla è cambiato; che la vita và avanti anche senza di lei, và avanti e ti devi rassegnare a portare un fardello troppo pesante, ingombrante. Da sola, perché le pacche sulle spalle spesso sono solo l’altra faccia dell’indifferenza.

E tutto senza essere arrivate nemmeno a 25 anni. Bambina il giorno prima, il giorno dopo donna violata e lasciata a se stessa, ad affrontare un mondo tutto da costruire eppure già a brandelli.

Questo è il dolore, non una banale storia che finisce! Le lacrime che ti crescono dentro, ma non riescono ad uscire; la vergogna davanti allo specchio, da nascondere anche a se stesse. Questo è dolore. Con la “D” maiuscola, da gridare in faccia a chi non ha un equo metro di giudizio per valutare la sofferenza, o ha imparato a servirsene per il proprio tornaconto.

Dalla tua lettera capisco che stai male perché sei stata lasciata, ma questo non giustifica l’uso abnorme del termine “stupro”. Ci vuole rispetto per le parole e per chi le subisce, bisogna saperle usare, essere consapevoli del male che possono fare, del potere che hanno. Tu questa consapevolezza ce l’hai, mi sembra, e allora permettimi di dirti che nell’uso che ne fai leggo intenti persecutori, vendicativi, trovo ancor più violenza di quella che tu dici di aver subito. Il tuo è un grido, sì, ma non di dolore. Il dolore piega su se stessi, non rende feroci.

Magari il tuo unico errore è stato quello di credere che la storia che vivevi era quella che doveva venire, non quella che si compiva nel presente, nell’esatto momento in cui coniavi un nuovo vocabolo. Ma non per questo puoi paragonare un abbandono ad uno stupro!

Ed ancora fatico a capire la tua presenza in “Borderline”. Testimonianze di donne dalla vita impossibile, con esperienze talmente dure da segnare anche chi non le ha vissute. Cosa c’entra una sofferta, bella e romantica, ma pur sempre ordinaria storia che finisce tra recriminazioni e accuse tutte a senso unico?

Mi sento offesa dalle tue parole e te lo scrivo, sperando che Cinzia Ricci abbia la bontà di mettermi in contatto con te. Spero che tu sia una ragazza più o meno della mia età che semplicemente, essendo ancora inesperta e immatura, vive i primi abbandoni fuor di misura. Temo però che tu sia più grande di me e non abbia capito che c’è di peggio al mondo che non una relazione finita.

Ad oggi m’impegno per mantenere vivo e saldo il rapporto con la donna che mi ha abbandonata. Vado oltre - oltre la violenza, oltre le bugie, i timori ed il dolore - cerco con tutta la forza che ho di guardare positivamente al futuro, sperando in un’amicizia SUPERIORE nonostante il senso di morte che mi spacca il cuore. Domani potrei chiudere gli occhi e non avrei rimpianti - e tu parli di quanto una donna può essere simile ad un uomo… una donna è un essere umano, Arianna. Sappi recuperare il rapporto con lei, se ci tieni. Allontanala da te se pensi possa farti solo soffrire. Ma non parlare di stupro aspettandoti soltanto commiserazione e pacche sulla spalla. Mi spiace - chi il dolore lo conosce e non se ne serve non può accontentarti.

 

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