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Recentemente
ho ricevuto da una lettrice il “racconto di vita” che fra
poco leggerete. La sua mail terminava con queste parole: “...perché,
anche se sembra impossibile, persino le donne sono capaci di stuprare.
E forse vale la pena dirlo”.
Le
risposi che, sì, valeva la pena dirlo, ma occorreva aggiungere
che vi sono inquietudini profonde, profonde ragioni che nemmeno l’anima
conosce e nondimeno percorre, vive – pagandole sempre a caro prezzo.
Vi sono molti modi di uccidere e stuprare – anche chi giudica senza
interrogarsi sulle proprie responsabilità, sul proprio potere,
può farlo - e lo fa.
“Offro
a lei e a voi questa mia breve e forse inutile considerazione introduttiva”
- conclusi, poi misi on-line la sua testimonianza.
Puntuale ma inaspettata è arrivata la prima reazione - firmata,
perché non tutti si nascondono dietro a un dito. Ne è seguito
uno scambio di mails e SMS, in tempo reale, e l’autorizzazione a
pubblicarla, di seguito.
Leggi...
Arianna,
9 Maggio 2004
Sbattuta
da onde violente, dolore dappertutto, incapace di immaginare un qualunque
punto o soltanto identificare i miei resti.
Un
anno fa l’ho riconosciuta tra mille, senza aver mai visto i suoi
occhi. Libere di scoprirci, accoglierci, prenderci, prive di regole prestabilite,
magari soltanto salutarci e sorriderci. Oggi, un anno dopo. Lei. La vita.
Chissà se stasera lo ricorda.
Per
la prima volta ho spalancato ogni mia stanza, figurata e reale, io che
avevo sempre conservato uno spazio inaccessibile, foss’anche uno
sgabuzzino. Con lei invece, libri, musica, amarezze e fatiche quotidiane,
risate, speranze, fantasie del domani, pesantezze di tutti i giorni improvvisamente
leggere, progetti, sogni e responsabilità. Tutto. Le ho creduto,
davvero. Il nostro mondo reale e perfetto l’abbiamo abitato, e là
avevamo scelto di vivere. Appena ieri, un istante fa.
Ha
cancellato la cosa più preziosa: quel vocabolario assolutamente
unico, esclusivo, irripetibile. La nostra lingua viva improvvisamente
estinta, straniera, vietata. Bel giorno, bella notte, Tamerunda, buon
complegiorno, tribù, sotto la cupolina, tamerebbi, tanto, dammi
la pancia, dormo nel tuo ombelico, allarga le braccia, ti accolgo tutta
intera, coniglia selvatica, portami nei tuoi occhi, dentro di me in ogni
momento, ti aspetto con tutti i tuoi pezzettini, per mano dentro un ciclone,
da quattromila anni, due macigne. Le parole della libertà, della
consapevolezza, dell’incontenibile. Non è vero. E rimango
muta. Defraudata, ingannata, calpestata. Oggi.
Un
cane spinone scodinzolante, dice lei. Felice e abbaiante, aggiungo io,
alla festa della vita. Tuttavia ingombrante, può far paura o venire
a noia. E allora, collare stretto al collo, legato ad una corda, la museruola
per non abbaiare. Lei altrove, evanescente, inaccessibile e crudele. Silenzio
che rimbomba, devastante. E paradossi: eccesso di condivisione, di colori,
di felicità raggiunte e strette. Che stranezze la vita, immergerci
le mani rischia di sporcarle.
Un
colpo improvviso alle spalle e mi ha lasciata lì, agonizzante.
Omissione di soccorso per legittima difesa, egoismo da paura, alibi perfetti.
Allora dove sta il confine tra l’accettabile e l’inaccettabile?
il comprensibile e l’incomprensibile? la libertà e la violenza?
Avevo
detto entra, nuotami, percorrimi, gioca, ridi, raccoglimi in tutto quello
che trovi e cerca da sola quello che non vedi ma c’è. Prendi.
Tutto. L’ho creduto fino in fondo, io. I miei desideri, i suoi tempi,
le sue paure, le mie attese, i suoi sorrisi, i miei baci, le sue ombre
cupe, i miei abbracci, le sue lacrime, i suoi arrivi, le sue partenze.
Le nostre mani, i nostri piedi, due nasi che si sfregano in un linguaggio
carico di suoni. I nostri sapori liquidi mentre ridevamo, sciolte in un
unico odore. Non credo di aver sottratto libertà. Sconquassante
capire che quel mare aperto senza confini, senza regole, senza tempo,
abbia generato soltanto paura, fuga, folle violenza. Per negare se stessa,
mi ha affogata nelle nostre stesse acque. Delirio e nessuna risposta.
Ieri, non avendo ancora stretta la possibilità dell’impossibile,
mi restava, almeno, l’utopia dell’orizzonte. Ma si sa, l’orizzonte
scompare nel momento in cui lo si tocca, forse non esiste, comunque non
ci si arriva mai. Io sì, ci sono arrivata. Con lei.
Non
ho mai conosciuto tanta felicità. Né tanto dolore. La violenza
improvvisa, inaspettata, che toglie il respiro, annienta, quella di chi
colpisce a bruciapelo, nel pieno della gioia, e fugge via, senza nemmeno
voltarsi a vomitare paura ed orrore. In un solo attimo.
La
violenza di una donna a una donna.
Abbiamo
discusso molto, ora non so più il significato di femminile e maschile.
Molti ne fanno categorie estetiche. Anche lei, a volte. Ma ci sono donne
uguali agli uomini, pur usando matita e mascara tutti i giorni. Lei. Bella
e dolce, matita e mascara, creme per il corpo e profumo giapponese, ingannando
se stessa ha barato con la vita, fragile, impaurita, irresponsabile, egoista
fino allo stordimento estremo. Lei. Con matita e mascara tutti i giorni,
inconsapevole di far male oltre la soglia del niente.
Le
donne, con le donne, sono anche questo. Dolore e sofferenza. Brutalità
e violenza. Stupro dell’anima, ridotta a brandelli.
Stasera,
impietosa, la Luna mi guarda e, urlando dolore, le mie lacrime l’abbracciano
stretta, con l’illusione ed il desiderio folle e lucido di cullarla
per almeno 2700 anni, il tempo di contare ogni sua efelide. Ma se non
bastasse, per molti di più, entrambe lontane dalla paura. Domani.

Sara,
20 Maggio 2004
Dolore
scomposto, banale. Dolore di una donna tradita ed abbandonata: nulla di
nuovo – già visto, già dato.
Parli di stupro dell’anima, usando termini troppo grandi, fuori
luogo. Di punto in bianco lei se n’è andata. Il giorno prima
era un amore felice, pieno – il giorno dopo era una fuga, un abbandono.
Ma non è mai così, c’è sempre un transito,
un percorso che porta alla fine di una storia. Può essere breve,
traumatico, ma non è mai improvviso, senza ragione. E se non te
ne sei accorta prima può solo voler dire che stavi recitando un
monologo, senza lasciar battute alla tua compagna, senza ascoltarne le
esigenze (evidentemente mutate) o le ragioni.
Io
seguo da tempo il lavoro di Cinzia Ricci e dopo aver riletto per l’ennesima
volta la tua testimonianza ancora mi domando perché sei stata inserita
in questa rubrica. Pensavo ci fosse una scrematura, una scelta. La sofferenza
di cui scrivi non è altro che un banale “addio” vissuto
in modo distruttivo, con rabbia. Devo evincere che tutte le donne che
lasciano sono stupratrici e tutte quelle che vengono lasciate sono vittime
incolpevoli?
La
tua compagna potrebbe essersene andata perché insoddisfatta dalla
quotidianità che tu esalti e che magari per lei era una prigione,
forse dorata, ma pur sempre indesiderabile. Potrebbe essersi allontanata
da te perché aveva bisogno d’altro. Non lo dici il perché
(spero almeno che tu gliel’abbia chiesto) e allora provo ad arrivarci
io, con l’immaginazione, ma quello che mi viene in mente è
solo che “sogni diversi portano su strade diverse”.
Tutti
soffrono per la fine di una storia, sia chi è lasciato che chi
lascia. Sia chiaro.
Ma
lo vogliamo vedere davvero in faccia, per un secondo, il dolore? Il vero
dolore non sono le promesse non mantenute, i progetti sfumati, l’abbandono
di un tetto coniugale che mai è stato tale, il dover rinunciare
alla quotidianità e ad un vocabolario comune.
Il
dolore è essere private della dignità da parte di un branco
di uomini che non ti permettono nemmeno di guardarli in faccia; il vero
dolore è sentire il bisogno estremo e violento della vicinanza
della persona che ami e contro la quale sei stata USATA. Il vero dolore
è essere abbandonata dalla donna che ami dopo aver subito una violenza
in nome suo. Questo è il dolore, misto a rabbia, frustrazione,
desiderio di fine – continua, muta e cieca. Il dolore è svegliarsi
ogni mattina sperando che quello sia l’ultimo giorno di una vita
che non ha più un senso. Il dolore è far quotidianamente
finta di niente perché se fai trapelare quello che hai dentro chi
ti sta vicino potrebbe rimanerne schiacciato. Il dolore è convincersi
che nulla è cambiato; che la vita và avanti anche senza
di lei, và avanti e ti devi rassegnare a portare un fardello troppo
pesante, ingombrante. Da sola, perché le pacche sulle spalle spesso
sono solo l’altra faccia dell’indifferenza.
E
tutto senza essere arrivate nemmeno a 25 anni. Bambina il giorno prima,
il giorno dopo donna violata e lasciata a se stessa, ad affrontare un
mondo tutto da costruire eppure già a brandelli.
Questo
è il dolore, non una banale storia che finisce! Le lacrime che
ti crescono dentro, ma non riescono ad uscire; la vergogna davanti allo
specchio, da nascondere anche a se stesse. Questo è dolore. Con
la “D” maiuscola, da gridare in faccia a chi non ha un equo
metro di giudizio per valutare la sofferenza, o ha imparato a servirsene
per il proprio tornaconto.
Dalla
tua lettera capisco che stai male perché sei stata lasciata, ma
questo non giustifica l’uso abnorme del termine “stupro”.
Ci vuole rispetto per le parole e per chi le subisce, bisogna saperle
usare, essere consapevoli del male che possono fare, del potere che hanno.
Tu questa consapevolezza ce l’hai, mi sembra, e allora permettimi
di dirti che nell’uso che ne fai leggo intenti persecutori, vendicativi,
trovo ancor più violenza di quella che tu dici di aver subito.
Il tuo è un grido, sì, ma non di dolore. Il dolore piega
su se stessi, non rende feroci.
Magari
il tuo unico errore è stato quello di credere che la storia che
vivevi era quella che doveva venire, non quella che si compiva nel presente,
nell’esatto momento in cui coniavi un nuovo vocabolo. Ma non per
questo puoi paragonare un abbandono ad uno stupro!
Ed
ancora fatico a capire la tua presenza in “Borderline”. Testimonianze
di donne dalla vita impossibile, con esperienze talmente dure da segnare
anche chi non le ha vissute. Cosa c’entra una sofferta, bella e
romantica, ma pur sempre ordinaria storia che finisce tra recriminazioni
e accuse tutte a senso unico?
Mi
sento offesa dalle tue parole e te lo scrivo, sperando che Cinzia Ricci
abbia la bontà di mettermi in contatto con te. Spero che tu sia
una ragazza più o meno della mia età che semplicemente,
essendo ancora inesperta e immatura, vive i primi abbandoni fuor di misura.
Temo però che tu sia più grande di me e non abbia capito
che c’è di peggio al mondo che non una relazione finita.
Ad
oggi m’impegno per mantenere vivo e saldo il rapporto con la donna
che mi ha abbandonata. Vado oltre - oltre la violenza, oltre le bugie,
i timori ed il dolore - cerco con tutta la forza che ho di guardare positivamente
al futuro, sperando in un’amicizia SUPERIORE nonostante il senso
di morte che mi spacca il cuore. Domani potrei chiudere gli occhi e non
avrei rimpianti - e tu parli di quanto una donna può essere simile
ad un uomo… una donna è un essere umano, Arianna. Sappi recuperare
il rapporto con lei, se ci tieni. Allontanala da te se pensi possa farti
solo soffrire. Ma non parlare di stupro aspettandoti soltanto commiserazione
e pacche sulla spalla. Mi spiace - chi il dolore lo conosce e non se ne
serve non può accontentarti.

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