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Eleonora
vive all’estero da una quindicina d’anni. Era una promettente
studiosa ma… Rifletto a lungo prima di telefonarle. Finalmente mi
decido – compongo il numero.
«Halo?»
«Sono Cinzia…»
Un silenzio che ho previsto e nondimeno mi colpisce, percorre in un attimo
chilometri e chilometri, arriva al mio telefono, fluisce, mi avvolge,
dilaga. Per un tempo che mi pare interminabile cala l’oscurità.
Non dico nulla. Entrambe precipitiamo nel nostro Aleph personale e molte
ferite tornano ad aprirsi, molte parole non dette si ricompongono in quel
nodo piantato in gola… L’unica cosa che in questo momento
ricordo con chiarezza di lei, è la sua mano che asciuga una lacrima
sulla guancia di Cristina.
«Dio,
quanto tempo…»
«Sì, una vita…»
È
difficile tentare una conversazione decente quando si è sopravvissuti
ad emozioni così intense. Tutto diviene banale.
Le
chiedo come sta, cosa fa. Mi racconta che è praticamente alla fame,
che ha una relazione con un artistoide squinternato. Intuisco che non
ha smesso di farsi vittima. Per non dormire sotto i ponti ha dovuto occupare
abusivamente una specie di stamberga. «Quest’inverno ho patito
tanto di quel freddo…», sussurra. A volte fa qualche traduzione.
Le hanno persino pubblicato un’importante ricerca ma non basta,
non ce la fa a tirare avanti – ed è sempre peggio. Le chiedo
perché non rientra in Italia, ma so già la sua risposta:
«E dove vado, cosa faccio… Non ho più nulla lì,
nessuno…». So cosa pensa: l’ultima cosa che farebbe
è pretendere la restituzione del maltolto. Se non se ne fosse andata,
se avesse lottato, forse adesso la sua vita non sarebbe il cumulo di macerie
che è, ma le conseguenze delle sue scelte hanno smesso di preoccuparla
ormai da un pezzo. Eleonora ha un animo rivoltoso e succube al contempo,
nobile – maledettamente e inutilmente nobile, disgraziato. Un po’
ci somigliamo.
«E
tu? Abiti sempre in quella cantina? Come te la passi…»
«Al solito: incarno il modello della sfigata perfetta, ma adesso
vivo in un casa vera e ho persino il bagno… Per il resto continuo
a fare molte cose belle e importanti che nessuno conosce e non mi danno
da vivere. È il mio karma, Eleonora – una meraviglia».
Ride.
Le
illustro il tema dell’inchiesta che sto conducendo, ne spiego le
ragioni.
Il
pensiero e la militanza lesbo-femminista, sono cose molto distanti dai
suoi interessi, dalla sua formazione e dalla sua quotidianità -
mi dice – tuttavia all’università o in biblioteca ha
la possibilità di leggere la maggior parte dei quotidiani europei,
e i pochi amici che le sono rimasti la tengono informata.
Sa
che in Italia stanno accadendo cose gravissime, che la democrazia, la
libertà, i diritti, non sono mai stati in pericolo come lo sono
adesso. Ciò risveglia la coscienza civile di una parte importante
della società, mobilita categorie tradizionalmente ben poco attratte
dalla politica attiva con ricadute che, se da un lato rappresentano uno
stimolo e un sostegno, dall’altro sono avvertite come una provocazione,
un’ingerenza indebita. Sono lunghi i tempi della politica (quella
vera, non quella raccogliticcia e improvvisata che fa del regionalismo
e dei personalismi, del populismo più becero e scadente, del liberismo
selvaggio la sua arma vincente per la sola ridistribuzione del potere
a vantaggio di pochi) e le resistenze al cambiamento sono enormi - sempre.
L’establishment progressista è consapevole che deve ripensare
se stesso se vuole sopravvivere, che ha di fronte tre sole alternative:
adeguarsi alle nuove esigenze, dimettersi, o adoperarsi affinché
niente cambi con conseguente perdita di consensi e rappresentatività,
portando di fatto la coalizione allo sfascio. Paradossalmente, quella
che potrebbe essere per il centro-sinistra un’opportunità,
rischia di trasformarsi nel suo esatto contrario.
Quando
diviene così evidente lo scollamento fra le esigenze della società
civile più evoluta, del singolo cittadino, e quelle del governo,
di chi lo rappresenta, quando vi sono interessi tanto distanti e distinti
da non poter più essere nascosti, mistificati, a poco a poco saltano
tutte le garanzie, i diritti – è la democrazia a farne le
spese. Colpire le minoranze significa usarle come grimaldello per scardinare
l’intero sistema, impedire l’alternanza, fare in modo che
il potere resti in mano a chi ce l’ha senza che vi sia una reazione,
un’opposizione vera, generalizzata e maggioritaria. Se non si toccano
i privilegi della categorie più forti e numerose (che, guarda caso,
sono cattoliche e tradizionalmente di centro-destra), ma anzi, li si afferma
e rafforza rendendoli ancor più elitari – queste non si sentiranno
direttamente minacciate ed approveranno persino entusiasticamente, loro
stesse, alla fine, chiederanno misure più restrittive e punitive.
Se si mettono in moto dinamiche di questo tipo difficilmente si torna
indietro, specie in un paese come l’Italia che non ha mai né
dovuto né voluto fare davvero i conti con la sua storia anche recente,
con le sue colpe e responsabilità gravissime.
Alla
fine della nostra chiacchierata siamo entrambe più preoccupate
e certamente non ci facciamo illusioni sul futuro.
«Hai
trovato un editore per la tua inchiesta?»
«Al massimo, detrattori personali permettendo, finirà on-line…»
Le
chiedo il permesso di raccontare la sua storia e l’avverto che non
sarò tenera. Si stupisce della mia memoria, sa che non avrò
pietà ma non ha niente in contrario: «Stai attenta però,»
– mi avverte – «se qualcuno si riconoscesse finiresti
in un mare di guai»». La rassicuro, l’ultima cosa che
desidero è finire in tribunale.
Il
mio naturale riserbo m’impedisce d’impicciarmi su quella parte
della sua vita che non conosco, chiederle, ad esempio, se dopo la relazione
con Cristina ha più amato una donna – ma forse non è
nemmeno vero che desidero saperlo.
Sarei
una pessima giornalista. Certo.
L’incubo
della bolletta telefonica incombe. Ci salutiamo frettolosamente ripromettendoci
d’incontrarci ancora, prima o poi, ma entrambe sappiamo che non
faremo nulla per riuscirci.
Non
si torna indietro, né sul serio, né per scherzo.

Sicilia,
terra meravigliosa e austera. Impietosa. Eleonora ha conseguito la maturità
classica con il massimo dei voti e sa cosa vuole: andarsene. Adora studiare.
È dotata di un’intelligenza acuta e vivace, divora libri,
guarda oltre lo stretto come ad un miraggio lontano pieno di promesse,
incantamenti, opportunità. I suoi genitori sono mezzadri, hanno
già fatto tanti sacrifici, ma se questa ragazza caparbia e capace
desidera laurearsi, che vada. Poi tornerà e si sposerà,
come le sue sorelle.
Giunta
in continente non ci mette molto ad ambientarsi. Trova alloggio in un
appartamento zeppo di studenti, mangia come può e dove capita,
frequenta l’università dando un esame dietro l’altro:
i suoi trenta con lode farebbero invidia anche al più titolato
luminare. Non si perde una lezione, specie quelle tenute da sua eminenza
grigia in persona: il professor Roggia, la bestia nera dell’ateneo,
il deus ex machina della facoltà, un intellettuale d’altri
tempi formatosi, senza però rimanerne invischiato, sulle ideologie
anche estremiste degli anni Sessanta.
La
cosiddetta contestazione ha partorito parecchi obbrobri - figli illegittimi
di svariati suffissi che nel tempo hanno espropriato casate e poltrone
disvelandosi per quello che erano: spocchiosi e annoiati borghesi, aspiranti
tali, sedicenti possessori del verbo, eredi di tutto, precettori del niente.
Parlava
ai suoi studenti come se fossero dei poveri mentecatti, il professor Roggia
– era intransigente e talvolta dispotico, sapeva umiliarli, intimorirli
anche solo con lo sguardo. Ma Eleonora ne era ugualmente ammaliata. Adorava
la sua eloquenza raffinata, l’oratoria ardita, i criptici concetti.
Era affascinata dai suoi modi lascivi, dalla sua sottile crudeltà,
dalla capacità di offendere attraverso una battuta ironica e tagliante,
di rigirare il coltello nella ferita, “per scuotere”, diceva.
In lui vedeva quel padre-dio istruito e potente che non aveva, quel padre-amante
che avrebbe scelto tra le figlie meritorie la sua concubina prediletta.
Le
adoratrici erano le studentesse che il professor Roggia preferiva: sulle
stupide si puliva le scarpe, di fronte alle altre saliva in cattedra come
su un palcoscenico dando sfogo a tutti i deliri di onnipotenza di cui
era capace. Ne aveva un harem intero e ognuna si faceva in quattro per
soddisfarne i capricci. Ma Eleonora era la più intelligente e insieme
quella che più delle altre incarnava il suo ideale di bellezza
e femminilità.
Lei
cercava il suo cavaliere senza macchia e senza paura, lui la sua madonna
da appendere e mostrare. S’innamorarono delle proprie allucinazioni
riflesse sull’altro e iniziarono a frequentarsi. Poco tempo dopo
Eleonora si trasferì nel suo appartamento portando con sé
solo i suoi libri perché al resto avrebbe provveduto lui - promise.
Che ironia, non le restarono che quelli.
Alfredo
era piccolo di statura, flaccido come lo è chi passa la maggior
parte del suo tempo seduto rifuggendo ogni spicciola incombenza quotidiana,
foss’anche levarsi il piatto davanti. Aveva lo sguardo attento e
mobile di un rapace, mani mollicce e curate, capelli scuri e ricci, l’aria
di chi è perennemente assorto in chissà quale risoluto pensiero.
Eleonora era più alta di lui, magrissima, un fascio di nervi e
muscoli. Occhi verdi, capelli ramati, leggermente mossi e lunghi, dita
sottili e nodose. Modi educati, gentili, talvolta servili. Si scusava
in continuazione, di tutto. Ed era prodiga, ubbidiente ed efficiente.
Al mattino si alzava prima di Alfredo, gli preparava la colazione e gliela
portava a letto, poi riassettava la casa, lavava i panni, stirava, correva
da una parte all’altra per sbrigare le sue commissioni. La sera
cucinava manicaretti, poi intratteneva amabilmente gli ospiti e solo quando
finalmente lui si ritirava in camera da letto poteva pensare un po’
a se stessa, allora si metteva a studiare, spesso sino a notte fonda.
Quasi senza accorgersene e certamente senza lamentarsi, era divenuta una
casalinga perfetta, una perfetta segretaria ed un perfetto soprammobile.
Cominciò a dare esami con sempre minor frequenza, ma la qualità,
per fortuna, rimase invariata ed anzi, l’esser diventata l’amante
del professor Roggia, in taluni casi la favorì. Ebbe l’opportunità
di frequentare il gota universitario, per esso fece ricerche importanti
che furono pubblicate senza che le fosse riconosciuto alcunché,
ebbe borse di studio con le quali poté provvedere alle sue necessità
senza dover sopportare troppo spesso i dinieghi del compagno, il quale
sapeva essere generoso solo con se stesso e aveva preso la sgradevole
abitudine di rinfacciarle le poche e modeste concessioni che le faceva.
Ovviamente
i genitori di Eleonora non approvavano quella convivenza, era immorale.
Dal loro punto di vista, un uomo e una donna avrebbero potuto vivere sotto
lo stesso tetto o, peggio, dormire insieme, solo se sposati. Il suo comportamento,
quindi, era riprovevole e vergognoso. Se avessero saputo come la trattava,
lo sarebbe stato ancor di più – ma lei, che nel frattempo
aveva maturato un senso d’inadeguatezza profondo, che aveva perso
fiducia nelle sue capacità e cominciava a sentirsi responsabile
di tutti gli accidenti del mondo, non ne faceva parola con nessuno, si
fingeva felice e appagata.
Suo
malgrado, a poco a poco cominciò a dare qualche cenno d’insofferenza
e quando improvvisamente ricevettero lo sfratto, colse l’occasione
per manifestare timidamente l’intenzione di cercarsi un alloggio
per conto proprio. A quel punto Alfredo pensò che la cosa migliore
da fare fosse sposarla. D’altronde l’amava, quella era la
donna della sua vita, di lei non poteva più fare a meno e sì,
l’aveva un po’ maltrattata, ma se Eleonora lo avesse aiutato
sarebbe migliorato, il riconoscimento sociale e legale della loro unione,
poi, avrebbe messo tutte le cose a posto dandole l’opportunità
di affrancarsi, acquisire uno status, avere garanzie e certezze. Pianse,
si gettò ai suoi piedi, giurò e spergiurò che la
loro vita sarebbe cambiata ed anzi, per dimostrarle la sua sincerità,
che faceva sul serio e aveva intenzione di sistemarla e favorirla, approfittando
anche dei vantaggi offerti alle coppie che si sposavano, si disse disponibile
ad acquistare una casa abbastanza grande in modo che potessero ricavarne
uno spazio tutto suo, così, se un giorno si fossero lasciati, non
si sarebbe trovata in difficoltà e avrebbero persino potuto continuare
ad essere amici, cosa alquanto conveniente anche dal punto professionale.
“Tanto tuonò che piovve”. Eleonora ci cascò
e cominciarono i preparativi per il matrimonio.
Tutti ne furono entusiasti, tranne la famiglia di Eleonora, naturalmente.
Erano contadini, avrebbero preferito per la figlia un conterraneo e poi
quell’uomo aveva qualcosa che non li convinceva, non gli era mai
piaciuto, ma purché si sistemasse…
In
primavera ebbe luogo il matrimonio più teatrale che si fosse mai
visto: carrozza e cavalli, paggi, vassalli, fiori a fiumi, fiumi di vino
e wodka… Viaggio di nozze in perfetto stile intellettual-sinistroide:
quindici giorni in una dacia moscovita.
Tornata
a casa, la coppia campò a lungo di rendita sul proprio delirio
– un idillio.
Cominciarono
anche le ricerche per l’acquisto di un immobile che si adattasse
ai loro progetti, ma fu subito chiaro che Alfredo, con le sue sole e misere
forze, non avrebbe mai potuto onorare l’impegno, né i contributi
statali erano così vantaggiosi come avevano creduto. Occorreva
una liquidità economica che Alfredo non possedeva, proprietà
che fungessero da garanzia o fideiussioni. Eleonora si fece forza e andò
in Sicilia a cercare aiuto. Ormai si erano sposati, rischiavano di ritrovarsi
senza casa - e se arrivavano dei figli? Ognuno si rimboccò le maniche
ed Eleonora ottenne la sua cospicua parte di eredità.
Trovarono
un cascinale assai malandato ma abbastanza grande. Con gli spiccioli di
lui, il mutuo e i contributi statali poterono acquistarlo, con i soldi
di lei, poterono ristrutturarne il pianterreno e il primo piano –
al secondo, quello destinato ad ospitare l’appartamento di Eleonora,
avrebbero provveduto successivamente, con calma, non appena avessero potuto.
A
ristrutturazione ultimata i due si trasferirono e come per magia, non
appena oltrepassarono la soglia di casa, Eleonora si ritrovò esattamente
nelle stesse condizioni di qualche mese prima, con l’aggravante
che nel frattempo aveva perso non solo tutto il suo denaro, ma anche la
possibilità di muoversi autonomamente e liberamente. La sua macchina,
infatti, era stata venduta per far fronte ad alcune spese impreviste ed
ora che vivevano in aperta campagna, molto distanti dalla città,
in una zona che non era coperta dai servizi pubblici, doveva chiedere
qualunque cosa, anche un passaggio per andare dal parrucchiere. La sua
dipendenza era divenuta totale.
La
rassegnazione la vinse e le capitò persino di riuscire a sopportare
con serenità quella reclusione dorata. Altre volte, invece, sbottava,
voleva andarsene, allora lui metteva in scena una delle sue tragedie e
lei, mossa a compassione, tornava sui suoi passi.
Eleonora
riuscì sempre a giustificare e perdonare i soprusi e le malefatte
di Alfredo, sino a quando, un giorno, accadde l’imprevedibile.
Chiese
e non senza penare ottenne, di poter ristrutturare al piano superiore
almeno una stanza in modo da potervi fare il suo studio. Una loro conoscente
li mise in contatto con me e Cristina, la mia migliore amica e collaboratrice.
Facemmo un sopraluogo, concordammo con Alfredo gli interventi da eseguire,
i tempi e i costi. Una settimana dopo portammo un ponteggio, tutta l’attrezzatura
e cominciammo i lavori. Notai subito che fra Cristina ed Eleonora c’era
un feeling particolare. Da principio discreto, poi sempre più evidente.
Cristina, era un tipo piuttosto introverso e scontroso, ma in sua presenza
diveniva insolitamente loquace, gentile. Dal canto suo, Eleonora, non
perdeva occasione per farci visita: un the con i biscotti, un consiglio
per sistemare questo o quello e mille altre scuse che ormai non ricordo
più. Ero arrabbiata e forse gelosa, d’altronde con tutte
quelle “distrazioni” i lavori procedevano a rilento ed io
mi sentivo a disagio là dentro… insomma volevo finire in
fretta, riscuotere e andarmene.
Una
mattina Eleonora ci mostrò una vecchia scrivania e ci chiese se
era possibile ricavare al suo interno degli scompartimenti segreti. Alfredo
rovistava dappertutto, perciò aveva bisogno di un posto sicuro
dove riporre le sue cose, specie la corrispondenza privata. La nostra
risposta affermativa le illuminò il viso. C’informò
che suo marito sarebbe partito per una settimana. Ci chiese se fossimo
disponibili a fare il lavoro e se quel tempo sarebbe stato sufficiente
per eseguirlo. Sì, lo era. Ci pregò di non farne parola
né a lui né ad altri. Decidemmo che io avrei finito la stanza
al piano di sopra mentre Cristina avrebbe modificato la scrivania. Ci
saremmo trattenute anche oltre l’orario di lavoro, se fosse stato
necessario.
Alfredo
tornò, apprezzò la nostra puntualità e ci liquidò.
Finalmente potemmo andarcene.
Cristina
ed Eleonora cominciarono a sentirsi per telefono, poi, decisero d’incontrarsi.
Andai
da Cristina e la misi in guardia. Le dissi di non fare stupidaggini perché
quella donna non solo era sposata ma sapevamo bene, ormai, come stavano
le cose fra quei due e lui non era certamente un tipo con tutte le rotelle
a posto. Rise. Mi giurò che non aveva intenzione di mettersi o
metterla nei pasticci e poi, comunque, Eleonora era eterosessuale quindi
il problema da “quel” punto di vista non si poneva. Le feci
notare che la maggior parte delle donne che avevamo avuto non erano state
meno eterosessuali di lei. Rise ancora, mi diede un buffetto e mi disse:
«Stai tranquilla, siamo solo amiche – lo sai, gli intellettuali
sono strani, si sentono meglio se di tanto in tanto fanno finta di essere
persone normali». La guardai vestirsi di tutto punto come poche
altre volte era accaduto ed ebbi la netta impressione che l’avrei
persa per sempre.
Quella
notte non tornò a casa e non ne seppi più nulla per parecchi
giorni, poi finalmente riapparve. Mi sembrò smagrita, ma era raggiante,
felice, incredula. Fra le lacrime mi disse che non si era mai sentita
così, che la cosa era reciproca, talmente intensa che le lasciava
entrambe senza fiato.
Si
vedevano di nascosto, ma sempre più raramente. Lui si era accorto
che Eleonora non era la stessa, aveva capito che era successo qualcosa
durante la sua assenza, forse aveva persino intuito che Cristina era coinvolta
in questo cambiamento. Cominciò a fare domande strane, divenne
più sospettoso ed anche violento. Smise di allontanarsi e se lo
faceva la costringeva a seguirlo. Ormai ne sorvegliava ogni movimento.
La minacciava, le diceva che se lo avesse lasciato l’avrebbe rovinata:
l’università poteva dimenticarsela, di laurearsi neanche
a parlarne e così pure ogni prospettiva professionale le sarebbe
stata preclusa. Eleonora sapeva che non scherzava, che aveva il potere
di distruggerla, di fare quello che diceva. Altre volte si faceva trovare
con la bocca piena di pasticche, sul punto di ingoiarle. Altre ancora
smetteva di mangiare per giorni e giorni, si ubriacava, ostentava il suo
abbrutimento in modo che gli altri ne intuissero la causa. No, non era
possibile lasciarsi alle spalle tutto questo senza che vi fossero conseguenze
estreme, forse drammatiche.
Eleonora
cedette ancora una volta. Finalmente riuscì a tranquillizzarlo
e a liberarsi di lui per qualche ora.
Cristina
non aveva sue notizie da mesi. Tutto si aspettava ma non di vederla, non
quel giorno, non in quel modo. Le parve che il cuore fosse sul punto di
scoppiare, vacillò. La fece entrare. Rimasero lungamente in silenzio,
immobili, guardandosi. Fecero l’amore in un modo così disperato
che non vi furono dubbi sul motivo di quell’incontro. Piansero,
ma non si dissero nemmeno una parola – non occorreva. Quando arrivai
erano sulla porta, una di fronte all’altra. Eleonora raccolse una
lacrima sulla sua guancia, forse sorrise, si voltò, mi guardò
ma non mi vide, come uno spettro mi passò accanto e sparì
nella penombra dell’androne.
Cristina
si sentì male. Dovetti sorreggerla, chiamare un medico. Era in
stato di shock, catatonica. Rimase così per molto tempo poi, quando
parve che ne fosse finalmente uscita, si procurò una siringa e
qualche grammo di eroina. Morì di overdose nel suo letto, un pomeriggio
di fine primavera.
Un
paio d’anni dopo Eleonora mi fece visita. Anche se con enorme ritardo,
aveva saputo. Capiva che non l’avessi avvertita. Non riusciva a
darsi pace. Mi raccontò la sua storia. Tentò di spiegarsi.
Forse, se mi fossi trovata al posto suo, avrei agito come lei. Comunque,
alla fine si era laureata: 110, lode ed encomio, quindi aveva abbandonato
il marito al quale, purché uscisse definitivamente dalla sua vita,
aveva lasciato tutto: casa, macchina, mobili, persino i vestiti. Si era
portata via soltanto i libri, i ricordi. Certo, lui aveva cercato di trattenerla,
riportarla a casa: l’aveva fatto con le buone e con le cattive,
ma questa volta non c’era riuscito.
Eleonora
venne a trovarmi ancora, ma non diventammo mai amiche. Improvvisamente
sparì. Seppi più tardi che Alfredo non solo la sostituì
in fretta con una giovane brasiliana, ma mantenne anche le sue promesse:
gli bastò fare qualche telefonata per precluderle in Italia ogni
possibilità di lavoro e carriera. Eleonora dovette andarsene e
forse non le costò nessuna fatica farlo.
Recentemente
ho ricevuto una sua cartolina, lo fa sempre quando cambia numero telefonico.
Credo che sia solo un modo per mantenersi in contatto, ma mi piace anche
pensare che lo faccia per non separarsi del tutto e per sempre da una
piccola parte del suo passato, da quella strana ragazza che l’ha
talmente amata da annullarsi in quell’amore, da non riuscire più
a dare significato alla sua vita senza di lei.
Sono
trascorsi una ventina d’anni, eppure non ho smesso di intravederla
in mezzo alla gente, anche adesso ho la percezione che Cristina sia da
qualche parte, qua intorno.
Mi
aggrappo a queste sensazioni perché coltivo l’illusione di
poterla ancora incontrare. Se l’avrò dimenticata, come potrò
riconoscerla?
Ed
ora vi chiedo: come si può sopportare che su una lapide non vi
sia scritto niente che racconti la vita di chi là sotto riposa,
spieghi agli sconosciuti che si fermano a guardarne la foto, perché,
quel giorno, sorrideva, e quanto la sua esistenza fosse straordinaria,
anche se non era stata come gli altri avrebbero voluto, anche se a nessuno
gliene era importato nulla, o non abbastanza?
Lottiamo
una vita intera per non soccombere, per affrancarci, affidiamo alle parole
la memoria, ma poi per primi ci rifiutiamo di ascoltare, preferiamo tacere
- lasciamo che il silenzio c’inghiotta, vanifichi tutto quello per
cui abbiamo vissuto, ciò che abbiamo dato e ricevuto.
No,
non ha alcun senso.
Non
rassicura, non consola. Non serve.

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