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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Eleonora vive all’estero da una quindicina d’anni. Era una promettente studiosa ma… Rifletto a lungo prima di telefonarle. Finalmente mi decido – compongo il numero.

«Halo?»
«Ciao, sono Cinzia…»

Un silenzio che ho previsto e nondimeno mi colpisce, percorre in un attimo chilometri e chilometri, arriva al mio telefono, fluisce, mi avvolge, dilaga. Per un tempo che mi pare interminabile cala l’oscurità. Non dico nulla. Entrambe precipitiamo nel nostro Aleph personale e molte ferite tornano ad aprirsi, molte parole non dette si ricompongono in quel nodo piantato in gola. L’unica cosa che in questo momento ricordo con chiarezza di lei, è la sua mano che asciuga una lacrima sulla guancia di Cristina.

«Dio, quanto tempo…»
«Sì, una vita…»

È difficile tentare una conversazione decente quando si è sopravvissuti ad emozioni così intense. Tutto diviene banale.

Le chiedo come sta, cosa fa. Mi racconta che è praticamente alla fame, che ha una relazione con un artistoide squinternato. Intuisco che non ha smesso di farsi vittima. Per non dormire sotto i ponti ha dovuto occupare abusivamente una specie di stamberga. «Quest’inverno ho patito tanto di quel freddo…», sussurra. A volte fa qualche traduzione. Le hanno persino pubblicato un’importante ricerca ma non basta, non ce la fa a tirare avanti – ed è sempre peggio. Le chiedo perché non rientra in Italia, ma so già la sua risposta: «E dove vado, cosa faccio… Non ho più nulla lì, nessuno…». So cosa pensa: l’ultima cosa che farebbe è pretendere la restituzione del maltolto. Se non se ne fosse andata, se avesse lottato, forse adesso la sua vita non sarebbe il cumulo di macerie che è, ma le conseguenze delle sue scelte hanno smesso di preoccuparla ormai da un pezzo. Eleonora ha un animo rivoltoso e succube al contempo, nobile – maledettamente e inutilmente nobile, disgraziato. Un po’ ci somigliamo.

«E tu? Abiti sempre in quella cantina? Come te la passi…»
«Al solito: incarno il modello della sfigata perfetta, ma adesso vivo in un casa vera e ho persino il bagno. Per il resto continuo a fare molte cose belle e importanti che nessuno conosce e non mi danno da vivere. È il mio karma, Eleonora – una meraviglia». Ride.

Le illustro il tema dell’inchiesta che sto conducendo, ne spiego le ragioni.

Il pensiero e la militanza lesbo-femminista, sono cose molto distanti dai suoi interessi, dalla sua formazione e dalla sua quotidianità - mi dice – tuttavia all’università o in biblioteca ha la possibilità di leggere la maggior parte dei quotidiani europei, e i pochi amici che le sono rimasti la tengono informata.

Sa che in Italia stanno accadendo cose gravissime, che la democrazia, la libertà, i diritti, non sono mai stati in pericolo come lo sono adesso. Ciò risveglia la coscienza civile di una parte importante della società, mobilita categorie tradizionalmente ben poco attratte dalla politica attiva con ricadute che, se da un lato rappresentano uno stimolo e un sostegno, dall’altro sono avvertite come una provocazione, un’ingerenza indebita. Sono lunghi i tempi della politica (quella vera, non quella raccogliticcia e improvvisata che fa del regionalismo e dei personalismi, del populismo più becero e scadente, del liberismo selvaggio l’arma vincente per la sola ridistribuzione del potere) e le resistenze al cambiamento sono enormi - sempre. L’establishment progressista è consapevole che deve ripensare se stesso se vuole sopravvivere, che ha di fronte tre sole alternative: adeguarsi alle nuove esigenze, dimettersi, o adoperarsi affinché niente cambi con conseguente perdita di consensi e rappresentatività, portando di fatto la coalizione allo sfascio. Paradossalmente, quella che potrebbe essere per il centro-sinistra un’opportunità, rischia di trasformarsi nel suo esatto contrario.

Alla fine della nostra chiacchierata siamo entrambe più preoccupate e certamente non ci facciamo illusioni sul futuro.

«Hai trovato un editore per la tua inchiesta?»
«Al massimo, detrattori personali permettendo, finirà on-line…»

Le chiedo il permesso di raccontare la sua storia e l’avverto che non sarò tenera. Si stupisce della mia memoria, sa che non avrò pietà ma non ha niente in contrario: «Stai attenta però,» – mi avverte – «se qualcuno si riconoscesse finiresti in un mare di guai»». La rassicuro, l’ultima cosa che desidero è finire in tribunale.

Il mio naturale riserbo m’impedisce d’impicciarmi su quella parte della sua vita che non conosco, chiederle, ad esempio, se dopo la relazione con Cristina abbia più amato una donna – ma forse non è nemmeno vero che desidero saperlo.

Sarei una pessima giornalista. Certo.

L’incubo della bolletta telefonica incombe. Ci salutiamo frettolosamente ripromettendoci d’incontrarci ancora, prima o poi, ma entrambe sappiamo che non faremo nulla per riuscirci.

Non si torna indietro, né sul serio, né per scherzo.

 

*  *  *

 

Sicilia, terra meravigliosa e austera. Impietosa. Eleonora ha conseguito la maturità classica con il massimo dei voti e sa cosa vuole: andarsene. Adora studiare. È dotata di un’intelligenza acuta e vivace, divora libri, guarda oltre lo stretto come ad un miraggio lontano pieno di promesse, incantamenti, opportunità. I suoi genitori sono mezzadri, hanno già fatto tanti sacrifici, ma se questa ragazza caparbia e capace desidera laurearsi, che vada. Poi tornerà e si sposerà, come le sue sorelle.

Giunta in continente non ci mette molto ad ambientarsi. Trova alloggio in un appartamento zeppo di studenti, mangia come può e dove capita, frequenta l’università dando un esame dietro l’altro: i suoi trenta con lode farebbero invidia anche al più titolato luminare. Non si perde una lezione, specie quelle tenute da sua eminenza grigia in persona: il professor Roggia, la bestia nera dell’ateneo, il deus ex machina della facoltà, un intellettuale d’altri tempi formatosi, senza però rimanerne invischiato, sulle ideologie anche estremiste degli anni Sessanta.

La cosiddetta contestazione ha partorito parecchi obbrobri - figli illegittimi di svariati suffissi che nel tempo hanno espropriato casate e poltrone disvelandosi per quello che erano: spocchiosi e annoiati borghesi, aspiranti tali, sedicenti possessori del verbo, eredi di tutto, precettori del niente.

Parlava ai suoi studenti come se fossero dei poveri mentecatti, il professor Roggia – era intransigente e talvolta dispotico, sapeva umiliarli, intimorirli anche solo con lo sguardo. Ma Eleonora ne era ugualmente ammaliata. Adorava la sua eloquenza raffinata, l’oratoria ardita, i criptici concetti. Era affascinata dai suoi modi lascivi, dalla sua sottile crudeltà, dalla capacità di offendere attraverso una battuta ironica e tagliante, di rigirare il coltello nella ferita, “per scuotere”, diceva. In lui vedeva quel padre-dio istruito e potente che non aveva, quel padre-amante che avrebbe scelto tra le figlie meritorie la sua concubina prediletta.

Le adoratrici erano le studentesse che il professor Roggia preferiva: sulle stupide si puliva le scarpe, di fronte alle altre saliva in cattedra come su un palcoscenico dando sfogo a tutti i deliri di onnipotenza di cui era capace. Ne aveva un harem intero e ognuna si faceva in quattro per soddisfarne i capricci. Ma Eleonora era la più intelligente e insieme quella che più delle altre incarnava il suo ideale di bellezza e femminilità.

Lei cercava il suo cavaliere senza macchia e senza paura, lui la sua madonna da appendere in salotto e mostrare. S’innamorarono delle proprie allucinazioni riflesse sull’altro e iniziarono a frequentarsi. Poco tempo dopo Eleonora si trasferì nel suo appartamento portando con sé solo i libri perché al resto avrebbe provveduto lui - promise. Che ironia, non le restarono che quelli.

Alfredo era piccolo di statura, flaccido come lo è chi passa la maggior parte del suo tempo seduto rifuggendo ogni spicciola incombenza quotidiana, foss’anche levarsi il piatto davanti. Aveva lo sguardo attento e mobile di un rapace, mani mollicce e curate, capelli scuri e ricci, l’aria di chi è perennemente assorto in chissà quale risoluto pensiero. Eleonora era più alta di lui, magrissima, un fascio di nervi e muscoli. Occhi verdi, capelli ramati, leggermente mossi e lunghi, dita sottili e nodose. Modi educati, gentili, talvolta servili. Si scusava in continuazione, di tutto. Ed era prodiga, ubbidiente ed efficiente. Al mattino si alzava prima di Alfredo, gli preparava la colazione e gliela portava a letto, poi riassettava la casa, lavava i panni, stirava, correva da una parte all’altra per sbrigare le commissioni giornaliere. La sera cucinava manicaretti, poi intratteneva amabilmente gli ospiti e solo quando finalmente lui si ritirava in camera da letto poteva pensare un po’ a se stessa, allora si metteva a studiare, spesso sino a notte fonda. Quasi senza accorgersene e certamente senza lamentarsi, era divenuta una casalinga perfetta, una perfetta segretaria ed un perfetto soprammobile. Cominciò a dare esami con sempre minor frequenza, ma la qualità, per fortuna, rimase invariata ed anzi, l’esser diventata l’amante del professor Roggia, in taluni casi la favorì. Ebbe l’opportunità di frequentare il gota universitario, per esso fece ricerche importanti che furono pubblicate senza che le fosse riconosciuto alcunché, ebbe borse di studio con le quali poté provvedere alle sue necessità senza dover sopportare troppo spesso i dinieghi del compagno, il quale sapeva essere generoso solo con se stesso e aveva preso la sgradevole abitudine di rinfacciarle le poche e modeste concessioni che le faceva.

Ovviamente i genitori di Eleonora non approvavano quella convivenza, era immorale. Dal loro punto di vista, un uomo e una donna avrebbero potuto vivere sotto lo stesso tetto solo se sposati. Il suo comportamento, quindi, era riprovevole e vergognoso. Se avessero saputo come la trattava, lo sarebbe stato ancor di più – ma lei, che nel frattempo aveva maturato un senso d’inadeguatezza profondo, che aveva perso fiducia nelle proprie capacità e cominciava a sentirsi responsabile di tutti gli accidenti del mondo, non ne faceva parola con nessuno, si fingeva felice e appagata.

Suo malgrado, a poco a poco cominciò a dare qualche cenno d’insofferenza e quando improvvisamente ricevettero lo sfratto, colse l’occasione per manifestare timidamente l’intenzione di cercarsi un alloggio per conto suo. A quel punto Alfredo pensò che la cosa migliore da fare fosse sposarla. D’altronde l’amava, quella era la donna della sua vita, di lei non poteva più fare a meno e sì, l’aveva un po’ maltrattata, ma se Eleonora lo avesse aiutato sarebbe migliorato, il riconoscimento sociale e legale della loro unione, poi, avrebbe messo tutte le cose a posto dandole l’opportunità di affrancarsi, acquisire uno status, avere garanzie e certezze. Pianse, si gettò ai suoi piedi, giurò e spergiurò che la loro vita sarebbe cambiata ed anzi, per dimostrarle la sua sincerità, che faceva sul serio e aveva intenzione di sistemarla e favorirla, approfittando anche dei vantaggi offerti alle coppie che si sposavano, si disse disponibile ad acquistare una casa abbastanza grande in modo che potessero ricavarne uno spazio anche per lei, autonomo, così, se un giorno si fossero lasciati, non si sarebbe trovata in difficoltà e avrebbero persino potuto continuare ad essere amici, cosa alquanto conveniente anche dal punto professionale. “Tanto tuonò che piovve”. Eleonora ci cascò e cominciarono i preparativi per il matrimonio.

Tutti ne furono entusiasti, tranne la famiglia di Eleonora, naturalmente. Erano contadini, avrebbero preferito per la figlia un conterraneo e poi quell’uomo aveva qualcosa che non li convinceva, non gli era mai piaciuto, ma purché si sistemasse…

In primavera ebbe luogo il matrimonio più esibizionistico che si fosse mai visto: carrozza e cavalli, paggi, vassalli, fiori a fiumi, fiumi di vino e wodka… Viaggio di nozze in perfetto stile intellettual-sinistroide: quindici giorni in una dacia moscovita.

Tornata a casa, la coppia campò a lungo di rendita sul proprio delirio – un idillio.

Cominciarono anche le ricerche per l’acquisto di un immobile che si adattasse ai loro progetti, ma fu subito chiaro che Alfredo, con le sue sole e misere forze, non avrebbe mai potuto onorare l’impegno, né i contributi statali erano così vantaggiosi come avevano creduto. Occorreva una liquidità economica che Alfredo non possedeva, proprietà che fungessero da garanzia o fideiussioni. Eleonora si fece forza e andò in Sicilia a cercare aiuto. Ormai si erano sposati, rischiavano di ritrovarsi senza casa - e se arrivavano dei figli? Ognuno si rimboccò le maniche ed Eleonora ottenne la sua cospicua parte di eredità.

Trovarono un cascinale assai malandato ma abbastanza grande. Con gli spiccioli di lui, il mutuo e i contributi statali poterono acquistarlo, con i soldi di lei, poterono ristrutturarne il pianterreno e il primo piano – al secondo, quello destinato ad ospitare l’appartamento di Eleonora, avrebbero provveduto successivamente, con calma, non appena avessero potuto.

A ristrutturazione ultimata, i due si trasferirono e come per magia, non appena oltrepassarono la soglia di casa, Eleonora si ritrovò esattamente nelle stesse condizioni di qualche mese prima, con l’aggravante che nel frattempo aveva perso non solo tutto il suo denaro, ma anche la possibilità di muoversi autonomamente e liberamente. La sua macchina, infatti, era stata venduta per far fronte ad alcune spese impreviste ed ora che vivevano in aperta campagna, molto distanti dalla città, in una zona che non era coperta dai servizi pubblici, doveva chiedere qualunque cosa, anche un passaggio per andare dal parrucchiere. La sua dipendenza era divenuta totale.

La rassegnazione la vinse e le capitò persino di riuscire a sopportare con serenità quella reclusione dorata. Altre volte, invece, sbottava, voleva andarsene, allora lui metteva in scena una delle sue tragedie e lei, mossa a compassione, tornava sui suoi passi.

Eleonora riuscì sempre a giustificare e perdonare i soprusi e le malefatte di Alfredo, sino a quando, un giorno, accadde l’imprevedibile.

Chiese e non senza penare ottenne, di poter ristrutturare al piano superiore almeno una stanza in modo da potervi fare il suo studio. Una loro conoscente li mise in contatto con me e Cristina, la mia migliore amica e collaboratrice. Facemmo un sopraluogo, concordammo con Alfredo gli interventi da eseguire, i tempi e i costi. Una settimana dopo portammo un ponteggio, tutta l’attrezzatura e cominciammo i lavori. Notai subito che fra Cristina ed Eleonora c’era un feeling particolare. Da principio discreto, poi sempre più evidente. Cristina, era un tipo piuttosto introverso e scontroso, ma in sua presenza diveniva insolitamente loquace, gentile. Dal canto suo, Eleonora, non perdeva occasione per farci visita: un the con i biscotti, un consiglio per sistemare questo o quello e mille altre scuse che ormai non ricordo più. Ero arrabbiata e forse gelosa, d’altronde con tutte quelle “distrazioni” i lavori procedevano a rilento ed io mi sentivo a disagio là dentro… insomma volevo finire in fretta, riscuotere e andarmene.

Una mattina Eleonora ci mostrò una vecchia scrivania e ci chiese se era possibile ricavare al suo interno degli scompartimenti segreti. Alfredo rovistava dappertutto, perciò aveva bisogno di un posto sicuro dove riporre le sue cose, specie la corrispondenza privata. La nostra risposta affermativa le illuminò il viso. C’informò che suo marito sarebbe partito per una settimana. Ci chiese se fossimo disponibili a fare il lavoro e se quel tempo sarebbe stato sufficiente per eseguirlo. Sì, lo era. Ci pregò di non farne parola né a lui né ad altri. Decidemmo che io avrei finito la stanza al piano di sopra mentre Cristina avrebbe modificato la scrivania. Ci saremmo trattenute anche oltre l’orario di lavoro, se fosse stato necessario.

Alfredo tornò, apprezzò la nostra puntualità e ci liquidò. Finalmente potemmo andarcene.

Cristina ed Eleonora cominciarono a sentirsi per telefono, poi, decisero d’incontrarsi.

Andai da Cristina e la misi in guardia. Le dissi di non fare stupidaggini perché quella donna non solo era sposata ma sapevamo bene, ormai, come stavano le cose fra quei due e lui non era certamente un tipo con tutte le rotelle a posto. Rise. Mi giurò che non aveva intenzione di mettersi o metterla nei pasticci e poi, comunque, Eleonora era eterosessuale quindi il problema da “quel” punto di vista non si poneva. Le feci notare che la maggior parte delle donne che avevamo avuto non erano state meno eterosessuali di lei. Rise ancora, mi diede un buffetto e mi disse: «Stai tranquilla, siamo solo amiche – lo sai, gli intellettuali sono strani, si sentono meglio se di tanto in tanto fanno finta di essere persone normali». La guardai vestirsi di tutto punto come poche altre volte era accaduto ed ebbi la netta impressione che l’avrei persa per sempre.

Quella notte non tornò a casa e non ne seppi più nulla per parecchi giorni, poi finalmente riapparve. Mi sembrò smagrita, ma era raggiante, felice, incredula. Fra le lacrime mi disse che non si era mai sentita così, che la cosa era reciproca, talmente intensa che le lasciava entrambe senza fiato.

Si vedevano di nascosto, ma sempre più raramente. Lui si era accorto che Eleonora non era la stessa, aveva capito che era successo qualcosa durante la sua assenza, forse aveva persino intuito che Cristina era coinvolta in questo cambiamento. Cominciò a fare domande strane, divenne più sospettoso ed anche violento. Smise di allontanarsi e se lo faceva la costringeva a seguirlo. Ormai ne sorvegliava ogni movimento. La minacciava, le diceva che se lo avesse lasciato l’avrebbe rovinata: l’università poteva dimenticarsela, di laurearsi neanche a parlarne e così pure ogni prospettiva professionale le sarebbe stata preclusa. Eleonora sapeva che non scherzava, che aveva il potere di distruggerla, di fare quello che diceva. Altre volte si faceva trovare con la bocca piena di pasticche, sul punto di ingoiarle. Altre ancora smetteva di mangiare per giorni e giorni, si ubriacava, ostentava il suo abbrutimento in modo che gli altri ne intuissero la causa. No, non era possibile lasciarsi alle spalle tutto questo senza che vi fossero conseguenze estreme, forse drammatiche.

Eleonora cedette ancora una volta. Finalmente riuscì a tranquillizzarlo e a liberarsi di lui per qualche ora.

Cristina non aveva sue notizie da mesi. Tutto si aspettava ma non di vederla, non quel giorno, non in quel modo. Le parve che il cuore fosse sul punto di scoppiare, vacillò. La fece entrare. Rimasero lungamente in silenzio, immobili, guardandosi. Fecero l’amore in un modo così disperato che non vi furono dubbi sul motivo di quell’incontro. Piansero, ma non si dissero nemmeno una parola – non occorreva. Quando arrivai erano sulla porta, una di fronte all’altra. Eleonora raccolse una lacrima sulla sua guancia, forse sorrise, si voltò, mi guardò ma non mi vide, come uno spettro mi passò accanto e sparì nella penombra dell’androne.

Cristina si sentì male. Dovetti sorreggerla, chiamare un medico. Era in stato di shock, catatonica. Rimase così per molto tempo poi, quando parve che ne fosse finalmente uscita, si procurò una siringa e qualche grammo di eroina. Morì di overdose nel suo letto, un pomeriggio di fine primavera.

Un paio d’anni dopo Eleonora mi fece visita. Anche se con enorme ritardo, aveva saputo. Capiva che non l’avessi avvertita. Non riusciva a darsi pace. Mi raccontò la sua storia. Tentò di spiegarsi. Forse, se mi fossi trovata al posto suo, avrei agito come lei. Comunque, alla fine si era laureata: 110, lode ed encomio, quindi aveva abbandonato il marito al quale, purché uscisse definitivamente dalla sua vita, aveva lasciato tutto: casa, macchina, mobili, persino i vestiti. Si era portata via soltanto i libri, i ricordi. Certo, lui aveva cercato di trattenerla, riportarla a casa: l’aveva fatto con le buone e con le cattive, ma questa volta non c’era riuscito.

Eleonora venne a trovarmi ancora, ma non diventammo mai amiche. Improvvisamente sparì. Seppi più tardi che Alfredo non solo la sostituì in fretta con una giovane brasiliana, ma mantenne anche le sue promesse: gli bastò fare qualche telefonata per precluderle in Italia ogni possibilità di lavoro e carriera. Eleonora dovette andarsene e forse non le costò nessuna fatica farlo.

Recentemente ho ricevuto una sua cartolina, lo fa sempre quando cambia numero telefonico. Credo che sia solo un modo per mantenersi in contatto, ma mi piace anche pensare che lo faccia per non separarsi del tutto e per sempre da una piccola parte del suo passato, da quella strana ragazza che l’ha talmente amata da annullarsi nell’amore, da non riuscire più a dare significato alla sua vita senza di lei.

Sono trascorsi una ventina d’anni, eppure non ho smesso di intravederla in mezzo alla gente, anche adesso ho la percezione che Cristina sia da qualche parte, qua intorno.

Mi aggrappo a queste sensazioni perché coltivo l’illusione di poterla ancora incontrare. Se l’avrò dimenticata, come potrò riconoscerla?

Ed ora vi chiedo: come si può sopportare che su una lapide non vi sia scritto niente che racconti la vita di chi là sotto riposa, spieghi agli sconosciuti che si fermano a guardarne la foto, perché, quel giorno, sorrideva, e quanto la sua esistenza fosse straordinaria, anche se non era stata come gli altri avrebbero voluto, anche se a nessuno gliene era importato nulla, o abbastanza?

Lottiamo una vita intera per non soccombere, per affrancarci, affidiamo alle parole la memoria, ma poi per primi ci rifiutiamo di ascoltare, preferiamo tacere - lasciamo che il silenzio c’inghiotta, vanifichi tutto quello per cui abbiamo vissuto, ciò che abbiamo dato e ricevuto.

No, non ha alcun senso.

Non rassicura, non consola. Non serve.

 

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