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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Maria era una donna dolce, sensibile, affettuosa, piena di voglia di vivere.

La prima volta l’ho incontrata in internet, fucina di avventure e distrazioni. Una chat line, il morale un po’ a terra, la voglia di parlare con qualcuno. I primi scambi di battute, un feeling inusuale, divertente e piacevole. Si tirano le quattro del mattino battendo sui tasti e parlando dei miei guai, delle mie debolezze… di me. E lei in ascolto, paziente come una vecchia amica. Il giorno dopo ci si ritrova al solito orario, niente monologhi stavolta, solo il piacere di una chiacchierata. Le prime mails, lunghissime, piene di voglia di raccontarsi e raccontare. Abbiamo passato quattro mesi a scriverci, dal cinema alle ricette di cucina, dai problemi quotidiani ai pensieri più profondi, personali. È durante questo scambio di lettere che ho saputo di lei, della sua storia...

Maria, quarantatre anni. Da dieci sulla sedia a rotelle per una forma di artrite che l’aveva colpita a vent’anni e la stava mangiando, piano piano, dolorosamente. Era stata una donna attraente, amante delle nuotate in mare aperto, amante delle donne, amante autentica della vita. Poi la malattia, le prime difficoltà a deambulare, il progressivo abbandono degli amici. In ultimo non le erano rimasti che due amici, i più fedeli, pazienti, affezionati - due inguaribili “frociacci”, come li chiamava scherzosamente lei.

Quarantatre anni, dicevo. Una voce da far innamorare. Le diedi il mio numero di telefono, tanto per dimostrarle fiducia e simpatia. Il giorno dopo, verso l’ora di pranzo squilla il cellulare – numero sconosciuto. Mi apparto e rispondo. «Pronto, Sara?…» - attimo di panico - una voce adulta, calda, che colpisce dritta al cuore. «Sì, sono io… Maria?». Lei. Glielo dissi qualche tempo dopo di essermi irrimediabilmente innamorata della sua voce – una carezza delicata, calda, sensuale eppure vivace, sprigionante allegria, vitalità. Ora che c’era il telefono, la corrispondenza iniziò a diminuire. Passavamo lunghe ore alla cornetta. «Gatta, scendimi dalle tette che mi fai male!» - frase ricorrente che mi faceva sempre ridere.

Le sue storie non erano state numerosissime: un passato da etero sbrigativamente archiviato, qualche avventura, qualche storia un po’ più importante, l’innamoramento per la sua collega d’ufficio che, naturalmente, dopo aver saputo della sua omosessualità aveva pensato bene di girarle al largo. Ogni tentativo era vano, ma Maria credeva nell’amore, nella speranza e non mollava. Purtroppo anche la malattia iniziava a farsi più evidente, più dolorosa. Iniziò delle cure al cortisone e il suo corpo cominciò ad appesantirsi, gonfiarsi, tuttavia l’artrosi avanza inesorabile, le colpisce le mani, i piedi, le gambe. «Sai cosa mi manca di più? Le lunghe nuotate che mi facevo in mare, da sola, per ore sotto il sole, felice di tornarmene sfinita a riva». L’artrosi non le deforma solo il corpo. Iniziano i problemi agli organi interni. Un colpo più forte del solito e Maria, impiegata che ama il suo lavoro, si ritrova a dover stare a casa per sei mesi. Sei mesi di cure intense, di dolori e di solitudine. La sorella è presente e la segue per quanto può, ma chi si occupa di lei sono i genitori anziani. «Piccolé, avrò anche quarant’anni, ma ti assicuro che i genitori rompono sempre» - così mi diceva bonariamente, ogni volta che mi lamentavo di una litigata con mamma. «Sai, piccoletta, sono preoccupata perché rischio di perdere il lavoro. Sono tornata in ufficio ma loro hanno capito che non sono recuperabile e quindi fanno di tutto per non farmi lavorare in pace. Io amo il mio lavoro. Si lamentano che sono troppo lenta, che se mi passano una pratica importante non possono aspettare i miei tempi. Oppure mi passano cose che per me, nella condizione in cui mi trovo, è praticamente impossibile concludere. E poi il fatto che io sia lesbica non è visto bene da nessuno, anche se potrai ben immaginare che dalla mia sedia a rotelle non posso certo attentare alle virtù delle “care” colleghe! Ma figuriamoci, chi ci pensa!» – una risata franca, amara ma ottimista - «Stanno facendo di tutto per lasciarmi a casa perché sono un peso e non vogliono mantenermi a vita… li capisco, ma io di lavorare ne ho bisogno. I miei genitori vanno avanti con la pensione ed io costo un capitale solo in medicine. Poi a casa abito al terzo piano e dovrei comprare il carrellino da applicare alla balaustra delle scale, dove ci sali con la sedia a rotelle e puoi muoverti senza dover chiedere a qualcuno un aiuto o rischiare con le stampelle di sfracellarti al suolo! Ma sai quanto costa quel coso? Ed il comune non ha intenzione di pagarmelo. Vuole contribuire con una percentuale veramente irrisoria. E senza lavoro io non posso certo permettermi di pagare il resto.».

Ma i problemi di Zia Maria (come la chiamavo affettuosamente io) non si fermavano a questo.

«Sai, piccola, ieri sera ho incontrato una donna in chat e ci siamo trovate molto bene.»
«Piccolé, non ci crederai, ma sono riuscita ad incontrarla. Ci ho già perso la testa, è molto bella e intelligente… Sembra essere interessata a me… Gesù, mi sento una pischelletta come te!»
«Piccolina, ci sono stata insieme. È stato meraviglioso… forse perché erano anni che non stavo con una donna! Ci sentiremo questa sera – non vedo l’ora…»
«Eh, piccola, non va molto bene. Io temo di essermi innamorata, ma lei non mi chiama, non si fa trovare… eppure andava tutto bene…»
«Sì, Saretta, l’ho sentita, ci siamo parlate sinceramente. Lei mi ha detto che non se la sente di avere a che fare con me perché ha paura della responsabilità che si dovrebbe assumere… ma che crede, di dovermi mantenere forse? Dice che ha paura del mio corpo, che ha paura di soffrire e che anche se mi ama non può stare con me… Piccolé, sto male…».

Poi una crisi più violenta. La ricoverano in una clinica…

«Ma porca pupazza, qui sono tutti vecchi! Io sono la più giovane… non ne posso più. Mi deprimo a stare qui dentro. Ma vedrai che quando esco sto meglio e sfondo il mondo.».
«Zia Mary, ma come fai ad essere sempre così ottimista?! Io mi deprimo per un niente e tu, nonostante tutto, sei sempre allegra, pronta a scherzare…»
«E secondo te che cosa mi resta, oltre la speranza? Io non voglio morire prima del tempo. Sono una persona normale, non voglio leggere negli occhi di chi mi circonda il solito pensiero triste… amo la vita e la vita è speranza!»

Mi sentivo stupida, incapace di apprezzare le cose belle della quotidianità. Mi vergognavo ogni volta che desideravo di farla finita - sciocchi pensieri di una ragazzina pessimista che non sa che cosa sia veramente la sofferenza. Ma poi un giorno l’amore tornò a bussare alla mia porta… «Zia Mary, sono nuovamente innamorata… è stupenda, è perfetta per me. Sono andata a casa sua e abbiamo fatto l’amore… Zia Mary, ho perso la verginità con la donna più favolosa del mondo. E poi stiamo bene insieme, ci troviamo su tutto, non litighiamo mai… vorrei tanto fartela conoscere!». E non l’ombra di un fastidio, d’invidia. La sua voce calda e amica era lì, pronta ad incoraggiarmi, pronta ad infondermi una speranza che credevo non esistesse. «Vai piccoletta, che questa è la volta buona. Te l’avevo detto che la donna della tua vita ti aspettava al varco! Vedi che mi devi credere, Saretta?».

Mi raccontò che aveva trovato una chat line per donne lesbiche con handicap fisici e finalmente poteva confrontarsi alla pari, non doveva nascondere la sua malattia, ma era pur sempre un ghetto, angusto, l’ennesima offesa alla sua anima… Poi la malattia prese a tormentarla più del solito: «È difficile, cara Sara, è veramente difficile. Non riesco quasi più a muovermi, non posso più stare al computer e per me questo significa l’isolamento. Sai, piccola, comincio ad avere paura…».

Ma io per seguire il mio nuovo amore iniziai a trascurarla e le telefonate divennero sempre più rare, sino a sparire del tutto, senza che gli dessi peso...

Un giorno le inviai un sms… «Mi scusi se l’ho chiamata, sono la sorella di Maria. Ho acceso il suo cellulare ed ho visto il messaggio. Mi spiace, ma Maria è mancata improvvisamente. È stata ricoverata dopo un malore e non ce l’ha fatta. Ho ritenuto giusto avvertirla anche perché so che intratteneva dei rapporti via internet e mi farebbe piacere se potesse diffondere la notizia…»

A chi può non interessare la morte della persona più meravigliosa, più viva, più sincera del mondo?

Di lei mi rimangono due foto, un ritratto della sua gatta, una cartolina dal mare (dove mi comunica, con emozione, di aver fatto nuovamente una nuotata dopo tanti anni…) ed un lungo sms: “Ciao, piccola grande donna, incontrarti nella mia vita è stata l’ennesima dimostrazione che qualche cosa di buono al mondo esiste. Ricorda sempre: la speranza non muore mai. Un bacio affettuoso sulle labbra, un abbraccio e un saluto a Cinzia. Zia Mary”.

 

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