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Maria
era una donna dolce, sensibile, affettuosa, piena di voglia di vivere.
La
prima volta l’ho incontrata in internet, fucina di avventure e distrazioni.
Una chat line, il morale un po’ a terra, la voglia di parlare con
qualcuno. I primi scambi di battute, un feeling inusuale, divertente e
piacevole. Si tirano le quattro del mattino battendo sui tasti e parlando
dei miei guai, delle mie debolezze… di me. E lei in ascolto, paziente
come una vecchia amica. Il giorno dopo ci si ritrova al solito orario,
niente monologhi stavolta, solo il piacere di una chiacchierata. Le prime
mails, lunghissime, piene di voglia di raccontarsi e raccontare. Abbiamo
passato quattro mesi a scriverci, dal cinema alle ricette di cucina, dai
problemi quotidiani ai pensieri più profondi, personali. È
durante questo scambio di lettere che ho saputo di lei, della sua storia...
Maria,
quarantatre anni. Da dieci sulla sedia a rotelle per una forma di artrite
che l’aveva colpita a vent’anni e la stava mangiando, piano
piano, dolorosamente. Era stata una donna attraente, amante delle nuotate
in mare aperto, amante delle donne, amante autentica della vita. Poi la
malattia, le prime difficoltà a deambulare, il progressivo abbandono
degli amici. In ultimo non le erano rimasti che due amici, i più
fedeli, pazienti, affezionati - due inguaribili “frociacci”,
come li chiamava scherzosamente lei.
Quarantatre
anni, dicevo. Una voce da far innamorare. Le diedi il mio numero di telefono,
tanto per dimostrarle fiducia e simpatia. Il giorno dopo, verso l’ora
di pranzo squilla il cellulare – numero sconosciuto. Mi apparto
e rispondo. «Pronto, Sara?…» - attimo di panico - una
voce adulta, calda, che colpisce dritta al cuore. «Sì, sono
io… Maria?». Lei. Glielo dissi qualche tempo dopo di essermi
irrimediabilmente innamorata della sua voce – una carezza delicata,
calda, sensuale eppure vivace, sprigionante allegria, vitalità.
Ora che c’era il telefono, la corrispondenza iniziò a diminuire.
Passavamo lunghe ore alla cornetta. «Gatta, scendimi dalle tette
che mi fai male!» - frase ricorrente che mi faceva sempre ridere.
Le
sue storie non erano state numerosissime: un passato da etero sbrigativamente
archiviato, qualche avventura, qualche storia un po’ più
importante, l’innamoramento per la sua collega d’ufficio che,
naturalmente, dopo aver saputo della sua omosessualità aveva pensato
bene di girarle al largo. Ogni tentativo era vano, ma Maria credeva nell’amore,
nella speranza e non mollava. Purtroppo anche la malattia iniziava a farsi
più evidente, più dolorosa. Iniziò delle cure al
cortisone e il suo corpo cominciò ad appesantirsi, gonfiarsi, tuttavia
l’artrosi avanza inesorabile, le colpisce le mani, i piedi, le gambe.
«Sai cosa mi manca di più? Le lunghe nuotate che mi facevo
in mare, da sola, per ore sotto il sole, felice di tornarmene sfinita
a riva». L’artrosi non le deforma solo il corpo. Iniziano
i problemi agli organi interni. Un colpo più forte del solito e
Maria, impiegata che ama il suo lavoro, si ritrova a dover stare a casa
per sei mesi. Sei mesi di cure intense, di dolori e di solitudine. La
sorella è presente e la segue per quanto può, ma chi si
occupa di lei sono i genitori anziani. «Piccolé, avrò
anche quarant’anni, ma ti assicuro che i genitori rompono sempre»
- così mi diceva bonariamente, ogni volta che mi lamentavo di una
litigata con mamma. «Sai, piccoletta, sono preoccupata perché
rischio di perdere il lavoro. Sono tornata in ufficio ma loro hanno capito
che non sono recuperabile e quindi fanno di tutto per non farmi lavorare
in pace. Io amo il mio lavoro. Si lamentano che sono troppo lenta, che
se mi passano una pratica importante non possono aspettare i miei tempi.
Oppure mi passano cose che per me, nella condizione in cui mi trovo, è
praticamente impossibile concludere. E poi il fatto che io sia lesbica
non è visto bene da nessuno, anche se potrai ben immaginare che
dalla mia sedia a rotelle non posso certo attentare alle virtù
delle “care” colleghe! Ma figuriamoci, chi ci pensa!»
– una risata franca, amara ma ottimista - «Stanno facendo
di tutto per lasciarmi a casa perché sono un peso e non vogliono
mantenermi a vita… li capisco, ma io di lavorare ne ho bisogno.
I miei genitori vanno avanti con la pensione ed io costo un capitale solo
in medicine. Poi a casa abito al terzo piano e dovrei comprare il carrellino
da applicare alla balaustra delle scale, dove ci sali con la sedia a rotelle
e puoi muoverti senza dover chiedere a qualcuno un aiuto o rischiare con
le stampelle di sfracellarti al suolo! Ma sai quanto costa quel coso?
Ed il comune non ha intenzione di pagarmelo. Vuole contribuire con una
percentuale veramente irrisoria. E senza lavoro io non posso certo permettermi
di pagare il resto.».
Ma
i problemi di Zia Maria (come la chiamavo affettuosamente io) non si fermavano
a questo.
«Sai,
piccola, ieri sera ho incontrato una donna in chat e ci siamo trovate
molto bene.»
«Piccolé, non ci crederai, ma sono riuscita ad incontrarla.
Ci ho già perso la testa, è molto bella e intelligente…
Sembra essere interessata a me… Gesù, mi sento una pischelletta
come te!»
«Piccolina, ci sono stata insieme. È stato meraviglioso…
forse perché erano anni che non stavo con una donna! Ci sentiremo
questa sera – non vedo l’ora…»
«Eh, piccola, non va molto bene. Io temo di essermi innamorata,
ma lei non mi chiama, non si fa trovare… eppure andava tutto bene…»
«Sì, Saretta, l’ho sentita, ci siamo parlate sinceramente.
Lei mi ha detto che non se la sente di avere a che fare con me perché
ha paura della responsabilità che si dovrebbe assumere… ma
che crede, di dovermi mantenere forse? Dice che ha paura del mio corpo,
che ha paura di soffrire e che anche se mi ama non può stare con
me… Piccolé, sto male…».
Poi
una crisi più violenta. La ricoverano in una clinica…
«Ma
porca pupazza, qui sono tutti vecchi! Io sono la più giovane…
non ne posso più. Mi deprimo a stare qui dentro. Ma vedrai che
quando esco sto meglio e sfondo il mondo.».
«Zia Mary, ma come fai ad essere sempre così ottimista?!
Io mi deprimo per un niente e tu, nonostante tutto, sei sempre allegra,
pronta a scherzare…»
«E secondo te che cosa mi resta, oltre la speranza? Io non voglio
morire prima del tempo. Sono una persona normale, non voglio leggere negli
occhi di chi mi circonda il solito pensiero triste… amo la vita
e la vita è speranza!»
Mi
sentivo stupida, incapace di apprezzare le cose belle della quotidianità.
Mi vergognavo ogni volta che desideravo di farla finita - sciocchi pensieri
di una ragazzina pessimista che non sa che cosa sia veramente la sofferenza.
Ma poi un giorno l’amore tornò a bussare alla mia porta…
«Zia Mary, sono nuovamente innamorata… è stupenda,
è perfetta per me. Sono andata a casa sua e abbiamo fatto l’amore…
Zia Mary, ho perso la verginità con la donna più favolosa
del mondo. E poi stiamo bene insieme, ci troviamo su tutto, non litighiamo
mai… vorrei tanto fartela conoscere!». E non l’ombra
di un fastidio, d’invidia. La sua voce calda e amica era lì,
pronta ad incoraggiarmi, pronta ad infondermi una speranza che credevo
non esistesse. «Vai piccoletta, che questa è la volta buona.
Te l’avevo detto che la donna della tua vita ti aspettava al varco!
Vedi che mi devi credere, Saretta?».
Mi
raccontò che aveva trovato una chat line per donne lesbiche con
handicap fisici e finalmente poteva confrontarsi alla pari, non doveva
nascondere la sua malattia, ma era pur sempre un ghetto, angusto, l’ennesima
offesa alla sua anima… Poi la malattia prese a tormentarla più
del solito: «È difficile, cara Sara, è veramente difficile.
Non riesco quasi più a muovermi, non posso più stare al
computer e per me questo significa l’isolamento. Sai, piccola, comincio
ad avere paura…».
Ma
io per seguire il mio nuovo amore iniziai a trascurarla e le telefonate
divennero sempre più rare, sino a sparire del tutto, senza che
gli dessi peso...
Un
giorno le inviai un sms… «Mi scusi se l’ho chiamata,
sono la sorella di Maria. Ho acceso il suo cellulare ed ho visto il messaggio.
Mi spiace, ma Maria è mancata improvvisamente. È stata ricoverata
dopo un malore e non ce l’ha fatta. Ho ritenuto giusto avvertirla
anche perché so che intratteneva dei rapporti via internet e mi
farebbe piacere se potesse diffondere la notizia…»
A
chi può non interessare la morte della persona più meravigliosa,
più viva, più sincera del mondo?
Di
lei mi rimangono due foto, un ritratto della sua gatta, una cartolina
dal mare (dove mi comunica, con emozione, di aver fatto nuovamente una
nuotata dopo tanti anni…) ed un lungo sms: “Ciao, piccola
grande donna, incontrarti nella mia vita è stata l’ennesima
dimostrazione che qualche cosa di buono al mondo esiste. Ricorda sempre:
la speranza non muore mai. Un bacio affettuoso sulle labbra, un abbraccio
e un saluto a Cinzia. Zia Mary”.

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