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Aggiornato Sabato 24-Nov-2012

 

Mirella ha 58 anni, un figlio trentottenne felicemente sposato, due nipoti. Vive con la madre anziana e malandata. Il tempo ha lasciato i suoi segni ma lei non si cura di nasconderli. Fa l’operaia nello stesso posto da sempre e ha poche, fidate amiche – in altre città.

Arriva puntuale. Ci sediamo. È tesa. Mi sento in dovere di scusarmi e le assicuro che non mi offenderò se cambierà idea. Mi guarda intensamente negli occhi: «Non preoccuparti, mi fido – e poi da qualche parte dovrai pur cominciare». Finalmente ride, poi è lei che si scusa per aver preferito incontrarmi in un bar: «Da quando mio figlio e la sua famiglia non vivono più con noi, in casa c’è uno strano silenzio – forse troppo. Mia madre ha tanti acciacchi, ma non è mica sorda, sai? E poi, tu, con quei capelli… Credimi, è meglio così.» Già, da quando ho tagliato i capelli non passo inosservata. Annuisco e le chiedo se sua madre abbia mai sospettato qualcosa. «No, non penso. Forse ha sentito delle voci, ma una donna con un figlio… È difficile credere che possa essere lesbica. D’altronde neppure io sapevo di esserlo…».

Arriva il cameriere. Ha modi gentili. Guarda la mia testa rasata, poi guarda Mirella e sorride. Brindiamo alla sua salute e alle sue sopracciglia che paiono “ricamate”.

«Quando ero ragazza io» - dice sospirando - «era tutto diverso. Quel che non si sapeva, si supponeva, alla fine le cose si mescolavano e allora non c’era scampo. Davide, il figlio della mia vicina di casa, era un ragazzo sensibile, delicato. Sin dalle elementari avevano cominciato a prenderlo in giro: “femminuccia, femminuccia” – i bambini sanno essere così crudeli… Non appena ne ha avuto la possibilità è scappato, non se ne è saputo più nulla…».
«E tu?», le chiedo.
«Io? Non capivo nulla, naturalmente. Né m’interessava. Appena finita la scuola mi fidanzai con il primo che capitò a tiro e pur di uscire di casa lo sposai. Pensavo sinceramente che il matrimonio fosse l’unica via possibile, mi avrebbe resa felice - invece è stato un incubo. Quando mi sono sposata avevo appena diciannove anni, nessuna esperienza e molta paura. Avevo già preso tante di quelle botte da mio padre, come potevo immaginare che avrei continuato a prenderle? Andava al bar con gli amici, quel balordo, poi tornava a casa e mi batteva come un tappeto. Dalla padella nella brace, ma quel tempo tornare indietro era ancora inconcepibile. Non riuscivo a smettere di pensare a mia madre, mi chiedevo come avesse potuto sopportare per tutta la vita quell’inferno, eppure io stessa lo stavo accettando, in silenzio, senza dirlo a nessuno, con vergogna. In me s’insinuò il pensiero più stupido che abbia mai avuto: meritavo quel marito perché l’avevo sposato senza amarlo e perché non ero mai riuscita a soddisfarlo, non gli piacevo, né riuscivo a compiacerlo. Una sera tornò a casa più ubriaco del solito – voleva fare l’amore con me a tutti i costi, ma puzzava così tanto che mi venne da vomitare, non riuscì a trattenermi. Divenne una bestia, mi massacrò di botte e poi mi violentò. Attesi nove mesi, poi, con Guido attaccato al petto montai in bicicletta, attraversai la campagna, di notte, bussai alla porta di mia nonna che mi accolse senza chiedermi nulla, asciugò le mie lacrime, attizzò il fuoco, mi diede del latte caldo, tirò giù dalla soffitta una culla, mi scaldò il letto, prese il vecchio fucile da caccia del nonno e prima di ritirarsi in camera disse: “Se viene qui gli sparo nelle palle”. Lo avrebbe fatto, ma lui non venne. Un anno dopo qualcuno corse ad avvertirci che l’avevano trovato in un fosso, morto. Quel giorno mia nonna andò a trovare un suo vecchio amico e quando tornò disse: “È tempo che le donne di questa famiglia dimentichino. Con noi tuo figlio non avrà bisogno di somigliare a nessun uomo. Domani andrai da Adelina e le dirai che ci trasferiamo nel casale del Guglielmi - l’ho comprato così potremo stare lì tutti e quattro senza pestarci i piedi a vicenda.” Era una donna di poche parole, a volte dura, ma così straordinaria…».

Gli occhi di Mirella sono lucidi, i miei pure. Le chiedo se vuole bere ancora qualcosa. «Sì, forse è meglio». Rimango sola, prendo appunti – non sapevo.

Mirella torna, è un fiume in piena: «Tre anni dopo accettai l’invito di certi amici di famiglia e li seguì ad una sagra di paese. Era la prima volta che uscivo da sola dopo quello che era successo. Mangiammo, poi raggiungemmo la pista da ballo. Accanto al nostro tavolo c’era un gruppo di giovani, cinque uomini e una donna. Parlavano a voce alta, bevevano in continuazione. All’improvviso mi parve di riconoscere nei lineamenti della ragazza un volto conosciuto, ma non riuscivo a ricordare, a mettere a fuoco. Anche lei, intanto, aveva cominciato a guardarmi di sottecchi. Non era bella, era massiccia, un po’ tozza, ma rideva in un modo così speciale… Miranda si voltò verso di me e mi disse: “L’hai riconosciuta?” - caddi dalle nuvole - “È l’Antonia, la figlia del macellaio, quella che da piccina era tutta strana…” - ricordai. Quand’eravamo bambine si era messa in testa che voleva sposarmi e un giorno per dimostrarmi che faceva sul serio mi baciò. Poco tempo dopo suo padre morì d’infarto. Lei e sua mamma si trasferirono non so dove e non la vidi più. Ad un tratto gli occhi di Antonia cominciarono a brillare, venne verso di me e mi chiese: “Ma tu non sei Mirella?”. Non so perché, ma non riuscì ad articolare parola. Rimasi lì come una scema per tutta la serata a farmi ubriacare di chiacchiere, le sue. Aveva tanto di quel fiato, quella ragazza… Il giorno dopo doveva rientrare in Umbria dove lavorava nel negozio di sua madre, ma non se ne andò, non se andò più. Si trasferì nella casa dei nonni paterni, trovò un lavoretto come cuoca in un ristorante e mi è rimasta accanto finché ha vissuto. Fedele e premurosa sino all’ultimo.»

Ancora una volta gli occhi di Mirella si riempiono di lacrime. Mi sento un’intrusa, improvvisamente vorrei non averle chiesto di raccontarmi la sua storia, ma lei ricomincia…

«Siamo state insieme più di vent’anni, poi un cancro me l’ha portata via. Per Guido è stata più di un padre. Gli ha insegnato tutto: a giocare al pallone, a smontare e rimontare un motore, ad avere rispetto delle donne dimostrandogli che una donna può essere migliore di un uomo se glielo lasci fare, una donna è il miglior amico che un uomo possa desiderare.»

Le chiedo se hanno vissuto insieme, come hanno fatto a nascondere la loro relazione: «Non ero pronta per dirlo, e nessuno era pronto per ascoltarmi. Per alcuni anni Antonia mi ha chiesto di trasferirmi da lei, anche con la mia famiglia se volevo, me lo ha chiesto quasi ogni giorno, infine a smesso. Avremo passato la notte insieme, nello stesso letto intendo, sì e no dieci volte. Lei si fermava da noi spesso, ma non potendo dormire con me, con la scusa che in sala c’era la TV e lei non l’aveva, s’addormentava sul divano. “Il posto più caldo e comodo del mondo” lo chiamava. Non me la sentivo di lasciare mia madre e mia nonna da sole, men che mai di portarle con me - avrei dovuto dare spiegazioni, giustificarmi con tutti. Guido avrebbe avuto molti più problemi di quelli che ha avuto... Quante domande imbarazzanti abbiamo dovuto sopportare, quante risposte assurde abbiamo dovuto dare. Pensa, nemmeno lui sa – forse immagina, ma certo né io né Antonia gli abbiamo dato modo di avere certezze. Quando mia nonna mancò, dovetti rimboccarmi le maniche. Mi trovai un lavoro in fabbrica e lì, ti giuro, fosse venuto fuori che avevo una relazione con una donna sarebbe successo il finimondo, non mi avrebbero lasciata in pace. Anche adesso, sapessi la quantità d’insulti verso i gay che mi tocca sentire…»
«Ma come,» - esclamo - «allora non è vero che c’è più tolleranza!»
«A me non sembra. Non dalle mie parti, almeno. È una questione di convenienza, penso. Magari se li prendi uno per uno non sono così cattivi, ma in branco… come le pecore, o i lupi, dipende. A volte, quando dicono che due donne o due uomini insieme fanno proprio schifo, vorrei vederli morti, altre li compiango perché non sanno quanta pienezza e felicità possano donarsi due persone che si amano per quello che sono, a dispetto delle convenzioni. Vorrei trovare il coraggio di disprezzarli o compatirli apertamente, ma ho bisogno di questo lavoro, di serenità, e poi, in fondo, adesso non ho più nulla da difendere, rivendicare. Ho solo un rimpianto: non aver vissuto ogni attimo della sua vita, aver scelto di rinunciare ad una parte importante del suo tempo, al suo modo così bello e contagioso di ridere, per difendere la mia rispettabilità e quella delle persone che amo, per risparmiarci la gogna delle insinuazioni ma, ironia della sorte, sono proprio queste che mi ossessionano e dimostrano quanto sia stato inutile aver rinunciato a noi stesse. Antonia è stata comprensiva con me, ha capito le mie paure, ci ha protetti dallo scandalo – ma lei sapeva che, anche se a fin di bene, facevamo un errore.»

Abbiamo finito. Siamo esauste. Le chiedo se vuole leggere gli appunti. «No» -risponde - «non occorre». Mi alzo per salutarla, la ringrazio, vorrei scusarmi ancora ma lei m’interrompe: «Lascia perdere, avrei dovuto farlo prima. Lo sai cosa mi ha detto una volta Antonia? “Smettila di tormentarti, non è una colpa amarsi ma può diventarlo se credi lo sia.” Aveva ragione, come sempre.»

 

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