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Mirella
ha 58 anni, un figlio trentottenne felicemente sposato, due nipoti. Vive
con la madre anziana e malandata. Il tempo ha lasciato i suoi segni ma
lei non si cura di nasconderli. Fa l’operaia nello stesso posto
da sempre e ha poche, fidate amiche – tutte in altre città.
Arriva
puntuale. Ci sediamo. È tesa. Mi sento in dovere di scusarmi e
prima di ordinare “qualcosa di forte” le assicuro che non
mi offenderò se cambierà idea. Mi guarda intensamente negli
occhi: «Non preoccuparti, mi fido – e poi da qualche parte
dovrai pur cominciare». Finalmente ride, poi è lei che si
scusa per aver preferito incontrarmi in un bar: «Da quando mio figlio
e la sua famiglia non vivono più con noi, in casa c’è
uno strano silenzio – forse troppo. Mia madre ha tanti acciacchi,
ma non è mica sorda, sai? E poi, tu, con quei capelli… Credimi,
è meglio così.» Già, da quando ho tagliato
i capelli non passo inosservata. Annuisco e le chiedo se sua madre abbia
mai sospettato qualcosa. «No, non penso. Forse ha sentito delle
voci, ma una donna con un figlio… È difficile credere che
possa essere lesbica. D’altronde neppure io sapevo di esserlo…».
Arriva
il cameriere. Ha modi gentili. Guarda la mia testa rasata, poi guarda
Mirella e sorride. Brindiamo alla sua salute e alle sue sopracciglia che
paiono “ricamate”.
«Quando
ero ragazza io» dice sospirando «era tutto diverso e in campagna
era anche peggio. Quel che non si sapeva, si supponeva, alla fine le cose
si mescolavano e allora non c’era scampo. Davide, il figlio della
mia vicina di casa, era un ragazzo sensibile, delicato. Sin dalle elementari
avevano cominciato a prenderlo in giro: “femminuccia, femminuccia”
– i bambini sanno essere così crudeli… Non appena ne
ha avuto la possibilità è scappato, non se ne è saputo
più nulla…». «E tu?», le chiedo. «Io?
Non capivo nulla, naturalmente. Né m’interessava. Appena
finita la scuola mi fidanzai con il primo che mi capitò a tiro
e pur di uscire di casa me lo sposai. Pensavo sinceramente che il matrimonio
fosse l’unica via possibile, che avrebbe messo tutto a posto, mi
avrebbe resa felice - invece è stato un incubo. Quando mi sono
sposata avevo appena diciannove anni, nessuna esperienza e molta paura.
Avevo già preso tante di quelle botte da mio padre, come potevo
immaginare che avrei continuato a prenderle? Andava al bar con gli amici,
quel balordo, poi tornava a casa e mi batteva come un tappeto. Dalla padella
nella brace, ma ormai era fatta e a quel tempo tornare indietro era ancora
inconcepibile. Non riuscivo a smettere di pensare a mia madre, mi chiedevo
come avesse potuto sopportare per tutta la vita quell’inferno, eppure
io stessa lo stavo accettando, in silenzio, senza dirlo a nessuno, con
vergogna. In me s’insinuò il pensiero più astruso
che abbia mai avuto: meritavo quel marito perché l’avevo
sposato senza amarlo e perché non ero mai riuscita a renderlo felice,
non gli piacevo, né riuscivo a compiacerlo. Una sera tornò
a casa più ubriaco del solito – voleva fare l’amore
con me a tutti i costi, ma puzzava così tanto che mi venne da vomitare,
non riuscì a trattenermi. Divenne una bestia, mi massacrò
di botte e poi mi violentò. Attesi nove mesi, poi, con Guido attaccato
al petto montai in bicicletta, attraversai la campagna, di notte, bussai
alla porta di mia nonna che mi accolse senza chiedermi nulla, asciugò
le mie lacrime, attizzò il fuoco, mi diede del latte caldo, tirò
giù dalla soffitta una culla, mi scaldò il letto, prese
il vecchio fucile da caccia del nonno e prima di ritirarsi in camera disse:
“Se viene qui gli sparo nelle palle”. Lo avrebbe fatto, ma
lui non venne. Un anno dopo qualcuno corse ad avvertirci che l’avevano
trovato in un fosso, morto. Quel giorno mia nonna andò a trovare
un suo vecchio amico e quando tornò disse: “È tempo
che le donne di questa famiglia dimentichino. Con noi tuo figlio non avrà
bisogno di somigliare a nessun uomo. Domani andrai da Adelina e le dirai
che ci trasferiamo nel casale del Guglielmi - l’ho comprato così
potremo stare lì tutti e quattro senza pestarci i piedi a vicenda.”
Era una donna di poche parole, a volte dura, ma così straordinaria…».
Gli
occhi di Mirella sono lucidi, i miei pure. Le chiedo se vuole bere ancora
qualcosa. «Sì, forse è meglio». Rimango sola,
prendo appunti – non sapevo…
Mirella
torna, è un fiume in piena: «Tre anni dopo accettai l’invito
di certi amici di famiglia e li seguì ad una sagra di paese. Era
la prima volta che uscivo da sola dopo quello che era successo. Mangiammo,
poi raggiungemmo la pista da ballo. Accanto al nostro tavolo c’era
un gruppo di giovani, cinque uomini e una donna. Parlavano a voce alta,
bevevano in continuazione. All’improvviso mi parve di riconoscere
nei lineamenti della ragazza un volto conosciuto, ma non riuscivo a ricordare,
a mettere a fuoco. Anche lei, intanto, aveva cominciato a guardarmi di
sottecchi. Non era bella, era massiccia, un po’ tozza, ma rideva
in un modo così speciale… Miranda si voltò verso di
me e mi disse: “L’hai riconosciuta?” Caddi dalle nuvole.
“È l’Antonia, la figlia del macellaio, quella che da
piccina era tutta strana…” Ricordai. Quand’eravamo bambine
si era messa in testa che voleva sposarmi e un giorno per dimostrarmi
che faceva sul serio mi baciò. Poco tempo dopo suo padre morì
d’infarto. Lei e sua mamma si trasferirono non so dove e non la
vidi più. Ad un tratto gli occhi di Antonia cominciarono a brillare,
venne verso di me e mi chiese: “Ma tu non sei Mirella?” Non
so perché, ma non riuscì ad articolare parola. Rimasi lì
come una scema per tutta la serata a farmi ubriacare di chiacchiere, le
sue. Aveva tanto di quel fiato, quella ragazza… Il giorno dopo doveva
rientrare in Umbria dove lavorava nel negozio di sua madre, ma non se
ne andò, non se andò più. Andò a vivere nella
casa dei nonni paterni, si trovò un lavoretto come cuoca in un
ristorante e mi è rimasta accanto finché ha vissuto. Fedele
e premurosa sino all’ultimo.»
Ancora
una volta gli occhi di Mirella si riempiono di lacrime. Mi sento un’intrusa,
improvvisamente vorrei non averle chiesto di raccontarmi la sua storia,
ma lei ricomincia…
«Siamo
state insieme più di vent’anni, poi un cancro me l’ha
portata via. Per Guido è stata più di un padre. Gli ha insegnato
tutto: a giocare al pallone, a smontare e rimontare un motore, ad avere
rispetto delle donne dimostrandogli che una donna può essere migliore
di un uomo se glielo lasci fare, una donna è il miglior amico che
un uomo possa desiderare.»
Le
chiedo se hanno vissuto insieme, come hanno fatto a nascondere la loro
relazione e perché: «Non ero pronta per dirlo, e nessuno
era pronto per ascoltarmi. Per alcuni anni Antonia mi ha chiesto di trasferirmi
da lei, anche con la mia famiglia se volevo, me lo ha chiesto quasi ogni
giorno, infine a smesso. Avremo passato la notte insieme, nello stesso
letto, intendo, sì e no dieci volte. Lei si fermava da noi spesso,
ma non potendo dormire con me, con la scusa che in sala c’era la
TV e lei non l’aveva, s’addormentava sul divano. “Il
posto più caldo e comodo del mondo” lo chiamava. Non me la
sentivo di lasciare mia madre e mia nonna da sole, men che mai di portarle
con me - avrei dovuto dare spiegazioni, giustificarmi con tutti. Guido
avrebbe avuto molti più problemi di quelli che ha avuto... quante
domande imbarazzanti abbiamo dovuto sopportare, quante risposte assurde
abbiamo dovuto dare. Pensa, nemmeno lui sa – forse immagina, ma
certo né io né Antonia gli abbiamo dato modo di avere certezze.
Quando mia nonna mancò, dovetti rimboccarmi le maniche. Mi trovai
un lavoro in fabbrica e lì, ti giuro, fosse venuto fuori che avevo
una relazione con una donna sarebbe successo il finimondo, non mi avrebbero
lasciata in pace. Anche adesso, sapessi la quantità d’insulti
verso i gay che mi tocca sentire…»
«Ma
come,» esclamo «allora non è vero che c’è
più tolleranza!»
«A
me non sembra. Non dalle mie parti, almeno. È una questione di
convenienza, penso. Magari se li prendi uno per uno non sono così
cattivi, ma in branco… come le pecore o i lupi, dipende. A volte,
quando dicono che due donne o due uomini insieme fanno proprio schifo,
vorrei vederli morti, altre li compiango perché non sanno quanta
pienezza e felicità possano donarsi due persone che si amano per
quello che sono, a dispetto delle convenzioni, di tutto e tutti. Vorrei
trovare il coraggio di disprezzarli o compatirli apertamente, ma ho bisogno
di questo lavoro, di serenità, e poi, in fondo, adesso non ho più
nulla da difendere, rivendicare. Ho solo un rimpianto: non aver vissuto
ogni attimo della sua vita, aver scelto di rinunciare ad una parte importante
del suo tempo, al suo modo così bello e contagioso di ridere, per
difendere la mia rispettabilità e quella delle persone che amo,
per risparmiarci la gogna degli insulti ma, ironia della sorte, sono proprio
questi che mi ossessionano e dimostrano quanto sia stato inutile aver
rinunciato a noi stesse. Antonia è stata comprensiva con me, ha
capito le mie paure, ci ha protetti dallo scandalo – ma lei sapeva
che, anche se a fin di bene, facevamo un errore.»
Abbiamo
finito. Siamo esauste. Le chiedo se vuole leggere gli appunti. «No»
risponde «non occorre». Mi alzo per salutarla, la ringrazio,
vorrei scusarmi ancora ma lei m’interrompe: «Lascia perdere,
avrei dovuto farlo prima. Lo sai cosa mi ha detto una volta Antonia? “Smettila
di tormentarti, non è una colpa amarsi ma può diventarlo
se credi lo sia.” Aveva ragione, come sempre.»

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