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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Paola e Francesca ne ridono adesso, ma so che è stata dura ed altre nella loro situazione non ce l’hanno fatta. Ci vuole incoscienza, forse, sicuramente un po’ di fortuna, ma anche coraggio, cervello – bisogna esser pronti a rinunciare a tutto, consapevoli che il tutto spesso è niente e se al niente non si da importanza, niente si perde.

La loro storia è lunghissima, dovrò purtroppo tagliarla, privarvi di alcuni gustosi siparietti e molti dettagli – spero almeno di riuscire a trasmettervi la loro simpatia, la loro semplicità, la loro forza straordinaria… il loro amore disarmante.

Di questi tempi non può che far bene.

 

 

Si sono conosciute che ancora non andavano a scuola. Le loro mamme le portavano al parco – di confidenza in confidenza divennero assai intime. Quando Paola e la sua famiglia dovettero trasferirsi, Irene scelse di acquistare una casa nel quartiere dell’amica. Così, sin da molto piccole, le due bambine poterono frequentarsi ogni giorno. Anna, la mamma di Francesca, aveva scelto di averla senza sposarsi, d’altronde il suo compagno se n’era disinteressato apertamente sin da subito. Irene, invece, aveva avuto maggior fortuna e il suo matrimonio era saldo malgrado non potesse avere altri figli. Anna era spesso ospite di Irene e Claudio. Fu un’amicizia vera, generosa - Francesca diventò un po’ anche figlia loro.

Quasi sorelle, dunque, ma all’inizio non andavano d’accordo…

«Non la sopportavo mica tanto… Era piagnucolosa e poi non voleva mai giocare agli indiani…»
«Per forza, finivo sempre legata ad un palo! Mi piaceva giocare a marito e moglie… Indovina chi voleva sempre fare il marito?»
«Va là che ti sei rifatta!»

Sono carine, tanto giovani. Chiedo quando hanno capito di amarsi.

«Lo abbiamo sempre saputo ma lo davamo per scontato, era normale che ci volessimo così bene…»
«In realtà è successo tutto in terza media. Io non avevo molto successo con i ragazzi, ma lei… Guardala, non è bellissima?»
«Dai, con te non si può mai fare un discorso serio...»

Come spesso accade, fu la gelosia a metterle di fronte ai sentimenti più nascosti, quelli ai quali non osiamo dare un nome, che ci traghettano oltre l’idea che abbiamo di noi stessi e del mondo…

«Avevo talmente paura di perderla che dopo una litigata furiosa le saltai addosso e tutto accadde con una naturalezza che ancora non so spiegarmi…»
«Fu meraviglioso e scioccante. Non riuscivamo più a staccarci. Ogni volta che dovevamo stare lontane mi prendeva la smania, mi sembrava d’impazzire…»
«Ci chiudevamo in bagno, in camera, dappertutto! Prudenza zero. È ovvio che prima o poi ci avrebbero beccate, ma a quel tempo non ci sembrava di fare nulla di male, e poi lo facevano tutti, perché non avremmo dovuto farlo anche noi?»

Già, perché?

«A dire il vero era ormai da un po’ che i nostri genitori facevano un sacco di discorsi strani: complottavano per tenerci lontane, evitavano di farci stare insieme da sole… Avevano capito benissimo come stavano le cose, ma per quanti sforzi facessero trovavamo sempre il modo di sgattaiolare…»

La “fase omosessuale transitoria” tipica dell’età adolescenziale, perdurava assumendo connotati imbarazzanti, difficilmente giustificabili…

«Non ci ponevamo il problema, eravamo proprio incoscienti. Alla fine i professori convocarono i nostri genitori e da quel giorno ci fu tassativamente vietato di vederci. Allora, aiutate anche dal gran spettegolare del quale improvvisamente ci accorgemmo, capimmo in che razza di pasticcio ci eravamo cacciate…»
«Fortunatamente la scuola stava per finire, avremmo solo dovuto cominciare il Liceo, poi, in un modo o nell’altro, ci saremmo riviste, avremmo trovato una soluzione…»
«Fu un’estate orribile, non ne ricordo una peggiore. Non eravamo mai state lontano tanto a lungo, era la prima volta. Quanto ho pianto… Ho odiato mia madre e non ho perso occasione per farle sentire tutto il risentimento che avevo...»
«I miei tentavano di comprarmi - bastava che chiedessi: il motorino, vestiti, mi riempivano il portafoglio, mi lasciavano star fuori sino a mezzanotte, tanto lo sapevano che Francesca era in vacanza dai parenti… Quando tornò aspettai di veder uscire sua madre e corsi da lei. È stato uno dei giorni più belli della mia vita!»
«Non puoi immaginare lo stupore: non mi ero mai accorta che Paola fosse così coraggiosa! Per me fu davvero un gran sollievo, potevo contare su di lei, potevo fidarmi ciecamente! Architettammo un piano: per comunicare ci saremmo lasciate dei messaggi in un posto segreto, ma per vederci non era il caso di rischiare, capito come funzionava il Liceo avremmo senz’altro trovato il modo di ritagliarci i nostri spazi.»
«Frequentavamo scuole diverse e questo alla fine ci ha aiutate. Era più difficile controllarci e comunque, dopo un po’, i nostri genitori si erano calmati abbastanza… Tuttavia non era prudente fare mosse azzardate, così decidemmo di farci il ragazzo per confondere un po’ le acque, una copertura ci era indispensabile per poter stare tranquille, per non farci stressare…»
«Tenerli a bada non era facile, però la fantasia non ci mancava e poi, per il tempo che duravano…»
«Fummo talmente abili che alla fine ricominciai a frequentare casa sua, con mia madre naturalmente. Due attrici, avresti dovuto vederci! Era persino divertente…»
«Ti sarai divertita tu, io morivo di paura!»
«Ma eri brava. Se non fossi stata sicura di te avrei dubitato che mi amassi davvero.»
Chiedo loro se hanno mai pensato di scappare…
«Certo, lo abbiamo anche fatto una volta...»
«Non se ne è accorto nessuno. Tre ore dopo eravamo già tornate a casa…»
«Quando ci siamo rese conto che con gli spiccioli che avevamo in tasca avremmo fatto al massimo trecento chilometri...»
«Che sceme…»

Memori di quell’esperienza decisero di mettere da parte tutti i soldi che potevano. Raggiunta la maggiore età se ne sarebbero andate. Ma nel frattempo l’aria tornò a farsi irrespirabile…

«Entrammo nel movimento studentesco e cominciammo a divertirci sul serio… Stava diventando sempre più difficile tenerci a bada, oltretutto era evidente che avevamo ripreso a vederci, da sole…»
«Lesbiche e di sinistra – il top!»
«A dei genitori forzaitalioti convinti non poteva capitare nulla di peggio… Non puoi nemmeno sperare di essere compatito - chi vive nel mito dell’uomo che si fa da sé alla fine non può incolpare nessuno delle sue disgrazie…»
Le ventenni non smetteranno mai di stupirmi.
«Visto che non potevano chiuderci in casa, adottarono una strategia comune: fine delle paghette settimanali, motorini, telefoni e PC sequestrati, niente uscite al di fuori degli impegni scolastici e sostegno psicologico coatto… Guerra all’ultimo sangue.»
«Quando lo psicologo gli fece notare che l’omosessualità non è più considerata una malattia e noi avevamo gli stessi problemi di ogni altra persona della nostra età, fu la disfatta… Nondimeno motorini, PC e uscite serali rimasero off-limits…»
«Anche l’averci privato delle paghette sortì l’effetto contrario a quello sperato: entrambe ci trovammo dei lavori part-time e con quelli non solo potemmo levarci qualche sfizio, ma rimpinguammo alquanto il nostro gruzzoletto.»
«Il profitto scolastico, naturalmente, ne risentì…»
«Parla per te! Non hai mai avuto voglia di studiare tu, figuriamoci se ti lasciavi sfuggire l’occasione di mettere fra te e i libri la giusta distanza per non poterli aprire!»
«Va bene: io rischiai di ripetere il quarto anno e tu no – contenta?»
«Sì. Ma siccome il progetto era di andarcene, ti obbligai a recuperare, passasti, e quell’estate ci mettemmo a cercare una casa…»
«Mamma mia, Paola, come sei fiscale!»
Sono irresistibili…
«Gli affitti erano improponibili. Avremmo potuto far fronte a tutte le spese solo lavorando a tempo pieno. Questo significava rinunciare a diplomarci e proprio non ci andava giù. Così decidemmo di trovare una stanza, magari in una casa già affittata da studenti. Grazie ad alcuni amici conoscemmo degli universitari e dopo qualche resistenza (d’altronde eravamo maggiorenni da poco, dovevamo finire il liceo, non avevamo un’occupazione fissa e vista la situazione era lecito aspettarsi di tutto da parte dei nostri genitori) accettarono di affittarci una camera…»
«Era squallidissima, ma ci parve il posto più bello del mondo!»
«Versammo la caparra, poco alla volta (e di nascosto) vi portammo tutto quello che ci serviva e a cose fatte lasciammo un biglietto nel quale comunicavamo che non saremmo tornate a casa…»
«Successe il finimondo! Carabinieri, scenate, volarono ceffoni, fummo minacciate pesantemente e la stessa cosa toccò ai nostri amici – alla fine dovemmo addirittura farli diffidare! Fortunatamente abbiamo avuto il sostegno di alcuni adulti che ci hanno aiutate a districarci e alla fine, dopo molto penare, ne siamo venute fuori…»
«Ci siamo diplomate, certo non brillantemente. Tuttavia ci guadagniamo da vivere dando lezioni private e quello che capita. Francesca nel tempo libero va da un restauratore ad imparare il mestiere – è sempre stato il suo sogno…»
«L’anno scorso ci siamo trasferite qui, è un po' piccolo ma non ci lamentiamo. Abbiamo preso la patente da privatiste e la macchina ce la prestano gli amici. Non è molto, ma in fondo l’unica cosa che volevamo era stare insieme - l’abbiano ottenuta, tutto il resto non conta.»
Chiedo come sono adesso i rapporti con le loro famiglie. Paola e Francesca si guardano…
«Inesistenti?»
«Deludenti?»
«Superficiali.»
«Falsamente cordiali.»
«L’argomento è tabù. Fanno finta di non vedere, di non sapere.»
«Non chiedono, non s’interessano.»
«Si sono rifatti una vita, tra loro – senza di noi.»
«Nella mia stanza papà ha fatto il suo studio.»
«La mia c’è ancora ma mamma la usa come ripostiglio, non ci entro da quasi due anni.»
«Tutte le nostre cose sono finite non si sa dove. Loro dicono di averle regalate o buttate – io non posso crederlo…»
«Fai male ad illuderti… Lei spera sempre che prima o poi qualcosa cambi, ma i suoi sono davvero terribili, anche se li conosci non puoi pensare di trovarti davanti due persone così prive di sensibilità, personalità… Per loro conta solo il giudizio della gente, far bella figura, star dentro le regole…»
«Sua mamma è un po’ diversa. Credo che se non li frequentasse, se non fosse così affezionata a loro, alla fine potrebbe recuperare il rapporto con Francesca, forse arriverebbe persino ad accettare che io e lei stiamo insieme…»
«Mah, non lo so… Se sono tanto amici un’affinità deve pur esserci.»
«Ormai c’è quasi un rapporto di dipendenza, si sono talmente abituati a rifugiarsi gli uni negli altri che se uno di loro venisse a mancare andrebbero in crisi più di quanto è successo a causa nostra…»
«Che palle. A volte penso che sarebbe meglio nascere orfani – avere dei genitori così fa solo star male…»

Si tengono per mano, teneramente. Di tanto in tanto si baciano sulla guancia, sulla fronte. Si abbracciano come a consolarsi, affermare vicinanza, protezione, amore.

Sul letto una montagna di pupazzi, alle pareti fotografie di manifestazioni alle quali hanno partecipato e poi loro, bambine: allo zoo, a scuola, ad una gita – sempre appiccicate, sorridenti o accigliate. Anna, Irene e Claudio tra i piccioni di Piazza San Marco. Anna e Paola al mare, mentre mangiano un bombolone. Claudio che porta Francesca sulle spalle. Irene sottobraccio ad Anna, in riva al lago. I diplomi attaccati con le puntine da disegno, alcune cartoline, una stampa che ritrae due donne che si baciano, un poster di De André, le mensole piene di libri, tante cassette, alcuni CD, i piatti ammucchiati nel lavandino, il posacenere pieno di cicche, scarpe e quaderni dappertutto…

Mentre scendo le scale mi prende una gran malinconia e tuttavia non riesco a smettere di sorridere.

Non tutto è perduto – il mondo può ancora essere cambiato.

 

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