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Paola
e Francesca ne ridono adesso, ma so che è stata dura ed altre nella
loro situazione non ce l’hanno fatta. Ci vuole incoscienza, forse,
sicuramente un po’
di fortuna, ma anche coraggio, cervello – bisogna esser pronti a
rinunciare a tutto, consapevoli che il tutto spesso è niente e
se al niente non si da importanza, niente si perde.
La
loro storia è lunghissima, dovrò purtroppo tagliarla, privarvi
di alcuni gustosi siparietti e molti dettagli – spero almeno di
riuscire a trasmettervi la loro simpatia, la loro semplicità, la
loro forza straordinaria… il loro amore disarmante.
Di
questi tempi non può che far bene.
Si
sono conosciute che ancora non andavano a scuola. Le loro mamme le portavano
al parco – di confidenza in confidenza divennero assai intime. Quando
Paola e la sua famiglia dovettero trasferirsi, Irene scelse di acquistare
una casa nel quartiere dell’amica. Così, sin da molto piccole,
le due bambine poterono frequentarsi ogni giorno. Anna, la mamma di Francesca,
aveva scelto di averla senza sposarsi, d’altronde il suo compagno
se n’era disinteressato apertamente sin da subito. Irene, invece,
aveva avuto maggior fortuna e il suo matrimonio era saldo malgrado non
potesse avere altri figli. Anna era spesso ospite di Irene e Claudio.
Fu un’amicizia vera, generosa - Francesca diventò un po’
anche figlia loro.
Quasi
sorelle, dunque, ma all’inizio non andavano d’accordo…
«Non
la sopportavo mica tanto… Era piagnucolosa e poi non voleva mai
giocare agli indiani…»
«Per forza, finivo sempre legata ad un palo! Mi piaceva giocare
a marito e moglie… Indovina chi voleva sempre fare il marito?»
«Va là che ti sei rifatta!»
Sono
carine, tanto giovani. Chiedo quando hanno capito di amarsi.
«Lo
abbiamo sempre saputo ma lo davamo per scontato, era normale che ci volessimo
così bene…»
«In realtà è successo tutto in terza media. Io non
avevo molto successo con i ragazzi, ma lei… Guardala, non è
un bocconcino prelibato? Gnammmm…»
«Dai, con te non si può mai finire un discorso!»
Come
spesso accade, fu la gelosia a metterle di fronte ai sentimenti più
nascosti, quelli ai quali non osiamo dare un nome, che ci traghettano
oltre l’idea che abbiamo di noi stessi e del mondo…
«Avevo
talmente paura di perderla che dopo una litigata furiosa le saltai addosso
e tutto accadde con una naturalezza che ancora non so spiegarmi…»
«Fu meraviglioso e scioccante. Non riuscivamo più a staccarci.
Ogni volta che dovevamo stare lontane mi prendeva la smania, mi sembrava
d’impazzire…»
«Ci chiudevamo in bagno, in camera, dappertutto! Prudenza zero.
È ovvio che prima o poi ci avrebbero cuccate, ma a quel tempo non
ci sembrava di fare nulla di male, e poi lo facevano tutti, perché
non avremmo dovuto farlo anche noi?»
Già,
perché?
«A
dire il vero era ormai da un po’ che i nostri genitori facevano
un sacco di discorsi strani – complottavano per tenerci lontane,
evitavano di farci stare insieme da sole… Avevano capito benissimo
come stavano le cose… Ma per quanti sforzi facessero trovavamo sempre
il modo di sgattaiolare…»
La
“fase omosessuale transitoria” tipica dell’età
adolescenziale perdurava assumendo connotati imbarazzanti, difficilmente
giustificabili…
«Non
ci ponevamo il problema, eravamo proprio incoscienti. Alla fine i professori
convocarono i nostri genitori e da quel giorno ci fu tassativamente vietato
di vederci. Allora, aiutate anche dal gran spettegolare del quale improvvisamente
ci accorgemmo, capimmo in che razza di pasticcio ci eravamo cacciate…»
«Fortunatamente la scuola stava per finire, avremmo solo dovuto
cominciare il Liceo, poi, in un modo o nell’altro, ci saremmo riviste,
avremmo trovato una soluzione…»
«Fu un’estate orribile, non ne ricordo una peggiore. Non eravamo
mai state lontano tanto a lungo, era la prima volta… Quanto ho pianto…
Ho odiato mia madre e non ho perso occasione per farle sentire tutto il
risentimento che avevo…»
«I miei tentavano di comprarmi - bastava che chiedessi: il motorino,
vestiti, mi riempivano il portafoglio, mi lasciavano star fuori sino a
mezzanotte, tanto lo sapevano che Francesca era in vacanza dai parenti…
Quando tornò aspettai di veder uscire sua madre e corsi da lei.
È stato uno dei giorni più belli della mia vita!»
«Non puoi immaginare lo stupore: non mi ero mai accorta che Paola
fosse così coraggiosa! Per me fu davvero un gran sollievo, potevo
contare su di lei, potevo fidarmi ciecamente! Architettammo un piano:
per comunicare ci saremmo lasciate dei messaggi in un posto segreto, ma
per vederci non era il caso di rischiare, capito come funzionava il Liceo
avremmo senz’altro trovato il modo di ritagliarci i nostri spazi.»
«Frequentavamo scuole diverse e questo, paradossalmente, ci ha aiutate.
Era più difficile controllarci e comunque, dopo un po’ i
nostri genitori si erano calmati abbastanza… Tuttavia non era prudente
fare mosse azzardate, così decidemmo di farci il ragazzo per confondere
un po’ le acque, una copertura ci era indispensabile per poter stare
tranquille, per non farci stressare…»
«Tenerli a bada non era facile, però la fantasia non ci mancava
e poi, per il tempo che duravano…»
«Fummo talmente abili che alla fine ricominciai a frequentare casa
sua, con mia madre naturalmente… Due attrici, avresti dovuto vederci!
Era persino eccitante, divertente…»
«Ti sarai divertita tu, io morivo di paura!»
«Ma eri brava. Se non fossi stata sicura di te avrei dubitato che
mi amassi davvero.»
Chiedo
loro se hanno mai pensato di scappare…
«Certo,
lo abbiamo anche fatto una volta!»
«Non se ne è accorto nessuno. Tre ore dopo eravamo già
tornate a casa…»
«Quando ci siamo rese conto che con gli spiccioli che avevamo in
tasca avremmo fatto al massimo trecento chilometri e poi ciccia...»
«Che sceme…»
Memori
di quest’esperienza decisero di mettere da parte tutti soldi che
potevano. Raggiunta la maggiore età se ne sarebbero andate. Ma
nel frattempo l’aria tornò a farsi irrespirabile…
«Entrammo
nel movimento studentesco e cominciammo a divertirci sul serio…
Stava diventando sempre più difficile tenerci a bada, oltretutto
era evidente che avevamo ripreso a vederci, da sole…»
«Lesbiche e di sinistra – il top!»
«A dei genitori forzaitalioti convinti non poteva capitare nulla
di peggio… Non puoi nemmeno sperare di essere compatito - chi vive
nel mito dell’uomo che si fa da sé alla fine non può
incolpare nessuno delle sue disgrazie…»
Le
ventenni non smetteranno mai di stupirmi.
«Visto
che non potevano sempre chiuderci in casa, adottarono una strategia comune:
fine delle paghette settimanali, motorini e PC sequestrati, telefoni blindati,
niente uscite al di fuori degli impegni scolastici e sostegno psicologico
coatto… Guerra all’ultimo sangue.»
«Quando lo psicologo gli fece notare che l’omosessualità
non è più considerata una malattia e noi avevamo gli stessi
problemi di ogni altra persona della nostra età, fu la disfatta…
Non di meno motorini, PC e uscite serali rimasero off-limits…»
«Anche l’averci privato delle paghette sortì l’effetto
contrario a quello sperato: entrambe ci trovammo dei lavori part-time
e con quelli non solo potemmo levarci qualche sfizio, ma rimpinguammo
alquanto il nostro gruzzoletto!»
«Il profitto scolastico, naturalmente, ne risentì…»
«Parla per te! Non hai mai avuto voglia di studiare tu, figuriamoci
se ti lasciavi sfuggire l’occasione di mettere fra te e i libri
la giusta distanza per non doverli aprire!»
«Va bene: io rischiai di ripetere il quarto anno e tu no –
contenta?»
«Sì. Ma siccome il progetto era di andarcene, ti obbligai
a recuperare, passasti, e quell’estate ci mettemmo a cercare una
casa…»
«Mììììììì, Paola,
come sei fiscale!»
Sono
irresistibili…
«Gli
affitti erano improponibili. Avremmo potuto far fronte a tutte le spese
solo lavorando a tempo pieno. Questo significava rinunciare a diplomarci
e proprio non ci andava giù. Così decidemmo di trovare una
stanza, magari in una casa già affittata da studenti. Grazie ad
alcuni amici conoscemmo degli universitari e dopo qualche resistenza (d’altronde
eravamo maggiorenni da poco, dovevamo finire il liceo, non avevamo un’occupazione
fissa e vista la situazione era lecito aspettarsi di tutto da parte dei
nostri genitori) accettarono di affittarci una camera…»
«Era squallidissima, ma ci parve il posto più bello del mondo!»
«Versammo la caparra, poco alla volta (e di nascosto) vi portammo
tutto quello che ci serviva e a cose fatte lasciammo un biglietto nel
quale comunicavamo che non saremmo tornate a casa…»
«Successe il finimondo! Carabinieri, scenate, volarono ceffoni,
fummo minacciate pesantemente e la stessa cosa toccò ai nostri
amici – alla fine dovemmo addirittura fare un esposto, farli diffidare!
Fortunatamente abbiamo avuto il sostegno di alcuni adulti che ci hanno
aiutate a districarci e alla fine, dopo molto penare, ne siamo venute
fuori…»
«Ci siamo diplomate, certo non brillantemente. Tuttavia ci guadagniamo
da vivere dando lezioni private e quello che capita. Francesca nel tempo
libero va da un restauratore a imparare il mestiere – è sempre
stato il suo sogno…»
«L’anno scorso ci siamo trasferite qui, è un po' piccolo
ma non ci lamentiamo. Abbiamo preso la patente da privatiste e la macchina
ce la prestano gli amici. Non è molto, ma in fondo l’unica
cosa che volevamo era starcene insieme - l’abbiano ottenuta, tutto
il resto non conta.»
Chiedo
come sono adesso i rapporti con le loro famiglie. Paola e Francesca si
guardano…
«Inesistenti?»
«Deludenti?»
«Superficiali.»
«Falsamente cordiali.»
«L’argomento è tabù. Fanno finta di non vedere,
di non sapere.»
«Non chiedono, non s’interessano.»
«Si sono rifatti una vita, tra loro – senza di noi.»
«Nella mia stanza papà ha fatto il suo studio.»
«La mia c’è ancora ma mamma la usa come ripostiglio,
non ci entro da quasi due anni.»
«Tutte le nostre cose sono finite non si sa dove. Loro dicono di
averle regalate o buttate – io non posso crederlo…»
«Fai male ad illuderti… Lei spera sempre che prima o poi qualcosa
cambi, ma i suoi sono davvero terribili, anche se li conosci non puoi
pensare di trovarti davanti due persone così prive di sensibilità,
personalità… Per loro conta solo il giudizio della gente,
far bella figura, star dentro le regole che si sono dati…»
«Sua mamma è un po’ diversa. Credo che se non li frequentasse,
se non fosse così affezionata a loro, alla fine potrebbe recuperare
il rapporto con Francesca, forse arriverebbe persino ad accettare che
io e lei stiamo insieme…»
«Mah, non lo so… Se sono tanto amici un’affinità
deve pur esserci.»
«Ormai c’è quasi un rapporto di dipendenza, si sono
talmente abituati a rifugiarsi gli uni negli altri che se uno di loro
venisse a mancare andrebbero in crisi più di quanto è successo
con noi…»
«Che palle. A volte penso che sarebbe meglio nascere orfani –
avere dei genitori così fa solo star male…»
Si
tengono per mano, teneramente. Di tanto in tanto si baciano sulla guancia,
sulla fronte. Si abbracciano come a consolarsi, affermare vicinanza, protezione,
amore.
Sul
letto una montagna di pupazzi, alle pareti fotografie di manifestazioni
alle quali hanno partecipato e poi loro, bambine: allo zoo, a scuola,
ad una gita – sempre appiccicate, sorridenti o accigliate. Anna,
Irene e Claudio tra i piccioni di Piazza San Marco. Anna e Paola al mare,
mentre mangiano un bombolone. Claudio che porta Francesca sulle spalle.
Irene sottobraccio ad Anna, in riva al lago. I diplomi attaccati con le
puntine da disegno, alcune cartoline, una stampa che ritrae due donne
che si baciano, un poster di De André, le mensole piene di libri,
tante cassette, alcuni CD, i piatti ammucchiati nel lavandino, il posacenere
pieno di cicche, scarpe e quaderni dappertutto…
Mentre
scendo le scale mi prende una gran malinconia e tuttavia non riesco a
smettere di sorridere.
Non
tutto è perduto – il mondo può ancora essere cambiato.

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