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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Sara mi scrisse per la prima volta nel Gennaio dell’anno scorso. Mezze parole, mezze frasi, il tentativo di dire tutto senza dire nulla, per non esporsi ad un supplemento di offesa, a nuovi pericoli e incomprensioni. Traspariva la paura per sé ed altri, la disperazione, una fiera solitudine senza rimedio, la rabbia per i torti subiti, la certezza che per quanto si fosse sforzata, nessuno avrebbe potuto capire.

Aveva conosciuto l’amore e vi aveva dovuto rinunciare, ma a quell’amore aveva giurato rispetto e fedeltà, eterna – non s’infrangono le promesse. E così aveva smesso di vivere, semplicemente – aveva creduto di non avere alcun diritto, di non meritare altro che il ricordo di quella felicità, perduta. E accendeva candele, portava fiori al suo capezzale.

L’amore sboccia dove e come vuole, nulla e nessuno può impedirlo. Ma l’amore può essere osteggiato, vilipeso, punito, brutalizzato, usato per annientare - come un’arma, la più subdola, potente e imprevedibile. Chi ha interesse a servirsene, qualsiasi scopo abbia, può solo sbagliare e fare male.

Ci sentimmo per telefono. Avvertii il suo desiderio di uscire dal pozzo nel quale l’avevano spinta, nel quale si costringeva da anni, muta. Vidi il suo buio e, più tardi, vidi la sua mano emergere, fra tante cercare la mia. Era pronta. Non dovevo far altro che dirle “ci sono”. A poco a poco emerse, da sola, e fu come un fiume in piena che si riprende quello che la follia degli uomini gli ha sottratto. Riconobbe per sé le parole che non aveva osato dire e le usò.

Sara ed Elena si erano inaspettatamente amate ma quando i genitori di Elena se ne accorsero pensarono di dover intervenire, anzi, quella fu l’occasione tanto attesa (probabilmente cercata) per tornare ad avere il controllo di una figlia che, naturalmente altro da loro, con una propria identità, proprie esigenze e aspirazioni, distante da come la volevano e come avrebbe dovuto essere, li aveva frodati, delusi, sin troppo disonorati. Inutile dire che l’aggressione fu spropositata e non risparmiò nessuno causando ferite che non guariranno mai. Un fulmine a ciel sereno per i genitori di Sara che dovettero sopportare umiliazioni, insulti e accuse terribili, senza riuscire a scagionarsi, senza saperla proteggere. Come lei, anche loro non avevano le parole per farlo, né alcuna consapevolezza di ciò che stava succedendo. Come lei, anche loro credevano che certe cose potessero accadere solo agli altri. Come lei, anche loro avevano immaginato un futuro diverso, estraneo alla vergogna e all’ignominia. E invece eccoli lì, sbattuti faccia a terra, calpestati, oltraggiati, minacciati – da amici, carissimi per giunta. E tutto per l’insensatezza di un momento - certo. Sara non era, non è… come le chiamano quelle là? No, non c’erano parole – e calò un silenzio sepolcrale.

Sara si sentì confusa. Improvvisamente non seppe più chi era, quale fosse la sua strada. Tutte le sue certezze andarono in frantumi. L’amore non sboccia dove e come vuole? E allora, cosa c’è di male a voler bene?

Si sentì sporca, sbagliata. In colpa per non aver saputo impedire a quello schifo di insozzare il sentimento più bello e puro che avesse mai provato. Si sentì in colpa per non essere riuscita a difenderlo. Ma si sentì anche delusa e arrabbiata: Elena non era stata prudente, aveva deliberatamente lasciato in giro le sue lettere consegnando se stessa, lei, la sua famiglia e il loro amore a quel massacro – perché? Perché se n’era rimasta in disparte senza alcun moto di ribellione, braccia conserte a guardare? Perché non le dava alternativa? Perché accettava che le separassero? Perché le chiedeva di legarsi a lei per sempre senza offrirle altro che la sua ubbidiente assenza?

Con quegli interrogativi ai quali non avrebbe avuto risposta chiuse il mondo fuori dalla sua vita. Il disastro era compiuto. Pensò che nulla avrebbe mai potuto definirla, spiegarla, affrancarla – restituirla ad un’esistenza piena e soddisfacente, restituirle dignità, legittimità, candore.

Invece…

Oggi è qua, al mio fianco – sono fiera di te.

 

 

Lei camminava scalza perché farlo la faceva sentire più bella. Sembrava essere lì per farsi guardare ma non solo per vanità. Sembrava aver trovato la formula magica che rende la vita davvero piacevole, sembrava aver capito tutto su come si affrontano le difficoltà, su come si possa sempre fare la cosa giusta. Eppure era ancora così giovane. Lei voleva insegnare a qualcuno la sua felicità, non per privarsene, solo per dare a quella gioia uno scopo, ma era ancora così ingenua.

La sua compagna di viaggio viveva nascosta dietro un bellissimo sorriso ed era convinta che nessuno avrebbe mai capito, tanto facilmente, tutto ciò che quel sorriso nascondeva. Era capace di osservare il mondo con lo sguardo di un bambino che vuole imparare tutto, era capace di vedere il bello che circonda la vita ogni giorno e, dall’alto della sua solitudine, era in grado di ascoltare chi ne aveva bisogno.

Partirono, senza conoscersi, un giorno d’Agosto di un’estate caldissima.

Lei fu la prima a capire che poteva fidarsi e fece il primo passo. Sapeva che se vuoi conoscere qualcuno devi farti conoscere, se vuoi andare oltre le apparenze devi mostrare qualcosa di intimo di te.

Raccontò della sua malattia e delle difficoltà che ogni giorno affrontava senza che nessuno se ne accorgesse. Una malattia subdola che ti permette di condurre una vita apparentemente “normale”, ma facendo il doppio della “normale” fatica che fanno tutti nel compiere anche i gesti più comuni. La sofferenza più grande in questa malattia, diceva Sara, era l’impossibilità di far capire agli altri le proprie esigenze, di essere aiutata senza essere compatita.

Quel giorno però, mentre parlava, vedeva negli occhi di Elena un’attenzione ed un interesse sincero. Eppure quasi non si conoscevano, fino a qualche anno prima a mala pena si sopportavano e adesso erano lì, per uno strano e non casuale gioco del destino, insieme e lontane da casa.

Sara raccontò della felicità di potersi alzare e fare una passeggiata, raccontò della soddisfazione che possono dare i gesti più piccoli quando hai provato cosa significa non riuscire più a farli. Spiegò tutto senza retorica e senza presunzione. Parlò per ore con la sensazione di essere ascoltata davvero e ne ebbe la conferma ad ogni loro spostamento nei giorni successivi.

Elena era attenta alle sue esigenze anche senza sapere esattamente quali fossero, anche senza averne un riscontro. Aveva per lei delle premure che nessuno si era mai preoccupato di avere, ma ciò che più contava per Sara era che tutti quei gesti erano fatti senza mai essere sottolineati. Ad esempio arrivare fino alla spiaggia in macchina sembrò la cosa più naturale del mondo, Elena non si lamentò mai dei problemi di parcheggio che questo comportava, non disse mai che lo stava facendo perché adesso sapeva della malattia, non chiese mai a Sara se poteva provare a percorrere la strada a piedi.

Fece tutto questo in modo talmente naturale che all’inizio Sara non se ne rese nemmeno conto. Non le era mai successo di non dover chiedere, di non doversi sentire un peso, di non dover fare fatiche incredibili per adeguarsi alle esigenze degli altri. Ora, una persona quasi sconosciuta si prendeva cura di lei senza farlo pesare. Non era una cosa scontata e Sara non avrebbe potuto sperare di più.

Elena era semplicemente così e non le costava affatto fare quello che faceva, anzi, si trovava in compagnia di una persona che aveva scoperto inaspettatamente bella. L’aveva portata in viaggio con sé per fare un favore a sua madre e adesso, dopo poche ore con lei, né scopriva un fascino al quale faticava a sottrarsi. Aveva il fascino che hanno tutte la persone forti e… aveva superato la prova del gioco. Vince chi indovina quale dei due ascensori si aprirà per primo. Se Sara l'avesse liquidato come troppo stupido, Elena l’avrebbe considerata superficiale. Sara, invece, giocò con lei. Entrambe sapevano che questo è uno dei pochi modi per diventare grandi senza perdere la coscienza delle cose che davvero contano nella vita.

Il terzo giorno su uno scoglio piatto cercarono di dare una forma comprensibile alle nuvole e finirono a parlare dell’amicizia e dell’amore.

Sara ascoltava e scopriva ad ogni parola che quel modo di sentire la vita così profondo e assoluto la stava facendo tremare, accelerava il battito del suo cuore e scaldava la sua pelle come quel raggio di sole che si studia a scuola. Quel raggio che ti trafigge mentre sei solo sul cuor della terra e vorresti che fosse davvero subito sera perché hai la sensazione che non ci sarà mai più qualcosa di così dirompente da assaporare. Se lo scopo della vita fosse stato arrivare a quell’attimo, a lei sarebbe bastato.

Elena parlava senza credere di poter essere capita e non sapeva di essere per Sara così trasparente.

Mesi dopo avrebbero detto che la sola ragione per cui era stato creato l’universo era di far giungere loro a quell’istante. La presunzione a volte descrive meglio di molte altre parole cosa sia la felicità.

Nacque tra loro una comprensione profonda basata su un comune sentire difficilmente spiegabile. Il linguaggio umano non è abbastanza sofisticato da saper descrivere degnamente la complessità di ciò che può provare il corpo, l’infinita gamma di quelle che chiamiamo emozioni.

Entrambe consideravano la vera amicizia una sublime forma d’amore, entrambe credevano che incontrare un’anima che capisca la tua non è cosa che capita ogni giorno, non è cosa che capita a tutti, non è cosa che si possa ignorare.

Quel sentimento, inizialmente senza nome, diventò dapprima dialogo, quindi amicizia e infine fu amore. E non sapevano che lo fosse o almeno definire cosa provavano non era in cima alle loro priorità. Furono altre circostanze ad imporre loro una definizione, ma per il momento potevano godersi l’essersi incontrate senza preoccuparsi d’altro.

Al mattino si svegliarono nello stesso istante e da quella sera si presero per mano.

Non si erano mai sfiorate prima.

Sara camminava scalza, faceva il caffé, portava vestitini leggerissimi e quando si sedeva sul terrazzo guardava lontano.

Elena guardava lei, osservava i suoi occhi guardare lontano e avrebbe voluto catturare un po’ di quella bellezza per usarla in futuro come antidoto ai giorni pieni di nuvole.

Smisero di dormire. Sara scrisse le sue emozioni su foglietti che riempiva di notte al chiaro di luna. Elena si svegliava per tenerle compagnia, le prendeva la mano e si commuoveva leggendo quanto amore poteva esserci in un “grazie di avermi fatto sentire così…”.

L’ultima notte le loro mani non si lasciarono un istante, si parlarono nel silenzio solo ascoltando l’una la presenza dell’altra e infine furono costrette a ripartire.

Ripercorsero quella strada al contrario, si promisero che ci sarebbero sempre state.

Nei primi giorni dopo il ritorno nessuno sembrò badare a loro. Si sentivano sovente, facevano quello che avevano sempre fatto, ma ora potevano condividerlo con qualcuno. Una storia su un quotidiano, una frase trovata per caso, una coccinella gialla, la maglietta scelta quel mattino, tutto, anche i gesti più insignificanti, avevano acquistato un senso profondo. La loro esistenza non sarebbe passata inosservata, ci sarebbe stato qualcuno davvero interessato a capirne ogni passo, questo solo contava.

L’ingenuità di pensare che la vita potesse essere vissuta interamente in quel modo non poté durare a lungo, ma ebbero la fortuna di rubare ancora qualche giorno prima di scontrarsi con una realtà inaspettata e crudele. Altri tre giorni al mare insieme furono sufficienti a suggellare quello che fino a quel momento era rimasto un po’ vago a fluttuare nell’aria come un sogno.

Elena adorava ascoltarla raccontare. Il modo in cui, la sera dello scoglio, era riuscita a scegliere le parole giuste per spiegare quell’attimo, il modo in cui la faceva sentire averla al suo fianco erano stati abbastanza per capire cosa provava. L’avrebbe ascoltata per ore senza stancarsi.

Sara aveva cercato per tutta la vita qualcuno che la guardasse così ma in nessun uomo, per quanto ci fosse stato amore, aveva trovato la stessa comprensione.

Quel pomeriggio, seduta al suo fianco, Sara lesse una delle sue pagine preferite e tanto bastò per dirsi le due parole meno originali al mondo eppure le più desiderate.

Sara avrebbe voluto vedere l’alba. Misero la sveglia ma rimasero nel letto, non c’era urgenza, avrebbero guardato sorgere il sole un’altra volta.

Ebbero il tempo di un bacio e di una sera sul molo. Le spiagge erano piene di gente con le candele in mano. Le candele venivano depositate sull’acqua e le onde portavano in mare aperto piccole luci ondeggianti. Quell’anno Marte era vicinissimo alla terra.

Dopo quella sera tutto iniziò lentamente a cambiare.

S'impegnarono per dare una forma accettabile al loro rapporto. Cercarono insieme molte risposte che non riuscirono a trovare. Non potevano lottare contro il loro amore eppure non riuscivano a spiegarlo. Sapevano che nella “vita reale” niente sarebbe più stato come prima ma furono tanto ingenue da credere nella comprensione degli altri.

Trascorsero qualche mese cercando di conciliare la voglia di essere insieme ogni attimo e l’esigenza di frenare il desiderio. Ma qualcuno iniziò ad insospettirsi e mentre loro facevano sforzi enormi per riuscire a stare lontane almeno un paio di settimane, i “paladini della moralità e della giustizia” stavano già preparando le loro trappole.

E tutto non potè che peggiorare. Le spese per il telefono diventarono insostenibili, le loro verità diventarono, con gli altri, delle mezze verità e le mezze verità diventarono, infine, bugie. Ma il loro amore non faceva che rafforzarsi. I loro incontri lo esaltavano con piccoli gesti preziosi. Un giorno Sara arrivò con un mazzo di girasoli: “Avevo promesso che ti avrei portato il sole, dicevo sul serio”. Ricevette un taccuino e una stilografica. Non potevano esserci regali più adatti a lei ma nessuno ci aveva mai pensato.

Le loro preferenze furono tutte condivise. Elena masterizzò cd che Sara imparò a memoria. Parlavano di tutti i film che avrebbero voluto vedere insieme bevendo un tè o mangiando cioccolata, parlavano di arte e di architettura, condividevano le foto che facevano e quelle che avrebbero voluto fare. Condividevano le loro vite e immaginavano un futuro possibile.

Tutto ciò che non potevano fare era rimandato, avrebbero avuto tempo.

Quel periodo fu difficile, soprattutto per Sara. Aveva donato la sua felicità ma questo aveva avuto un prezzo da pagare. La sua vita fino al momento prima di partire sembrava aver trovato un equilibrio perfetto. Non senza fatica si era costruita rapporti profondi e importanti ed ora non era sicura che quelle amiche, per quanto fossero persone speciali, avrebbero capito. Alla fine fu costretta a mentire anche a loro. Tutto questo coincise con altri cambiamenti. Il suo corso di studi volgeva al termine e pochi esami e la tesi non giustificavano più la sua vita in un’altra città. Dovette lasciare la sua casa e le sue amiche migliori, dovette rinunciare al corso di teatro e a tutti i ragazzi che con lei avevano condiviso quell’esperienza incredibile.

Aver incontrato Elena le sembrò un’ancora di salvezza, ma fu un’ancora tanto pesante da trascinarla in un baratro. Non poteva raccontarlo a nessuno ma non riusciva a prescindere da quell’amore; senza, la sua vita avrebbe perso significato.

Elena aveva scoperto di poter essere ancora felice, lavorava con passione ma adesso non più soltanto per se stessa. Le sarebbe bastato poterla avere sempre al suo fianco, poterla guardare, poterle dire ogni giorno: sei unica. E ogni giorno Sara avrebbe trovato il modo di esserlo per lei. Nel bene e nel male, per sempre.

Sara mise in un pacchetto due matite di pura grafite. Nella lettera era spiegato che la grafite è costituita da carbonio esattamente come il diamante. Scrisse che erano il simbolo di una promessa eterna. Solo l’irrazionalità dell’amore può far credere che l’assoluto e il perfetto lo siano.

Per la maggior parte delle persone della loro età sarebbe stato forse fin troppo semplice realizzare il sogno di non perdersi più. Nessuno chiede a due persone che si innamorano come è potuto succedere. Moltissimi decidono di condividere la loro vita per i motivi più disparati, eppure questo non sembra essere un grave problema per nessuno.

Per Elena e Sara fu molto diverso. Quando finirono i soldi per le telefonate dovettero rinunciare alla voce e si accontentarono delle parole scritte. Non potendo vivere appieno quell’amore, inventarono giochi per sentirsi vicine, per darsi forza a vicenda, per consolarsi e per continuare a crederci. “Non aver paura, ci sono”, “la mia mano è sempre rimasta nella tua”, “dormi tranquilla, sono al tuo fianco”. I sogni diventavano reali, la realtà un desiderio irrealizzato.

Alla fine furono sopraffatte senza preavviso. Elena non aveva capito che i “crociati” li aveva in casa e quando le loro lettere furono violate, il loro amore messo in piazza e trasformato in qualcosa di sporco, loro non ebbero la possibilità di difendersi.

Nessuno riuscì ad ascoltare. Tutti cercavano spiegazioni.

Il loro amore era incomprensibile per chiunque.

Elena e Sara non avevano mai pensato che tutto sarebbe stato facile, ma si chiedevano come fosse possibile una reazione tanto violenta. In fondo certe cose ormai si vedono al cinema, tutti ne discutono e tutti, qualunque opinione abbiano, parlano di tolleranza o addirittura di rispetto. Forse è più facile essere tolleranti con i figli degli altri, forse è più facile capire quando le cose non influiscono minimamente sulla propria vita.

Elena e Sara riuscirono a resistere alcuni mesi. Ebbero soltanto una notte ma quella fu perfetta.

Si abbracciarono per l’ultima volta una domenica all’inizio di dicembre, piansero insieme solo quel giorno perché le altre lacrime furono solitarie.

Fu insopportabile.

Il contatto tra loro si era ridotto ad un sottile filo di parole. Elena viveva sotto pressioni continue, bisognava per forza che rinnegasse tutto e forse sarebbe stata perdonata. Fino ad allora non poteva più considerarsi figlia. Sara era ormai convinta di vivere in un incubo. Non poteva essere quello il ventunesimo secolo. Era cresciuta credendo nel rispetto tra gli esseri umani, pensando, ingenuamente, che il dialogo potesse risolvere ogni incomprensione e invece avrebbe dovuto vedere che la violenza predomina sempre.

Quando ebbero per la prima volta la sensazione della perdita fu come dover imparare a vivere soffocando lentamente. Nessuno si accorse di tutto quel dolore.

Questa condizione rese l’amore tra Elena e Sara ancora più forte. Riuscivano ormai a capirsi anche quando non erano d’accordo su come affrontare la situazione, riuscivano a trovare comunque il modo di farsi luce nel buio.

Il 29 di Febbraio furono costrette a separarsi. Al momento non trovarono alternative.

C’era forse un’altra strada? Erano abbastanza grandi per fuggire insieme? E questo sarebbe bastato a dimostrare che si amavano davvero?

Quanto era successo ad Agosto aveva segnato troppo profondamente le loro vite per essere buttato, ma cosa o chi avrebbe potuto salvare il loro amore? Esisteva un gesto di fronte al quale tutti avrebbero capito? Esisteva un modo saggio per ribellarsi?

Le persone che avevano deciso di dividerle non avrebbero accettato nessuna soluzione diversa dalla distruzione del loro insano rapporto ed usarono a questo scopo parole talmente crudeli da essere irripetibili.

Quando si salutarono non ebbero il coraggio di dirsi addio. Elena promise: “Tornerò. Un giorno tornerò, ti prenderò per mano e ti porterò a vedere l’alba che non abbiamo mai visto…”. Sara volle crederle: “Ci sarò ad aspettarti e ti amerò ancora e forse di più…”.

Sara uscì di casa, comprò due piccole fedi d’argento, vi arrotolò in mezzo un foglietto di carta pergamena su cui scrisse: “Con il mare come testimone e il sole come ministro di Dio”. Chiuse tutto in una minuscola scatola di latta gialla con un sole sul coperchio. La strinse nel pugno. Si sedette e l’aspettò.

Sara C.

 

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