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Quello
che state per leggere, qualunque sia il punto di vista e il grado di conoscenza
della condizione umana che tenta di raccontare, è un pugno nello
stomaco. Non piacerà a chi ha l’illusione di vivere nel paese
dei balocchi, non piacerà alla diretta interessata, non piacerà
a chi ha precise colpe e responsabilità, non piacerà neppure
a chi crede di non averne e si pensa dalla parte dei giusti, non piace
a me che proprio non so dove e come collocarmi.
Non
è un racconto agiografico, non edulcoro, spettacolarizzo, non perdo
tempo con i dettagli esteriori, le date, le circostanze (roba da contabili
o, peggio, voyeurs) - non serve a niente quando si vuol andare a fondo,
nell’emotività, nei sentimenti, nelle ragioni della mente,
del cuore, dell’anima. Non faccio giornalismo e nemmeno letteratura.
Forse, come mai prima, ho solo tentato di mettere insieme i pezzi (i cocci)
di un incontro, della reazione emotiva e intellettuale che ne è
seguita e, soprattutto, dell’enorme significato di un’esistenza
non mia eppure, per molti versi, tanto simile – perché, prima
di considerarmi una donna accidentalmente lesbica, io mi ritengo un essere
umano misterioso e interessante, e guardo agli altri attribuendo loro
queste stesse caratteristiche, con lo stesso stupore e speranza, con la
stessa attenzione e, se riesco, rispetto, anche quando non mi piacciano,
non li condivido o tentano di farmi a pezzi. La vita è sacra, l’esperienza
umana lo è – preziosa e degna, sempre, fonte inesauribile
d’infinita ricchezza e povertà. Simile, dicevo, anche per
le conseguenze prodotte dall’isolamento, dal disconoscimento del
valore intrinseco e profondissimo che sempre più raramente attribuiamo
alle persone (viventi), dal disprezzo (non dissimile dall’indifferenza
perché produce gli stessi effetti) che abbiamo imparato ad esprimere
in modi sempre più raffinati, sottili, feroci, nei confronti di
chi non ci corrisponde, di chi, spesso solo esistendo, contraddice le
nostre fragili sicurezze, convinzioni, sembra minacciare i nostri relativi,
ingannevoli privilegi e poteri che, pur essendo tali, tante vittime reali
mietono. Un gigantesco, largamente condiviso scaricabarile, se non una
vera e propria caccia alle streghe, all’untore, al sovversivo –
dall’alto verso il basso, sempre più giù sino al nulla
che prontamente dev’essere colmato. Ed ecco spuntare nuovi mostri,
ecco rinverdiscono vecchie rassicuranti minacce per difenderci dalle quali
dobbiamo ricompattarci, ecco creiamo nuove minoranze sulle quali possiamo
stabilmente passeggiare, riaffermarci e prosperare.
Eterosessualità,
bisessualità, omosessualità, transessualità, transgenderismo:
definizioni che da sole non bastano a contenere e spiegare… l’evidenza,
come se occorresse farlo. Quanto ci piace perdere tempo intorno ai falsi
problemi – per non affrontare quelli veri.
Al
momento della nascita, sono due le cose che ci contraddistinguono e segnano
per tutta la vita: il colore della pelle e il genere sessuale. In questo
mondo dominato dagli opulenti e ricchi bianchi “occidentali”
per gli opulenti e ricchi bianchi “occidentali”, dai maschi
per i maschi, nascere di un colore diverso e/o senza gli opportuni attributi,
condanna inesorabilmente alla subalternità. Tutto è deciso
– a nessuno viene in mente di chiedersi chi ci sia in quel fagottino
di carne ed ossa, se il ruolo al quale lo abbiamo destinato possa corrispondergli,
soddisfarlo. Chi se ne frega – tutto è stabilito. Crederà
nell’unico Dio possibile: il nostro. Studierà ed eccellerà
nelle professioni consone al suo status sociale e biologico, ruberà,
ingannerà e disprezzerà come si deve, potrà anche
non sposarsi, non avere figli, l’importante è che “produca,
consumi e muoia” senza dar fastidio, discutere. Ma là dentro
succedono cose strane, sapete?, là dentro ci sono PERSONE e, a
guardar bene, raramente il corpo che le porterà a spasso è
adatto a loro, e ancor più raramente lo è il ruolo che gli
abbiamo assegnato o quello che riusciranno a conquistarsi.
Il
gruppo etnico (con ciò sottintendendo anche lo status economico
e culturale d’appartenenza) e il sesso biologico, sono dunque i
due elementi distintivi fondanti che condizionano e spesso devastano l’esistenza
di ogni individuo, sui quali si reggono i sistemi sociali che maggiormente
producono disparità trasformando i diritti di tutti in privilegi
per pochi - è appunto questa la cancrena contro la quale abbiamo
il dovere di batterci, questi sono gli unici, veri nemici che abbiamo.
Tutto il resto è strumentale: una cattedrale di polvere che il
vento spazzerà via.
Potremo
pregiarci di appartenere al genere umano, solo il giorno in cui avremo
finalmente imparato a difendere e rispettare l’autoderminazione,
l’individualità, le differenti soggettività –
quando non ci parrà più così minaccioso e insano
che qualcuno non pensi e non sia come noi, come noi vorremmo che fosse.
Il giorno che la smetteremo di porre delle restrizioni, correggere quello
che non ci piace o serve, negli altri, potremo finalmente dirci liberi,
giusti ed evoluti. Sino ad allora faremmo meglio a ridimensionare l’opinione
che abbiamo di noi stessi.
C.
Ricci

Seppi
dell’esistenza di Elisa circa sei anni fa.
Eravamo
entrambe iscritte ad un forum dal quale fu estromessa di punto in bianco
quando qualche bell’esemplare di pura razza femminea fece presente
che era biologicamente nata maschio, per giunta non ancora operata. Nonostante
le numerose e ben argomentate proteste, il verdetto fu che per quanti
sforzi facesse, fisicamente, culturalmente ed emotivamente, Elisa non
era e non sarebbe mai stata una donna vera, autentica, di sana e robusta
costituzione femminile (?). Quello era un forum a focus lesbico riservato
a donne biologiche, non necessariamente lesbiche (purché non se
ne vantassero), il resto – tutto il resto – non contava assolutamente
nulla, lì, nel virtuale, come nella vita reale, presumo. Non contava
come lei si vedesse, sentisse, non contava il prezzo che aveva pagato
e quello che stava pagando, le battaglie che stava combattendo per sé
e per loro, per noi, non contava il contributo ideale e dialettico, la
ricchezza del pensiero e dell’esperienza, non contava che avesse
iniziato la transizione – nulla spostò di una virgola il
ragionamento e fu semplicemente messa alla porta.
Non
mi ero mai confrontata con il transessualismo, semplicemente perché
non mi ero mai posta il problema. Per me è importante la qualità
intrinseca delle persone, la consistenza dei valori che esprimono e perseguono,
non la presenza o l’assenza di certi attributi, l’ascendenza
genetica, culturale, sociale, razziale, il genere, le preferenze sessuali
o l’orientamento affettivo. Pur non essendone immune, di fronte
all’ottusità, ai preconcetti, ai giudizi sommari e alle indebite
condanne, avevo ed ho una sola reazione: incapacità di opportunismo
– così, nel suo caso come in quello di un’altra trans
lesbica che entrò nel forum più o meno nello stesso periodo,
non mi feci alcuna domanda e portai avanti il mio personale ammutinamento
senza preoccuparmi delle conseguenze. Alla fine divenni persona scarsamente
gradita e me ne andai anch’io. Non potevo sentirmi a mio agio in
un luogo simile. Avevo più cose in comune con un calamaro che con
tutte quelle donne che disconoscendole ed umiliandole pensavano di difendersi
(liberarsi) da quello che loro ritenevano essere l’invasore, l’ennesimo
usurpatore. Dissertazioni da bar sport separatista, da troglodite. Così
poca conoscenza e stima hanno di sé certe donne, ancora, se temono
tanto il confronto – se avvertono come una minaccia alla loro evidentemente
incerta identità, le differenti soggettività. La mia intelligenza,
il mio buon senso, tutto il mio essere ne fu offeso e ne trassi le conseguenze.
Eroica e vana, come sempre.
Chissà
se Elisa immaginava, allora, che nemmeno il riconoscimento anagrafico
le avrebbe migliorato la vita, che le cose, progressivamente, sarebbero
addirittura peggiorate.
Di
certo io non potevo immaginare che sei anni dopo, a transizione avvenuta,
ci saremmo incontrate sulle macerie fumanti delle nostre devastate esistenze...

Anni
Sessanta. Nord Italia. Elisa non fu né voluta, né successivamente
amata, almeno non sin tanto che, completamente sola, senza alcun riferimento,
guida, conforto, da donna che ama perdutamente le donne in un corpo maschile
sano e ben formato, combatteva la sua battaglia interiore per capire chi
o cosa fosse.
Un
conflitto ed uno smarrimento onnicomprensivo, inimmaginabile per chi non
ha mai avuto dubbi su se stesso e il mondo, il proprio orientamento sentimentale,
la propria identità sessuale, il proprio ruolo sociale –
per chi, quindi, non può nemmeno lontanamente immaginare che vi
possano essere alternative al pensiero unico etero ed omosessista.
Cresce
Elisa – adeguandosi, compiacendo per conquistare un briciolo di
affetto e attenzione, un minimo di riconoscimento. È mite, ubbidiente,
studiosa con profitto. Problemi di salute la obbligano a praticare alcuni
sport e quando corre, nuota, il suo corpo smette d’essere stridente
e pesante, quasi le sembra di non averlo e in quegl’attimi quasi
è felice, una farfalla dai mille colori, o una razza solitaria,
austera, che plana e volteggia, senza pena, padroni, rivali. Le piace
sentirsi così, e sin tanto che fende l’aria e l’acqua,
non pensa, non è – o è aria, acqua, senza bisogni,
necessità. Ma poi, negli spogliatoi, ricomincia l’inferno…
Fingere una virilità che non c’è, nella quale non
si riconosce, che detesta sino alla nausea, al vomito, e fingere ancora,
sempre, ogni istante: a scuola, in famiglia, più tardi sul lavoro
quando è costretta a interrompere gli studi per dare una mano in
casa mentre le sorelle possono continuarli… È dura la vita,
per Elisa, iniqua, insostenibile… e lo è ancora di più
quando le donne che ama le chiedono quello che lei non può darle,
non vuole darle, perché non è suo, non le appartiene, le
ripugna profondamente.
«Tutto
era difficile, insopportabile… Facevo l’amore con il terrore
del momento in cui non avrei più potuto negarmi, era umiliante,
terribile… Mi mettevo lì, paralizzata, lasciavo fare e speravo
che finisse presto, non provavo nulla, solo vergogna, imbarazzo, schifo
di me… Ho avuto un figlio così…» - ma quella
creatura, amata sopra ogni cosa, è forse l’unica che un giorno,
forse (spero), l’amerà incondizionatamente, alla quale Elisa
perdonerà, forse (spero), le consonanti sbagliate in fondo alle
parole.
Quanta
violenza - esercitata, soprattutto subita.
Amare
una donna ma non poterle dare quello che vorrebbe, come è sancito
che sia. Controllare il tono della voce, assumere atteggiamenti consoni,
adeguati. Per farsi accettare mostrarsi come gli altri hanno deciso che
si debba essere. Ma Elisa è dentro, da sempre, spinge, urla, vuole
uscire, vivere, essere finalmente se stessa, alla luce del sole, in pienezza.
Carlo non ce la fa a contenerla, non ce la fa più. Piange, si dispera
e mente, mente. Per evitare il confronto sceglie un lavoro che lo porta
lontano da casa: da sola, per pensare, per cercare di capire, trovare
un appiglio dentro di sé, una risposta che fuori non trova, non
troverà mai… Sta via in modo che la sua compagna possa prendersi
altrove quello che lei non può, non sa darle…
Elisa
è quasi pronta e quando apparirà più nulla sarà
come prima, più nessuno sarà disposto a rivolgerle la parola,
più nessuno sarà disposto ad aspettare, capire, aiutare,
perdonare. Il tradimento di Carlo sarà totale, la sua silenziosa,
solitaria, non voluta ma insopprimibile, improcrastinabile rivolta, non
potrà più essere nascosta, camuffata. Sì, Elisa sarà
se stessa: donna e lesbica – e gli uomini si prenderanno gioco di
lui o la vesseranno senza pietà. Le donne non potranno più
desiderarlo. Le lesbiche, che spesso l’hanno usata per togliersi
la curiosità, lo cacceranno fuori dal letto e, purtroppo, non solo
da quello. In definitiva, Elisa si metterà, nel migliore dei casi,
in rotta di collisione con il mondo intero, con le sue leggi scritte e
non scritte, i suoi arbitri e condizionamenti, con la sua incapacità
di ascolto, accoglienza, amore. Lentamente non avrà più
alcun diritto, andrà ad occupare il gradino più basso della
scala sociale, diverrà uno zerbino - condominiale.

Il
primo passo consiste nel dare un nome, nel nominare, nominarsi.
«È
una donna» - e il cervello, il proprio e quello degli altri, si
annoda, aggroviglia, rimane impigliato alla voce, l’occhio indugia
sulla barba che il fard non riesce a nascondere, indaga il cavallo dei
pantaloni.
Occorre
aggiustare il tiro: «È nata nel corpo sbagliato» -
un po’ meglio, ma siamo ancora distanti, l’apparenza e l’ignoranza
traggono in inganno.
«Problemi
mentali, disturbi della personalità, instabilità affettiva,
disordine emotivo? (Che bello) Ermafroditismo??? Piccolezza insolita e
imbarazzante del pene, impotenza, mancanza di un testicolo, niente spermatozoi,
ormoni sballati? Ahhh, ecco: omosessualità! Allora è gay…»
«No, le piacciono le donne – è lesbica.»
Cortocircuito.
I neuroni finiscono gambe all’aria.
«Che
culo, non deve neanche cambiar sesso…»
«È una donna intrappolata in un corpo che non le appartiene
e non riconosce come proprio. Gli uomini non le interessano, li detesta,
ama le donne, non vuole rimanere, essere o diventare quello che non è
mai stata e non sara mai.»
«Wow, il massimo della depravazione!»
Dialogo
fra sordi, perché non s’insegna ad ascoltare, perché
qualcuno ha deciso che certa robaccia non esiste, non deve esistere e
se esiste (cosa da dimostrare) non bisogna parlarne – non ne vale
la pena.
In
questo mondo dove tutto dev’essere precisato, circoscritto per poter
essere riconoscibile, controllabile - un nome, in effetti, non c’è.
Il potere evocativo di certe definizioni concettualmente, politicamente
e culturalmente destabilizzanti, è ancora distante dall’essere
condiviso, compreso, assimilato. Le definizioni in uso non corrispondono
mai del tutto (e come potrebbero?), sono una gabbia, divengono una galera.
Elisa non sarà mai una donna che ama le donne (meglio, una persona
che, come ogni altra, ama), Elisa sarà “soltanto” una
transessuale lesbica, un maschio che ha rinunciato scientemente ai propri
privilegi e alla propria superiorità per divenire altro: un surrogato
- feccia, o molto meno di questo. Mal voluto…
Ma
lei non lo sa ancora. L’unica cosa che desidera è liberarsi
di quello che è stata, suo malgrado – finalmente appropriarsi
di se stessa. Ci mette quarant’anni, da sola, a capire che non è
l’unica a vivere un dramma interiore di questa portata, che non
è sbagliata lei, è il suo corpo ad esserlo, che la colpa
non è di nessuno – è andata così, semplicemente.
Non fosse per la sofferenza e i danni subiti, ci sarebbe da ridere.
«C’è
stato un errore…» - ma il corpo non è un pacco che
si può rispedire al mittente. La strada è lunga, tortuosa,
piena d’insidie, trabocchetti ed oneri, pegni e balzelli che non
smetterà mai di pagare.
È
vero, non è colpa di nessuno se Elisa è nata in un corpo
che non le somiglia, ma della sofferenza che ne è seguita, degli
anni buttati via vivendo una vita non sua, privando gli altri della sé
più autentica e forse migliore, delle conseguenze fisiche e psicologiche
di questa gogna infinita, senza pietà, discrezione, siamo tutti
responsabili. È responsabile chi ha il potere reale, materiale
e morale, di fornirci gli strumenti necessari per vivere, o morire. Parlo
dei burocrati, di chi legifera, di chi giudica, di chi fa diagnosi e stila
referti, di chi inquisisce, di chi assume e licenzia, di chi dovrebbe
difendere i nostri diritti, di chi dovrebbe affermarli, di chi fa cultura,
spettacolo, giornalismo, di chi dovrebbe sostenerci, di chi si volta dall’altra
parte, di chi arringa le masse e semina odio, disprezzo, di chi minimizza,
di chi non ci ha ancora chiesto scusa - parlo di chi non fa quello che
potrebbe e dovrebbe, di chi ci lascia soli.

La
chirurgia, oggi, fa miracoli, ma ci sono cose che non potranno essere
eliminate, non del tutto e non a basso costo.
C’è
differenza fra transessualismo FtoM (da donna a uomo) e MtoF (da uomo
a donna).
A
parte alcuni trascurabili dettagli (ad esempio l’altezza, solitamente
inferiore alla media maschile), nel primo caso i risultati (ottenibili
in tempi lunghi e molte articolate operazioni – non è una
passeggiata) sono spesso straordinari: a transizione completata quasi
non si nota il genere biologico di provenienza, a questo si aggiunga che
l’essere entrati a far parte della popolazione maschile pone già
di per sé su un gradino più alto, al riparo da molte avversità
e chiacchiericci postumi – il reinserimento sociale e lavorativo
non è quindi così complicato e far perdere le tracce della
sé precedente, tutto sommato, può non essere difficile.
Nel
secondo (eccezioni a parte), sebbene i tempi di completamento della transizione
siano di gran lunga inferiori e l’operazione (una) sia relativamente
semplice, il risultato finale è spesso insoddisfacente sul piano
estetico. Barba e peli, nonostante gli ormoni, continuano a crescere,
l’altezza è solitamente molto superiore alla media femminile,
le spalle sono troppo grandi e non potranno essere ridimensionate, le
mani non sono proprio femminili, i tratti somatici non sono abbastanza
“morbidi”, il seno “naturale” è piccolo,
niente fianchi, il pomo di Adamo permane, ed anche la voce dà da
pensare – insomma, limitarsi agli ormoni e all’operazione
non basterà per passare inosservati, il reinserimento, quindi,
sarà cosa alquanto complicata e le tracce del sé pregresso
accompagneranno ovunque, spesso precedendo. Solo se si ha un lavoro stabile
e sicuro che ci permetterà mesi di aspettativa durante i quali
potremo dilapidare un ingente patrimonio economico per “correggere”
il possibile (naso, zigomi, labbra, orecchie, seno, fianchi, glutei e
quant’altro), per poter affrontare le lunghe degenze ospedaliere
in istituti pubblici e privati, le altrettanto lunghe convalescenze, i
postumi, le interminabili sedute dall’estetista per combattere la
ricrescita dei peli, la possibilità di cambiare città e
magari lavoro (se già non lo si è perso), potremo tentare
di costruirci una vita relativamente normalizzata ma, dato che probabilmente
saremo diventate superfemmine – “favolose”, magari,
ma troppo, veramente troppo per essere attendibili come donne nate tali
–, i problemi non finiranno.
Elisa,
ci mette quarant’anni per decidere di fare il grande passo, per
riuscire ad immaginarsi accanto ad una donna, senza vergogna, alla pari.
Quarant’anni per capire che può far qualcosa, seppur limitatamente.
Non ha i soldi necessari per comprarsi un corpo ed una vita completamente
nuovi, “invisibili”, e d’altronde non vuole diventare
“altro”, vuole solo essere se stessa…
Comincia
timidamente. È un po’ come muovere i primi passi, articolare
le prime parole. A poco a poco abbandona gli abiti maschili. Passa ore
davanti allo specchio, impara a truccarsi, a radersi ancora più
a fondo, indossa scarpe col tacco e si scopre capace di tenere l’equilibrio,
addirittura capace di camminare spedita e sicura, si sente elegante, può
finalmente muoversi con leggerezza, morbidezza e le è tutto così
familiare, congeniale - naturale…
Scendere
in strada, fare la spesa, parlare con la gente – il cuore che batte,
batte e forse scoppierà, più per l’emozione, la gioia,
che per la paura. E poi non riuscire a sfuggire gli sguardi, capire che
per quanti sforzi si compiano le teste girano, i bulbi oculari roteano,
il brusio si fa insistente, minaccioso, le gomitate si sprecano e pure
gli apprezzamenti pesanti, gli insulti a denti stretti o le offese dirette,
impietose, gratuite…
«Ma
cosa ne sa la gente? Cosa vuol saperne? Perché non viene e chiede?
Io voglio, io posso spiegare… Via questi pantaloni, via queste camicie,
queste cravatte – via tutto! Mai più, mai più!!!»
Subisce
uno stupro.
«Mai
più, mai più!!!»
Cominciano
i licenziamenti…
«Mai
più, mai più!!!»
Le
minacce si fanno esplicite: danni all’auto, sassi alle finestre,
insulti, sputi…
«Mai
più, mai più!!!»
Controlli
invasivi e violenti della polizia, abusi, pestaggi…
«Mai
più, mai più!!!»
E
invece ancora, Elisa – il peggio, ciò che spacca il cuore
e può portare alla pazzia, sta per arrivare e te lo porterà
chi non ti aspetti…

Sin
tanto che soffriva in silenzio, ridicola in quei calzoni da lavoro, con
quei buffi modi né carne né pesce, a far da madre nel ruolo
di papà, tutto bene – per gli altri. Ma quando comincia a
vuotare il sacco, quando comincia a dimostrare che sta facendo sul serio,
parte il contrattacco – e sono dolori, seri.
«Crepa,
Elisa, ma fallo in silenzio, senza rompere e senza farti vedere in giro
che poi chi glielo spiega alla gente quello che stai combinando?»
«Sei
dieci anni avanti a noi, Elisa – che pretendi?»
Cosa
pretende??? Un lavoro “pretende”, di non essere stuprata,
picchiata, insultata – pretende rispetto, pretende che gli amici
non abbiano paura di mostrarsi in sua compagnia, pretende che l’accompagnino
e l’aiutino, pretende di non essere lasciata sola almeno da chi,
come lei, deve rivendicare ogni giorno i propri diritti, pretende che
la gente la smetta di rivolgersi a lei al maschile! Ecco cosa “pretende”,
ci vuol tanto a capirlo?
«Forse
non avrei deciso di portare in fondo la transizione se fossi stata sola,
se non avessi avuto la sicurezza di poterla affrontare insieme alla mia
compagna. Invece lo sai cosa è successo? Poco prima dell’operazione
se ne va, svanisce. Un sera rientro e lei ha portato via tutto. Da allora
non l’ho più vista, sentita…»
Già.
C’è stato un prima e c’è un dopo.
Prima
aveva una vita sentimentale intensa, le occasioni non le mancavano. Dopo,
niente – eccezion fatta per qualche buontempona che le propone una
vita da amante, e nulla più.
Prima
stava relativamente bene, in salute – dopo sono cominciati tutta
una serie di disturbi debilitanti, altre operazioni.
Prima
qualche opportunità di lavoro le capitava, era regolarmente licenziata
ma almeno per qualche mese campava – ora deve affidarsi ad un sussidio
di disoccupazione.
Prima
non poteva guardarsi allo specchio, toccarsi – ora può, si
piace.
Prima
non poteva rivendicare la sua femminilità, sbatterla in faccia
ai burocrati – ora sulla carta d’identità c’è
scritto Elisa, bello grosso, ma…
«Qui,
ormai, è il deserto… Dovrei andarmene… Di certo nessuno
sentirebbe la mia mancanza…»

«Ma
lo sai chi è venuta?... Elisa!»
«Questa poi… Che ci fa lì?»
«Sta pensando di trasferirsi… Intanto fa colloqui, hai visto
mai…»
«Certo le cose da voi vanno un po’ meglio, dove sta dev’essere
dura… Dalle il mio numero di telefono, dille che mi chiami…»
Per
la prima volta non mi è parsa tanto distante, irraggiungibile.
Praticamente dietro l’angolo, se avessi allungato la mano avrei
potuto toccarla…
SMS:
“Sto passando da Viareggio, se hai tempo potremmo incontrarci”.
Richiamo subito: «Elisa! Ma certo!!! Ti vengo a prendere al casello…».
Sei
anni. Di lei ho sentito parlare “a pizzichi e bocconi”. Talvolta
ci siamo anche incrociate sul web, abbiamo scambiato qualche mails e poi
via, ognuna per la sua strada. Non ci siamo mai incontrate, però.
È la prima volta. Sono felice. Raggiungo il casello e l’attesa
si riempie di preoccupazione: ha esaurito la batteria del cellulare e
l’ultima volta che ci siamo sentite era ferma ad una stazione di
servizio perché stava così male da non poter guidare.
Finalmente
eccola. Ci abbracciamo calorosamente, le chiedo come sta. «Non molto
bene». È pallida, confusa, mi guarda dritta negli occhi.
«Adesso andiamo a casa mia, ti preparo qualcosa di caldo –
non puoi rimetterti in viaggio così…» - mi pare risollevarsi.
Guardo
nello specchietto, mi assicuro di averla dietro come se fosse possibile
per un’Ape 50 seminare un’auto! Arriviamo e la metto a sedere
sul mio divano, piccolo e scomodo per un donnone come lei. Tutta la mia
casa pare minuscola, ogni oggetto può essere un fastidioso intralcio.
Sono una formichina. Le preparo una tazza di caffè all’americana
(lo so, non è la cosa più curativa che esista ma altro non
c’è nella mia dispensa), ha paura di non riuscire a mandarlo
giù e invece poco dopo ne prendiamo un altro. Parliamo, parliamo,
parliamo… abbiamo sei anni da raccontarci, tanti, troppi dolori
da snocciolare come perline di uno stesso rosario.
È
dispiaciuta di non essere venuta alla manifestazione di Lucca, non ricorda
perché, forse non stava bene. Sono dispiaciuta di non esserle stata
vicino nei momenti peggiori, non so perché, ma non occorre che
mi sforzi per ricordarlo.
Siamo
entrambe amareggiate, deluse. Entrambe abbiamo chiuso con certa gente.
Entrambe sappiamo che in realtà è certa gente che ha chiuso
con noi – siamo troppo visibili, troppo ingestibili, impossibile
assimilarci, impossibile farci stare zitte, buone. Siamo proprio delle
gran rompi balle – non c’è che dire. Insopportabili.
Ne ridiamo – a denti stretti.
Si
è fatto tardi. Sono in apprensione: chissà quante persone
la stanno cercando, sono preoccupate per lei: in viaggio, in quelle condizioni,
senza telefono. «Chiama e dì che stai bene, sei qui…»
- poi le propongo un piatto di pasta, di fermarsi per la notte: «Se
non hai appuntamenti precisi, puoi ripartire domani mattina con calma,
riposata. Mi sembra la cosa più sensata da fare…» -
s’illumina e accetta senza opporre alcuna resistenza.
Scendo
con lei per aiutarla a cercare nelle valigie il caricabatteria, non c’è,
l’ha dimenticato. Noto che indossa una gonna lunga, nera, molto
trasparente – non c’è spazio per l’immaginazione.
Penso che con l’ariaccia che tira non è prudente esporsi
così. Mi prendo in giro: sembro mia nonna quando faccio certi ragionamenti.
Mangiamo.
Un po’ si è ripresa, sta abbastanza bene. È stanca
ma emozionata, attenta. Guardiamo un po’ di TV, commentiamo i fatti
del giorno. Poi... a nanna.
Curioso
effetto averla qui. La vita è strana.
‘Notte,
Elisa.

Quando
dormo, dormo – sono inamovibile, imperturbabile. Ottusa. Ma mi capita
di esserlo anche da sveglia…
Improvvisamente,
nel sonno, ho la netta percezione di essere osservata. Apro gli occhi
e a pochi centimetri da me vedo il faccione sorridente di Elisa.
«Buongiorno…» - sussurro.
«Buongiorno…» - risponde.
«Quant’è che sei lì?»
«È già un po’, ma non molto…»
Mi accorgo che non si è vestita: «È freddo, Elisa,
ti prenderai un accidente…»
«Posso mettermi accanto a te?»
«Qui? Tu??? Non ci starai mai!»
«Vedrai, sono piccola io…»
Magicamente
riesce a sdraiarsi occupando una striscia sottilissima del posto che avanza.
Le offro la mia spalla come cuscino. Rimaniamo così a lungo, di
tanto in tanto parlando ma perlopiù in silenzio. Comincio ad essere
preoccupata – per entrambe. Ma lei è così contenta,
non oso disturbarla.
«Sono
felice. Non pensavo che ti avrei mai incontrata – non pensavo che
avresti accettato di vedermi. È la prima volta che ho la sensazione
di essere capita e accolta, sino in fondo, senza pregiudizi.»
Minimizzo,
ironizzo – proprio non riesco ad essere seria. Sono solo ospitale.
Non sono affatto una persona straordinaria, al contrario. Non mi sembra
di fare cose eccezionali, anzi.
«Tu
non hai idea di quanto sei conosciuta e apprezzata, non hai idea dell’importanza
del tuo lavoro. Ti assicuro che sei un punto di riferimento per moltissime
persone…»
«Io???»
«Eh, sì… proprio tu – e il tuo bello è
che non lo sai, non te ne accorgi, non gli dai importanza…»
Dura
di comprendonio, eh? Svicolo vistosamente. Caffè, altrimenti schianto.
Fuori sole, è una bella giornata di primavera, un po’ fredda,
magari, ma piena di vita, risvegli.
Ci
sistemiamo. Altro caffè. Altre chiacchiere. Concordiamo che presto
andrò a trovarla, macchina fotografica, registratore e computer
al seguito. Vorrei raccontare la sua storia, parlare di lei, del nostro
incontro – dal mio punto di vista, filtrando gli eventi attraverso
le mie percezioni, di sponda, far da ponte. Una mediazione è necessaria,
è necessario mostrare le sfumature. Se mostri solo quel che appare,
l’intero, alla fine la gente vede solo quello e lì si ferma
– non guarda oltre, si perde il senso delle cose, non si avvicina,
non s’immedesima, non trova somiglianze, non può capire.
Troppo facile - non serve. Penso ad un collage, ad una costruzione narrativa
tipo puzzle ma, come al solito, non ho la più pallida idea di cosa
e come farò – di fronte alla pagina bianca la matassa si
sbriglierà da sola, lavoro così. E intanto ammucchio impressioni,
dettagli.
È
tardi. Io devo entrare al lavoro ed Elisa deve continuare il viaggio –
debole com’è.
Mi
lascia da leggere gli atti del convegno scientifico internazionale “Transiti
– Percorsi e significati dell’identità di genere”
pubblicati dalla Regione Emilia Romagna – bel posto in cui vivere,
buona cucina ed aria sana. Sulla copertina una trans MtoF e un trans FtoM
– si somigliano così tanto che sembrano sorella e fratello.
Sono proprio belli. A dir la verità fra i due non saprei chi scegliere.
Sorrido della mia ampiezza di vedute.
«Mi
raccomando, mandami un messaggio quando arrivi e telefonami per dirmi
cosa ti ha detto il medico…»
Mi
affaccio alla finestra. Elisa volteggia sino all’auto. Poco distante,
l’autista del Bus fermo al capolinea la nota. Si blocca. Sporge.
Vedo i suoi bulbi oculari rotolare sull’asfalto. Penso che se non
la smette dovrò scendere per ridarglieli altrimenti senza come
farà a guidare? L’avevo detto che quella gonna è troppo
trasparente.
Elisa
si allontana ed io mi rendo conto di non averle spiegato come arrivare
all’autostrada. Mi viene in mente la storia del Piccolo Principe,
quando l’aviatore si accorge di non aver pensato ad una museruola
per la pecora che gli ha disegnato… Ma sono tranquilla, per una
donna che è stata tanto a lungo in giro per il mondo, la strada
è il posto meno misterioso e insidioso che c’è.

Cominciano
due settimane di interminabili rendez-vous telefonici. Tre, quattro telefonate
al giorno a botte di un’ora e più ciascuna. Parliamo di un’infinità
di cose, le chiedo e mi racconta tutto. Mi spiega i dettagli dell’operazione,
mi dice che quando andrò a trovarla me ne mostrerà gli esiti…
«Ti prego, Elisa, no – mi fido sulla parola!» - percepisco
dispiacere, d’altronde la capisco, ne è così contenta,
fra amiche certe cose si fanno. Perdono, ma non m’interessa neanche
un po’, non sono abituata a questo tipo di confidenze, sono lontane
da me mille miglia, e m’imbarazzano. Prima staffilata. Glissa.
Elisa
è molto dolce, carina, affettiva, generosa, ed io mi sento in obbligo
di mettere qualche robusto paletto: «Elisa, non sono a caccia…»
- ci tengo a chiarire, e lei non gradisce la mia leggiadria da elefante.
Non lo faccio mai, trovo così sgradevole e indelicato specificare
certe cose, ma, davvero, non voglio equivoci.
Acc… Seconda staffilata. Ci accapigliamo un po’. «Volevo
solo farti un regalo,» – con ciò probabilmente intendendo
che voleva soltanto essere se stessa senza preoccuparsene - «se
lo capisci, bene, altrimenti peggio per te!». Grazie. Inutile cercare
di spiegare che non sto rifiutando la sua persona, la sua femminilità,
che non ne faccio una questione di generi sessuali, che non farò
mai più compromessi anche a costo di restare sola come un cane
da qui all’eternità, che non è mia intenzione ferirla,
mettere in dubbio o limitare la sua disinteressata spontaneità,
ma le esperienze pregresse lasciano un segno… Appunto: «Quando
incontro persone troppo belle mi chiedo sempre dov’è la fregatura…».
Non ho mai pensato d’essere una bella persona, Elisa, ma opportunamente
taccio - non sono tipo da battibecchi.
Insomma,
la prende male, tuttavia mi concede il beneficio d’inventario. Ripone
la faccenda in un cassetto e lo richiude. Due a zero, palla al centro.
Sto per mettermi in viaggio.

Scendo
dal treno e lei è lì. Vestito nero a tubo, corto. Si offre
di portare una delle mie borse ma rifiuto – il facchinaggio non
è cosa per donne troppo eleganti o malaticce, men che mai per donne
che sono entrambe le cose, nello stesso momento. Raggiungiamo la macchina
e strada facendo mi racconta che la Polfer le ha chiesto i documenti.
«Quando hanno visto chi ero non hanno fatto storie…»
- effetto dei dati anagrafici inoppugnabili? E il pensiero corre a tutte
le persone transgender o in transito da un genere ad un altro che non
possono dimostrare di essere quello che sembrano o sono - penso alle vessazioni
e alle umiliazioni che devono subire, senza potersi difendere.
È
nervosa, turbata – non capisco se è per il mio arrivo, per
l’episodio che mi ha raccontato o perché sta poco bene. La
città è grigia, bruttarella. Subito fuori la provincia:
inestricabile guazzabuglio leghista, forza italiota e destrorso. Il paesaggio
alterna capannoni a natura selvaggia, cascine a piccoli centri abitati
squallidi e deserti, stalle, campi coltivati a fabbrichette spoglie. È
domenica. I tetti aguzzi attirano la mia attenzione. Mi sento come una
che non ha mai messo il naso fuori di casa.
Dopo
una ventina di minuti arriviamo a destinazione. Riconosco la palazzina
che ho visto in un paio di foto. Posso facilmente immaginare quanto una
trans, lesbica, comunista, possa essere amata e rispettata da queste parti.
Saliamo,
ripongo le mie cose e via con il primo di molti, molti caffè…
Alle
pareti souvenir che ha portato dai paesi visitati o nei quali ha vissuto,
scaffali ricolmi di videocassette, il computer, cuore pulsante delle sue
giornate solitarie aspettando una guarigione che tarda a venire, la camera…
mi guardo intorno senza curiosità. Scopro che è un’appassionata
di calcio, mi mostra con orgoglio la bandiera della sua squadra, la indossa.
Ma è in affanno, fa fatica. È stata malissimo nei giorni
scorsi. I medici le hanno detto di portare pazienza. L’ultima operazione
ha un decorso lungo – starà meglio fra qualche mese, ma nel
frattempo non deve affaticarsi. Come potrebbe? Non riesce a far nulla
(nemmeno mangiare, dormire), non può andare in nessun posto, non
può lavorare… Intanto, però, cominciano ad arrivare
le risposte dei colloqui – non a tutti interessa la sua vita privata,
né le sue opinioni politiche, chi è stata – quello
che conta è che sia una professionista esperta, seria e affidabile
ed Elisa lo è, altroché se lo è. Con le lacrime agli
occhi deve declinare, spiega i suoi problemi di salute, prende tempo e…
perde occasioni. Chi la risarcirà anche di questo? Su chi potrà
rivalersi?
È
sera. Siamo sfinite. Ci corichiamo. Volto le spalle al mondo intero e
m’addormento.

Oggi
si lavora.
Aiuto
Elisa a preparare un pugno di domande per partecipare a concorsi e colloqui
– mi chiedo come farà a lavorare in quello stato, dovrà
declinare, ancora. Deve stampare e imbustare il materiale: «Non
ti spiace, vero, se passiamo da mia mamma per finire il lavoro?».
Nessun problema. Pranziamo da lei, una donna gentile e paziente che mi
scruta da capo a piedi. Anni e anni d’incomprensioni ed ora finalmente
si parlano, condividono gioie e, soprattutto, preoccupazioni. Si prendono
cura una dell’altra. Il tempo talvolta guasta, talvolta aggiusta.
«Perché
hai scelto il nome Elisa?»
«L’ho fatto decidere a lei, dopo aver escluso quelli che proprio
non mi piacevano. Era indecisa fra Elena ed Elisa, ha scelto il secondo…»
Torniamo
a casa. Elisa mi regala una digitale ottenuta con i punti del distributore
di benzina. La provo subito, impaziente. Tiro fuori anche la Nikon, il
PC, accendo il registratore.
Parliamo
del più e del meno, per rompere il ghiaccio, poi mi racconta storie
di amiche sue, lesbiche… In ognuna ritrovo la stessa solitudine,
la stessa confusione, la stessa infelicità che tante volte ho ascoltato,
visto, vissuto. Mi chiedo dove sia questa sana maggioranza silenziosa
e invisibile che sta bene, senza avere e dare problemi. Se lo chiede anche
lei. Il quadro generale che ne viene fuori è assolutamente sconfortante:
scarsa consapevolezza di sé, scarso o assente senso civico, impegno
civile e politico, chiacchiere e apparenza a fiumi, cultura e fondamentali
ridotti al lumicino, una quasi totale indifferenza per le conseguenze
di comportamenti e stili di vita nei quali gli altri entrano ed escono
come merce a buon mercato - e isolamento, paura, lassismo, ipocrisia a
cascata, senza averne coscienza.
Tocca
alle associazioni LGBT*, ai sindacati, ai partiti di sinistra, di destra,
di centro, alla chiesa - un disastro totale. Non c’è speranza.
Via d’uscita. Alternativa.
E
come la mettiamo con la misoginia, l’eterofobia, l’omofobia,
la lesbofobia e la transfobia che affliggono la comunità LGBT*?
Realtà o invenzione? Che peso ha il pensiero unico etero ed omosessista,
il maschilismo degli uomini e delle donne sulla qualità della vita
individuale e collettiva, sulla qualità e l’efficacia a breve
e lungo termine dell’azione politica e civile, dei rapporti con
l’esterno e l’interno del movimento? Enorme – e devastante.
Diserbanti micidiali.
Elisa
ha il problema inverso – quasi una specie di integralismo separatista,
è fortemente ideologica, politicizzata, femminista. Contesta la
cultura patriarcale, rivendica con forza il diritto alla differenza. Detesta
gli uomini al punto che non apre la porta nemmeno al postino. Dice di
non odiarli, ma è meglio se non è costretta a stargli vicino,
ad entrare in relazione con loro.
«Li
conosco, so bene cosa vuol dire esserlo – ho le mie buone ragioni
per non volerne nemmeno sentire parlare.»
Elisa
parla e più cresce il senso d’impotenza ed emarginazione,
disconoscimento, più cresce l’intransigenza, il rifiuto a
tratti rabbioso, irragionevole, incapace di ascolto, confronto. Con puntiglio
matematico elenca i fatti, le azioni, le reazioni, e le conseguenze sulla
sua vita – è una questione ovviamente personale. Mi fissa
dritta negli occhi e me ne chiede ragione. I “perché?”
si ammucchiano. Talvolta ho la sensazione che voglia testare la mia sincerità,
altre penso che non gli importi nulla delle risposte – le ha già,
non sono in discussione, non si discutono. Il nero è nero, il bianco
è bianco. Punto. Sono realista, oggettiva, con impietoso cinismo
cerco di porre fine a questo giustificato, comprensibile ma inutile ed
autolesionista effluvio di dolore, veleno, risentimento.
Smetti,
Elisa, di tormentarti – non t’incancrenire! Ma lei non ascolta
più, da un pezzo. Mi addormento con la percezione di avere accanto
una bomba ad orologeria innescata, il countdown è cominciato.

Il
risveglio ci coglie malconce. Io sono preoccupata per lei e cerco di nasconderlo.
Elisa sta malissimo fisicamente ma, mi sembra, soprattutto interiormente.
«Se
non ce la fai ad accompagnarmi alla stazione prendo un autobus…»
«Non ti preoccupare – l’importante è che stia
seduta. Passiamo a salutare mia mamma in modo che non debba tornarci per
prendere le ricevute delle raccomandate?»
«Va bene, certo – mi basta arrivare alla stazione con un po’
di anticipo, per sicurezza, detesto fare le corse.»
Riordino
le mie cose e scendiamo. Elisa prende la posta. È arrivato un assegno.
«Torno su per le bollette così posso finalmente pagarle».
Una modesta ma provvidenziale boccata d’ossigeno. Mi chiedo come
faccia a sopravvivere. «Chiederò il sussidio di disoccupazione,
una cifra ridicola che mi daranno chissà quando, ma è sempre
meglio di niente». Passiamo dalla banca, poi andiamo da sua mamma.
Fanno due conti, Elisa scende all’ufficio postale e quando torna
le propone di accompagnarci – al ritorno passeranno a fare la spesa.
Mi
spiace andar via, ma sono anche sollevata. Sono stati giorni duri, intensi.
So di non poter far altro per lei che scrivere queste righe, rassicurarla
– non è completamente sola, ci sono persone che la stimano,
apprezzano, con tutti i suoi limiti e difetti.
La
“fregatura”, Elisa, c’è sempre quando ci si aspetta
che gli altri siano come noi li vogliamo. Certamente ti deluderò,
anch’io – inevitabile, temo.
Torno
a casa.

Ho bisogno di silenzio per mettere insieme i pezzi, dargli una forma,
un senso accessibile.
Ricominciano
le telefonate. Elisa è triste, ma non si lamenta. Ho lasciato un
vuoto. Io sono concentratissima - e sfinita. Parliamo, ancora, molto,
e una sera, dice, per ben tre volte mi rivolgo a lei al maschile.
«È
già accaduto.» - penso - «Possibile che se ne accorga
solo ora? Perché adesso?».
È
una cosa che faccio spesso, con tutti, maschi e femmine. Talvolta mi sbaglio
persino riferendomi a me stessa – ho sempre di più la certezza
di avere una forma mentis transgender, d’altronde ho passato l’infanzia
pensandomi al maschile, nulla di strano che faccia formalmente
un po’ di confusione. Ci rido, mi diverte – non riesco a drammatizzare,
men che mai a dare così tanta importanza al sesso delle persone,
non me ne frega nulla, guardo la luna, il dito non m’interessa neanche
un po’.
Elisa
si arrabbia ferocemente. La prende malissimo. Mi accusa di non riconoscerla
come donna, di non vederla come tale. «Brava,» - mi scrive
- «entra anche tu a far parte di quelli che mi pisciano addosso!».
Sono costernata. Balbetto, zoppico, cerco di farle capire le mie ragioni,
penso che dovrebbe conoscermi abbastanza per sapere che non ha alcun senso
logico nemmeno il sospetto che possa in qualche modo disprezzarla. Come
può fraintendermi? Nulla da fare, non sente ragioni, le mie sono
solo «puerili giustificazioni», sono incapace di rispetto,
non riconosco la gravità di quello che ho fatto e quindi fuori
dalle balle, io e tutte le “compagne di merende che mi sponsorizzano”.
Capisco
e so che per lei e chiunque altro/altra affronti un percorso simile al
suo, sia a dir poco fondamentale il riconoscimento dell’identità
di genere, ma la reazione non è un tantino esagerata, esasperata?
Dannate
consonanti, ma mi par ovvio che loro, poverine, sono solo il coperchio
di una pentola a pressione che sta deflagrando.
Le
chiedo cosa devo farne della sua testimonianza. Non dice che mi ci posso
pulire il culo ma poco ci manca. «Pubblica, monta, disfa, fai -
non m’interessa...» - scrive. Forse fraintendo, ad ogni modo
la pubblico perché credo fermamente che sia utilissimo farlo. Ci
ripensa: «Levala dal sito altrimenti mi vedrò costretta a
fartelo togliere seguendo le normative di legge». Sono certa che
lo farebbe. Ormai non è più possibile alcun ragionamento
razionale.
Tolgo
l’originale e metto on-line questa versione completamente epurata
da riferimenti inequivocabili riconducibili alla sua persona e alle sue
vicissitudini personali - senza immagini, perché nessun viso che
non fosse il suo avrebbe senso.

Al
di là di questo sconcertante epilogo, che affido alla benevolenza
dei lettori più inclini alla riflessione costruttiva, per me rimane
valido e invariato l’assunto da cui sono partita: la vita di Elisa
ed ogni esperienza legata alla transessualità e al transgenderismo,
sono non solo particolarmente significative e preziose in sé, ma
patrimonio di tutti. Mi rammarico che alcuni non riescano a dargli il
valore che hanno – a prescindere – e in particolare mi dispiace
di come sono andate le cose fra me e lei, ma credo che sia comunque straordinariamente
importante affidare alla storia il messaggio che ogni vicenda uguale o
simile a questa racchiude – perché non vada perduto e ci
aiuti a comprendere quanto può essere negativo il pregiudizio,
da qualunque parte provenga, e quanto facilmente possa mettere radici
anche dove non ci aspetteremmo mai, con conseguenze imprevedibili e sempre
devastanti.

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