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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

 

Quello che state per leggere, qualunque sia il punto di vista e il grado di conoscenza della condizione umana che tenta di raccontare, è un pugno nello stomaco. Non piacerà a chi ha l’illusione di vivere nel paese dei balocchi, non piacerà alla diretta interessata, non piacerà a chi ha precise colpe e responsabilità, non piacerà neppure a chi crede di non averne e si pensa dalla parte dei giusti, non piace a me che proprio non so dove e come collocarmi.

Non è un racconto agiografico, non edulcoro, spettacolarizzo - non serve a niente farlo quando si vuol andare a fondo nelle ragioni della mente, del cuore. Non faccio giornalismo e nemmeno letteratura. Forse, come mai prima, ho solo tentato di mettere insieme i pezzi (i cocci) di un incontro, della reazione emotiva e intellettuale che ne è seguita e, soprattutto, dell’enorme significato di un’esistenza tanto diversa dalla mia, ma pure tanto simile – perché, prima di considerarmi una donna accidentalmente lesbica, io mi ritengo un essere umano misterioso e interessante, e guardo agli altri attribuendo loro queste stesse caratteristiche, con lo stesso stupore, con la stessa attenzione e, se riesco, con lo stesso rispetto, perfino quando non mi piacciano, non li condivido o tentano di farmi a pezzi.

La vita è sacra, l’esperienza umana lo è – preziosa e degna, sempre, fonte inesauribile d’infinita ricchezza e povertà. Simile, dicevo, anche per le conseguenze prodotte dall’isolamento, dal disconoscimento del valore intrinseco e profondissimo che sempre più raramente attribuiamo alle persone (viventi), dal disprezzo (non dissimile dall’indifferenza perché produce gli stessi effetti) che abbiamo imparato ad esprimere in modi sempre più raffinati nei confronti di chi non ci corrisponde, di chi, spesso solo esistendo, contraddice le nostre fragili sicurezze, convinzioni. Un gigantesco, largamente condiviso scaricabarile, se non una vera e propria caccia all’altro - ed ecco spuntano nuovi mostri, nuove minoranze sulle quali possiamo stabilmente passeggiare, riaffermarci e prosperare.

Eterosessualità, bisessualità, omosessualità, transessualità, transgenderismo: definizioni che da sole non bastano a contenere e spiegare l’evidenza, come se occorresse farlo. Quanto ci piace perdere tempo intorno ai falsi problemi.

Al momento della nascita, due sono le cose che ci contraddistinguono e segnano per tutta la vita: il colore della pelle e il genere sessuale. In questo mondo dominato dagli opulenti e ricchi bianchi “occidentali” per gli opulenti e ricchi bianchi “occidentali”, dai maschi per i maschi, nascere di un colore diverso e/o senza gli opportuni attributi, condanna inesorabilmente alla subalternità. Tutto è deciso – a nessuno viene in mente di chiedersi chi ci sia in quel fagottino di carne ed ossa, se il ruolo al quale lo abbiamo destinato possa corrispondergli, soddisfarlo. Tutto è stabilito. Crederà nell’unico Dio possibile: il nostro. Studierà ed eccellerà nelle professioni consone al suo status sociale e biologico, ruberà, ingannerà e disprezzerà come si deve, potrà anche non sposarsi, non avere figli, l’importante è che “produca, consumi e muoia” senza dar fastidio, discutere. Ma là dentro succedono cose strane, là dentro ci sono PERSONE e, a guardar bene, raramente il corpo che le porterà a spasso sarà adatto a loro e ancor più raramente lo sarà il ruolo che gli abbiamo assegnato o riusciranno a conquistarsi.

Il sesso biologico e il gruppo etnico (con ciò sottintendendo anche lo status sociale e culturale di partenza), sono dunque i due elementi distintivi fondanti che condizionano e spesso devastano l’esistenza di ogni individuo, sui quali si reggono i sistemi sociali che maggiormente producono disparità trasformando i diritti in privilegi - è appunto questa la cancrena contro la quale abbiamo il dovere di batterci, questi sono gli unici, veri nemici che abbiamo. Tutto il resto è strumentale.

Potremo pregiarci di appartenere al genere umano solo il giorno in cui avremo finalmente imparato a difendere e rispettare l’autoderminazione, l’individualità, le differenti soggettività – quando non ci parrà più così minaccioso e insano che qualcuno non pensi e non sia come noi, come noi vorremmo che fosse. Il giorno che la smetteremo di porre delle restrizioni, correggere quello che non ci piace o serve negli altri, potremo finalmente dirci liberi, giusti ed evoluti. Sino ad allora faremmo meglio a ridimensionare l’opinione che abbiamo di noi stessi.

 

 

Seppi dell’esistenza di Elisa verso la fine degli anni Novanta.

Eravamo entrambe iscritte ad un forum dal quale fu estromessa di punto in bianco quando qualche bell’esemplare di pura razza femminea fece presente che era nata biologicamente maschio, per giunta non ancora operata. Nonostante le numerose e ben argomentate proteste, il verdetto fu che per quanti sforzi facesse, fisicamente e culturalmente, Elisa non era e non sarebbe mai stata una donna vera, autentica, di sana e robusta costituzione femminile. Quello era un forum a focus lesbico riservato a donne biologiche, non necessariamente lesbiche (purché non se ne vantassero), il resto – tutto il resto – non contava assolutamente nulla, lì, nel virtuale, come nella vita reale, presumo. Non contava come lei si vedesse, sentisse, non contava il prezzo che aveva pagato e stava pagando, le battaglie che stava combattendo per sé e per loro, per noi, non contava il contributo ideale e dialettico, la ricchezza del pensiero e dell’esperienza, non contava che avesse iniziato la transizione – nulla poté modificare la sentenza e fu semplicemente messa alla porta.

Non mi ero mai confrontata con la transessualità, semplicemente perché non mi ero mai posta il problema. Per me è importante la qualità intrinseca delle persone, la consistenza dei valori che esprimono e perseguono, non la presenza o l’assenza di certi attributi, l’ascendenza genetica, culturale, sociale, il genere, le preferenze sessuali o l’orientamento affettivo. Pur non essendone immune, di fronte all’ottusità, ai preconcetti, ai giudizi sommari e alle indebite condanne, avevo ed ho una sola reazione: incapacità di opportunismo – così, nel suo caso come in quello di un’altra trans lesbica che entrò nel forum più o meno nello stesso periodo, non mi feci alcuna domanda e portai avanti il mio personale ammutinamento senza preoccuparmi delle conseguenze. Alla fine divenni persona scarsamente gradita e me ne andai anch’io. Non potevo sentirmi a mio agio in un luogo simile. Avevo più cose in comune con un calamaro che con tutte quelle donne che disconoscendole ed umiliandole pensavano di difendersi (liberarsi) da quello che loro ritenevano essere l’invasore, l’ennesimo usurpatore. Dissertazioni da bar sport separatista, da troglodite. Così poca conoscenza e stima hanno di sé certe donne, ancora, se temono tanto il confronto – se avvertono come una minaccia alla loro evidentemente incerta identità, le differenti soggettività. La mia intelligenza, il mio buon senso, tutto il mio essere ne fu offeso e ne trassi le conseguenze. Eroica e vana, come sempre.

Chissà se Elisa immaginava, allora, che nemmeno il riconoscimento anagrafico le avrebbe migliorato la vita, che le cose, progressivamente, sarebbero addirittura peggiorate.

Di certo io non potevo immaginare che sei anni dopo, a transizione avvenuta, ci saremmo incontrate sulle macerie fumanti delle nostre esistenze.

 

 

Anni Sessanta. Nord Italia. Elisa non fu né voluta, né successivamente amata, almeno non sin tanto che, completamente sola, senza alcun riferimento, guida, conforto, da donna che ama perdutamente le donne in un corpo maschile sano e ben formato, combatteva la sua battaglia interiore per capire chi o cosa fosse.

Un conflitto ed uno smarrimento onnicomprensivo, inimmaginabile per chi non ha mai avuto dubbi su se stesso e il mondo, sul proprio orientamento sentimentale, la propria identità di genere, il proprio ruolo sociale – per chi, quindi, non può nemmeno lontanamente immaginare che vi possano essere alternative al pensiero unico etero ed omosessista.

Cresce, Elisa – adeguandosi, compiacendo per conquistare un briciolo di affetto e attenzione, un minimo di riconoscimento. È mite, ubbidiente, studiosa con profitto. Problemi di salute la obbligano a praticare alcuni sport e quando corre, nuota, il suo corpo smette d’essere stridente e pesante, quasi le sembra di non averlo e in quegl’attimi quasi è felice, una farfalla dai mille colori, o una razza solitaria, austera, che plana e volteggia, senza pena, padroni, rivali. Le piace sentirsi così, e sin tanto che fende l’aria e l’acqua, non pensa, non è – o è aria, acqua, senza bisogni, necessità. Ma poi, negli spogliatoi, ricomincia l’inferno: fingere una virilità che non le appartiene, nella quale non si riconosce, che detesta sino alla nausea, al vomito, e fingere ancora, sempre, ogni istante - a scuola, in famiglia, più tardi sul lavoro quando è costretta ad interrompere gli studi per dare una mano in casa mentre le sorelle possono continuarli. È dura la vita per Elisa, iniqua, insostenibile - e lo è ancora di più quando le donne che ama cercano in lei sia ciò che non è.

«Tutto era difficile, insopportabile… Facevo l’amore con il terrore del momento in cui non avrei più potuto negarmi, era umiliante, terribile. Mi mettevo lì, paralizzata, lasciavo fare e speravo che finisse presto, non provavo nulla, solo vergogna, imbarazzo, schifo di me. Ho avuto un figlio così…» - ma quella creatura, amata sopra ogni cosa, è forse l’unica che un giorno, forse (spero), l’amerà incondizionatamente, alla quale Elisa perdonerà, forse (spero), le consonanti sbagliate in fondo alle parole.

Quanta violenza - talvolta esercitata, soprattutto subita.

Controllare il tono della voce, assumere atteggiamenti mascolini, adeguati al proprio genere biologico. Ma Elisa è dentro, da sempre, spinge, urla, vuole uscire, vivere, essere finalmente se stessa, alla luce del sole, in pienezza. Carlo non ce la fa a contenerla, non ce la fa più. Piange, si dispera e mente, mente. Per evitare il confronto sceglie un lavoro che la porta lontano da casa: da sola, sempre in viaggio per poter pensare, per cercare di capire, trovare un appiglio dentro di sé, una risposta che fuori non trova, non troverà mai. Lontana - in modo che la sua compagna possa prendersi altrove quello che lei non può, non sa, non vuole darle.

Elisa è quasi pronta e quando apparirà più nulla sarà come prima, più nessuno sarà disposto a rivolgerle la parola, più nessuno sarà disposto ad aspettare, capire, aiutare, perdonare. Il tradimento di Carlo sarà totale, la sua silenziosa, solitaria, non voluta ma insopprimibile, improcrastinabile rivolta, non potrà più essere nascosta, camuffata. Sì, Elisa sarà se stessa: donna e lesbica – e gli uomini si prenderanno gioco di lei o la vesseranno senza pietà, le donne non potranno più desiderarla, le lesbiche, che spesso l’hanno usata per togliersi lo sfizio, la cacceranno fuori dal letto e, purtroppo, non solo da quello. In definitiva, nel migliore dei casi, Elisa si metterà in rotta di collisione con il mondo intero, contro le sue leggi scritte e non scritte, i suoi arbitri e condizionamenti, la sua incapacità di ascolto, accoglienza. Lentamente non avrà più alcun diritto, andrà ad occupare il gradino più basso della scala sociale, diverrà uno zerbino - condominiale.

 

 

Il primo passo consiste nel dare un nome, nel nominare, nominarsi.

«È una donna» - e il cervello, il proprio e quello degli altri, si annoda, aggroviglia, rimane impigliato alla voce, l’occhio indugia sulla barba che il fard non riesce a nascondere, indaga il cavallo dei pantaloni.

Occorre aggiustare il tiro: «È nata nel corpo sbagliato» - un po’ meglio, ma siamo ancora distanti.

Problemi mentali, disturbi della personalità, instabilità affettiva, disordine emotivo? (Che bello) Ermafroditismo? Piccolezza insolita e imbarazzante del pene, impotenza, mancanza di un testicolo, niente spermatozoi, ormoni sballati? Ah, ecco: omosessualità!
«Allora è gay…»
«No, le piacciono le donne – è lesbica.»
Cortocircuito. I neuroni finiscono gambe all’aria.
«Che culo, non deve neanche cambiar sesso…»
«È una donna intrappolata in un corpo che non le appartiene e non riconosce come proprio. Gli uomini non le interessano, ama le donne, non vuole rimanere, essere o diventare quello che non è mai stata e non sarà mai.»
«Il massimo della depravazione...»

Dialogo fra sordi, perché non s’insegna ad ascoltare, perché qualcuno ha deciso che certa robaccia non esiste, non deve esistere e se esiste (cosa da dimostrare) non bisogna parlarne.

In questo mondo dove tutto deve essere precisato, circoscritto per poter essere riconoscibile, controllabile, un nome, in effetti, non c’è. Il potere evocativo di certe definizioni concettualmente, politicamente e culturalmente destabilizzanti, è ancora distante dall’essere condiviso, compreso, assimilato. Le definizioni in uso non corrispondono mai del tutto (e come potrebbero?), sono una gabbia, divengono una galera. Elisa non sarà mai una donna che ama le donne (meglio, una persona che, come ogni altra, ama), Elisa sarà “soltanto” una transessuale lesbica, un maschio che ha rinunciato scientemente ai propri privilegi e alla propria superiorità per divenire altro: un surrogato - feccia, o molto meno. Mal voluto…

Ma lei non lo sa ancora. L’unica cosa che desidera è liberarsi di quello che è stata – finalmente realizzarsi. Ci mette quarant’anni, da sola, a capire che non è l’unica a vivere un dramma interiore di questa portata, che non è sbagliata lei, è il suo corpo ad esserlo, che la colpa non è di nessuno – è andata così, semplicemente. Non fosse per la sofferenza e i danni subiti, ci sarebbe da ridere.

«C’è stato un errore…» - ma il corpo non è un pacco che si può rispedire al mittente. La strada è lunga, tortuosa, piena d’insidie, oneri, pegni e balzelli che non smetterà mai di pagare.

È vero, non è colpa di nessuno se Elisa è nata in un corpo che non le somiglia, ma della sofferenza che ne è seguita, degli anni buttati via vivendo una vita non sua, privando gli altri della sé più autentica, migliore, delle conseguenze fisiche e psicologiche di questa gogna infinita, senza pietà, discrezione, siamo tutti responsabili.

 

 

La chirurgia, oggi, fa miracoli, ma ci sono cose che non potranno essere cambiate, non del tutto e non a basso costo.

C’è differenza fra transessualismo FtoM (da femmina a maschio) e MtoF (da maschio a femmina).

Nel primo caso, a parte alcuni trascurabili dettagli (ad esempio l’altezza, solitamente parecchio inferiore alla media maschile), i risultati (ottenibili in tempi lunghi e molte, invasive operazioni - mastectomia, isterectomia, falloplastica o clitoridoplastica) sono spesso straordinari: a transizione completata quasi non si nota il genere biologico di provenienza, inoltre, l’essere entrati a far parte della popolazione maschile pone già di per sé su un gradino più alto, al riparo da molte avversità e chiacchiericci postumi – il reinserimento sociale e lavorativo non è quindi così complicato e far perdere le tracce della sé precedente, tutto sommato, può non essere difficile.

Nel secondo, sebbene i tempi di completamento della transizione siano di gran lunga inferiori e l’operazione chirurgica (penectomia e contestuale vaginoplastica) sia relativamente semplice, il risultato finale è spesso insoddisfacente sul piano estetico. Nonostante l’assunzione di estrogeni ed antiandrogeni, la barba e i peli continuano a crescere, il rigonfiamento delle ghiandole mammarie è modesto, i tratti somatici non si “ammorbidiscono”, il tono della voce resta piuttosto basso. Inoltre, dato che la struttura ossea non può essere modificata, certe caratteristiche permangono (l’altezza solitamente parecchio superiore alla media femminile, la grandezza delle spalle, forma e dimensioni delle mani, ecc.) rendendo difficile la normalizzazione. Le tracce del sé pregresso, quindi, accompagneranno ovunque, spesso precedendo. Occorrono ingenti risorse economiche per “correggere” il possibile (naso, zigomi, labbra, orecchie, seno, fianchi, glutei e quant’altro), per poter affrontare le lunghe degenze ospedaliere in istituti pubblici e privati, le altrettanto lunghe convalescenze, i postumi, le interminabili sedute per combattere la ricrescita dei peli, magari cambiare città, contesto sociale e lavorativo - risorse delle quali pochi dispongono.

Elisa, ci mette quarant’anni per decidere di fare il grande passo, per riuscire ad immaginarsi accanto ad una donna, senza vergogna, alla pari. Quarant’anni per capire che può far qualcosa, seppur limitatamente. Non ha i soldi necessari per comprarsi un corpo ed una vita completamente nuovi, “invisibili”, e d’altronde non vuole diventare “altro”, vuole solo essere se stessa.

Comincia timidamente. È un po’ come muovere i primi passi, articolare le prime parole. A poco a poco abbandona gli abiti maschili. Passa ore davanti allo specchio, impara a truccarsi, a radersi più a fondo, indossa scarpe col tacco e si scopre capace di tenere l’equilibrio, addirittura capace di camminare spedita e sicura, si sente elegante, può finalmente muoversi con leggerezza e le è tutto così familiare, congeniale - naturale.

Scendere in strada, fare la spesa, parlare con la gente – il cuore che batte, batte e forse scoppierà, più per l’emozione, la gioia, che per la paura. E poi non riuscire a sfuggire gli sguardi, capire che per quanti sforzi si compiano le teste girano, i bulbi oculari roteano, il brusio si fa insistente, minaccioso, le gomitate si sprecano e pure gli apprezzamenti pesanti, gli insulti a denti stretti o le offese dirette, impietose, gratuite.

«Ma cosa ne sa la gente? Cosa vuol saperne? Perché non viene e chiede? Io voglio, io posso spiegare… Via questi pantaloni, via queste camicie, queste cravatte – via tutto! Mai più, mai più!»

Subisce uno stupro.
«Mai più, mai più!»
Cominciano i licenziamenti…
«Mai più, mai più!»
Le minacce si fanno esplicite: danni all’auto, sassi alle finestre, insulti, sputi…
«Mai più, mai più!»
Controlli invasivi e violenti della polizia, abusi, pestaggi…
«Mai più, mai più!»

E invece ancora, Elisa – il peggio, ciò che spacca il cuore e può portare alla pazzia, sta per arrivare e te lo porterà chi non ti aspetti…

 

 

Sin tanto che soffriva in silenzio, ridicola in quei calzoni da lavoro, con quei buffi modi né carne né pesce, a far da madre nel ruolo di papà, tutto bene – per gli altri. Ma quando comincia a fare sul serio, parte il contrattacco – ed è un massacro.

«Crepa, Elisa, ma fallo in silenzio, senza rompere e senza farti vedere in giro che poi chi glielo spiega alla gente quello che stai combinando?»

«Sei dieci anni avanti a noi, Elisa – che pretendi?»

Cosa pretende? Un lavoro “pretende”, di non essere stuprata, picchiata, insultata – pretende rispetto, pretende che gli amici non abbiano paura di mostrarsi in sua compagnia, pretende che l’accompagnino e l’aiutino, pretende di non essere lasciata sola almeno da chi, come lei, deve rivendicare ogni giorno i propri diritti, pretende che la gente la smetta di rivolgersi a lei al maschile! Ecco cosa “pretende”, ci vuol tanto a capirlo?

«Forse non avrei deciso di portare in fondo la transizione se fossi stata sola, se non avessi avuto la sicurezza di poterla affrontare insieme alla mia compagna. Invece lo sai cosa è successo? Poco prima dell’operazione se ne va, svanisce. Un sera rientro e lei ha portato via tutto. Da allora non l’ho più vista, sentita…»

Già. C’è stato un prima e c’è un dopo.

Prima aveva una vita sentimentale intensa, le occasioni non le mancavano. Dopo, niente – eccezion fatta per qualche buontempona che le propone una vita da amante, nulla di più. Prima stava relativamente bene, in salute – dopo sono cominciati tutta una serie di disturbi debilitanti, altre operazioni. Prima qualche opportunità di lavoro le capitava, era regolarmente licenziata ma almeno per qualche mese campava – ora deve affidarsi ad un sussidio di disoccupazione. Prima non poteva guardarsi allo specchio, toccarsi – ora può, si piace. Prima non poteva rivendicare la sua femminilità, sbatterla in faccia ai burocrati – ora sulla carta d’identità c’è scritto Elisa, bello grosso, ma…

«Qui, ormai, è il deserto. Dovrei andarmene - di certo nessuno sentirebbe la mia mancanza.»

 

 

Per la prima volta non mi è parsa tanto distante, irraggiungibile. Praticamente dietro l’angolo, se avessi allungato la mano avrei potuto toccarla.

SMS: “Sto passando da Viareggio, se hai tempo potremmo incontrarci”. Richiamo subito: «Elisa, ma certo! Ti vengo a prendere al casello…».

Sei anni. Di lei non ho sentito parlare spesso. Talvolta ci siamo anche incrociate sul web, abbiamo scambiato qualche mails e poi via, ognuna per la sua strada. Non ci siamo mai incontrate, però. È la prima volta. Sono felice. Raggiungo il casello e l’attesa si riempie di preoccupazione: ha esaurito la batteria del cellulare e l’ultima volta che ci siamo sentite era ferma ad una stazione di servizio perché stava così male da non poter guidare.

Finalmente eccola. Ci abbracciamo calorosamente, le chiedo come sta.
«Non molto bene».
È pallida, confusa, mi guarda dritta negli occhi. «Adesso andiamo a casa mia, ti preparo qualcosa di caldo – non puoi rimetterti in viaggio così…» - mi pare risollevarsi.

Guardo nello specchietto, mi assicuro che mi segua come se fosse possibile per un’Ape 50 seminare un’auto. Arriviamo e la metto a sedere sul mio divano, piccolo e scomodo per un donnone come lei. Tutta la mia casa pare minuscola, ogni oggetto può essere un fastidioso intralcio. Sono una formichina. Le preparo una tazza di caffè all’americana (lo so, non è la cosa più curativa che esista, ma altro non c’è nella mia dispensa), ha paura di non riuscire a mandarlo giù e invece poco dopo ne prendiamo un altro. Parliamo, parliamo, parliamo… Abbiamo sei anni da raccontarci, tanti, troppi dolori da snocciolare come perline di uno stesso rosario.

Siamo dispiaciute di non esserci state vicino nei momenti peggiori. Siamo entrambe amareggiate, deluse. Entrambe abbiamo chiuso con certa gente. Entrambe sappiamo che in realtà è certa gente che ha chiuso con noi – troppo visibili, troppo ingestibili, impossibile assimilarci, impossibile farci stare zitte, buone. Siamo proprio delle gran rompi balle – non c’è che dire. Insopportabili. Ne ridiamo – a denti stretti.

Si è fatto tardi. Sono in apprensione: chissà quante persone la stanno cercando, sono preoccupate per lei - in viaggio, in quelle condizioni, senza telefono. «Chiama e dì che stai bene, sei qui…» - poi le propongo un piatto di pasta, di fermarsi per la notte: «Se non hai appuntamenti precisi, puoi ripartire domani mattina con calma, riposata. Mi sembra la cosa più sensata da fare…» - s’illumina e accetta senza opporre alcuna resistenza.

Scendo con lei per aiutarla a cercare nelle valigie il caricabatteria, non c’è, l’ha dimenticato. Noto che indossa una gonna lunga, nera, molto trasparente – non c’è spazio per l’immaginazione. Penso che con l’ariaccia che tira non è prudente esporsi così. Mi prendo in giro: sembro mia nonna quando faccio certi ragionamenti.

Mangiamo. Un po’ si è ripresa, sta abbastanza bene. È stanca ma emozionata, attenta. Guardiamo un po’ di TV, commentiamo i fatti del giorno, poi, a nanna.

Curioso effetto averla qui. La vita è strana.

‘Notte, Elisa.

 

 

Quando dormo, dormo – sono inamovibile, imperturbabile. Ottusa. Ma mi capita di esserlo anche da sveglia.

Improvvisamente, nel sonno, ho la netta percezione di essere osservata. Apro gli occhi e a pochi centimetri da me vedo il faccione sorridente di Elisa.
«Buongiorno…» - sussurro.
«Buongiorno…» - risponde.
«Quant’è che sei lì?»
«È già un po’, ma non molto…»
Mi accorgo che non si è vestita: «È freddo, Elisa, ti prenderai un accidente…»
«Posso mettermi accanto a te?»
«Qui? Tu??? Non ci starai mai!»
«Vedrai, sono piccola io…»

Magicamente riesce a sdraiarsi occupando una striscia sottilissima del posto che avanza. Le offro la mia spalla come cuscino. Rimaniamo così, a lungo, di tanto in tanto parlando ma perlopiù in silenzio. Comincio ad essere preoccupata – per entrambe. Ma lei è così contenta, non oso disturbarla.

«Sono felice. Non pensavo che ti avrei mai incontrata – non pensavo che avresti accettato di vedermi. È la prima volta che ho la sensazione di essere capita e accolta, sino in fondo, senza pregiudizi.»

Minimizzo, ironizzo – proprio non riesco ad essere seria. Sono solo ospitale. Non sono affatto una persona straordinaria. Non mi sembra di fare cose eccezionali.

«Tu non hai idea di quanto sei conosciuta e apprezzata, non hai idea dell’importanza del tuo lavoro. Ti assicuro che sei un punto di riferimento per moltissime persone…»
«Io?»
«Eh, sì… proprio tu – e il tuo bello è che non lo sai, non te ne accorgi, non gli dai importanza.»

Dura di comprendonio, eh? Svicolo vistosamente. Caffè, altrimenti schianto. E’ una bella giornata di primavera, un po’ fredda, magari, ma piena di vita, risvegli.

Ci sistemiamo. Altro caffè. Altre chiacchiere. Concordiamo che presto andrò a trovarla, macchina fotografica, registratore e computer al seguito. Vorrei raccontare la sua storia, parlare di lei, del nostro incontro – dal mio punto di vista, filtrando gli eventi attraverso le mie percezioni, di sponda. Una mediazione è necessaria, è necessario mostrare le sfumature. Se mostri solo quel che appare, l’intero, alla fine la gente vede solo quello e lì si ferma – non guarda oltre, si perde il senso delle cose, non si avvicina, non s’immedesima, non trova somiglianze, non può capire. Troppo facile - non serve. Penso ad un collage, ad una costruzione narrativa tipo puzzle ma, come al solito, non ho la più pallida idea di cosa e come farò – di fronte alla pagina bianca la matassa si sbriglierà da sola, lavoro così. E intanto ammucchio impressioni, dettagli.

È tardi. Io devo entrare al lavoro ed Elisa deve continuare il viaggio – debole com’è.

Mi lascia da leggere gli atti del convegno scientifico internazionale “Transiti – Percorsi e significati dell’identità di genere” pubblicati dalla Regione Emilia Romagna – bel posto in cui vivere, buona cucina ed aria sana. Sulla copertina una trans MtoF e un trans FtoM – si somigliano così tanto che sembrano sorella e fratello. Sono proprio belli. A dir la verità fra i due non saprei chi scegliere. Sorrido della mia ampiezza di vedute.

«Mi raccomando, mandami un messaggio quando arrivi e telefonami per dirmi cosa ti ha detto il medico…»

Mi affaccio alla finestra. Elisa volteggia sino all’auto. Poco distante, l’autista del Bus fermo al capolinea la nota. Si blocca. Sporge. Vedo i suoi bulbi oculari rotolare sull’asfalto. Penso che se non la smette dovrò scendere per ridarglieli altrimenti senza come farà a guidare? L’avevo detto che quella gonna è troppo trasparente.

Elisa si allontana ed io mi rendo conto di non averle spiegato come arrivare all’autostrada. Mi viene in mente la storia del Piccolo Principe, quando l’aviatore si accorge di non aver pensato ad una museruola per la pecora che gli ha disegnato… Ma sono tranquilla, per una donna che è stata tanto a lungo in giro per il mondo, la strada è il posto meno misterioso e insidioso che c’è.

 

 

Cominciano due settimane di interminabili rendez-vous telefonici. Tre, quattro telefonate al giorno a botte di un’ora e più ciascuna. Parliamo di un’infinità di cose, le chiedo e mi racconta tutto. Mi spiega i dettagli dell’operazione, mi dice che quando andrò a trovarla me ne mostrerà gli esiti. «Ti prego, Elisa, no – mi fido sulla parola!» - percepisco dispiacere, d’altronde la capisco, ne è così contenta, fra amiche certe cose si fanno. Perdono, ma non m’interessa neanche un po’, non sono abituata a questo tipo di confidenze, sono lontane da me mille miglia, e m’imbarazzano. Prima staffilata. Glissa.

Elisa è molto dolce, carina, affettiva, generosa, ed io mi sento in obbligo di mettere qualche robusto paletto: «Elisa, non sono a caccia…» - ci tengo a chiarire, e lei non gradisce la mia leggiadria da elefante. Non lo faccio mai, trovo così sgradevole e indelicato specificare certe cose, ma, davvero, non voglio equivoci.

Seconda staffilata. Ci accapigliamo un po’. «Volevo solo farti un regalo,» – con ciò probabilmente intendendo che voleva soltanto essere se stessa senza preoccuparsene - «se lo capisci, bene, altrimenti peggio per te!». Grazie. Inutile cercare di spiegare che non sto rifiutando la sua persona, la sua femminilità, che non ne faccio una questione di generi, che non è mia intenzione ferirla, mettere in dubbio o limitare la sua disinteressata spontaneità, ma le esperienze pregresse lasciano un segno… Appunto: «Quando incontro persone troppo belle mi chiedo sempre dov’è la fregatura…». Non ho mai pensato d’essere una bella persona, Elisa, ma opportunamente taccio - non sono tipo da battibecchi.

Insomma, la prende male, tuttavia mi concede il beneficio d’inventario. Ripone la faccenda in un cassetto e lo richiude. Due a zero, palla al centro. Sto per mettermi in viaggio.

 

 

Scendo dal treno e lei è lì. Vestito nero a tubo, corto. Si offre di portare una delle mie borse ma rifiuto – il facchinaggio non è cosa per donne troppo eleganti o malaticce, men che mai per donne che sono entrambe le cose, nello stesso momento. Raggiungiamo la macchina e strada facendo mi racconta che la Polfer le ha chiesto i documenti. «Quando hanno visto chi ero non hanno fatto storie…» - effetto dei dati anagrafici inoppugnabili? E il pensiero corre a tutte le persone transgender o in transito da un genere ad un altro che non possono dimostrare di essere quello che sono - penso alle vessazioni e alle umiliazioni che devono subire, senza potersi difendere.

È nervosa, turbata – non capisco se è per il mio arrivo, per l’episodio che mi ha raccontato o perché sta poco bene. La città è grigia, brutta. Subito fuori la provincia: inestricabile guazzabuglio leghista, forza italiota e destrorso. Il paesaggio alterna capannoni a natura selvaggia, cascine a piccoli centri abitati squallidi e deserti, stalle, campi coltivati a fabbrichette spoglie. È domenica. I tetti aguzzi attirano la mia attenzione. Mi sento come una che non ha mai messo il naso fuori di casa.

Dopo una ventina di minuti arriviamo a destinazione. Riconosco la palazzina che ho visto in un paio di foto. Posso facilmente immaginare quanto una trans, lesbica, comunista, possa essere amata e rispettata da queste parti.

Saliamo, ripongo le mie cose e via con il primo di molti, molti caffè.

Alle pareti souvenir che ha portato dai paesi visitati o nei quali ha vissuto; scaffali ricolmi di videocassette; il computer, cuore pulsante delle sue giornate solitarie aspettando una guarigione che tarda a venire; la camera… Mi guardo intorno senza curiosità. Scopro che è un’appassionata di calcio, mi mostra con orgoglio la bandiera della sua squadra, la indossa. Ma è in affanno, fa fatica. È stata malissimo nei giorni scorsi. I medici le hanno detto di portare pazienza. L’ultima operazione ha un decorso lungo – starà meglio fra qualche mese, ma nel frattempo non deve affaticarsi. Come potrebbe? Non riesce a far nulla (nemmeno mangiare, dormire), non può andare in nessun posto, non può lavorare. Intanto, però, cominciano ad arrivare le risposte dei colloqui lavorativi che ha sostenuto – non a tutti interessa la sua vita privata, né le sue opinioni politiche, chi è stata – quello che conta è che sia una professionista esperta, seria e affidabile ed Elisa lo è, altroché se lo è. Con le lacrime agli occhi deve declinare, spiega i suoi problemi di salute, prende tempo e… perde occasioni. Chi la risarcirà anche di questo? Su chi potrà rivalersi?

È sera. Siamo sfinite. Ci corichiamo. Volto le spalle al mondo intero e m’addormento.

 

 

Oggi si lavora.

Aiuto Elisa a preparare un pugno di domande per partecipare ad altri concorsi e colloqui – mi chiedo come farà a lavorare in quello stato, dovrà declinare, ancora. Deve stampare e imbustare il materiale: «Non ti spiace, vero, se passiamo da mia mamma per finire il lavoro?». Nessun problema. Pranziamo da lei, una donna gentile e paziente che mi scruta da capo a piedi. Anni e anni d’incomprensioni ed ora finalmente si parlano, condividono gioie e, soprattutto, preoccupazioni. Si prendono cura una dell’altra. Il tempo talvolta guasta, talvolta aggiusta.

«Perché hai scelto il nome Elisa?»
«L’ho fatto decidere a lei, dopo aver escluso quelli che proprio non mi piacevano. Era indecisa fra Elena ed Elisa, ha scelto il secondo…»

Torniamo a casa. Elisa mi regala una macchina fotografica digitale ottenuta con i punti del distributore di benzina. La provo subito, impaziente. Tiro fuori anche la Nikon, il PC, accendo il registratore.

Parliamo del più e del meno, per rompere il ghiaccio, poi mi racconta storie di amiche sue, lesbiche… In ognuna ritrovo la stessa solitudine, la stessa confusione, la stessa infelicità che tante volte ho ascoltato, visto, vissuto. Mi chiedo dove sia questa sana maggioranza silenziosa e invisibile che sta bene, senza avere e dare problemi. Se lo chiede anche lei. Il quadro generale che ne viene fuori è assolutamente sconfortante: scarsa consapevolezza di sé, scarso o assente senso civico, impegno civile e politico, chiacchiere e apparenza a fiumi, cultura e fondamentali ridotti al lumicino, una quasi totale indifferenza per le conseguenze di comportamenti e stili di vita nei quali gli altri entrano ed escono come merce a buon mercato - e isolamento, paura, lassismo, ipocrisia, senza averne coscienza.

Mi parla dell’associazionismo LGBT*, dei sindacati, dei partiti di sinistra, di destra, di centro, della chiesa - un disastro totale. Non c’è speranza. Via d’uscita. Alternativa.

E come la mettiamo con la misoginia, l’eterofobia, l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia che affliggono la comunità LGBT*? Realtà o invenzione? Che peso ha il pensiero unico etero ed omosessista, il maschilismo degli uomini e delle donne sulla qualità della vita individuale e collettiva, sulla qualità e l’efficacia a breve e lungo termine dell’azione politica e civile, dei rapporti con l’esterno e l’interno del movimento? Enorme – e devastante. Diserbanti micidiali.

Elisa è vittima di una specie di integralismo separatista, è fortemente politicizzata, femminista. Contesta la cultura patriarcale, rivendica con forza il diritto alla differenza. Detesta gli uomini al punto che non apre la porta nemmeno al postino. Dice di non odiarli, ma è meglio se non è costretta a stargli vicino, ad entrare in relazione con loro. «Li conosco, so bene cosa vuol dire esserlo – ho le mie buone ragioni per non volerne nemmeno sentire parlare.»

Elisa parla e più cresce il senso d’impotenza ed emarginazione, disconoscimento, più cresce l’intransigenza, il rifiuto a tratti rabbioso, irragionevole, incapace di ascolto, confronto. Con puntiglio matematico elenca i fatti, le azioni, le reazioni, e le conseguenze sulla sua vita – è una questione ovviamente personale. Mi fissa dritta negli occhi e me ne chiede ragione. I “perché?” si ammucchiano. Talvolta ho la sensazione che voglia testare la mia sincerità, altre penso che non gli importi nulla delle risposte – le ha già, non sono in discussione, non si discutono. Il nero è nero, il bianco è bianco. Punto. Cerco di essere realista, oggettiva, con impietoso cinismo cerco di porre fine a questo giustificato, comprensibile ma inutile ed autolesionista effluvio di dolore, veleno, risentimento.

Smetti, Elisa, di tormentarti – non t’incancrenire! Ma lei non ascolta più, da un pezzo. Mi addormento con la percezione di avere accanto una bomba ad orologeria innescata, il countdown è cominciato.

 

 

Il risveglio ci coglie malconce. Io sono preoccupata per lei e cerco di nasconderlo. Elisa sta malissimo fisicamente ma, mi sembra, soprattutto emotivamente.

«Se non ce la fai ad accompagnarmi alla stazione prendo un autobus…»
«Non ti preoccupare – l’importante è che stia seduta. Passiamo a salutare mia mamma in modo che non debba tornarci per prendere le ricevute delle raccomandate?»
«Va bene, certo – mi basta arrivare alla stazione con un po’ di anticipo, per sicurezza, detesto scapicollarmi.»

Riordino le mie cose e scendiamo. Elisa prende la posta. È arrivato un assegno. «Torno su per le bollette così posso finalmente pagarle». Una modesta ma provvidenziale boccata d’ossigeno. Mi chiedo come faccia a sopravvivere. «Chiederò il sussidio di disoccupazione, una cifra ridicola che mi daranno chissà quando, ma è sempre meglio di niente». Passiamo dalla banca, poi andiamo da sua mamma. Fanno due conti, Elisa scende all’ufficio postale e quando torna le propone di accompagnarci – al ritorno passeranno a fare la spesa.

Mi spiace andar via, ma sono anche sollevata. Sono stati giorni duri, intensi. So di non poter far altro per lei che scrivere queste righe, rassicurarla – non è completamente sola, ci sono persone che la stimano, apprezzano, nonostante i suoi limiti e difetti.

La “fregatura”, Elisa, c’è sempre quando ci si aspetta che gli altri siano come li vogliamo. Certamente ti deluderò, anch’io – inevitabile, temo.

Torno a casa.

 

 

Ho bisogno di silenzio per mettere insieme i pezzi, dargli una forma, un senso.

Ricominciano le telefonate. Elisa è triste, ma non si lamenta. Ho lasciato un vuoto. Io sono concentratissima - e sfinita. Parliamo, ancora, molto, e una sera, dice, per ben tre volte mi rivolgo a lei al maschile.

È già accaduto, - penso - possibile che se ne accorga solo ora? Perché adesso?

È una cosa che faccio spesso, con tutti, maschi e femmine. Talvolta mi sbaglio persino riferendomi a me stessa – ho sempre di più la certezza di avere una forma mentis transgender, d’altronde ho passato l’infanzia pensandomi al maschile, nulla di strano che faccia formalmente un po’ di confusione. Ci rido, mi diverte – non riesco a drammatizzare, men che mai a dare così tanta importanza al sesso delle persone, non me ne frega nulla, guardo la luna, il dito non m’interessa neanche un po’.

Elisa si arrabbia ferocemente. La prende malissimo. Mi accusa di non riconoscerla come donna, di non vederla come tale. «Brava,» - mi scrive - «entra anche tu a far parte di quelli che mi pisciano addosso!». Sono costernata. Balbetto, zoppico, cerco di farle capire le mie ragioni, penso che dovrebbe conoscermi abbastanza per sapere che non ha alcun senso logico nemmeno il sospetto che possa in qualche modo disprezzarla. Come può fraintendermi? Nulla da fare, non sente ragioni, le mie sono solo «puerili giustificazioni», sono incapace di rispetto, non riconosco la gravità di quello che ho fatto e quindi fuori dalle balle, io e tutte le «compagne di merende che mi sponsorizzano».

Capisco e so che per lei e chiunque altro/altra affronti un percorso simile al suo, sia a dir poco fondamentale il riconoscimento dell’identità di genere, ma la reazione non è un tantino esagerata, esasperata?

Dannate consonanti, ma mi par ovvio che loro, poverine, sono solo il coperchio di una pentola a pressione che sta deflagrando.

Le chiedo cosa devo farne della sua testimonianza. Non dice che mi ci posso pulire il culo: «Pubblica, monta, disfa, fai - non m’interessa...» - scrive. Forse fraintendo, ad ogni modo la pubblico perché credo fermamente che sia utile farlo. Ci ripensa: «Levala dal sito altrimenti mi vedrò costretta a fartelo togliere per via giudiziaria». Sono certa che lo farebbe. Ormai non è più possibile alcun ragionamento razionale.

Tolgo l’originale e metto on-line questa versione completamente epurata da riferimenti riconducibili alla sua persona e alle sue vicende personali - senza immagini, perché nessun viso che non fosse il suo avrebbe senso.

 

 

Al di là di questo sconcertante epilogo che affido alla benevolenza dei lettori più inclini alla riflessione costruttiva, per me rimane valido e invariato l’assunto da cui sono partita: la vita di Elisa ed ogni esperienza legata alla transessualità e al transgenderismo, sono non solo particolarmente significative e preziose in sé, ma patrimonio di tutti. Mi rammarico che alcuni non riescano a dargli il valore che hanno – a prescindere – e in particolare mi dispiace di come sono andate le cose fra me e lei, ma credo che sia comunque straordinariamente importante affidare alla storia il messaggio che ogni vicenda uguale o simile a questa racchiude – perché non vada perduto e ci aiuti a comprendere quanto può essere negativo il pregiudizio, da qualunque parte provenga, e quanto facilmente possa mettere radici anche dove non ci aspetteremmo mai, con conseguenze imprevedibili e sempre devastanti.

 

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