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Giornata
di sole e vento, insidiosa. Esco di casa senza sapere cosa aspettarmi.
Appuntamento alla stazione, segno di riconoscimento la mia faccia –
un classico. D’altronde non sono una fisionomista, né mi
riesce di associare ad una rapida descrizione, peraltro condizionata dall’immagine
che si ha di sé, un tratto somatico ancorché approssimativo
– insomma, nemmeno ci provo.
Arrivo
con congruo anticipo – e anche questa è una consuetudine.
Passo davanti ad un gruppo di perdigiorno che mi squadrano dalla testa
ai piedi ed ho la netta sensazione che uno di questi faccia il gesto di
seguirmi. Sono pronta a difendermi. Mi siedo su una panchina di fronte
a loro in modo da tenerli prudentemente d’occhio e rifletto lungamente
sull’arretratezza di certi maschi, sulla loro rozzezza, il loro
opportunismo, la loro colpevole, senziente ottusità. Non sono separatista,
l’ho già detto, ma in certi momenti vorrei cancellarli tutti
dalla faccia della terra. Talvolta sono di più e peggio di una
minaccia fisica – sono un flagello ammorbante.
Gioco
con il telefonino, prendo appunti. Le tre. Comincio a chiedermi se verrà,
se avrà il coraggio di venirmi incontro o farà finta di
nulla, tornerà indietro. Non sarebbe la prima volta che accade,
né l’ultima, penso. Le tre e un quarto. Il treno potrebbe
essere in ritardo – è un altro classico. Comincio a passeggiare
programmando un’alternativa – mi trovo in città, potrei
approfittarne per andarmene un po’ in giro rimuginando e scuriosandomi
intorno…
«Tu
sei Cinzia…?»
«Sì. Anna?»
Ha
l’aria stanca, tesa. Mi dice che si può trattenere solo fino
alle sei perché il giorno dopo deve partire. Quando le prospetto
una chiacchierata in un bar mi pare risollevarsi – l’idea
di un’intervista a casa mia deve averla spaventata. C’incamminiamo
verso il centro. Lo so, è difficile parlare di sé a comando,
anche se si è deciso di farlo. Spero di rompere il ghiaccio come
posso e so – con discrezione ed ironia. Ci sediamo in un bar all’aperto.
Io una birra, lei un caffè. Tiro fuori subito il registratore e
leggo nei suoi occhi la preoccupazione. L’anticipo: «Faccio
sempre così, è più comodo. Ti darò la cassetta,
se la vorrai – in caso contrario la cancellerò. Puoi stare
tranquilla…» - e senza che se ne accorga avvio la registrazione…
Non
capisco. Anna ha chiesto riservatezza molto fermamente eppure, della sua
omosessualità sono a conoscenza quasi tutti. Non lo sanno sul posto
di lavoro, certo – ma non è stata una donna rinchiusa fra
le sue quattro mura…
«Mi
terrorizza sentirmi esposta, vulnerabile – se ci penso mi prende
il panico… A volte si fa proprio questo: relativamente alla propria
vita privata si vuole essere visibili ma poi non vi è un’assunzione
vera di responsabilità, politicamente non cresci, vivi una contraddizione…
Talvolta l’identità lesbica somiglia al gatto del Cheshire
ne “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”: appare,
scompare, qualche volta c’è solo la coda o altre parti del
corpo, quasi mai l’intero… Insomma, siamo visibili e invisibili
sino ad un certo punto… La domanda è: ci possiamo porre come
soggetto politico partendo da questa identità fittizia?»
«L’orientamento sentimentale o sessuale non è un valore
aggiunto, tuttavia vi sono delle discriminazioni contro le quali occorre
lottare…»
«Sì, ma il discorso se dev’essere politico non può
iniziare e finire lì…»
«Certo, dev’essere a più ampio raggio: si parte da
questo per fare un ragionamento molto più vasto sulla dignità
e sui diritti della persona…»
È dubbiosa: «Tutto questo gran parlare sulle unioni civili,
ad esempio, sul matrimonio… Ma io non le voglio queste cose…
Se contesto le istituzioni, se non mi riconosco nelle normative che mi
vengono imposte, perché devo lottare per farne parte, per fare
in modo che loro si adeguino a me e io a loro? E siamo al problema dei
modelli imposti: il maschile, il femminile ed anche il sostenere che l’omosessualità
è “normale” – niente di tutto questo è
vero, ha più senso. Sia chiaro, i modelli sono serviti per un processo
di crescita non solo personale, ma anche per l’affermazione storica
e politica dell’identità, ma ora vorrei che si andasse oltre
gli stereotipi…»
«Avverti la sensazione che si sia arrivati in una fase di stallo,
di sclerotizzazione, paralisi?»
«Forse. Certo è che sul piano personale sono entrata in crisi
e alla fine ho dovuto uscirne… Sai, ho frequentato alcune organizzazioni
lesbiche e tuttavia la mia storia non è legata in modo particolare
ad esperienze di questo tipo… Sono passata attraverso gli anni Ottanta:
l’università, il femminismo, il pensiero della differenza,
il separatismo… Rendersi conto che si vuole andare avanti ma vi
è una sostanziale chiusura verso qualsiasi ragionamento che non
sia prodotto dal vertice politico dei vari gruppi nazionali, che includa
la ridefinizione dei modelli, la nascita di un pensiero altro, non aiuta,
non incoraggia la partecipazione… Ma ne ho nostalgia…»
«Tu pensi che chi da decenni occupa posti di potere e rappresentanza
politico-culturale nel nostro paese, di fatto impedisca un rinnovamento,
una vera alternanza all’interno del movimento soprattutto lesbico?»
«Sì. In effetti non si vuole un vero confronto, non lo si
cerca. O entri a far parte di questo gruppo, oppure non ci sei…
È una cosa molto dolorosa… Mi domando quale forza reale può
avere un movimento dove vi è spazio solo per alcune persone, poche
e limitate idee preconfezionate, dove l’esercizio del potere ricalca
dei modelli precostituiti che evidentemente non portano da nessuna parte,
sono sempre gli stessi, non vengono messi in discussione… E poi
la sai una cosa buffa? Ho l’impressione che abbiano bypassato la
nostra generazione. Ci siamo vissute di riflesso gli anni Sessanta e Settanta,
a caldo, senza tuttavia potervi prendere parte perché eravamo troppo
piccole, quindi abbiamo vissuto gli anni Ottanta con la conoscenza diretta
di quello che era stato, con consapevolezza, non acriticamente, né
colluse, distaccate, ragionevolmente diffidenti… Ossi duri un po’
ribelli, indipendenti, non assimilabili. Per le femministe di quegli anni
eravamo “le ragazze” e tali siamo rimaste nel loro cervello,
anche adesso. Quindi si sono rivolte a quelle più giovani perché
sono più facili da manipolare, attrarre. La nostra l’hanno
saltata a piè pari, eppure è una generazione interessante
sulla quale vale la pena di riflettere…»
1964,
la nostra generazione - quella che io chiamo “di mezzo”…
Anna
mi pare più tranquilla adesso – ho l’impressione che
si stia levando qualche sassolino dalla scarpa… è un fiume
in piena, i concetti si ammucchiano…
«“La
lesbica non è donna”, una frase dirompente… In qualche
modo l’identità è qualcosa d’increscioso perché
si pone al di fuori di certe economie, di certi sistemi… Il fatto
di parlare di “esseri umani” trascurando le differenti specificità,
mi sembra una deriva… Stiamo attenti ai media: la visibilità,
se è mediatica, non serve, non m’interessa… Appare
quello che è, oppure passa un’immagine falsa, distorta, mediata
appunto, e perciò dannosa, che crea nuovi stereotipi ai quali ci
inducono ad adeguarci?… I modelli fanno comodo… Non ho soluzioni
e sono diffidente verso chi ne ha, e non mi fido nemmeno della controparte
maschile, non mi riesce… In Italia bisogna creare una comunità
vera, bisogna trovare un modo nostro per farla… Ci mettiamo anni,
ci mettiamo secoli, ma questo dobbiamo fare altrimenti non risolviamo
niente… Comunità significa creare una rete, è un lavoro
certosino, ci vuole una volontà ed una capacità che adesso
non abbiamo… Comunità significa anche fare un lavoro pedagogico,
di formazione… Io ho bisogno di un luogo dove le cose hanno senso
e per me questo luogo è solo in una comunità di donne, lesbiche.
Lì le parole hanno senso - discutere, ad esempio, di democrazia
diretta, ha senso… al di fuori di questo luogo mi perdo, ci perdiamo…
Occorre creare questo luogo come punto di partenza se si vuol fare politica
seriamente…»
Anna
è una persona contraddittoria, insicura, solitaria, non molto coraggiosa
– parole sue. Quarant’anni, finalmente un lavoro decente che
le lascia un po’ di tempo libero, la porta lontano da casa, da un
rapporto stanco, da un passato con il quale, forse, preferisce non fare
i conti e che pure, o proprio per questo, fa incrollabilmente parte del
presente con il suo carico di silenzi, dubbi, paure, forse rimorsi…
«Mia
mamma ha scoperto che ero lesbica quando avevo quindici anni. Trovò
una lettera che avevo scritto ad un giornale femminista – negai
tutto e tornai con il fidanzatino che avevo lasciato da poco, per confondere
un po’ le acque, per convincerla che ero come mi voleva, ma a diciassette
non ho resistito e gliel’ho ribadito, imposto con violenza, ma per
paura delle conseguenze ancora una volta ho finito per negare e sono tornata
nell’eterosessualità. Naturalmente ho vissuto delle storie
con uomini, anzi, paradossalmente, pur intuendo sin da piccola quello
che ero, ho prima risolto certi aspetti della mia identità con
loro. Non volevo sottostare a certi modelli, però contemporaneamente
non volevo essere diversa, dovevo vivere come tutti gli altri, dovevo
passare attraverso questa esperienza, era inevitabile. All’inizio
è stato difficile, non avevo riferimenti, niente in cui identificarmi,
e poi non mi trovavo bene con gli uomini, non mi sono mai innamorata di
loro, ci sono andata vicino, ma nulla più. Mi ha aiutata a prendere
coscienza di me qualche buona lettura e soprattutto la voglia d’innamorarmi
di una donna. Ad un certo punto non ho più avuto dubbi, ma ancora
dovevo essere come gli altri, compiacere mia madre, per questo mi vivevo
l’amore per le donne come una parte di me parallela al modello eterosessuale,
e infatti lo dicevo ai miei compagni e questi generalmente parevano non
preoccuparsene… La mia prima storia lesbica l’ho vissuta a
ventun’anni, ma non è un bel ricordo. Era una donna più
grande di me, frequentava certi gruppi cattolici un tempo nemmeno tanto
graditi alla chiesa, insomma, era piena di problemi, ipocrisie…
Mi ha fatto male, tanto male… Dopo un anno e mezzo mi ha lasciata
per un’altra persona, ne ho sofferto moltissimo… Entrai in
psicoterapia e questo mi aiutò a vivere un po’ meglio la
mia eterosessualità. Tornai con un mio ex e decidemmo di sposarci.
Ma poi, frequentando l’università, le inquietudini tornarono
a farsi sentire… Scrivevo tutto in un diario, cercavo di mantenere
il controllo – mi dovevo sposare, io, non potevo certo permettermi
di perdere la testa per una donna! Per varie ragioni andai a vivere in
un appartamento con altre ragazze, fra loro ce n’era una che m’incuriosì…
Insomma, per farla breve, nel giro di qualche settimana nacque fra noi
una storiella giocosa, nulla di serio, tuttavia successe il finimondo:
il mio fidanzato lo scoprì e parlò con lei, con la mia famiglia,
cominciò a leggere le pagine del mio diario a mia madre che mi
fece l’elenco delle donne che non dovevo più vedere…
Naturalmente mi lasciai alle spalle entrambi – ormai la mia vita
aveva preso un’altra direzione, definitiva.»
Intuisco
che il rapporto con la madre è determinante: in due ore di conversazione
l’ha ricordata spesso, con asprezza o ironia, comunque sorpassandola
ogni volta… Diventa seria, prende fiato prima di affrontare l’argomento…
«Sono
stata perseguitata da mia madre, ma oggi capisco che probabilmente era
soltanto una mia impressione… Uscivo di casa e poi mi veniva in
mente che stava scuriosando fra le mie cose e allora tornavo indietro
in preda al panico… Lei ha trovato delle lettere perché io
non le ho nascoste, forse volevo che sapesse chi ero, cercavo il modo
di dirglielo, un dialogo, ma non mi aspettavo la sua durezza… Fra
noi c’è sempre stato un legame molto forte che mi ha condizionato…
Non è un caso che la sua malattia ho voluto viverla da lontano…
È una mia caratteristica: se il dolore è forte mi sottraggo
– è successo anche con altre persone che avevano bisogno
di aiuto, lo dico: “non ce la faccio” – e sparisco…
Ad un certo punto, visto che non volevo più sposarmi era arrivata
a dirmi “almeno la convivenza!”… È stato un tormento…
Verso i diciassette anni mi venne una reazione nervosa, non riuscivo a
deglutire normalmente, dovevo sforzarmi – venne anche a lei…
Mi osservava, mi stava sempre con il fiato sul collo… Aveva fatto
la quinta elementare, faceva fatica a capire… Mi è stato
detto che per lei ero fragile, che temeva per me, voleva proteggermi…
Sì, con le bombe - faceva la guerra preventiva! Quando è
morta, anche se è stata una perdita terribile, mia, personale,
intima – è stata una liberazione. Eppure quell’estate
l’ho trascorsa da sola, a leggere e scrivere – cercavo di
acciuffarla, di prenderla, di farla mia, tenerla vicino a me… Dopo
ho cominciato a respirare. Sino ad allora ce l’avevo nella testa,
entrava e usciva, dovevo fuggire perché il confronto non era possibile.
Chiedevo aiuto per capire cosa mi stava succedendo e lei mi diceva che
dovevo sposarmi… Avevo paura e lei si è spaventata più
di me… Non è che volessi chissà cosa – non lo
so cosa volevo, però la sua reazione mi ha terrorizzata, mi ha
fatto chiudere in me stessa, mi ha impedito di esplorarmi…»
«Non pensi che tutto questo potrebbe essere il frutto di un malinteso?
Che la paura di deluderla e affrontarla abbia creato le premesse di un
equivoco che si è protratto e incancrenito? E lei ha frainteso
te: visto che le minacce hanno funzionato la prima volta e tu sei tornata
con il tuo fidanzatino, lei ha continuato a fartele ogni volta che correvi
il pericolo di perderti… Insomma, ha ingenuamente pensato che potesse
funzionare sempre e quindi ha proseguito su questa strada…»
«Sì e poi non ci siamo più capite, abbiamo continuato
a rapportarci sulla base di questo malinteso… È vero, hai
ragione, non ci avevo mai pensato - ma quanta fatica…»
Allargo
le braccia, le sorrido con tenerezza, indulgenza…
«Già,
indietro non si torna…»
È
tardi. Sono in apprensione, cerco di affrettare il passo ma lei cammina
lentamente. Chiacchiera rilassata, ride, scherza. Penso alla trascrizione
dell’intervista e le dico che mi piacerebbe poter suggerire l’ironia
che l’inflessione dialettale trasmette alle parole, ma sospetto
che sia impossibile farlo – e me ne rammarico.
«Dai,
vieni a trovarmi qualche volta…» - mi dice salendo sul treno.
Prende posto, tira fuori il Manifesto, la saluto e mentre scendo le scale
penso che sì, forse c’incontreremo ancora.

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