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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Giornata di sole e vento, insidiosa. Esco di casa senza sapere cosa aspettarmi. Appuntamento alla stazione, segno di riconoscimento la mia faccia – un classico. D’altronde non sono una fisionomista, né mi riesce di associare ad una rapida descrizione, peraltro condizionata dall’immagine che si ha di sé, un tratto somatico ancorché approssimativo – insomma, nemmeno ci provo.

Arrivo con congruo anticipo – e anche questa è una consuetudine. Passo davanti ad un gruppo di perdigiorno che mi squadrano dalla testa ai piedi ed ho la netta sensazione che uno di questi faccia il gesto di seguirmi. Sono pronta a difendermi. Mi siedo su una panchina di fronte a loro in modo da tenerli prudentemente d’occhio e rifletto lungamente sull’arretratezza di certi maschi, sulla loro rozzezza, il loro opportunismo, la loro colpevole, senziente ottusità. Non sono separatista, l’ho già detto, ma in certi momenti vorrei cancellarli tutti dalla faccia della terra. Talvolta sono di più e peggio di una minaccia fisica – sono un flagello ammorbante.

Gioco con il telefonino, prendo appunti. Le tre. Comincio a chiedermi se verrà, se avrà il coraggio di venirmi incontro o farà finta di nulla, tornerà indietro. Non sarebbe la prima volta che accade, né l’ultima, penso. Le tre e un quarto. Il treno potrebbe essere in ritardo – un altro classico. Comincio a passeggiare programmando un’alternativa – mi trovo in città, potrei approfittarne per andarmene un po’ in giro rimuginando e scuriosandomi intorno…

«Tu sei Cinzia?»
«Sì. Anna?»

Ha l’aria stanca, tesa. Mi dice che può trattenersi solo fino alle sei perché il giorno dopo deve partire. Quando le prospetto una chiacchierata in un bar mi pare risollevarsi – l’idea di un’intervista a casa mia deve averla spaventata. C’incamminiamo verso il centro. Lo so, è difficile parlare di sé a comando, anche se si è decisi a farlo. Spero di rompere il ghiaccio come posso e so – con discrezione ed ironia. Ci sediamo in un bar all’aperto. Io una birra, lei un caffè. Tiro fuori subito il registratore e leggo nei suoi occhi la preoccupazione. L’anticipo: «Faccio sempre così, è più comodo. Ti darò la cassetta, se la vorrai – in caso contrario la cancellerò. Puoi stare tranquilla…» - e senza che se ne accorga avvio la registrazione…

Non capisco. Anna ha chiesto riservatezza molto fermamente eppure, della sua omosessualità sono a conoscenza quasi tutti. Non lo sanno sul posto di lavoro, certo – ma non è stata una donna rinchiusa fra le sue quattro mura…

«Mi terrorizza sentirmi esposta, vulnerabile – se ci penso mi prende il panico. A volte si fa proprio questo: relativamente alla propria vita privata si vuole essere visibili ma poi non vi è un’assunzione vera di responsabilità, politicamente non cresci, vivi una contraddizione. Talvolta l’identità lesbica somiglia al gatto del Cheshire ne “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”: appare, scompare, qualche volta c’è solo la coda o altre parti del corpo, quasi mai l’intero… Insomma, siamo visibili e invisibili sino ad un certo punto. La domanda è: ci possiamo porre come soggetto politico partendo da questa identità fittizia?»
«L’orientamento sentimentale o sessuale non è un valore aggiunto, tuttavia vi sono delle discriminazioni contro le quali occorre lottare…»
«Sì, ma il discorso se dev’essere politico non può iniziare e finire lì…»
«Certo, dev’essere a più ampio raggio: si parte da questo per fare un ragionamento molto più vasto sulla dignità e sui diritti della persona…»
È dubbiosa: «Tutto questo gran parlare delle unioni civili, ad esempio, del matrimonio… Ma io non le voglio queste cose. Se contesto le istituzioni, se non mi riconosco nelle normative che mi vengono imposte, perché dovrei lottare per farne parte, per fare in modo che loro si adeguino a me e io a loro? E siamo al problema dei modelli imposti: il maschile, il femminile ed anche il sostenere che l’omosessualità è “normale” – niente di tutto questo è vero, ha più senso. Sia chiaro, i modelli sono serviti per un processo di crescita non solo personale, ma anche per l’affermazione storica e politica dell’identità, ma ora vorrei che si andasse oltre gli stereotipi…»
«Pensi che si sia arrivati in una fase di stallo, di sclerotizzazione, paralisi?»
«Forse. Certo è che sul piano personale sono entrata in crisi e alla fine ho dovuto uscirne… Sai, ho frequentato alcune organizzazioni lesbiche e tuttavia la mia storia non è legata in modo particolare ad esperienze di questo tipo. Sono passata attraverso gli anni Ottanta: l’università, il femminismo, il pensiero della differenza, il separatismo. Rendersi conto che si vuole andare avanti ma vi è una sostanziale chiusura verso qualsiasi ragionamento che non sia prodotto dal vertice politico dei vari gruppi nazionali, che includa la ridefinizione dei modelli, la nascita di un pensiero altro, non aiuta, non incoraggia la partecipazione… Ma ne ho nostalgia…»
«Tu pensi che chi da decenni occupa posti di potere e rappresentanza, di fatto impedisca un rinnovamento, una vera alternanza all’interno del movimento soprattutto lesbico?»
«Sì. In effetti non si vuole un vero confronto, non lo si cerca. O entri a far parte di questo gruppo, oppure non ci sei. È una cosa molto dolorosa. Mi domando quale forza reale può avere un movimento dove vi è spazio solo per alcune persone, poche e limitate idee preconfezionate, dove l’esercizio del potere ricalca i modelli precostituiti che evidentemente non portano da nessuna parte, sono sempre gli stessi, non vengono messi in discussione. E poi la sai una cosa? Ho l’impressione che abbiano bypassato la nostra generazione. Ci siamo vissute di riflesso gli anni Sessanta e Settanta, a caldo, senza tuttavia potervi prendere parte perché eravamo troppo piccole, quindi abbiamo vissuto gli anni Ottanta con la conoscenza diretta di quello che era stato, non acriticamente, né colluse… Ossi duri un po’ ribelli, indipendenti, non assimilabili. Per le femministe di quegli anni eravamo “le ragazze” e tali siamo rimaste nel loro cervello. Quindi si sono rivolte a quelle più giovani perché sono più facili da manipolare, attrarre. La nostra l’hanno saltata a piè pari, eppure è una generazione interessante sulla quale vale la pena riflettere…»
1964, la nostra generazione - quella che io chiamo “di mezzo”. Anna mi pare più tranquilla adesso – ho l’impressione che si stia levando qualche sassolino dalle scarpe. E’ un fiume in piena, i concetti si ammucchiano…
«“La lesbica non è donna”, una frase dirompente… In qualche modo l’identità è qualcosa d’increscioso perché si pone al di fuori di certe economie, di certi sistemi… Il fatto di parlare di “esseri umani” trascurando le differenti specificità, mi sembra una deriva… Stiamo attenti ai media: la visibilità, se è mediatica, non serve, non m’interessa… Appare quello che è, oppure passa un’immagine falsa, distorta, mediata appunto, e perciò dannosa, che crea nuovi stereotipi ai quali ci inducono ad adeguarci? I modelli fanno comodo… Non ho soluzioni e sono diffidente verso chi ne ha, e non mi fido nemmeno della controparte maschile, non mi riesce… In Italia bisogna creare una comunità vera, bisogna trovare un modo nostro per farla - ci mettiamo anni, ci mettiamo secoli, ma questo dobbiamo fare altrimenti non risolviamo niente… Comunità significa creare una rete, è un lavoro certosino, ci vuole una volontà ed una capacità che adesso non abbiamo… Comunità significa anche fare un lavoro pedagogico, di formazione… Io ho bisogno di un luogo dove le cose hanno senso e per me questo luogo è solo in una comunità di donne, lesbiche. Lì le parole hanno senso - discutere, ad esempio, di democrazia diretta, ha senso… al di fuori di questo luogo mi perdo, ci perdiamo… Occorre creare questo luogo come punto di partenza se si vuol fare politica seriamente…»

Anna è una persona contraddittoria, insicura, solitaria, non molto coraggiosa – parole sue. Quarant’anni, finalmente un lavoro decente che le lascia un po’ di tempo libero, la porta lontano da casa, da un rapporto stanco, da un passato con il quale, forse, preferisce non fare i conti e che pure, o proprio per questo, fa incrollabilmente parte del presente con il suo carico di silenzi, dubbi, paure, forse rimorsi…

«Mia mamma ha scoperto che ero lesbica quando avevo quindici anni. Trovò una lettera che avevo scritto ad un giornale femminista – negai tutto e tornai con il fidanzatino che avevo lasciato da poco, per confondere un po’ le acque, per convincerla che ero come mi voleva, ma a diciassette non ho resistito e gliel’ho ribadito, imposto con violenza, ma per paura delle conseguenze ancora una volta ho finito per negare e sono tornata nell’eterosessualità. Naturalmente ho vissuto delle storie con uomini, anzi, paradossalmente, pur intuendo sin da piccola quello che ero, ho prima risolto certi aspetti della mia identità con loro. Non volevo sottostare a certi modelli, però contemporaneamente non volevo essere diversa, dovevo vivere come tutti gli altri, dovevo passare attraverso questa esperienza, era inevitabile. All’inizio è stato difficile, non avevo riferimenti, niente in cui identificarmi, e poi non mi trovavo bene con gli uomini, non mi sono mai innamorata di loro, ci sono andata vicino, ma nulla più. Mi ha aiutata a prendere coscienza di me qualche buona lettura e soprattutto la voglia d’innamorarmi di una donna. Ad un certo punto non ho più avuto dubbi, ma ancora dovevo essere come gli altri, compiacere mia madre, per questo mi vivevo l’amore per le donne come una parte di me parallela al modello eterosessuale, e infatti lo dicevo ai miei compagni e questi generalmente parevano non preoccuparsene. La mia prima storia lesbica l’ho vissuta a ventun’anni, ma non è un bel ricordo. Era una donna più grande di me, frequentava certi gruppi cattolici un tempo nemmeno tanto graditi alla chiesa, insomma, era piena di problemi, ipocrisie. Mi ha fatto male, tanto male… Dopo un anno e mezzo mi ha lasciata per un’altra persona, ne ho sofferto moltissimo. Entrai in psicoterapia e questo mi aiutò a vivere un po’ meglio la mia eterosessualità. Tornai con un mio ex e decidemmo di sposarci. Ma poi, frequentando l’università, le inquietudini tornarono a farsi sentire. Scrivevo tutto in un diario, cercavo di mantenere il controllo – mi dovevo sposare, io, non potevo certo permettermi di perdere la testa per una donna. Per varie ragioni andai a vivere in un appartamento con altre ragazze, fra loro ce n’era una che m’incuriosì. Insomma, per farla breve, nel giro di qualche settimana nacque fra noi una storiella giocosa, nulla di serio, tuttavia successe il finimondo: il mio fidanzato lo scoprì e parlò con lei, con la mia famiglia, cominciò a leggere le pagine del mio diario a mia madre che mi fece l’elenco delle donne che non dovevo più vedere. Naturalmente mi lasciai alle spalle entrambi – ormai la mia vita aveva preso un’altra direzione, definitiva.»

Intuisco che il rapporto con la madre è determinante: in due ore di conversazione l’ha ricordata spesso, con asprezza o ironia, comunque sorpassandola ogni volta. Diventa seria, prende fiato prima di affrontare l’argomento…

«Sono stata perseguitata da mia madre, ma oggi capisco che probabilmente era soltanto una mia impressione. Uscivo di casa e poi mi veniva in mente che stava scuriosando fra le mie cose e allora tornavo indietro in preda al panico… Lei ha trovato delle lettere perché io non le ho nascoste, forse volevo che sapesse chi ero, cercavo il modo di dirglielo, un dialogo, ma non mi aspettavo la sua durezza. Fra noi c’è sempre stato un legame molto forte che mi ha condizionato. Non è un caso che la sua malattia ho voluto viverla da lontano. È una mia caratteristica: se il dolore è forte mi sottraggo – è successo anche con altre persone che avevano bisogno di aiuto, lo dico: “non ce la faccio” – e sparisco. Ad un certo punto, visto che non volevo più sposarmi era arrivata a dirmi “almeno la convivenza!”. È stato un tormento… Verso i diciassette anni mi venne una reazione nervosa, non riuscivo a deglutire normalmente, dovevo sforzarmi – venne anche a lei. Mi osservava, mi stava sempre con il fiato sul collo. Aveva fatto la quinta elementare, faceva fatica a capire. Mi è stato detto che per lei ero fragile, che temeva per me, voleva proteggermi… Sì, con le bombe - faceva la guerra preventiva! Quando è morta, anche se è stata una perdita terribile, mia, personale, intima – è stata anche una liberazione. Eppure quell’estate l’ho trascorsa da sola, a leggere e scrivere – cercavo di acciuffarla, di prenderla, di farla mia, tenerla vicino a me. Dopo ho cominciato a respirare. Sino ad allora ce l’avevo nella testa, entrava e usciva, dovevo fuggire perché il confronto non era possibile. Chiedevo aiuto per capire cosa mi stava succedendo e lei mi diceva che dovevo sposarmi. Avevo paura e lei si è spaventata più di me. Non è che volessi chissà cosa – non lo so cosa volevo, però la sua reazione mi ha terrorizzata, mi ha fatto chiudere in me stessa, mi ha impedito di esplorarmi…»
«Non pensi che tutto questo potrebbe essere frutto di un malinteso? Che la paura di deluderla e affrontarla abbia creato le premesse di un equivoco che si è protratto e incancrenito? E lei ha frainteso te: dato che le minacce hanno funzionato la prima volta e tu sei tornata con il tuo fidanzatino, lei ha continuato a fartele ogni volta, ha ingenuamente pensato che potesse funzionare sempre e quindi ha proseguito su questa strada…»
«Sì e poi non ci siamo più capite, abbiamo continuato a rapportarci sulla base di questo malinteso… È vero, hai ragione, non ci avevo mai pensato - ma quanta fatica…»

Allargo le braccia, le sorrido con tenerezza, indulgenza…

«Già, indietro non si torna…»

È tardi. Sono in apprensione, cerco di affrettare il passo ma lei cammina lentamente. Chiacchiera rilassata, ride, scherza. Penso alla trascrizione dell’intervista e le dico che mi piacerebbe poter suggerire l’ironia che l’inflessione dialettale trasmette, ma sospetto che sia impossibile farlo – e me ne rammarico.

«Dai, vieni a trovarmi qualche volta…» - mi dice salendo sul treno. Prende posto, tira fuori il Manifesto, la saluto e mentre scendo le scale penso che sì, forse c’incontreremo ancora.

 

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