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Aggiornato Lunedì 26-Gen-2015

 

 

Poche copie rilegate a mano con la cura maniacale di chi rivendica a sé l’intera maternità dell’opera, dalla copertina al verso, presentano da sole la poesia di Cinzia Ricci, artigiana per vocazione, artista per caso.

Una lirica piena di forza, la sua, che è tutto fuorché disperazione. È disperata coscienza di sé, piuttosto, sempre in bilico fra passione e mal trattenuto senso della realtà, incantamento e disincanto.

Un’ironia finissima sulla pochezza del vivere è unita a lamenti dell’animo arcani e prenatali, come le sue muse ispiratrici: figure femminili che possono chiamarsi indifferentemente Marina (Cvetaeva), Giovanna (D’arco), “madre”, o in mille altri modi anonimi. Nomi senza età che sono poi lo stesso nome.

E su tutto si stende il sorriso beffardo dell’artista.

Un sorriso amaro, acre, persino, negli aforismi finali, dove domina la consapevolezza che è inutile oltrepassare il limite della pazzia, perché tanto “… oltre la pazzia non c’è niente”.

Un realismo crudo su accordi polifonici, appena venato di tristezza. Quella tristezza che solo per gli amanti e i poeti ha il diritto di chiamarsi malinconia.

Lisaveta Kröger

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