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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

Al di là delle considerazioni che si possono e si devono fare quando si parla dell’innegabile condizionamento e strapotere religioso, ci sono le esperienze individuali, soggettive e dirette che, talvolta, contraddicono l’evidenza e la generalità.

Personalmente, a parte i soprusi e le violenze subite in età prescolare e più oltre in casi isolati poco rappresentativi, ho incontrato donne di fede straordinarie che occupano un posto importante nel mio vissuto e nella mia formazione.

A dodici anni la mia famiglia mi ha esiliata in un collegio correzionale privato, a Genova. L’Istituto era gestito in modo autonomo e singolare da un gruppo di suore: non c’erano le sbarre alle finestre e il portone non era chiuso a chiave perché tanto, diceva la Madre Superiora, ci avrebbero riacciuffate e riportate indietro. Questa affermazione può sembrare intimidatoria o brutale, ma posso garantire che Suor Chiara tutto era tranne che una sadica aguzzina! Nelle sue parole c’era franchezza - a suo modo tentava di proteggerci non tanto da noi stesse, quanto piuttosto da quello che ci aspettava là fuori. Se avessimo accettato quel soggiorno coatto trasformandolo per quanto possibile in una scelta, saremmo riuscite a sopportarlo e forse lo avremmo addirittura gradito.

Molte di noi non si trovavano lì perché avevano fatto cose delle quali vergognarsi (ammesso che al di sotto di una certa età si possa parlare di colpe e responsabilità) - quello era principalmente un “parcheggio” dove le bambine dai 6 ai 18 anni che non potevano essere allevate dalle proprie famiglie venivano “lasciate in custodia” in attesa di tempi migliori, solo secondariamente era una specie di stanzino buio dove genitori solerti intendevano segregare le figlie più inopportune o disubbidienti nella speranza che la punizione le addomesticasse, cosa che non avveniva quasi mai giacché quel luogo era un paradiso se paragonato alla vita dalla quale provenivano. C’era una ragazza, ad esempio, che non intendeva redimersi perché se l’avesse fatto sarebbe tornata a casa dove il patrigno l’aspettava a braccia aperte, sotto le lenzuola del suo letto! Suor Chiara lo sapeva, sapeva tutto e compiva sforzi disumani per farci stare meglio che poteva. Eravamo tutte coinvolte, partecipi. C’erano tre sorelle abbandonate dai loro genitori i quali, da mesi, non pagavano più la retta e nemmeno andavano a trovarle - decidemmo di razionare il cibo perché non erano le uniche e soldi per provvedere a tutte non ce n’erano abbastanza.

All’interno dell’Istituto c’era la cappella, le aule per garantire un’educazione alle ragazze in età scolare e due laboratori artigianali dove lavoravamo a turno. Producevamo fiocchi per tende e smaltavamo gioielli in argento. Imparavamo un mestiere, ci tenevamo occupate. Parte dei proventi del nostro lavoro finiva nelle casse dell’istituto e serviva per finanziarlo, parte ci era corrisposta in modo che potessimo provvedere alle nostre piccole necessità. C’era un campo di basket/pallavolo e in fondo al viale che conduceva all’uscita, una baracchina che fungeva da rimessa e laboratorio nel quale ci riparavamo da sole le scarpe. C’erano tre camerate: una ospitava le bambine dai 6 ai 10 anni, l’altra dai 10 ai 14 e l’ultima dai 14 ai 18. Divise in gruppi e secondo turni prestabiliti, a rotazione provvedevamo alle pulizie dello stabile intero esclusi gli alloggi delle suore, le più grandi si occupavano anche del giardinaggio. Doccia una volta alla settimana finché c’era acqua calda. Cibo, scarso per le suddette ragioni, 4 volte al giorno: colazione, pranzo, merenda e cena - fuori dai pasti non si poteva chiedere alcunché.

È stata una delle estati più belle e serene della mia vita. Suor Chiara organizzava gite sulle montagne genovesi o splendide giornate al mare, a Mulinetti. Le suore più giovani venivano con noi, si mettevano il costume intero, nascondevano la testa rasata sotto la cuffietta e via in acqua a giocare, oppure, se pioveva o dovevamo lavorare, passavamo tutto il tempo parlando con loro ed erano dolci come il miele anche quando preoccupate o arrabbiate. Si muovevano silenziose e svelte, lasciavano dietro di sé una scia di profumo fresco, come di bucato e panni stesi al sole, le lunghe sottane agitavano l’aria e molte di noi avvertivano il quel frusciare discreto qualcosa di rassicurante e caro. Quelle piccole donne e il luogo che abitavano erano un rifugio sicuro, non una galera quale avrebbe dovuto essere nelle intenzioni di chi lì ci aveva costrette o abbandonate.

Certo, non per tutte era un piacere. C’erano ragazze poco più che bambine portate dalla polizia o dai carabinieri - donne a 12/13 anni, gravide, in attesa che il giudice ne decidesse le sorti, piccole prostitute, ladre... Ne ricordo una in particolare: apparve improvvisamente un pomeriggio ma già dal giorno prima si mormorava che sarebbe arrivata, anzi, tornata... Le ragazze più grandi parlavano sottovoce, fra loro, capì che era scappata poco prima del mio arrivo e che l’avevano ritrovata, che aveva nuovamente tentato il suicidio, che non era sola... Non saprei dire quanti anni avesse, la guardavo di nascosto perché ne avevo paura, dicevano che era una tipa violenta, che non sapevi mai come prenderla. Se ne stava zitta, in disparte, si stringeva le ginocchia al petto, lo sguardo torvo, in mano un piccolo orsacchiotto di peluche, le braccia completamente coperte di cicatrici e i polsi ancora fasciati - provai tanta pena, avrei dato la mia vita per vederla sorridere... Aveva un’amica, erano arrivate insieme e si separavano solo se costrette, le vedevo abbracciarsi, apparentemente silenziose... Qualche giorno dopo le portarono via, non se ne seppe più nulla...

Alle ragazze della camerata numero tre, le più grandi, le suore facevano parecchie concessioni - erano loro, ad esempio, che uscivano per fare la spesa. Sotto la responsabilità di mia cugina andavano a comprare le cose delle quali avevamo bisogno: saponi, biancheria, cancelleria e quant’altro. Mia cugina aveva diciannove anni e si trovava lì da quando ne aveva dieci - ormai era andata oltre il limite di età tuttavia non voleva andarsene, non voleva tornare a casa. Suor Chiara le permise di restare almeno sin quando non si fosse sentita sicura, non avesse trovato un lavoro, non si fosse garantita l’autosufficienza per non dipendere da sua madre, mia zia. Suor Chiara sapeva anche che le ragazze della tre usavano la rimessa per andarci a fumare e forse sapeva persino che aprivano il cancello e facevano entrare i ragazzi, ma quando loro sparivano per andarsi a riparare le scarpe, nessuna suora attraversava il vialetto ed io che dovevo fare il palo mi sono chiesta più volte per quale ragione me lo chiedessero - se volevano sbarazzarsi di me bastava dirlo.

Poi, un giorno, arrivò mio padre... vennero ad avvertirci che ci aspettava nel parlatorio ed io capì che la festa era finita. Io e mia sorella entrammo, mia madre sorrideva come una scema, scodinzolava. Lui pure sorrideva ma conoscevo bene quel ghigno, stava tendendo una delle sue trappole. Ci salutò appena, poi mi guardò dritta negli occhi e mi chiese: “Decidi cosa vuoi fare: restare qui o tornare a casa?” ed io, pur sapendo che la mia risposta non avrebbe avuto alcuna importanza: “Voglio restare qui”. “Bene” - mi disse - “Vai in camera e prepara la valigia”.

Salutai Suor Chiara piangendo e lei mi sussurrò di non preoccuparmi: potevo tornare a trovarla quando avessi voluto. Lessi nel suo sguardo la disperazione dell’impotenza: non poteva trattenermi, non poteva trattenere nessuno. Era la sua forza e il suo limite.

Tredici anni dopo, nel 1989, dopo molte ricerche ho ritrovato l’Istituto. Accompagnata da un’amica l’ho raggiunto, ho suonato il campanello, ho chiesto di Suor Chiara... Era in viaggio non so dove, ma ancora lo gestiva. Me ne andai con una bella sensazione - lei era sempre al suo posto... Sì, era vero, adesso potevo tornare a trovarla quando avessi voluto.

 

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