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È
quasi mezzanotte - squilla il telefono.
Una
voce piuttosto imbarazzata mi spiega di aver avuto il mio numero da qualcuno
che ha tanto insistito perché mi contattasse, si scusa per l’ora
e mi dice di essere disponibile a raccontare la sua storia ma vuole garanzie
precise: «Ho già avuto troppi casini, non ne voglio altri».
Tento di rassicurarla dicendole che sino ad ora nessuno ha avuto ragione
di lamentarsi. Le chiedo se ha visitato il sito e cosa ne pensa. Non ha
il computer però lo ha visto, non sa giudicarlo ma ne apprezza
la semplicità – la storia di Mirella l’ha molto impressionata.
Le dico che non deve sentirsi obbligata a far niente che non voglia: raccontarsi
deve essere una libera scelta, fatta con consapevolezza, in serenità.
Mi propone d’intervistarla per telefono. Chiarisco che le mie non
sono vere e proprie interviste, mi limito, piuttosto, a raccogliere testimonianze.
Le spiego che ho bisogno di incontrare le persone perché il contatto
diretto mi permette di leggere fra le righe: «Il gesto di una mano,
uno sguardo o un’espressione talvolta rivelano una storia parallela,
più intima, altrimenti destinata a rimanere nell’ombra, taciuta.
Sono queste sfumature che colorano il racconto, lo rendono vivo ed emozionante,
significativo. È anche attraverso l’osservazione di questi
“dettagli” che forse riesco ad immedesimarmi, a trovare le
parole per dimostrare quanto ogni esperienza sia straordinaria, degna
di considerazione». È irritata, insiste. Con gentilezza,
ma non transigo. Alla fine mi comunica che deve pensarci e riattacca.
Sono
sicura che non ne saprò più nulla, invece,
tre giorni dopo proprio mentre sto per uscire di casa, me la trovo di
fronte...
«Cinzia?»
«Sì...?»
«Posso parlarti?»
«Certo…»
La
faccio entrare. Chiudo la porta senza perderla d’occhio. Rimane
imbambolata davanti alla mia fornita libreria. Ho imparato che quando
si ricevono visite tanto misteriose è meglio non mettersi sulla
difensiva. La lascio in pace e raggiungo il piano cottura: «Faccio
un caffè o preferisci qualcosa di fresco?»
«Per il momento niente, grazie.»
Mi prendo una birra, mi siedo e quando ha finito di perlustrare la stanza
la invito ad accomodarsi sul divano.
«Avrei dovuto avvertirti, ma volevo essere sicura di non avere sorprese…»
- non dico nulla ma assumo un’espressione interrogativa quanto più
eloquente possibile - «Sono Andrea, o meglio, questo è il
nome che vorrei tu usassi per la tua inchiesta… Vorrei anche che
mi firmassi questa liberatoria – non ti offendere, ma non voglio
correre rischi…»
Mi porge un foglio dattiloscritto. Evito di dirle che mi sembra una precauzione
senza valore legale, ma se può tranquillizzarla… firmo.
È visibilmente sollevata: «Fai sempre entrare in casa tua
la gente così?»
Le dico di aver fatto anche di peggio, ma non è mai successo nulla
di grave: «Non è affrontando i problemi che si corrono dei
rischi». Annuisce.
Mi
fa un mucchio di domande, rispondo mansueta. Aspetto che si senta libera
di dire e fare quello che vuole. Le offro nuovamente qualcosa da bere
e lei accetta un bicchier d’acqua.
«Non
ho avuto vita facile…» - esordisce - «Molte cose mi
stanno sul gozzo e voglio raccontarle.» - prendo carta e penna -
«Ho sempre avuto difficoltà a farmi accettare. Non vengo
da una buona famiglia e non ho mai avuto abbastanza soldi per apparire
diversa da quello che ero. È importante assomigliare agli altri,
avere e desiderare le stesse cose, altrimenti non ti accettano e ti ritrovi
sola come un cane… Sono sempre stata lesbica, ma ero anche molto
esuberante e soprattutto avevo un bisogno disperato d’amore, di
essere gradita come persona senza che tutto il resto avesse più
importanza di me – nonostante gli sforzi dopo un po’ mi ritrovavo
sempre isolata, venivo allontanata in malo modo, senza spiegazioni. A
causa di questo ho fatto molti errori che forse finivano per avvalorare
le falsità che giravano sul mio conto. Negli anni le persone hanno
detto di me che ero una puttana, un’opportunista, una sciupa famiglie,
una matta, una tossicodipendente, una sieropositiva e una lesbica, naturalmente
– insomma, un pericolo o una schifezza dalla quale tenersi alla
larga il più possibile. Bevevo molto, fumavo, andavo ovunque e
facevo qualsiasi cosa pur di allontanare la solitudine. Avrei voluto una
storia tutta mia, incontrare una donna capace di amarmi, di levarmi dai
pasticci, ma le rare volte che ne trovavo una o era messa peggio di me,
o non riuscivo a trattenerla. Avrei anche voluto essere capace di innamorarmi
di un uomo perché così finalmente avrei smesso di soffrire,
ma il tempo passava e le distanze s’ingigantivano, il vuoto che
mi sentivo dentro diventava sempre più grande e incolmabile. Ho
provato con tutte le mie forze a stare con loro, a farmeli piacere –
ci sono andata a letto, mi sono persino fidanzata una volta, ma nulla…
La mattina mi svegliavo e mi sentivo disperata, mi prendeva una smania
che non so descrivere e allora dovevo assolutamente fare qualcosa perché
mi lasciasse in pace - e tutto ricominciava daccapo… Quanto ho pianto,
e quante volte ho pensato al suicidio…»
La
guardo. Non è bella, non è né femminile né
maschile, non è vestita alla moda, non infonde simpatia e le sue
origini sono chiarissime. Conosco il dolore che si prova ad essere esclusi,
allontanati perché non conformi. I gruppi lesbici mi hanno insegnato
parecchio da questo punto di vista.
«Quando,
senza saperlo, ero sul punto di toccare il fondo, accadde la cosa più
incredibile: rimasi incinta. Fu un incidente, non ebbi nemmeno un rapporto
sessuale completo… Anche quella sera ero ubriaca, incontrai un tipo
e dopo aver ballato tutta la sera ci appartammo, però mi annoiava
e allora lo scaricai senza troppi complimenti… La mattina dopo mi
svegliai strana, mi sentivo diversa, stavo insolitamente bene. Chiunque
incontrassi notava che c’era qualcosa di cambiato… Ne parlai
con una conoscente e questa ridendo esclamò: “Sarai incinta!”
– risi anch’io perché non poteva essere possibile,
non a me e non dopo il poco che era successo… Cominciò quasi
subito a crescermi il seno. A causa del ciclo mestruale irregolare non
mi accorsi di aver saltato un mese, il successivo però sì
e allora mi prese il panico. Feci le analisi. Non dimenticherò
mai quella dicitura: positivo. Mi si aprì la terra sotto i piedi,
dovetti sedermi, rimasi a pensare, pensare, pensare… Non sapevo
come fare, cosa fare. Vivevo accampata in un magazzino, non avevo un lavoro,
nessuno a cui rivolgermi… Non potevo tenerlo, eppure se mi era accaduta
una cosa come quella una ragione doveva esserci, era un segno. Ero eccitata,
felice e terrorizzata insieme. Non avevo verso l’aborto alcuna pregiudiziale
particolare, tuttavia non volevo arrivare a tanto, se avessi trovato il
modo di dargli una vita dignitosa mi sarei presa le mie responsabilità
e lo avrei tenuto… Cominciò così il mio pellegrinaggio
sbattuta da un ufficio all’altro, di umiliazione in umiliazione:
assistenza sociale, case popolari, associazioni – si comportavano
come se meritassi quello che mi stava accadendo, quasi ne godevano…
Ovviamente non avrei potuto partorire e crescere un figlio nelle mie condizioni,
ma l’unico aiuto che mi venne prospettato riguardava una fornitura
gratuita di pannolini e forse l’alloggio in una casa famiglia. Intanto
negli ambienti lesbici dove credevo di avere qualche amica fidata, si
sparse la voce che non solo ero incinta ma che probabilmente avevo preso
l’Aids perché l’uomo con il quale ero stata era di
colore e si sa: quelli sono tutti appestati! Intorno a me si fece il vuoto.
Sapevo che nessuno poteva o voleva aiutarmi concretamente, ma almeno ascoltarmi…
Beh, anche questo a quanto pare era troppo. Mi ritrovai per la prima volta
davvero e sino in fondo completamente sola, abbandonata da tutti, esecrata,
derisa, senza prospettive. Ero ancora in tempo, non avevo scelta - decisi
di interrompere la gravidanza. Una mattina raggiunsi a piedi l’ospedale.
Alle sei eravamo già una decina, ognuna con il suo fardello, i
suoi effetti personali in una borsa, i documenti appoggiati sulle ginocchia,
lo sguardo sfuggente o perso nel vuoto. Mi sentii carne da macello, attesi
in silenzio il mio turno. Mi risvegliai prima delle altre, mi vestii immediatamente
e un po’ barcollante me ne tornai a casa. Per più di un anno
il mio telefono non ha mai squillato, nessuno ha voluto saperne di me.
Lo sai cosa mi ha salvata dal baratro della depressione, quella vera,
quella che ti uccide? Il calcio, l’unico sport del quale non mi
è mai importato nulla. I momenti più difficili arrivavano
durante il week end. Mentre gli altri s’incontravano per stare finalmente
insieme, io mi ritrovavo più sola di sempre ad ascoltare il silenzio,
a fare i conti con il disastro totale che era la mia vita – allora
per non sentirne il peso, per non esserne sopraffatta cominciai a seguire
le partite alla radio: me ne andavo fuori dallo stadio e insieme ad altri
aspettavo l’uscita della tifoseria avversaria per guardarla e talvolta
sfotterla mentre veniva accompagnata ai pullman o alla stazione…
Non hai idea di quanta gente segue le partite, sopravvive alla domenica
in questo modo… Lì ero nessuno, un niente qualsiasi, senza
storia… le persone non mi allontanavano, potevo persino far due
chiacchiere, sentirmi normale…»
La
guardo. È pallida, persa nel ricordo ancora vivissimo, in un dolore
che temo non la abbandonerà mai.
«Ho
dovuto ricominciare da zero. Sono nata il giorno che ho abortito. Mia
figlia (mi piace pensare che fosse una femmina, l’avrei appunto
chiamata Andrea…) oggi avrebbe sedici anni – le devo moltissimo,
tutto. Ha dato la sua vita per me. Decisi che più nessuno avrebbe
pagato le mie colpe, le mie mancanze. Da allora tutto è completamente
cambiato. A volte stento a riconoscere quella me che sino ad allora mi
aveva tormentata. Adesso sono calma, tranquilla – non ho bisogno
di dimostrare nulla, non mi aspetto niente. Ho conosciuto la solitudine,
quella vera, reale, per questo non mi spaventa più. Anche il mio
corpo è cambiato: la gravidanza ha smosso delle cose e ho avuto
parecchi problemi: fibromi, un carcinoma – ma sono sopravvissuta.
Queste esperienze mi hanno dato la misura, un metro di valutazione attraverso
il quale filtro la vita, i sentimenti, ogni cosa...»
La
guardo e penso che non si muore né di poco né di tanto dolore
quando si è sopravvissuti all’inferno.
«All’incirca
un anno e mezzo dopo conobbi una ragazza. Era fuori da tutti i giri e
non aveva nemmeno mai pensato di poter avere una storia con una donna.
S’innamorò di me per quello che ero, nonostante tutto. Era
la sua prima volta, forse è per questo che non ha avuto difficoltà
ad accettarmi – era pura, pulita, non aveva pregiudizi. Grazie a
lei cominciai ad avere fiducia in me stessa, m’insegnò ad
avere stima della mia vita, mi dimostrò che ne ero degna, che meritavo
rispetto e amore, che ero ancora capace di darne. Quando entrambe fummo
pronte per camminare con le nostre gambe ci separammo.»
La
guardo e le chiedo se oggi può dirsi felice…
«Felice?
È una parola grossa… ma sono contenta, serena, grata. La
mia compagna attuale è poco più di una bambina, fra noi
ci sono vent’anni di differenza. Non è semplice ma è
la cosa migliore che potesse capitarmi, la più bella. Stiamo insieme
da quattro anni. Lei cresce ed io invecchio. Potrebbe essere mia figlia…»
La
guardo. “Ogni madre non ha figli” – strano pensiero.
«Non
so come faccia a sopportarmi, a volte sono davvero intrattabile…»
La
guardo e le domando se il futuro la preoccupa…
«No.
Sono andata vicina alla morte tante di quelle volte che per me stessa
non temo quasi niente, ma ho paura per lei, ho paura che se dovesse succedermi
qualcosa potrebbe non essere pronta…»
La
guardo e penso che non si è mai pronti.
«Verrà
il giorno in cui i vent’anni che ci separano acquisteranno il peso
che hanno e non potrà più essere come prima. Talvolta ne
parliamo, scherziamo… Quando io avrò sessant’anni lei
ne avrà quaranta, sarà in splendida forma, bellissima…
Non la trattengo adesso, non la tratterrò allora – e lo sa.
Scrivile che la amo, che la amerò sempre – qualsiasi cosa
accada.»
Sorrido.
Adesso
non ho più bisogno di guardarla – adesso la vedo.

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