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Aggiornato Lunedì 05-Mar-2012

 

È quasi mezzanotte - squilla il telefono.

Una voce piuttosto imbarazzata mi spiega di aver avuto il mio numero da qualcuno che ha tanto insistito perché mi contattasse, si scusa per l’ora e mi dice di essere disponibile a raccontare la sua storia ma vuole garanzie precise: «Ho già avuto troppi casini, non ne voglio altri». Tento di rassicurarla dicendole che sino ad ora nessuno ha avuto ragione di lamentarsi. Le chiedo se ha visitato il sito e cosa ne pensa. Non ha il computer però lo ha visto, non sa giudicarlo ma ne apprezza la semplicità – la storia di Mirella l’ha molto impressionata. Le dico che non deve sentirsi obbligata a far niente che non voglia: raccontarsi deve essere una libera scelta, fatta con consapevolezza, in serenità. Mi propone d’intervistarla per telefono. Chiarisco che le mie non sono vere e proprie interviste, mi limito, piuttosto, a raccogliere testimonianze. Le spiego che ho bisogno di incontrare le persone perché il contatto diretto mi permette di leggere fra le righe: «Il gesto di una mano, uno sguardo o un’espressione talvolta rivelano una storia parallela, più intima, altrimenti destinata a rimanere nell’ombra, taciuta. Sono queste sfumature che colorano il racconto, lo rendono vivo ed emozionante, significativo. È anche attraverso l’osservazione di questi “dettagli” che forse riesco ad immedesimarmi, a trovare le parole per dimostrare quanto ogni esperienza sia straordinaria, degna di considerazione». È irritata, insiste. Con gentilezza, ma non transigo. Alla fine mi comunica che deve pensarci e riattacca.

Sono sicura che non ne saprò più nulla, invece, tre giorni dopo proprio mentre sto per uscire di casa, me la trovo di fronte...

«Cinzia?»
«Sì...?»
«Posso parlarti?»
«Certo…»

La faccio entrare. Chiudo la porta senza perderla d’occhio. Rimane imbambolata davanti alla mia fornita libreria. Ho imparato che quando si ricevono visite tanto misteriose è meglio non mettersi sulla difensiva. La lascio in pace e raggiungo il piano cottura: «Faccio un caffè o preferisci qualcosa di fresco?»
«Per il momento niente, grazie.»
Mi prendo una birra, mi siedo e quando ha finito di perlustrare la stanza la invito ad accomodarsi sul divano.
«Avrei dovuto avvertirti, ma volevo essere sicura di non avere sorprese…» - non dico nulla ma assumo un’espressione interrogativa quanto più eloquente possibile - «Sono Andrea, o meglio, questo è il nome che vorrei tu usassi per la tua inchiesta… Vorrei anche che mi firmassi questa liberatoria – non ti offendere, ma non voglio correre rischi…»
Mi porge un foglio dattiloscritto. Evito di dirle che mi sembra una precauzione senza valore legale, ma se può tranquillizzarla… firmo.
È visibilmente sollevata: «Fai sempre entrare in casa tua la gente così?»
Le dico di aver fatto anche di peggio, ma non è mai successo nulla di grave: «Non è affrontando i problemi che si corrono dei rischi». Annuisce.

Mi fa un mucchio di domande, rispondo mansueta. Aspetto che si senta libera di dire che vuole. Le offro nuovamente qualcosa da bere e lei accetta un bicchier d’acqua.

«Non ho avuto vita facile…» - esordisce - «Molte cose mi stanno sul gozzo e voglio raccontarle.» - prendo carta e penna - «Ho sempre avuto difficoltà a farmi accettare. Non vengo da una buona famiglia e non ho mai avuto abbastanza soldi per apparire diversa da quello che ero. È importante assomigliare agli altri, avere e desiderare le stesse cose, altrimenti non ti accettano e ti ritrovi sola come un cane… Sono sempre stata lesbica, ma ero anche molto esuberante e soprattutto avevo un bisogno disperato d’amore, di essere gradita come persona senza che tutto il resto avesse più importanza di me – nonostante gli sforzi dopo un po’ mi ritrovavo sempre sola, venivo allontanata in malo modo, senza spiegazioni. A causa di questo ho fatto molti errori che forse finivano per avvalorare le falsità che giravano sul mio conto. Negli anni le persone hanno detto di me che ero una puttana, un’opportunista, una sciupa famiglie, una matta, una tossicodipendente, una sieropositiva e una lesbica, naturalmente – insomma, un pericolo o una schifezza dalla quale tenersi alla larga il più possibile. Bevevo molto, fumavo, andavo ovunque e facevo qualsiasi cosa pur di allontanare la solitudine. Avrei voluto una storia tutta mia, incontrare una donna capace di amarmi, di levarmi dai pasticci, ma le rare volte che ne trovavo una o era messa peggio di me, o non riuscivo a trattenerla. Avrei anche voluto essere capace di innamorarmi di un uomo perché così finalmente avrei smesso di soffrire, ma il tempo passava e le distanze s’ingigantivano, il vuoto che mi sentivo dentro diventava sempre più grande e incolmabile. Ho provato con tutte le mie forze a stare con loro, a farmeli piacere – ci sono andata a letto, mi sono persino fidanzata una volta, ma nulla… La mattina mi svegliavo e mi sentivo disperata, mi prendeva una smania che non so descrivere e allora dovevo assolutamente fare qualcosa perché mi lasciasse in pace - e tutto ricominciava daccapo… Quanto ho pianto, e quante volte ho pensato al suicidio…»

La guardo. Non è bella, non è né femminile né maschile, non è vestita alla moda, non infonde simpatia e le sue origini sono chiarissime. Conosco il dolore che si prova ad essere esclusi, allontanati perché non conformi. I gruppi lesbici mi hanno insegnato parecchio da questo punto di vista.

«Quando, senza saperlo, ero sul punto di toccare il fondo, accadde la cosa più incredibile... Una sera ero ubriaca, incontrai un tipo e dopo aver ballato tutta la sera ci appartammo. Rimasi incinta. Fu uno shock. Non avevo una lira, vivevo dove capitava. Per un breve periodo pensai di portare a termine la gravidanza, cercai aiuto, ma non trovandone dovetti abortire. Tutte le mie amiche mi lasciarono sola. Per più di un anno il mio telefono non ha mai squillato, nessuno ha voluto saperne di me. Lo sai cosa mi ha salvata dal baratro della depressione, quella vera, quella che ti uccide? Il calcio, l’unico sport del quale non mi è mai importato nulla. I momenti più difficili arrivavano durante il week end. Mentre gli altri s’incontravano per stare insieme, io mi ritrovavo più sola di sempre ad ascoltare il silenzio, a fare i conti con il disastro totale che era la mia vita – allora per non sentirne il peso, per non esserne sopraffatta, cominciai a seguire le partite alla radio: me ne andavo fuori dallo stadio e insieme ad altri aspettavo l’uscita della tifoseria avversaria per guardarla e talvolta sfotterla mentre veniva accompagnata ai pullman o alla stazione… Non hai idea di quanta gente segue le partite, sopravvive alla domenica in questo modo… Lì ero nessuno, un niente qualsiasi, senza storia… le persone non mi allontanavano, potevo persino far due chiacchiere, sentirmi normale…»

La guardo. È pallida, persa nel ricordo ancora vivissimo, in un dolore che temo non la abbandonerà mai.

«Ho dovuto ricominciare da zero. Sono nata il giorno che ho abortito. Mia figlia (mi piace pensare che fosse una femmina, l’avrei appunto chiamata Andrea…) oggi avrebbe sedici anni – le devo moltissimo, tutto. Ha dato la sua vita per me. Decisi che più nessuno avrebbe pagato le mie colpe, le mie mancanze. Da allora tutto è completamente cambiato. A volte stento a riconoscere quella me che sino ad allora mi aveva tormentata. Adesso sono calma, tranquilla – non ho bisogno di dimostrare nulla, non mi aspetto niente. Ho conosciuto la solitudine, quella vera, reale, per questo non mi spaventa più. Questa esperienza mi hanno dato la misura, un metro di valutazione attraverso il quale filtro la vita, i sentimenti, ogni cosa...»

La guardo e penso che non si muore né di poco né di tanto dolore quando si è sopravvissuti all’inferno.

«All’incirca un anno e mezzo dopo conobbi una ragazza. Era fuori da tutti i giri e non aveva nemmeno mai pensato di poter avere una storia con una donna. S’innamorò di me per quello che ero, nonostante tutto. Era la sua prima volta, forse è per questo che non ha avuto difficoltà ad accettarmi – era pura, pulita, non aveva pregiudizi. Grazie a lei cominciai ad avere fiducia in me stessa, m’insegnò ad avere stima della mia vita, mi dimostrò che ne ero degna, che meritavo rispetto e amore, che ero ancora capace di darne. Quando entrambe fummo pronte per camminare con le nostre gambe, ci separammo.»

La guardo e le chiedo se oggi può dirsi felice…

«Felice? È una parola grossa… ma sono serena, grata. La mia compagna attuale è poco più di una bambina, fra noi ci sono vent’anni di differenza. Non è semplice ma è la cosa migliore che potesse capitarmi, la più bella. Stiamo insieme da quattro anni. Lei cresce ed io invecchio. Potrebbe essere mia figlia…»
La guardo. “Ogni madre non ha figli” – strano pensiero.
«Non so come faccia a sopportarmi, a volte sono davvero intrattabile…»
La guardo e le domando se il futuro la preoccupa…
«No. Sono andata vicina alla morte tante di quelle volte che per me stessa non temo quasi niente, ma ho paura per lei, ho paura che se dovesse succedermi qualcosa potrebbe non essere pronta…»
La guardo e penso che non si è mai pronti.
«Verrà il giorno in cui i vent’anni che ci separano acquisteranno il peso che hanno e non potrà più essere come prima. Talvolta ne parliamo, scherziamo… Quando io avrò sessant’anni lei ne avrà quaranta, sarà in splendida forma, bellissima… Non la trattengo adesso, non la tratterrò allora – e lo sa. Scrivile che la amo, che la amerò sempre – qualsiasi cosa accada.»

Sorrido.

Adesso non ho più bisogno di guardarla – adesso la vedo.

 

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