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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

Da due giorni Silvia faceva una vita d’inferno: praticamente era fissa al bar, senza orari, pause. Teresa era sconvolta, fuori di sé, la maggior parte del tempo la trascorreva all’ospedale, prendendosi cura di Sabrina - stava reggendo il colpo anche troppo bene, ma prima o poi sarebbe crollata.

Più che una collaboratrice, Silvia era un’amica sulla quale si poteva contare. Se non ci fosse stata lei il “Raimbow” avrebbe chiuso e con il mutuo, i fornitori da pagare, sarebbe stato un disastro. Beh, almeno questo potevano risparmiarselo.

I pochi e infamanti articoli apparsi sui giornali (quasi che un’occulta regia avesse messo tutti d’accordo facendogli pubblicare cose che, se non avessero avuto conseguenze gravissime, avrebbero strappato più d’una risata tanto erano assurde), avevano costretto Silvia a finirsi il fiato nel tentativo di spiegare ad amici e clienti come realmente si erano svolti i fatti. La riservatezza era un lusso che non potevano più permettersi e forse, visto quello che stava succedendo intorno alla loro vicenda, non avrebbero avuto diritto nemmeno ad un po’ di giustizia. Silvia non riusciva ad essere ottimista, conosceva bene i suoi concittadini e non solo loro.

A due giorni dall’aggressione non aveva ancora visto in faccia alcun rappresentante delle associazioni gay e lesbiche, nessuno si era fatto vivo. Le stavano lasciando sole.
«Quella è gentaccia che quando c’è da fare sul serio, muovere le chiappe, corre a rintanarsi da qualche parte!» - disse ad un amico servendogli una birra.
E lui: «La paura fa novanta, Silvia. Solo la paura può spiegare un così assordante silenzio. Una paura profondissima, interiorizzata al punto da non poterla riconoscere come tale, che paralizza, ottenebra – e rende feroci contro le vittime perché è in esse che ci si specchia, con orrore, e tanto è lo spavento che non possiamo fare altro che voltarci dall’altra parte, negandone l’esistenza. È chi ha subito una violenza, un torto, che mette di fronte alla realtà - non sono molte le persone disposte a rinunciare alle proprie illusioni.»
Silvia era così infuriata da non rendersi conto che probabilmente aveva ragione: «Ma quale paura e paura! Ne avrei di cose da dire, io! Ma lasciamo perdere, và, che è meglio…»

Nonostante la ressa e l’inevitabile lentezza del servizio, i clienti erano perlopiù comprensivi: l’aiutavano a sparecchiare i tavoli, si offrivano di portarvi le ordinazioni, aspettavano pazienti il proprio turno. Finalmente arrivò Teresa che la raggiunse subito dietro al banco. Silvia la guardò senza avere il coraggio di chiedere, aspettando che fosse lei a parlare…

«È fuori pericolo, Silvia. Ancora pochi giorni e me la ridanno…»

Era come uscire da un incubo. Si abbracciarono e cominciando a saltare come due pazze si misero a piangere, ridere, urlare, e dopo un attimo di smarrimento tutti capirono e fecero la stessa cosa.

«Ragazzi, stasera offre la casa!» - e fu una serata incredibile, davvero memorabile.

 

Le immagini, se non diversamente segnalato, sono prevalentemente tratte da materiali fotografici e grafici preesistenti modificati e riadattati dall'autrice. La riproduzione parziale e non a scopo commerciale del materiale pubblicato (immagini e testi) è consentita citando la fonte (indirizzo web) e l’autore (Cinzia Ricci o altri), diversamente tutti i diritti sono riservati.

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