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Aggiornato Mercoledì 06-Mag-2015

 

Il mio intervento...

 

La mia presenza, qui, è alquanto strana. Si parla di lavoro, imprenditoria, cose molto concrete che fanno parte del sistema produttivo, che hanno una collocazione a dir poco monolitica nell’immaginario comune, nella scala di valori a cui facciamo riferimento guardando all’esistenza individuale e collettiva.

Si è persone adeguate e di successo, si gode di autorevolezza e considerazione se si ha un lavoro, se si è capaci di produrre beni e servizi, profitti per sé e gli altri, se si hanno soldi da spendere, se si è buoni consumatori. Diversamente la vita può diventare un inferno – senza un lavoro, il denaro e il riconoscimento sociale che ne deriva, come minimo si rischia la morte civile.

Ma i tempi impongono di riprogettare il sistema perché le risorse non sono infinite, perché genera disuguaglianze inaccettabili; i tempi impongono di ripensare i valori perché contrariamente a quello che molti sostengono, non sono scolpiti nella pietra, immutabili – dover ripensare il sistema e i valori è terrificante, equivale a fare un salto nel vuoto, implica la messa in discussione delle nostre sicurezze, di ciò che crediamo incontrovertibile.

Siamo in una fase di passaggio delicatissima. Convivono due realtà: quella alla quale siamo abituati (fatta di cose che conosciamo, che possiamo controllare, toccare e alle quali, quindi, riusciamo a dare un nome e un valore) ed una nuova, immateriale, alla quale non riusciamo a dare importanza proprio perché intangibile, sfuggente.

Immateriale non significa inconsistente. Il pensiero affidato al Web (ed utilizzo la parola “pensiero” come fosse un contenitore in cui sta tutto lo scibile umano, buono o cattivo che sia), viaggia in tempo reale in una dimensione in cui lo spazio, di fatto, non esiste. Raggiunge i luoghi interiori più remoti e improbabili, scava, modella, lascia un segno in chi lo riceve – è consistente, molto consistente, ma immateriale – perciò, in sé, privo di valore economico. Non costa nulla produrlo, non dovrebbe costare nulla fruirne. Il condizionale è d’obbligo perché la produzione e diffusione di contenuti sul Web, serve prevalentemente a vendere: prodotti e servizi, soprattutto, ma anche illusioni, intrattenimento, dietro cui, comunque, si muovono interessi economici enormi e la possibilità, la capacità, di condizionamento che sul mercato del potere vale un patrimonio.

Come m’inserisco in tutto questo? Cosa ci sto a fare qua?

Date le premesse, rappresento il nulla. Non produco e non vendo oggetti, non produco e non vendo servizi, non produco profitto né per me, né per altri, quindi non conto niente e non servo – però, produco pensiero. E quanto vale il pensiero, il tempo che si investe per dargli forma? Nulla. Varrebbe qualcosa se, ad esempio, l’editoria tradizionale, cartacea, lo pubblicasse e distribuisse. Ma sin tanto che il pensiero resta “aria” non ha valore. Non ci sopravvivrà. Morirà con i suoi autori o con la prima tempesta solare di una certa intensità che brucerà i loro Hard Disc – questo è il destino a cui rischiamo di consegnare il lavoro, l’impegno di tante persone che compiono lo sforzo di esistere, resistere, nonostante l’impermeabilità, l’esclusivismo autoreferenziale del sistema politico, economico e culturale.

Il mio sito è nato nel 2003 per dare visibilità a ciò che facevo e che nessuno trovava conveniente promuovere, pubblicare. Se vi capiterà di approfondirlo, avrete la conferma che nei paesi più arretrati come il nostro, non conta il valore, il talento, la capacità – serve sapersi vendere, avere gli amici giusti nel posto giusto, serve appartenere a un gruppo sociale dominante, abbiente. Le persone che non hanno niente di tutto questo, possono anche essere validissime, possono ricevere premi, godono di una certa ammirazione, ma restano nella maggior parte dei casi ai margini, in un angolo, al palo.

Prima dell’avvento di FB, molti siti personali, e tra questi il mio, sono nati come risposta di sopravvivenza all’isolamento forzato, alle troppe porte chiuse - e là dov’era il deserto, è nato un giardino.

Per quanto mi riguarda si è aperto un mondo di relazioni che, dopo tanto solitario vagabondare, mi ha riportata a casa spingendomi a guardarmi intorno con occhi nuovi e amorevoli: da qui il censimento sistematico e critico degli arredi del centro storico, delle sue ricchezze artistiche e architettoniche – perché se ne abbia consapevolezza, tornino ad essere percepite come patrimonio comune, e sorga finalmente l’esigenza di preservarle, valorizzarle.

Oggi, inoltre, sono coamministratrice di un importante gruppo Facebook, “Se io fossi il Sindaco di Lucca”, impegnato in modo propositivo a segnalare le carenze, le omissioni e gli abusi dei privati e della pubblica amministrazione, quest’ultima sempre più lontana dalle istanze della comunità e da una lungimirante gestione della cosa pubblica.

Si potrebbe definire una forma d’imprenditoria sociale partecipativa a costo e guadagno zero, che trova nella generosità, nella gratuità, nella condivisione dei saperi e delle competenze, la sua migliore espressione.

Le porte restano chiuse, sia chiaro, anzi, le porte non sono mai stata chiuse come in questo momento, ma i cittadini che il sistema politico, economico e culturale non lasciano entrare, si organizzano, tessono relazioni, si ritrovano, trasversalmente, intorno alle buone pratiche quotidiane, all’attenzione per il territorio e le sue ricchezze. Di questo non si parla abbastanza e comunque non adeguatamente – fa paura come tutte le cose che non si conoscono, che sfuggono il controllo, che pare possano minacciare gli equilibri di potere, i privilegi acquisiti. Invece vi è fame, desiderio di creatività, di voci fuori dal coro, di cultura, di equità, inclusione e diritti. Il sistema farebbe meglio a prestare ascolto, a dare spazio, o nel tempo sarà lui a restare isolato, prigioniero nelle sue stanze chiuse.

Il Web, dunque, non è solo un’opportunità per comprare e vendere, per trovare l’amore o nuove amicizie, per promuovere se stessi, per giocare ai video poker senza sentirsi in colpa – ridurlo a questo lo banalizza e ne vanifica la portata storica, addirittura salvifica, rivoluzionaria.

Fatene buon uso, allora, e ricordate: fuori dal mainstream un altro mondo non solo è possibile, esiste già.

 

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