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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

«Un giorno o l’altro vado da qualche parte e m’ammazzo…»

Luciano era serio, serissimo. Adele lo guardava di sottecchi, turbata. Forse era l’espressione convinta, o forse quella luce negli occhi, lo sguardo fermo, immobile, impenetrabile – non lo aveva mai visto così determinato e allo stesso tempo sfuggente. Si chiese dove, in che modo avrebbe potuto portare a termine il suo proposito: al fiume, gettandosi nell’acqua (non sapeva nuotare), oppure andandosi a schiantare con la moto contro un muro, o decidendo di smarrirsi in un bosco, all’addiaccio, senza cibo… Adele si chiese se ne sarebbe stata capace… No, certo… Forse, senza soffrire… Che sciocchezze, bisognava avere una buona ragione, non vedere via d’uscita e lei si sentiva bene, a posto, non le mancava niente, accidenti… Aveva un buon lavoro, sicuro e ben retribuito, tanti amici, una famiglia che non le dava problemi… Beh, di tanto in tanto non era poi così soddisfatta, felice, ma nulla di straordinario, preoccupante…

«Senti, Luciano, non dire stronzate e vai a casa!» - gli disse sbrigativamente, come ad allontanare da sé, insieme a lui, quello strano ronzio nella testa.
Lui le sorrise: «Sì, forse è meglio. Non ti preoccupare, oggi sono un po’ dawn – domani andrà meglio…» - prese il casco, la salutò con una pacca sulla spalla e se ne andò.
Adele rimase lì, imbambolata, con quel ronzio nelle orecchie.
La cameriera prese le tazzine e diede una pulita al tavolo: «Manca nulla?» - chiese tenendo d’occhio il banco dove altri clienti attendevano che si liberasse un tavolo.
«No, grazie. Il conto…»
«Ha già pagato il signore…»
«Ah… Allora mi porti un whiskey…»
«Qualche preferenza?»
«Faccia lei…»

Un whiskey? Ma cosa diavolo le era preso? Aveva smesso di bere, erano almeno dieci anni che non toccava più alcolici! Lo buttò giù quasi d’un fiato, lasciò sul tavolo cinque euro ed uscì in fretta come se non avesse tempo da perdere, ma quando fu in strada le gambe smisero di muoversi. Dove poteva andare? Da chi? Non aveva appuntamenti, non doveva entrare al lavoro, a casa non c’era nessuno ad aspettarla. Guardò il cellulare: magari le era arrivato un messaggio e non se n’era accorta. Nulla. S’incamminò, rimuginando. Le veniva da piangere. Sentì gli occhi gonfiarsi, lo sguardo annebbiarsi. Mise gli occhiali da sole e nascondendo i singhiozzi andò a cercare una panchina isolata.

I giardinetti erano pieni di gente, famiglie. Schiamazzi di bambini festosi, capannelli di mamme indaffarate e padri, in disparte. Insopportabile. Possibile che non ci fosse nemmeno un angolo appartato dove poter stare in santa pace? E camminava, camminava, senza rendersi conto, senza avere un pensiero preciso – camminava e piangeva. «Cosa mi sta succedendo?» - si chiese, ma per quanti sforzi facesse non riusciva a darsi una risposta, le parole le rimbalzavano nella testa, sconnesse, arruffate. Ad un tratto si ritrovò davanti ad una chiesa. Lì era stata battezzata, lì aveva fatto la comunione. Pensò di entrare per andare a rivedere il busto di un Cristo che da bambina la commuoveva tanto. Lo ricordava straordinariamente realistico, con quella barbetta stilizzata, gli occhi rigirati, la corona di spine conficcata nella carne e tutto quel sangue che gli cingeva il capo, sgorgava dalla bocca e dalle ferite sul costato. «Era qui, ne sono sicura…», sussurrò - ma al suo posto trovò un tela gigantesca, cupa, della quale non riusciva a distinguere quasi nulla. Ci rimase malissimo. Decise di sedersi su una panca – non per pregare (non era cattolica), ma per riposare, pensare, fare ordine nella sua zucca confusa. Aveva bisogno di calore e silenzio – invece la chiesa era piena di turisti che andavano e venivano, e sentì freddo, un freddo umido che le entrò nelle ossa. Si rese conto che non c’era un solo posto dove fermarsi, era come se ogni luogo la respingesse o semplicemente non fosse fatto per accoglierla – adatto a lei. Le prese un senso di disperazione e solitudine come raramente le era capitato. Uscì desiderando di incontrare qualcuno che la trascinasse a fare una di quelle cose che le piacevano tanto e che, ricordò, non faceva da mesi, anni: guardare le vetrine, baloccarsi nei negozi e comprare sciocchezze, organizzare una pizzata per la sera. D’un tratto la sua vita le apparve per quello che era: vuota e insignificante. Da quando il suo ragazzo l’aveva lasciata, poco prima del matrimonio, nel novantasette, lentamente si era chiusa, isolata. Non era vero che aveva tutti questi amici, o perlomeno non era vero che avesse importanza per loro. Di tanto in tanto la cercavano ma, ora che ci pensava, il telefono aveva smesso di squillare già da un pezzo. E non era vero che aveva un buon lavoro: la pagavano una miseria, non era assicurata e c’era sempre qualcuno che aveva più diritto di lei ad essere trattato meglio, con maggior riguardo. Per non parlare della famiglia che, sì, non le dava problemi, ma nemmeno s’interessava - se fosse morta, se ne sarebbero accorti dopo chissà quante settimane. Si chiese da quanto tempo non parlava di se stessa, dei suoi sentimenti profondi, delle sue emozioni e aspirazioni. Ne aveva? Non lo rammentava più.

Raggiunse l’auto, pagò il parcheggiatore e mise in moto. «Dove vado? Non voglio andare a casa…» - pensò senza riuscire a decidere che direzione prendere.
«Signora, è verde!» - inutile: giallo, rosso - «Ma guarda ‘sta rincoglionita…»
«A destra, girerò a destra…» - stabilì, e guardando nello specchietto retrovisore vide un giovane che sbraitava come un ossesso e pareva avercela con lei. Ebbe paura e svoltò a sinistra.

Imbruniva. Dannato ronzio - Adele accese la radio, per coprirlo. Decise di fare un giro, senza meta. «Dopo starò meglio.» – si disse.

Nelle case luci accese. Il traffico pesante dell’ora di punta. Gente dappertutto: a piedi, in auto, in bicicletta, a fare la spesa, mettere benzina, prendere un caffè - il solito tornare e andare indaffarato, prima di cena. Alberi, ponti, capannoni, insegne luminose e lo speaker che parla, parla, parla. CD. Adele non canta, guarda dritto davanti a sé. Adele non pensa, ronza.

«Perché non riesco a smettere di piangere, perché?»
Perché la tua vita è una schifezza.
«No, non è vero…»
Sei sola come un cane, nessuno ha tempo per te.
«È colpa mia…»
Sì.
«Non sono abbastanza interessante…»
Sei noiosa…
«So ridere…»
Non abbastanza…
«So ascoltare…»
A che serve?
«Sono sincera…»
No, fastidiosa…

Adele cerca un kleenex. Non lo trova. Tenta di asciugarsi il naso con la manica della giacca ma non ci riesce. L’auto arranca su per una salita. Adele scala una marcia, poi comincia la discesa.

Primo tornante.

La strada è nera, il cielo è blu.

Secondo tornante.

Dai, torna a casa.
«Non voglio…»
Accenderai la TV, mangerai qualcosa, farai un bagno caldo, poi dormirai…
«E domani?»
Uguale.
«E quello dopo?»
Ancora.
«E poi?»
Di nuovo.
«Già…»

Terzo tornante.

Adele smette di piangere, sorride, chiude gli occhi… e frulla giù.

 

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