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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

«D’accordo, passo domani e ti porto il conto delle ore…»

Lorenzo entrò in bagno, si levò la tuta da lavoro, si sgrassò le mani alla meglio e nascondendo le lacrime se ne andò. Non amava quel lavoro. Aveva l’impressione che il puzzo di benzina gli rimanesse addosso anche dopo la doccia, si conciava come un maiale, l’inverno gli si gelavano le mani e la paga faceva schifo, ma ne aveva bisogno – accidenti se ne aveva bisogno. E invece il capo arriva e gli dice: «Senti, Lorenzo, il commercialista ha bisogno di equilibrare i conti… Dichiaro troppo e ho poche spese documentate da detrarre… Non posso più tenerti al nero...»
«Se vuoi assicurarmi per me va bene, però lo sai che non posso lavorare otto ore – ho bisogno del part-time…»
«A me servono persone da spostare sui turni come mi pare – il part-time non mi conviene… Se pago una persona voglio che lavori, quindi il tuo turno adesso lo copre Mohammed…»
«Cosa vuoi dire?»
«Che se gli pago otto ore di contributi non lo faccio stare a casa quattro per farti lavorare te, né posso pagare tutti e due quando uno deve bastare… Te l’avevo detto…»
«Ed io ti avevo dato la mia disponibilità ma, o guadagnavo bene e allora potevo permettermi qualcuno che si occupasse di mia madre, oppure dovevo fare il part-time!»
«Ognuno ha i suoi problemi, Lorenzo… Puoi venire sino alla fine della settimana, se vuoi – altrimenti sei libero già da stasera…».

Lorenzo era un operaio accorto e affidabile - un ottimo meccanico, per giunta. Era gentile e disponibile con i clienti, s’interessava a loro come nemmeno il titolare faceva. Non aveva la mentalità del sottoposto, dell’operaio succube del padrone, non condivideva il comportamento dei suoi colleghi che si sentivano soddisfatti solo quando potevano fregarlo (segnando più ore di lavoro, rubando pezzi di ricambio e utensili, trascurando le riparazioni o facendosi pagare sottobanco dai clienti lavoretti che poi non dichiarava). Se fotti chi ti da il lavoro, fotti te stesso – pensava. Certo, non erano molti quelli che meritavano d’essere trattati con riguardo… Oreste, ad esempio: sin tanto che aveva bisogno di lui nessun problema, poi aveva preso a lavorare altri ragazzi che accettavano di fare qualsiasi cosa senza nemmeno lamentarsi e Lorenzo era caduto in disgrazia. Intendiamoci, non che fosse un piantagrane fissato con chissà quali rivendicazioni, ma davvero non poteva accontentarlo: dava molto in termini di capacità, affidabilità, e perciò voleva essere trattato con equamente, con rispetto – ma l’ultima cosa che si chiede a due braccia che lavorano è di pensare.

Arrivò a casa e, come d’abitudine, la prima cosa che fece fu accendere il computer – il suo unico contatto con il mondo.

«Lorenzo?»
«Sì, mamma – arrivo…» - digitò la password, gettò la giacca sul letto e andò in salotto. La TV era accesa ma lei non c’era. La raggiunse in camera: «Non puoi stare a letto tutto il giorno, mamma, te l’ho detto un miliardo di volte…»
«Lo so, ma mi sentivo stanca e poi cosa ci sto a fare in giro per casa, da sola…»
«Non sei sola – lo sai che sto via poche ore… Hai preso le medicine?»
«Sì.»
«Ti sei lavata stamani?»
«Sì.»
«Anche la dentiera?»
«…»
«Mamma…»

Lucia non era vecchia, tutt’altro. Sessant’anni non erano molti, ma già da dieci doveva assumere ossigeno a causa di un’insufficienza respiratoria grave ed era entrata in depressione - questo, più di tutto il resto, faceva di lei una malata cronica, bisognosa di cure e attenzioni costanti. Non aveva fatto una bella vita. Da ragazza aveva lavorato in un colorificio tra solventi ed altri prodotti chimici che certamente bene non le avevano fatto. Quando cominciarono i primi disturbi, i medici le diagnosticarono una forma d’asma e le consigliarono di cambiare lavoro. Entrò a servizio presso i Palombo, una nota famiglia di avvocati, e lì rimase finché il respiro glielo permise. Il matrimonio con Beppe fu un disastro, sin da subito. Lui era un beone violento, sempre a caccia di donne e guai. Entrava e usciva di prigione con la stessa frequenza con la quale entrava e usciva dai bar. Lo aveva sposato perché se n’era innamorata e, sciocca com’era, pensò davvero che l’amore lo avrebbe cambiato, invece… Per quindici anni subì ogni sorta di sopruso, di riflesso il figlio che non poté affrancarsi. Quando Beppe morì di cirrosi epatica, ormai era tardi, le vite di entrambi erano irrimediabilmente segnate.

«Hai fatto colazione?»
«Non avevo fame, Lorenzo, ho preso un caffè.»
«Non puoi prendere le medicine a stomaco vuoto, mamma, almeno una fetta biscottata bisogna che la mangi… Faccio un po’ di pasta?»
«Se vuoi…»

Lorenzo si mise hai fornelli. Non era un gran cuoco, si arrangiava – d’altronde, sua madre raramente provvedeva alle faccende domestiche, più per pigrizia, rassegnazione, che per incapacità. Era abbastanza autosufficiente, o meglio, lo sarebbe stata se solo avesse voluto. “Non riesco” e “Non ce la faccio” erano le frasi che diceva più spesso – contro la volontà di non averne non c’era nulla da fare. Lucia mangiò tutto e si offrì spontaneamente di lavare i piatti. «Brava, mamma. Devi fare così, tenerti occupata, devi prenderti cura di te, della casa, delle tue cose – se stai tutto il giorno sul divano o a letto alla fine ti rammollisci… Il corpo ha bisogno di muoversi e anche il cervello, altrimenti muoiono… Ti ho preso la Settimana Enigmistica…» - piccole strategie per invogliarla a spengere quel dannato televisore, a sedersi in terrazzo qualche ora per prendere una boccata d’aria e un po’ di sole, far girare le rotelle - «Dopo ce ne andiamo a fare una passeggiata, va bene?»
«Non mi sento, Lorenzo, le gambe fanno fatica…»
«Non importa, ti attacchi a me e facciamo quattro passi, piano-piano…»

Lucia percepiva la pensione minima e un piccolo accompagnamento. Non poteva permettersi l’assistenza domiciliare, alcuni farmaci costavano moltissimo e poi c’era l’affitto, le spese per la luce, l’acqua, il gas, il condominio, le tasse sulla spazzatura… Alla fine del mese le rimaneva ben poco, anche per fare la spesa. Gli spiccioli di Lorenzo servivano per arrotondare e lo aiutavano a provvedere alle proprie, modeste necessità.

Prima di trasferirsi da lei, viveva da solo. Aveva una casa, un lavoro decente, qualche interesse che coltivava con passione e alcuni amici che poteva frequentare adeguandosi alle loro esigenze - aveva una vita normale, insomma, fatta di piccole abitudini e tante fragili sicurezze. Andava a trovare sua madre lo stretto necessario, d’altronde non era mai stato un piacere avere a che fare con lei: era una persona intrattabile, pretenziosa, prepotente e gratuitamente aggressiva, specie con il figlio. Lui sapeva che assecondarne i capricci equivaleva ad essere fagocitati e rigettati, perciò le stava alla larga - era una questione di sopravvivenza. Fu un progressivo precipitare degli eventi: prima la terapia respiratoria domiciliare e il lungo, umiliante iter per ottenere la pensione d’invalidità, quindi un ictus che le compromise la memoria ma ebbe almeno l’effetto positivo di spaventarla a morte per cui si addolcì e soprattutto smise di fumare, infine i primi attacchi di panico e la depressione, sempre più evidente, incontrollabile, devastante. Smise di mangiare, lavarsi, rispondere al telefono, aprire la porta… Lorenzo capì che non poteva lasciarla sola, fu costretto a trasferirsi da lei. A causa delle frequenti assenze perse il lavoro e a poco a poco anche i rapporti amicali ne risentirono: non poteva più condurre il tipo di vita dei suoi amici e loro smisero di cercarlo, di interessarsi a lui, né gli furono d’aiuto. Lorenzo imparò che per la maggior parte delle persone l’amicizia è un affare – se non sei utile, adeguato, non servi, e ti cancellano.

Lorenzo decise di non dire che era rimasto senza lavoro – Lucia si sarebbe preoccupata per sé inutilmente, procurando a lui altro stress. Lavò con cura la sua dentiera, le diede una mano a vestirsi, pettinarsi, quindi le offrì il braccio: «Forza, mamma, andiamo…».

 

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