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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

Elisabetta finì di vestirsi, poi corse in bagno per truccarsi.
«Ma stamani non avevi lezione?» - le chiese sua madre che, come lei, si stava preparando per uscire.
«No, mamma…»
«Dove vai così di fretta?»
«Ho appuntamento con Letizia, andiamo a Firenze…»
«Come mai?»
«Shopping!»
«Tuo padre ti ha lasciato la carta di credito?»
«No, faccio con la mia. Passiamo da Prada, voglio vedere se trovo un paio di scarpe…»
«Non ci dispiacerebbe se ogni tanto ti levassi di dosso quei cenci terribili… Ti ci vorrebbe qualcosa di un po’ più… elegante, ecco, magari colorato… Da quando esci con quei perdigiorno sei diventata sciatta, anche nei modi di fare.»
«Lo sai benissimo che non sono “cenci”, semplicemente sono capi di abbigliamento che tu non indosseresti. Ci vestiamo e comportiamo tutti così, mamma – non ho voglia di fare quella strana, che ostenta…»
«Che discorsi, Elisa – non si tratta di ostentare, distinguersi, ma di decenza, buon gusto. Il fatto che Marco e i suoi amici siano dei trogloditi non implica necessariamente che lo diventi anche tu…»
«Non dire cattiverie! Non sono quello che sembrano.»
«Ah, no?»
«No, mamma.»
«A me non piace che li frequenti, e non piace nemmeno a papà. Con tutti i bravi ragazzi che ci sono in sezione o al corso universitario…»
«E allora, se sono così pessimi, perché papà gli fa tutte quelle smancerie?»
«Perché non è uno sprovveduto… Non combineranno mai nulla di buono - Marco, soprattutto, è una croce per suo padre…»
Elisabetta la guardò attraverso lo specchio: «Mamma, siamo solo amici…»
«Meglio così.» - tagliò corto, seccata. Poi le si avvicinò e la baciò su una guancia: «State attente e non fate tardi…»
«Tu dove vai?»
«Al circolo.» - e se ne andò lasciando dietro di sé un’intensa, persistente scia di profumo.

Non tutti nel suo gruppo erano facoltosi come lei o Marco. C’erano anche figli di operai, commercianti, impiegati. La maggior parte di loro si era diplomata o stava per farlo, qualcuno già lavorava, qualcun altro si era iscritto all’università per accontentare le famiglie ed evitarsi fastidi in attesa di decidere che strada prendere. Lei era l’unica che forse avrebbe assecondato mamma e papà, laureandosi e sposandosi convenientemente.

Con Marco non era una cosa seria, anche se lui pensava il contrario e perciò si dava arie da padrone imponendole una condotta che le stava stretta. Quasi tutti i ragazzi del gruppo avevano una concezione dei ruoli molto rigida e conservatrice che condivideva, certo, ma a volte faceva a cazzotti con il buon senso e alcune modeste esigenze: decidere liberamente se e quando uscire con le amiche, come vestirsi, quando parlare e cosa dire, ad esempio. Fatti salvi i principi essenziali, pensava che occorresse un po’ di elasticità – il medioevo era finito da un pezzo e per quanto molti si dessero un gran daffare per restaurare la dittatura del patriarcato più maschilista e il primato dell’istituzione familiare tradizionale, eterosessuale e cattolica, quale valore unico fondante, qualche concessione alla modernità bisognava pur farla. Come quella storia che il compito naturale delle donne consistesse unicamente nel fare figli sani, allevarli, occuparsi della casa ed accudire il marito per consentirgli di assolvere ai suoi doveri senza avere altri grattacapi…
«Va bene, Marco, sono d’accordo: una donna si realizza attraverso la maternità e la costituzione di una famiglia alla quale deve dedicarsi totalmente, ma mica tutte possono permetterselo! La maggior parte sono costrette a lavorare, altrimenti come farebbero a mandare a scuola i figli, a tirarli su con un solo stipendio?»
«Lo vedi che è tutto sbagliato, tutto da rifare? Occorrono politiche che rimettano ogni cosa al posto giusto… Bisogna fare pulizia, senza sconti…» - e giù a inveire contro la lobbie giudaica e quella omosessuale che hanno in mano l’economia e la cultura planetaria; contro la magistratura golpista e i sindacati; contro l’informazione che è tutta al servizio dei comunisti; contro gli americani e gli inglesi che è l’ora che la smettano di fare i padroni in casa d’altri; contro il libero mercato che permette ai musi gialli d’invaderci con i prodotti che ci copiano e noi scemi che li compriamo; contro l’Europa dell’est che ci ha riempito le strade di puttane, che si è alleata con la mafia e gli amministratori locali per il controllo del territorio, della droga, degli affari pubblici e privati; contro i politici corrotti olio di ricino e tutti al muro; contro il meridione che campa sulle spalle di chi lavora; contro il potere dei burocrati; contro l’assistenzialismo dissennato che ha prosciugato le casse dello Stato; contro le privatizzazioni e la svendita delle ricchezze del paese; contro il governo che fa finta di contrastare l’immigrazione ma ci mangia sopra grazie alla comunità europea che gli dà i soldi perché ne faccia quel che vuole ma non gli permetta di varcare il confine; contro gl’immigrati che portano nel paese la criminalità, sottraggono il lavoro e la casa, stuprano le donne, disprezzano le nostre leggi, la nostra cultura e la nostra religione, che vorrebbero fossimo noi ad adeguarci a loro!; contro i neri che non c’è niente da fare: sono una razza inferiore ed è bene che stiano alla larga; contro l’aborto e chi non fa figli che poi dobbiamo prenderci gli extracomunitari perché gl’italiani non li vogliono più fare certi lavori e le tasse chi le paga; contro il divorzio e le femministe che hanno rovinato la famiglia con tutte quelle stronzate sull’emancipazione, la parità: è l’uomo che decide perché è lui che ha il compito di portare a casa il pane e sa cosa è giusto, le donne non hanno testa; contro i finocchi che tanto sono tutti pedofili e allora crepa; contro le lesbiche che lo sappiamo noi cosa gli manca, con una bella curetta di cazzi vedi te poi come gli piace… Un effluvio di veleno da scurire l’aria. Elisabetta stessa, che pure nella sostanza la pensava come lui, ne rimaneva turbata – per il linguaggio, i toni. Ma lui era un duro, uno che diceva le cose come stavano senza girarci intorno, senza fronzoli – anche per questo gli davano ascolto: perché era schietto e non si tirava indietro di fronte a nulla, un vero leader. Lei lo temeva, ne aveva soggezione - in effetti non lo amava e non lo trovava nemmeno attraente, tuttavia l’aveva scelta e a lei la cosa non era dispiaciuta, trovava gratificante il rispetto che si era guadagnata divenendo la sua ragazza.

Letizia citofonò ed Elisabetta la raggiunse.

«Wow, che look!»
«Se mi vede Marco mi ammazza.»
«Lo sa che andiamo a Firenze?»
«Ma sei matta? E cerchiamo anche di non farci scoprire, l’ultima volta mi ha fatto un livido sul collo che ho dovuto portare la sciarpa tre settimane!»
«Non dovresti permetterglielo.»
«Guarda che non mi diverto per niente, ma a certe cose non ci arriva proprio, non ce la fa a sopportarle – è più forte di lui. È geloso marcio ma non è cattivo, si spazientisce. E poi è colpa mia che non sto abbastanza attenta, l’importante è accontentarlo, non contraddirlo. Dai, spicciati, prima c’infiliamo in autostrada e meglio è.»

Elisabetta minimizzava ma in realtà era preoccupata. Se Marco perdeva il controllo lo faceva sino in fondo. Le sue aggressioni non erano simboliche, tutt’altro – e accadevano molto più spesso di quanto lei stessa si rendesse conto. Quando si innervosiva aveva il vizio di pizzicarla sulle braccia o sulle cosce facendole un male tremendo e procurandole lividi che poi era costretta a nascondere. Talvolta la spintonava violentemente, anche in pubblico, arrivando a farla cadere. Altre le prendeva con una mano il viso e glielo stringeva con forza gridando ogni tipo d’insulto e minaccia, la smetteva solo quando si era completamente sfogato, mai se lei non gli chiedeva scusa promettendogli di non farlo più o dandogli ragione – e doveva essere convincente altrimenti non la piantava. Nella sua testa quella non era vera e propria violenza, si trattava di scatti d’ira, dimostrazioni di forza e autorità, al massimo piccole molestie – non erano cazzotti e calci. D’altronde, anche suo padre talvolta aveva usato le maniere forti con lei e non si poteva certo dire che fosse una persona violenta, incontrollata o irragionevole.

«Perché non esci con noi una di queste sere?»
«Eli, non sono mica scema! Quella è gente matta, malata, non so come fai a non accorgertene o a sopportarla… E poi lo sai che la penso diversamente da voi… Siete pericolosi…»
«Non mi mettere in mezzo, io non conto nulla.»
«Tu la condividi quella merda, ci sguazzi, ed è meglio che sia così – diversamente passeresti un sacco di guai o ci staresti talmente male che alla fine sarebbe un casino.»
«Se hai questa opinione di me, non capisco perché continui a frequentarmi…»
«Perché siamo cresciute insieme, perché ti voglio bene – che razza di amica sarei se ti abbandonassi, ti dessi sempre ragione anche quando non ce l’hai?»
«A me capita di farlo…»
«Perché sei pigra e perché lo sai che ti conosco.» - poi, guardandola dritta negli occhi - «Ti conosco?»

E scoppiarono a ridere.

 

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