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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

Luisa naturalmente fece tardi. Entrò in casa ed ebbe la sensazione che l’avesse attraversata una tromba d’aria. Mobilio accatastato nel corridoio, i volumi dell’enciclopedia messi alla meglio dentro alcuni scatoloni, pagine di giornale sparpagliate in terra che non si capiva cosa ci stavano a fare visto che il pavimento era pieno di goccioloni di tempera che le zampate del marito avevano sparpagliato ovunque. Il sangue le andò al cervello e raggiunse la cucina come una furia. Salvatore era ai fornelli, tranquillo e soddisfatto. Quella stanza, almeno, l’aveva finita.
«Ma ti sei ammattito?» - gridò Luisa sbattendo i sacchetti della spesa sulla tavola. Salvatore la guardò costernato. Cosa aveva da lamentarsi? - «Potevi almeno aspettarmi prima di combinare questo disastro!» - se l’avesse fatto alla fine le avrebbe impedito di lavorare - «Ed ora, secondo te, chi pulisce? Chi rimette a posto?» - Lei? Lui? Insieme? Via, quante storie per un po’ di tempera! - «Ah, scordati pure che me ne freghi qualcosa - se vuoi mangiare, dormire, abitare in questa casa, da ora in poi ti arrangi!»
«Ma Luisa, dov’è il problema? Oggi è una bella giornata, mangiamo in terrazzo. Entro stasera sgombro la cucina e se vuoi chiamo la mamma che venga a darti una mano per pulire…»
«Tua madre sa solo farmi perdere del tempo! Lo sai che non la voglio fra i piedi!»
«Va bene, ti aiuto io… sospendo l’imbiancatura del salotto e dopo pranzo ci mettiamo di buona lena a fare le faccende…»
«Non essere ridicolo, Salvatore – tu?! Ma se non sai nemmeno dare lo straccio senza combinare qualche pasticcio! Ti ci vuole un’ora per lavare due piatti e poi li fai talmente male che li devo rilavare io, figuriamoci se puoi renderti utile! Dio, che nervi…»
«Te lo giuro, sarò veloce ed efficiente – basta che ti calmi…»
«Come faccio a calmarmi, come faccio?! Che disastro, che disastro…»
Ecco, quando cominciava a ripetere le stesse cose due o tre volte, significava che aveva perso il controllo e normalmente la cosa più sensata da fare era andarsene il più lontano possibile. Ma Salvatore questa volta non poteva farlo – avrebbe firmato la sua condanna a morte. Luisa uscì dalla cucina continuando a replicare le medesime imprecazioni – come un disco rotto. Salvatore ne approfittò per dimostrarle la sua rapidità e in un battibaleno mise a posto la spesa, pulì la tavola e apparecchiò riuscendo persino a non far bruciare la frittata che stava cocendo in padella. Quando Luisa tornò, pensò ad un miracolo. Santa Zita le aveva fatto la grazia, chissà che entro sera non le sistemasse anche il resto della casa e facesse sparire dalla faccia della terra suo marito.

«Siediti, tesoro. Guarda, ho fatto la frittata di cipolle e patate, come piace a te.» - lo odiava quando faceva così e lui diventava sempre insopportabilmente servile quando l’aveva fatta grossa. Luisa si sedette, borbottando. Mangiarono in silenzio – lui studiandone l’umore, lei maledicendo il giorno che l’aveva sposato. Salvatore si alzò da tavola senza nemmeno finire di deglutire l’ultimo boccone, preparò il caffè e fece per sparecchiare ma lei lo interruppe bruscamente: «Lascia stare, faccio io!»
«Vuoi che proseguo con l’imbiancatura del salotto? Vuoi che pulisca i pensili? Preferisci…» Ricominciava con le genuflessioni.
«Per amor di Dio, Salvatore, porta via dalla cucina la tua robaccia ed esci dalla mia vista!» - e gli indicò con disgusto i secchi, la pila di giornali e i pennelli nemmeno sciacquati che aveva appoggiato sulla credenza senza badare a proteggerla. Lì alzò sperando in un terremoto che sbriciolasse la casa in modo che non rimanesse traccia del disastro che aveva combinato, ma questi cominciarono a gocciolare smascherandolo. Luisa avvampò, prese un piatto e mirò alla testa. Lui se ne avvide e con un balzo fulmineo riuscì a schivarlo. Il piatto centrò il vetro della credenza che andò in frantumi. Luisa sbiancò e ad un tratto non capì più nulla.

Quando riaprì gli occhi era nel suo letto. La casa era insolitamente buia, silenziosa. Si alzò a fatica, uscì dalla camera e con stupore vide che il corridoio era pulito e ordinato, come la sala. Pensò di aver sognato. Raggiunse la cucina. Stessa cosa: ordine, pulizia e imbiancatura ultimata, anche il vetro era al suo posto. No, stava sognando. Guardò l’orologio: le otto. Nella sua testa c’era un buco di sei ore. Entrò in confusione ed ebbe un po’ di paura. «Salvatore… Salvatore?» - nulla. Forse era in bagno. Aprì la porta con prudenza: nessuno e… niente - niente spazzolino, niente rasoio, schiuma da barba. Si precipitò in camera ed aprì l’armadio – idem: niente di niente, vuoto! Non poteva credere ai suoi occhi… Crollò a sedere sul letto… Se n’era andato… Dove? Perché? In fondo la sopportava da una vita… Quante storie per un bisticcio nemmeno peggiore di altri… Una volta arrivò persino a colpirlo con una sedia procurandogli una lussazione alla spalla, eppure, anche in quel caso, tutto tornò alla normalità. «Ora esagera…» - pensò cominciando a spazientirsi. Alzò la cornetta e lo chiamò sul cellulare. Sentì un trillo, due, tre… provenire da un’altra stanza. «Vuoi vedere che quel deficiente ha dimenticato il telefono a casa!?» - disse senza riagganciare in modo da sapere dove andare a cercarlo. Giunta nell’ingresso lo vide sulla consolle, accanto le chiavi di casa, il libretto degli assegni del conto che avevano in comune e la fede nuziale.

Quanto pesavano vent’anni di matrimonio? Trecentocinquantasei grammi – e nessun rimpianto.

 

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