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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

La caposala ripose il camice nell’armadietto e finalmente finì il suo turno, ma non la sua giornata. Aveva una montagna di appuntamenti, cose da fare: spesa, lavanderia, parrucchiere, nipoti e figli, marito, casa – amante, se possibile, anche solo cinque minuti. Ne aveva bisogno. Grazie a lui riusciva a sentirsi ancora giovane, bella, viva – non che non lo fosse, ma se ne dimenticava. Presa dal trambusto o dalla routine quotidiana, tendeva a non rendersene conto, a sottovalutarsi o a ignorarsi completamente. D’altronde, il nostro tipo di società fagocita le individualità e le coscienze – alle donne, in particolare, impone di incarnare i ruoli loro assegnati, non di essere persone con proprie esigenze e aspirazioni, specie quando contrastanti o mal conciliabili con l’organizzazione, il sistema familiare. Nulla di strano che Nicoletta, come molte altre, con la maturità cominciasse a sentirsi un tantino a disagio, inappagata.

Si era sposata presto, divenendo madre per ben tre volte di seguito nel giro di appena sei anni, poi, quando pensava di potersi finalmente rilassare un po’, ecco che spunta il quarto e ricomincia la rumba: pannolini, pappine, vomitini, notti insonni, le corse dal pediatra, la scuola materna, l’asilo, i primi giorni di scuola… le solite cose, insomma – ma intanto il tempo passa, i capelli ingrigiscono, il corpo si appesantisce e arriva la noia, l’insofferenza, come una coltre insidiosa che s’infila dappertutto e tutto, alla fine, deteriora.

E pensare che Nicoletta aveva persino avuto fortunata: suo marito era un brav’uomo, premuroso e collaborativo ma, come si dice, “più si ha, più si vuole”.

Don Matteo aveva provato a farla ragionare, l’aveva addirittura minacciata: «Smettila, altrimenti non posso più assolverti!». Lei era una buona cattolica, praticante, ci teneva a queste cose – ma anche le premeva la sua salute mentale, il suo personale benessere. Risolse il problema omettendolo - e lui si accontentò.

Sbrigò in fretta le faccende più urgenti, quindi andò a fare benzina…

«Lascia stare, Mohammed, ci penso io…» - disse Oreste incamminandosi verso la pompa.
«Ciao, tesoro…»
«Ciao. Che bella sorpresa… Sei libera?» - le chiese cominciando a rifornirla.
«Pochi minuti, purtroppo. Ci prendiamo un caffè?»
«Va bene. Sistemo un paio di cose e ti raggiungo al solito posto…».

Nicoletta si sedette al solito tavolo. Silvia, una barista che non aveva visto spesso, si avvicinò per chiederle cosa volesse ordinare.
«Aspetto un amico…» - poi, non vedendo le proprietarie dietro il banco - «Le ragazze arrivano più tardi?»
«No, hanno da fare. Torno dopo, allora…» - tagliò corto la ragazza.

Oreste arrivò, raggiante. «Due caffè!» - ordinò da lontano, prima ancora di sedersi - «Le bimbe?»
«Non ci sono. Strano, vero?…»
«Già… Peccato, è sempre un piacere guardarle, sono così carine… Allora, raccontami la tua giornata…»

Nicoletta era piena di entusiasmo, lui l’ascoltava, rapito. Ridevano, si sfioravano la mano, sembravano proprio due ragazzini innamorati.

«Ce la fai a liberarti un paio d’ore, domattina?»
«Non penso, Oreste. In reparto si respira un’aria strana. Il primario è particolarmente nervoso…» - s’interruppe distratta dalla barista che stava discutendo animatamente con una signora.
«Le ripeto che non ne so nulla! E spenga immediatamente quel coso altrimenti glielo faccio ingoiare!» - la donna abbassò il microfono.
Nicoletta si preoccupò: «Forse è meglio che vada…»
«Sì… Penso io ai caffè…» - Nicoletta sgattaiolò via in fretta e Oreste si avvicinò al bancone - «Serve aiuto?» - chiese alla ragazza, pronto a darle una mano.
«No, grazie. La signora se ne sta andando…»
E invece questa gli porse il microfono: «Buonasera, sono Leonella Del Fava, giornalista de “La Cittadella” – posso farle alcune domande?» - Oreste era confuso, la barista rassegnata a dover chiamare il 113, cosa che fece immediatamente - «Ha saputo dell’aggressione occorsa ad una delle proprietarie di questo bar? Ritiene verosimile che in una città pacifica, civile e tollerante come la nostra, possano accadere fatti così gravi? Non crede che la vittima potrebbe avere, in qualche modo provocato gli aggressori? Non ritiene che le ragazze abbiano esagerato un po’ magari per fare pubblicità al locale?»
Oreste non capiva un accidente di quello che stava blaterando, sapeva solo che aveva una gran voglia di spaccarle le faccia.
«Senta, questa sedicente giornalista importuna i clienti e fa insinuazioni pesanti, insopportabili – volete mandare qualcuno o devo sbatterla fuori io a calci?» - solo dopo molte insistenze l’operatore telefonico garantì alla ragazza l’intervento di una pattuglia.
«Bene, cara signora, fra poco potrò finalmente denunciarla – questa è violazione della privacy, diffamazione!»
«Sto facendo solo il mio lavoro, si chiama “diritto di cronaca” – mai sentito nominare?»
«E lei si chiama stronza! fuori dalle palle...» - Oreste aveva davvero perso la pazienza, fortuna che Silvia ebbe la prontezza di allungare un braccio impedendogli di avvicinarsi alla donna che altrettanto prontamente fece un balzo indietro guadagnando all’istante l’uscita. Un fulmine.
«Grazie.» - disse la ragazza, piuttosto turbata.
«Figuriamoci… Conosco Teresa e Sabrina, sono due brave persone. Vengo a prendere il caffè qui da quando ha aperto… Vuol dirmi, per cortesia, cosa è successo?»
«Una cosa terribile…».

 

Le immagini, se non diversamente segnalato, sono prevalentemente tratte da materiali fotografici e grafici preesistenti modificati e riadattati dall'autrice. La riproduzione parziale e non a scopo commerciale del materiale pubblicato (immagini e testi) è consentita citando la fonte (indirizzo web) e l’autore (Cinzia Ricci o altri), diversamente tutti i diritti sono riservati.

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