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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

Lamberto fece cenno a Leonella di fermarsi: «Ma ti sei bevuta il cervello?»
«Perché?»
«Meno si parla di questa storia e meglio è – il Direttore non ti ha detto nulla?»
«Certo, altrimenti perché sarei qua?» - Lamberto non capiva. Quando c’era da manipolare qualche informazione, filtrarla o impedirla, il giornale di riferimento era soprattutto “La Cittadella”. Potevano contare su un direttore compiacente ed una redazione perfettamente in linea con gli interessi politici ed economici dell’amministrazione locale che, a prescindere dal colore di facciata che assumeva, rimaneva saldamente in mano alle medesime persone - «Almeno due righe dobbiamo scriverle. Lascia fare a noi, Lamberto – non diventeranno due martiri, puoi starne certo.»

Leonella non era affatto tenera con quelle ragazze, nutriva un risentimento irrazionale e personale verso di loro, verso chiunque non la pensasse come lei, la mettesse di fronte alla sua meschinità, alla sua abissale, irrimediabile mediocrità.

Per darsi un tono da persona sensibile e impegnata, frequentava una minuscola, inconsistente associazione no-profit, ne era addirittura la Presidente (cosa della quale si pregiava quasi fosse un’onorificenza prossima al cavalierato)! Lo era diventata certo non per merito ma perché, pur essendo una giornalista di bassissimo profilo, senza alcuna importanza, ai soci era parso conveniente affidargli quell’inutile carica in quell’inutile guazzabuglio di lassisti inconcludenti. Dopo le riunioni, per terminare la serata in allegria, era costretta a seguirli al “Raimbow”. Le aveva odiate da subito. Carine, realizzate, indipendenti, simpatiche, intelligenti, lesbiche visibili senza ostentazione, con naturalezza, sincerità, modestia e integrità, di sinistra – stimate malgrado tutto! Assolutamente insopportabile. Ed ora, per attirare l’attenzione su di sé, s’erano cacciate in quel pasticcio tremendo! Faticava a credere che fosse accaduta una cosa del genere ed anzi, nella sua testa bacata si era fatta l’idea che l’aggressione fosse una loro macchinazione. Di più, secondo il suo malato, insindacabile giudizio, i casi di stupro non esistevano o, se esistevano, erano rarissimi, commessi esclusivamente dagli extracomunitari, da gente senza cultura, appartenente ai ceti sociali più infimi. La matrice di destra, ad opera di ragazzi bene, le sembrava una strumentalizzazione bella e buona, mai sentito che le persone di alto rango, quello al quale pensava di appartenere, arrivassero a tanto.

«Comunque, diciamolo senza ipocrisia, queste due un po’ se la sono cercata… E gli è pure andata bene…» - disse al maître del circolo, dopo avergli dettagliatamente raccontato la sua versione dei fatti.

Agnese non aveva potuto fare a meno di ascoltarla tanto aveva alzato la voce per farsi sentire dalle astanti: «Signora Del Fava,» - sbottò - «la conosco per cose delle quali credo non abbia ragione di andare fiera. Lei supera in stupidità e perfidia la sua fama. Si vergogni e se ne vada immediatamente!» - poi, rivolgendosi al maître - «Questa donna non deve mai più rimettere piede qua dentro – in caso contrario la riterrò personalmente responsabile. Ed ora l’accompagni alla porta e si assicuri che uscendo non si appropri dell’argenteria!» - il maître ubbidì quasi trascinandola per un braccio.

Leonella era esterrefatta, non capiva la reazione della signora Palombo. Come poteva, una donna della sua intelligenza e levatura, non essere d’accordo con lei? - «Ah, però ce n’è di zoticone in giro!» - e senza minimamente interrogarsi sulle proprie responsabilità, rodendosi il fegato perché non avrebbe potuto vendicarsi attraverso il giornale, marciò spedita verso l’ufficio per andare a scrivere uno dei suoi squallidi, sgrammaticati, informi articoletti.

 

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