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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

Mohammed non riusciva a dormire, si girava e rigirava nel letto ormai da un paio d’ore. Decise di alzarsi, farsi un the, andare al lavoro con calma.

Aveva avuto fortuna ad arrivare in Italia parecchi anni fa. Con la nuova normativa difficilmente avrebbe potuto salvarsi. Forse lo avrebbero rispedito indietro fregandosene delle conseguenze. Sapeva di persone fuggite dal proprio paese perché in pericolo di morte a causa dei vari regimi, dell’oppressione degli oppositori politici, che lo fossero o meno non importava a chi li perseguitava. Spesso erano soltanto dei poveracci caduti vittime dei delatori, di burocrati o militari che per motivi diversi intendevano sbarazzarsene. Non sapevano niente del diritto internazionale, che avrebbero potuto chiedere asilo, e nei centri di accoglienza si guardavano bene dal dare informazioni di questo tipo – così, dopo aver tentato di identificarli, li ripulivano alla meglio, li ammanettavano e incatenavano fra loro come bestie e li caricavano sulle carrette dell’aria per spedirli in Libia, un paese che, ben ricompensato dal governo italiano, ne faceva quel che voleva.

Qui non rischiava che gli tagliassero gli arti a colpi di macete, di essere seppellito nella sabbia sino alla gola rimanendo a marcire sotto il sole o mangiato vivo dagli animali, non rischiava di essere torturato al punto da sperare di morire. Ma non era facile ugualmente. Gli italiani non si rendevano conto di quanto fossero razzisti, di quanto potessero esserlo. Non la vedevano la loro faccia quando si avvicinava per chiedere un’informazione, fare acquisti, due chiacchiere o qualsiasi altro motivo. Ai semafori, se doveva attraversare la strada, pensavano subito che fosse un lavavetri e facevano marcia indietro con la macchina, tiravano su i finestrini, sbuffavano o imprecavano. Quando si vestiva elegante lo guardavano male, come se avesse rubato gli abiti che indossava – oppure con benevolenza, quasi pensassero “Oh, quanto si è civilizzato quel muso nero”, o ridevano, come se un negro fosse buffo in giacca e cravatta, o con insistenza, curiosità morbosa, ammiccando, con l’aria di chi si sta chiedendo se fosse vera quella storia che i negri hanno un membro spropositato. Questo, però, non era niente se confrontato con la difficoltà di trovare un alloggio. Alcune agenzie immobiliari non prendevano più neanche il suo nome perché tanto i proprietari si rifiutavano di affittargli la casa se sapevano che era un extracomunitario - altri invece cercavano proprio quelli come lui, possibilmente clandestini, perché potevano chiedergli qualsiasi cifra senza stipulare alcun contratto, potevano metterli su una strada quando volevano. In tanto tempo, nell’uno e nell’altro caso, nessuno gli aveva mai chiesto che titolo di studio avesse, che tipo di lavoro svolgesse. Fuori dalle balle o fuori i soldi – solo questo contava. Sotto la minaccia d’essere denunciati all’ufficio immigrazione, licenziati in tronco, lui e quelli come lui erano bestie da soma, braccia da lavoro nel terziario, nell’agricoltura, nell’edilizia, nei servizi – sottopagati, maltrattati, con orari impossibili, l’obbligo di dire sempre sì perché “sai quanti ce n’è come te?”. Lavapiatti, sguattere, manovali, badanti, raccoglitori – e più era scuro il colore della pelle e peggio era. I negri, contrariamente agli immigrati provenienti dall’est europeo, o dall’Albania, dal nord d’Africa, non facevano nemmeno paura – solo pena, o schifo.

Mohammed era laureato. Oltre alla propria, parlava e scriveva correntemente tre lingue, era anche programmatore informatico – eppure una scimmia avrebbe goduto di maggiore attenzione e rispetto. In questo paese aveva visto cani trattati meglio dei bambini. Non capiva.

Ora che si era sistemato poteva avviare le pratiche per il ricongiungimento familiare. A casa lo aspettavano due mogli, sei figli e un numero incredibile di altri parenti stretti, alcuni vivi, la maggior parte morti. La guerra civile non aveva risparmiato nessuno. Vivevano meglio da quando mandava loro i soldi: riuscivano a procurarsi da mangiare e i figli più piccoli ricevevano un minimo di educazione scolastica. La cosa migliore sarebbe stata non sradicarli, ma la solitudine era una condizione alla quale non sapeva abituarsi. Non poteva portarli tutti qui. Già arrivava male a fine mese, da solo, figuriamoci se avesse dovuto provvedere a otto persone. Doveva fare una scelta e questo lo faceva star male, gli levava il sonno.

Mohammed si alzò, pregò, bevve il suo the, si lavò e vestì. Era ora di andare…

 

Le immagini, se non diversamente segnalato, sono prevalentemente tratte da materiali fotografici e grafici preesistenti modificati e riadattati dall'autrice. La riproduzione parziale e non a scopo commerciale del materiale pubblicato (immagini e testi) è consentita citando la fonte (indirizzo web) e l’autore (Cinzia Ricci o altri), diversamente tutti i diritti sono riservati.

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