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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

Giulio era stanco, ma l’idea che il giorno dopo non avrebbe lavorato lo rendeva euforico: poteva farsi una bella doccia e uscire senza timore di far tardi.

Verso le undici era pronto – profumato e ben vestito. Montò in macchina, mise l’ultimo CD di Mina nello stereo e decise di andarsi a bere qualcosa all’Eldorado, una discoteca mista molto trendy che aveva aperto da poco. L’Eldorado aveva immediatamente fatto scandalo suscitando le vivaci proteste della cittadinanza che proprio non voleva saperne di avere sul proprio territorio quel covo di finocchi – si sa, l’omosessualità è contagiosa, prima o poi si sarebbero infettati tutti. Ma a loro, i gay, cosa gli importava di quello che pensava la gente? Non erano più gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta… Il mondo era cambiato e, piacesse o meno a qualcuno, adesso c’era posto per tutti.

Cantando a squarciagola raggiunse l’ampio parcheggio, scese e subito incontrò alcuni amici con i quali si mise a far salotto. C’era una grande eccitazione, correva voce che un noto attore era in città per girare una fiction e, invitato dai proprietari, quella sera avrebbe fatto una capatina. «Ma quale friendly e friendly, quello è più donna di me!» - esclamò Gianni accentuando ancora di più le sue movenze femminili. Era un omone di centoventi chili, alto un metro e novanta, barbuto, con un bel vocione baritonale – il contrasto scatenò un’incontenibile, fragorosa risata.

Dopo una ventina di minuti trascorsi pazientemente in fila, entrarono. Chi andò al guardaroba, chi si mise a ciaccolare, chi andò in bagno “a rifarsi il trucco”, chi andò in avanscoperta per dare un’occhiata. Appena furono tutti pronti raggiunsero la sala e fu il rompete le righe. La caccia era aperta.

La musica era martellante, le luci basse – come sempre, come ovunque. Giulio ci mise un po’ per abituarsi. Non andava a ballare già da qualche mese, da prima che entrasse in vigore il divieto di fumo nei locali pubblici. Erano almeno vent’anni che frequentava le discoteche e la cosa che più gliele rendeva ostiche, era l’aria irrespirabile – dopo un po’, tra il puzzo di sudore, quello di sigarette e i profumi nei quali i gay pareva facessero il bagno, gli prendeva un senso di soffocamento tale che doveva andarsene. Era curioso di provare l’ebbrezza di poter finalmente respirare senza che gli venisse il mal di testa o gli bruciasse la gola. La pista era ancora semideserta. Si guardò in giro alla ricerca di qualche bel soggetto su cui concentrare l’attenzione, ma un amico lo travolse con alcune considerazioni sulla differenza di stile e look fra i gay e gli etero: «Le disco etero sono così squallide, la gente lo è, è grigia, triste, scontata, senza gusto, eleganza – non tutti i gay sono belli, ma almeno hanno ironia, sanno fare a vestirsi, divertirsi… Quelli quando vengono qui scoprono l’America!» - in effetti. Tuttavia, Giulio, aveva un po’ di difficoltà a credere in questo clima fraterno, d’incuriosita apertura, reciproca tolleranza. Gli etero arrivavano a frotte, tipo gita turistica allo zoo, oppure in piccoli gruppi, per provocare, dar fastidio soprattutto alle ragazze. Ai titolari faceva senz’altro comodo circondarsi di clienti disposti a spendere molto in alcolici per caricarsi, ad alcuni gay piaceva l’idea di poter affascinare un etero, magari riuscire a portarselo a letto, giocare alla preda o al predatore con lui, ma nessuno poteva levargli di dosso la sensazione di ballare su una polveriera. E poi era critico verso certe scelte: utilizzare il bagno maschile come dark room, ad esempio, era una limitazione alla libertà individuale ed una forma di esibizionismo, menefreghismo, se non proprio manifesto disprezzo degli altri, che mal sopportava. Dopo una cert’ora, infatti, chiunque non volesse partecipare o assistere a spettacoli indecenti, doveva andarsene in quello delle donne, il che poteva mettere in imbarazzo chi ne era costretto e scatenava, giustamente, le rimostranze delle ragazze visto che si vedevano di fatto privare di uno spazio proprio che avevano tutto il diritto di difendere e rivendicare. Neppure al cesso potevano stare tranquille, non gli spettava nemmeno quello! Non era un puritano, sia chiaro – faceva sesso quanto e più di altri, ma i gay era meglio che si facessero un po’ di autocritica prima di rimproverare tanto gli etero, di chiedere loro di cambiare! Che si guardassero in casa propria: facevano un gran parlare di fobie, quasi non ne fossero affetti – possibile che non si rendessero conto di essere loro stessi portatori di forme di disconoscimento e discriminazione ancora più dannose perché negate, vissute e inflitte senza consapevolezza? Su questi ed altri temi aveva provato a sensibilizzare gli amici: «Che palle, Giulio! Sempre con ‘sti discorsi… Sarai mica un tantino paranoico, esagerato? Goditi la vita, fregatene… Non si può fare la guerra contro tutto il mondo!» - già, “Ognun per sé e Dio per tutti”. Bel ragionamento. E intanto là fuori c’era chi veniva bastonato, stuprato, ammazzato.

La serata ebbe inizio. Il volume si alzò, partirono le luci stroboscopiche, i ballerini montarono sui cubi, apparvero le Drag Queen con i loro sfolgoranti, immensi costumi. Improvvisamente si sentì fuori posto, sentì di non poter prendere parte a quell’inutile sfoggio di cose che non esistevano se non nella fantasia di chi pensava di averle, rappresentarle.

«Te ne vai già?» - gli chiese Gianni facendosi largo a fatica nella ressa.
«Sì, vado a fare un giro.»
«Ma chi vuoi che ci sia stasera?»
«Se trovo qualcuno, bene – altrimenti torno a casa. Non sono dell’umore giusto…»
«Sai che novità…»

* * *

Lamberto buttò giù l’ultimo sorso di birra, pagò e uscì. Aveva bisogno di scaricare la tensione. Se non lo avesse fatto sarebbe esploso.

«Vado a fare una passeggiata…», aveva detto alla moglie dopo aver messo a letto i bambini.

Ed eccolo lì che rimugina, rimugina, fuma una sigaretta dopo l’altra, passeggia nervosamente intorno alla macchina. Guarda il cielo stellato senza vederlo.

Aveva giurato che non l’avrebbe più fatto. Giurò ancora: quella sarebbe stata l’ultima volta.

Venerdì sera. I giardinetti erano deserti. Lamberto si avvicinò ad uno degli ultimi vespasiani rimasti in circolazione, vide un’ombra acquattarsi. Il cuore cominciò a battergli così forte che quasi poteva sentirne il suono. Entrò, cominciò a sbottonarsi. Una mano fermò la sua, portò a termine il lavoro. Da dietro, prendendolo sui fianchi, qualcuno lo premeva a sé strofinandogli il membro contro i pantaloni che presto scivolarono giù. Cominciò a morderlo sul collo, succhiargli le orecchie. Lamberto lo cinse con un braccio, lo strinse con forza, veemenza: un chiaro invito. Gli prese una mano e gliela lasciò solo quando cominciò a masturbarlo come voleva. Si chinò in avanti appoggiando la testa contro il muro, allargò le gambe – era pronto. Sentì l’uomo armeggiare, sputare – era pronto anche lui. Lo prese con brutalità, facendogli male – esattamente come gli piaceva. Era un buon amante, sapeva alternare impeto a calma inattesa – e non aveva fretta. Si fermò, rimanendogli dentro. «Prendimi tu, adesso.» - sussurrò. Lamberto si girò, lo baciò voracemente e quando gli fu dietro lo prese senza alcuna precauzione. L’orgasmo giunse improvviso, violento e simultaneo. Rimasero immobili qualche minuto, silenziosi, poi Lamberto si staccò. Giulio si volse cercando il suo abbraccio, i suoi baci, ma Lamberto lo allontanò da sé cominciando a rivestirsi.

«Come ti chiami?» - gli chiese senza guardarlo.
«Giulio, e tu?»
«Piero.»
«Possiamo rivederci?» - chiese timidamente.
«No. Finisci di sistemarti e vattene, devo pisciare.»

Giulio ubbidì.

 

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