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Aggiornato Domenica 23-Apr-2006


LINDSAY KEMP

Coreografo, mimo, attore, ballerino e regista

 

Nato sull'Isola di Lewis nel 1938 e cresciuto nel nord dell’Inghilterra, sin dall’infanzia s’innamora della danza, del teatro, del cinema.

Terminati gli studi al Bradford College of Arts, si trasferisce a Londra dove frequenta la scuola del Ballet Rambert, quindi si perfeziona con Sigurd Leeder, Charles Wiedman, Marcel Marceau e tanti altri. Lavora in varie compagnie di danza, teatro, teatro-danza, cabaret, musicals, mimo, ecc., infine, nel 1962, forma la sua prima compagnia, la The Lindsay Kemp Dance Mime Company.

Verso la fine degli anni Sessanta, continua a sviluppare la propria sintesi fra diversi linguaggi teatrali privilegiando un approccio personale ed innovativo alla danza e al teatro, così nel 1968-1969 nasce la prima produzione di “Flowers... una pantomima per Jean Jenet”. Durante gli anni vissuti ad Edimburgo (1966-1970) crea per una nuova compagnia le opere “Turquiose Pantomime”, “Crimson Pantomime” e “Legend”.

Nel 1974 debutta con una nuova versione di “Flowers” in un piccolo teatro londinese ottenendo un tale successo che quasi subito dove trasferirsi in un teatro più grande, poi al West End, infine, dopo mesi di trionfo assoluto, a New York On Broadway. Ha così inizio un ventennio ricchissimo di successi che porta Kemp e la sua compagnia in ogni angolo del mondo ma soprattutto in Spagna e in Italia dove, dal 1978 in poi, torna puntualmente per onorare le sue migliaia di affezionati e fedeli estimatori.

Precursore di un genere di danza onirico, ricco di contenuti ed ispirazione, al limite dell’acrobatico e forte di effetti spettacolari ancorché ottenuti in modo semplice attraverso l’uso sapiente della musica e delle luci, Kemp ha forse ispirato il nascente Cirque Nouveau ma certamente ha influenzato molte compagnie che soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta hanno contribuito a rinnovare i fasti della danza classica e contemporanea (Momix, Cripton, ecc.).

E' proprio fra gli anni Settanta e Ottanta che Lindsay Kemp lascia un segno indelebile: dapprima con la sua messa in scena dei concerti “Ziggy Stardust” dell’ex-membro della sua compagnia David Bowie (che trasforma per sempre il modo di presentare concerti rock), quindi producendo le sue opere più significative e conosciute: il già citato “Flowers” (nelle versioni del 1968-1969 e del 1974), “Sogno di una notte di mezza estate” (1980) “Salomè” (1977) , “Mr. Punch’s Pantomime”, “Sogno di Nijinscky” o “Nijinscky il matto” (1983), “The Big Parade” (1984, omaggio al cinema muto), “Alice” (1988, con le musiche straordinarie tratte dall’opera omonima di Sergio Rendine e Arturo Annecchino - Ricordi/Rai Radio 3, Audiobox), “Duende”, “Onnagata” (1991), “Cenerentola” e “Variété”.

Nel 1975 crea il balletto “The Parades Gone By” per il Ballet Rambert, e nel 1977-1978 per la stessa compagnia “Cruel Garden” ispirato a Garcia Lorca, riproposto negli anni successivi dall’Inglish National Ballet, il Berlin Deutschoper e il Huston Ballet. Nel 1996 crea e interpreta per la compagnia del Teatro Nuovo di Torino il balletto “Sogno di Hollywood”. Nel 1995 debutta nella regia lirica con una versione del “Barbiere di Siviglia” che affascina il pubblico e conquista la critica.

Innumerevoli i suoi allievi/amici, le sue collaborazioni: una su tutte quella con Kate Bush che lo ospita nel video musicale prodotto per il lancio del suo LP “The Red Shoes” (1983). Nel cinema, oltre ai film di Celestino Coronado “Lindsay Kemp Circus” e “Sogno di una notte di mezza estate”, lavora in più film di Ken Russell e Derek Jarman e, in Italia, in “Cartoline italiane” di Memé Perlini.

Ha sempre continuato la sua attività di pittore allestendo mostre dei suoi dipinti e dei suoi disegni in tutto il mondo. L’insegnamento, attraverso incontri, conferenze e stage, è un’altra passione alla quale non rinuncia mai.

Negli anni Novanta realizza, “Rêves de Lumière”.

Per quanto ne sappiamo, nonostante l'età continua a lavorare instancabilmente.

 

 

"RÊVES DE LUMIÈRE"

 

In un certo senso Lindsay Kemp ha iniziato la sua carriera facendo teatro da solo nel senso che da bambino montava instancabilmente degli spettacoli per strada o nel sottoscala, con tanto di biglietto d'entrata per vicini di casa, dove lui interpretava tutti i personaggi dei film appena visti, o recitava insieme ad un cast eccezionale di attori e attrici immaginari. Come tutti i bambini aveva una grande fantasia, ma non gli bastava sognare, doveva assolutamente tradurre i suoi sogni in realtà. Più avanti... avendo raccolto tante esperienze diverse in anni di attività con compagnie di balletto, di danza moderna o sperimentale, di teatro di prosa o di strada, di Musical o di Varietà, ma avendo trovato anche qualche difficoltà ad inserire un carattere così indipendente e individualistico (per non dire proprio ribelle) nella disciplina di gruppi altrui... per alcuni anni faceva vari spettacoli dove, alternandosi con il fido collaboratore l'Increndile Orlando, eseguiva una serie di brani di assolo. Solo così riusciva a realizzare la sua visione onirica e ad esprimersi nel suo particolarissimo linguaggio scenico.

Negli anni '70 e '80, invece è riuscito a creare intorno a sé una compagnia fatta a sua immagine e somiglianza... cioè pochissimo istituzionale, mescolando estremi di libertà e rigore, senso di gioco e senso di missione, e disposta a trascendere la distinzione fra vita e teatro, sogno e realtà. Con un gruppo che lo seguiva cosi da vicino e che rispecchiava la sua personalità e il suo stile, Kemp riusciva a dare corpo alle sue visioni quasi come se gli altri appartenessero al suo mondo interiore, e questa coesione di stile e di energia era alla base del successo degli spettacoli della Lindsay Kemp Company conosciuti in tutto il mondo... da "Flowers" e "Salomè" a "Sogno di una notte di mezza estate", "Duende", "Nìjinsky", "The Big Parade", "Alice", "Onnagata", e "Cenerentola". L'ultimo, ambientato nel mondo del Varietà povero degli anni trenta, è nato in Inghilterra nell'autunno del '96 e doveva fare una tournèe in Italia nella prima parte del '97, ma all'ultimo momento la tournèe è stata cancellata per motivi tecnico-organizzativi.

Quella disgrazia ha suonato a Kemp come una chiamata del destino, una sfida che arrivava al momento giusto del suo percorso artistico. Era da tempo che sognava di tornare alle sue origini, nel senso dì proporre le sue visioni praticamente da solo, a tu per tu col pubblico senza il supporto della sua compagnia e della grande macchina dei sogni, delle scenografie, dei costumi... e di colpo si è trovato davanti a questa opportunità. Così è nata "Rêves de Lumière", come veicolo per offrire un distillato dell'arte di Lindsay Kemp, una retrospettiva di una vita nel teatro e nel sogno composta da autoritratti onirici che alterna creazioni nuove con nuove rielabora­zioni del passato. Ha voluto affiancare a sé solo la sua compagna di tanti spettacoli e avventure, Nuria Moreno... figura talmente inserita nel suo mondo da farne parte... e due giovani inglesi pieni di entusiasmo e promessa, Amit Lahav e Damian Curran. Ma ha richiamato a sé, per aiutarlo a realizzare questi "sogni di luce", il creatore delle luci di tutti i suoi spettacoli più belli e collaboratore di trent' anni, John Spradbery.

"Rêves de Lumière" potrebbe dirsi un ciclo di racconti brevi piuttosto che un romanzo, ma anche se composto da più brani separati ha anche una sua coesione e uno sviluppo nell'arco dello spettacolo. Questa unità artistica deriva non solo dalla figura e stile ricorrente di Kemp stesso e dalla rappresentazione dell'artista che si trasforma come un Fregoli invasato per offrire le sue rappresentazioni al pubblico, ma anche dal riproporsi di temi e immagini in tutta la sua opera che appaiono ora in chiave poetica, ora tragica, ora grottesca, ora ironica, ora delirante. Come racconto, ogni brano presenta un personaggio diverso, ma sono tutti tipicamente "Kempiani"... cioè sognatori o artisti che abitano una zona di penombra tra la fantasia e la realtà, figure ossessionate da visioni di amore carnale o mistico, ispirazioni e personaggi storici trasformati in simbolo nella mitologia personale di Lindsay Kemp.

Così il Divine/Genet/Kemp di "Cafè des Fleurs" che sogna i vecchi sogni di "Flowers" innamorandosi ora dei fantasmi degli attori che non ci sono più, così il dolce omaggio al Baptiste di "Les Enfants du Paradise" in "La Reve de Pierrot", così il Farinelli ritiratosi in solitudine che esibisce il suo genio solo per un fantasma, il Salieri delirante d’invidia per il genio di Mozart, la Salomè spietata condannata ad uccidere e riuccidere l'oggetto del suo amore, il Nijinsky in manicomio che vorrebbe essere Dio e ricorda frammenti delle sue danze di gloria fra un elettroshock e l'altro. Sono tutti personaggi che hanno oltrepassato i limiti della normalità, falliti invincibili, pazzi lucidi, vecchi infantili, depravati puri, sognatori e sogni che esplorano le frontiere più remote dell’esperienza umana.

Ma il vero fascino di "Rêves de Lumière" non è tanto quello che ci dice Kemp come autore o regista, quanto la possibilità che ci offre di osservare tutta la gamma espressiva di uno degli interpreti più straordinari di questo secolo. Infatti una delle cose che lo rende così straordinario (cioè fuori dall’ordinario) è l’impossibilità di trovare un concetto che descrive uno stile così personale, così riassuntivo di tanti stili, che è teatro e danza e mimo tutti insieme ma non è nessuna di queste cose. Eppure, anche se sembra aver assorbito tutta la storia del teatro di tutte le nazioni, è uno stile così semplice e leggibile, diretto al punto di essere quasi naif. Forse alla radice del fascino è il carisma o un rapporto di complicità con il pubblico, forse è l’ambiguità della sua identità in scena rispetto ai consueti parametri di età, sesso o bellezza, forse è il mestiere dell’entertainer che sa conquistare un pubblico e tenerlo nel palmo della mano, forse è il mistero del trance o la vulnerabilità del clown, ma partendo dal suo "saper essere in scena" Kemp ci incanta mentre racconta le sue storie ed emozioni attraverso il corpo. C’è qualcosa di magico nella sua capacità di fare sognare, di trasformarsi rimanendo sempre se stesso, di manipolare il nostro senso del tempo e della realtà, di tirare i fili della tensione e l’attenzione oltre l’immaginabile, di essere immobile trasmettendo un’energia che sembra senza limiti. Lui attraversa il palcoscenico lentamente, si siede, chiude un ventaglio, alza un dito, chiama un cameriere... ma è una danza dove i gesti di tutti i giorni sono stilizzati, fraseggiati per creare forme e ritmi che hanno una perfezione misteriosa. O si abbandona alla musica... Chi oggi ha il coraggio di andare in scena senza sapere cosa farà, semplicemente aspettando che la musica lo possieda e lo faccia danzare? In alcuni brani, pur seguendo uno schema prestabilito, è questo che fa, per questo la sua danza è un senso di pericolo, come un acrobata sul filo teso, che non ci sarebbe mai se seguisse coreografie fisse.

Comunque sia, quel che è certo è che Lindsay Kemp ha un modo di raccontare e di danzare il suo racconto che è unico nel mondo e ci offre una possibilità unica di godere del linguaggio trasparente e misterioso dei suoi sogni... e di sognarli con lui.

David Haughton

 

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