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Aggiornato Venerdì 26-Gen-2007

 

Di Francesca Grossi, 6 Novembre 2005

 

 

Sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini se ne sono dette e scritte tante, che potrebbe sembrare superfluo un ulteriore contributo su queste pagine. Inoltre, il trentennale della sua morte, complice forse anche l’estrema rivelazione di Pino Pelosi, ha dato un’enorme accelerata agli eventi culturali ed ai dibattiti intorno alla sua vita ed alla sua morte.

Ma queste pagine sono strumenti della memoria, e la memoria degli atti di omofobia è un filo rosso, del quale, proprio questo delitto, rappresenta un tratto esemplare; in seguito, la violenza, quella violenza che è toccata a Pasolini, è stato destino per tanti altri omosessuali.

Nei giorni delle celebrazioni del trentennale della morte, molti hanno raccontato il proprio Pasolini. Poeta, visionario, maestro, paradossale, provocatore, realista, un pensiero che interseca ancora tanti elementi della nostra attualità: televisione, periferie, terzo mondo, ambiente, scuole, cinema, sessualità.

Abbiamo ascoltato osannare e invocare il Pasolini-mito, e tante volte la domanda: “Se fosse qui, cosa direbbe di…(Berlusconi, la guerra in Iraq, le banlieues in fiamme, l’isola dei famosi, Internet)?”

E ancora, altre parole, d’affetto e di dolore, arrivano dalla “grande famiglia” gay, dove, da trent’anni, alcuni non numerosi, ma tenaci, celebrano la sua morte con costanza e dedizione.

Ogni anno per trent’anni, nella mezzanotte tra il 1 e il 2 novembre, vari locali pubblici e privati (bar, discoteche, saune, cinema, associazioni, teatri, redazioni) spengono la musica e le luci. E’ l’“Operazione notte Buia”. Sempre a mezzanotte un gruppetto si riunisce all’Idroscalo, mentre a mezzogiorno del 2 novembre c’è un altro appuntamento all’idroscalo, per ricordare, o pregare, e cantare una ballata scritta per la morte di Pierpaolo (1).

La storia della sua morte è così piena di lacune e contraddizioni, da lasciare la porta aperta a molte ipotesi e ricostruzioni.

Carlo Lucarelli, nei “Misteri d’Italia”, ha raccontato con meticolosità i fatti e le assenze, e condensato, schematicamente, le ipotesi via via avanzate, in tre possibili racconti della sua morte: un delitto tra omosessuali, un delitto della destra fascista, un complotto di stato.

Ogni racconto ha la sua verosimiglianza, e le sue argomentazioni. Senza entrare nel merito di queste ipotesi, né valutare l’acume o la furbizia affermazioni rese da più parti, resta il fatto che questo delitto ha avuto tutte le componenti e le dinamiche dell’omicidio di un omosessuale.

Un passaggio alla stazione termini, in un bar di marchettari, un ragazzetto di borgata caricato sull’auto, un viaggio in un luogo appartato, i pericoli: una rapina, un’aggressione o la morte (o l’AIDS, ma allora era sconosciuto).

E ancora, un’inchiesta superficiale, un movente scontato. In questo caso c’è un colpevole, perché è reo-confesso, ma quanti omicidi di omosessuali, e transessuali, dopo questo, sono rimasti senza colpevole, senza chiarimenti? Quanto ai particolari, che Pasolini sia stato vittima di piccoli delinquenti, di fascisti o di un complotto eccellente, le indagini sono state negligenti e le sentenze sbrigative e contraddittorie.

Come documenti sulla morte di Pier Paolo Pasolini, vi proponiamo due interviste di opposto orientamento. A Guido Calvi, amico di Pasolini e avvocato della famiglia al processo, che sposa la tesi “politica” e a Massimo Consoli, intellettuale e attivista gay, che non crede troppo ai complotti, e sa che si può rischiare, molto, e consapevolmente, quando si decide di avere certa compagnia.

Infine, tra i ricordi e gli affetti, abbiamo scelto tre canzoni:

"A Pa’", di Francesco de Gregori, "Lamento in morte di Pier Paolo Pasolini", di Giovanna Marini e "Ballata per la morte di Pasolini", di Massimo Consoli (1).

 

Intervista a Guido Calvi che ha rappresentato la famiglia del poeta al processo
Una testimonianza sulla vicenda giudiziaria, ma anche uno scorcio sugli anni settanta.

Di Mario Cirrito – “Gay.it”, 10 Maggio 2005

 

MILANO - Quel 'fagotto' straziato di sangue e violenza, trovato da una donna alle prime ore del 2 novembre 1975, resti esanimi del corpo di Pier Paolo Pasolini, torna ai nostri occhi, alla nostra ribellione, dopo una nuova verità di Pino Pelosi in Tv.

"Non sono stato io a uccidere ma tre sconosciuti con accenti marcatamente meridionali", dichiara l'ex ragazzo di vita. Poi spiega i silenzi, gli anni di carcere, le minacce; basisce gli avvocati Guido Calvi e Nino Marazzita, presenti in studio. In qualche maniera, Pelosi torna a trascinarci nell'Italia delle trame e dei misteri, studiati e messi in pratica da servizi deviati dello Stato. L'uomo dal trentennale silenzio apre un vaso di pandora dove, forse, potrebbe esserci di tutto.

Senatore Guido Calvi, lei conosceva Pasolini?

Sì, lo conoscevo benissimo. Quando ero studente universitario, negli anni '60, organizzai una serie di conferenze e invitai anche Pasolini per parlare di letteratura e cinema. Quella sera lui venne alla Casa della Cultura e fu immediatamente aggredito da un gruppo di fascisti. Fu lui stesso a inseguirli mentre la polizia rimaneva inerte a guardare. Fu così che vidi per la prima volta Pier Paolo.

Che verità sono le due versioni, a distanza di anni, del Pelosi?

Una è falsa e una è vera. L'ultima ha confermato quanto abbiamo sostenuto nella memoria conclusiva e quanto da me detto nell'arringa finale. Infatti il primo giudizio condannò Pelosi per omicidio volontario in concorso con ignoti.

Si è detto di un incontro, la sera del 1° novembre '75, tra Pasolini e ignoti per il furto del film "Salò".

Citti ha lanciato questa idea che non è irragionevole. Io progettualmente sto agli atti. Si deve partire dal fatto che sul luogo c'erano altre persone; dalle parole pronunciate si evince che fu un'aggressione politica, quasi identica a quella che negli anni '30 colpì un altro grande poeta spagnolo, assassinato dai fascisti. Chiaro?

Chiarissimo

Bene! L'omicidio politico è nel fatto che quella voce di Pier Paolo non doveva essere più sentita, per quello che diceva. Lui era isolato e in questo entra anche la questione della sessualità. In una cultura fascista, virilistica, omofobica, certamente necessitava punire Pier Paolo politicamente e anche perché era un omosessuale dichiarato. Era un obiettivo preciso di certi personaggi: è lì che bisogna cercare gli eventuali assassini.

Può ricordare ai tanti giovani omosessuali cos'era l'Italia dei tempi di Pasolini?

Un'Italia così terribile che, rileggendo i giornali dell'epoca, anch'io rimango sconcertato e mi domando come abbiamo fatto a superare quella stagione. Allora difendevo Valpreda nel processo di Piazza Fontana; in quegli anni il processo veniva continuamente interrotto, spostato e ancora interrotto. Nel '74 c'era stata la strage di Brescia, poi quella dell'Italicus: c'era una aggressività della violenza fascista che era anche stragista e terrorista.

Vi erano anche terribili violenze sessuali.

Ha ragione. Dalla destra emergeva questa radicata cultura del virilismo e del combattere il diverso. Ecco allora le aggressioni a omosessuali, a Franca Rame, alle donne del Circeo dove al processo sostenni che la matrice culturale era nella inconfessabilità della loro latente omosessualità.

Violenze che hanno toccato gangli dello Stato se, nell'inchiesta di Guido Salvini sull'eversione nera, si parla di omosessualità usata come arma dall'Ufficio Affari riservati del ministero dell'Interno.

Certamente, basti pensare a quello che è successo nei Servizi che raccoglievano dossier sugli aspetti della sessualità di noti esponenti politici.

E ricattavano.

Erano i fascicoli Sifar che venivano utilizzati per ricatti politici.

Può entrarci 'l'affaire' Pasolini?

Credo proprio di sì, perché era questo il terreno culturale in cui nasceva quella violenza. Non dimentichiamo che Pasolini era attaccato da destra e da sinistra, solo che essendo il più grande intellettuale italiano del '900 reggeva benissimo la polemica.

Ci dia serenamente una valutazione sugli anni in cui il Pci non solo non difese Pasolini dalla terribile accusa di pedofilia ma lo cacciò a causa della sua omosessualità.

Il Pci era anch'esso immerso in questa cultura omofobica che avvolgeva tutti. Ci sono voluti 'colpi mortali' per far morire quella cultura e, devo dirle che anche oggi ci sono ancora questi segni di violenza sessuale, perché gli stati culturali sono sempre lenti a maturare. Perché dico che occorre far luce? Perché vuol dire capire il perché di quell'assassinio e perché ognuno di noi rifletta sulle ragioni di quella morte.

Quali sentimenti ha provato nel difendere la madre di Pasolini?

Quando si aprì il processo, la madre era ammalata e nessuno le disse quello che era accaduto a Pier Paolo. Io i rapporti li ebbi con la nipote Graziella, la parente più prossima a Pier Paolo.

Quali furono i maggiori errori nell'inchiesta. Si parlò di un carabiniere, Sansone, che fece dei nomi.

Errori se ne fecero a iosa, ma io non credo che si debba trovare nella piccola criminalità comune la risposta. Non si uccide Pier Paolo Pasolini così: potrebbe essere la mano armata ma, non vi è dubbio che il disegno era molto alto, se non addirittura istituzionale.

Cosa ha provato nel vedere con noi quelle foto del corpo massacrato di Pier Paolo?

Le ho viste una infinità di volte. Pensi: non avevano guardato le foto. Una notte Faustino Durante, il nostro perito, mi chiamò e corsi da lui perché aveva fatto una scoperta incredibile: vedemmo il corpo attraversato da pneumatici e così il Pelosi fu condannato.

Ci sarà una nuova indagine: come intende procedere?

Domani andrò dal Procuratore. Vediamo cosa e come possiamo muoverci.

Mi risponda da uomo di legge. Vi è possibilità per un'associazione omosessuale, tipo Arcigay, di costituirsi oggi parte civile?

Grande idea. A oggi, tecnicamente è difficile. Tuttavia, credo che il tentativo deve essere fatto. Poi, magari, respingeranno la costituzione di parte civile. Tenga conto che, in questa fase, non è possibile perché non ci sono imputati; ma se ci fossero si può fare. D'altronde le associazioni ecologiste fanno così in tanti casi.

Sarebbe un grande atto di testimonianza.

Certo, indubbiamente la questione che pone mi sembra estremamente interessante.

Che significato potrà avere oggi, sapere chi ha violato la vita di Pasolini?

Una importanza straordinaria. Occorre ripensare a quella fase storica del nostro Paese, scoprire quei lati lasciati volutamente oscuri. Non basta l'accertamento storico ma un accertamento giudiziario mi sembra importante.

 

Delitto dell’Idroscalo, dopo trent’anni tornano i “complottardi”

A maggio la ritrattazione dell’assassino, ora emergono i legami con la morte di Enrico Mattei e un libro accusa l’ex presidente dell’Eni Eugenio Cefis: “E’ lui il mandante”

Massimo Consoli, padre del movimento gay smentisce: “Pierpaolo è stato ucciso da marchette in cerca di soldi”

Di Daniele Priori – “L’Indipendente”, 19 Agosto 2005

 

Un altro libro, altri paginoni sui quotidiani, l’ennesima inchiesta giudiziaria che si vorrebbe rimettere in moto. Obiettivo, a quasi trent’anni di distanza, riaprire le indagini sulla tragica fine di Pier Paolo Pasolini.

E’ la rivincita dei “complottardi”. Etichetta inventata da Massimo Consoli, padre del movimento gay italiano, all’epoca dei fatti iscritto di diritto al circolo dei “pasoliniani” grazie alla sua strettissima amicizia col poeta Dario Bellezza, per anni sodale artistico vicinissimo al genio di Casarsa. Nonostante ciò Consoli non si è mai innamorato delle mille tesi forzate che fino ad oggi si sono sentite sull’uccisione del grande scrittore.

“Quando uno muore in maniera tragica – dice Consoli a L’Indipendente – si sono sempre costruite grandi storie. Pasolini non fa eccezione alla regola di quelli che io ho ribattezzato complottardi. Può darsi pure – ammette – che poi in mezzo a tutte queste teorie ci sarà una verità ma io so che, anche se ci fosse, non la sapremo mai”.

Tant’è. Troppa, però, è la suggestione e troppi i lati oggettivamente rimasti oscuri su una morte che ha letteralmente scioccato, all’epoca, l’intelllighentjia italiana composta da intellettuali e politici di sinistra, quella stessa sinistra che per anni ha fustigato, criticato, contestato l’eretico Pasolini, salvo poi, una volta seppellito con tutte le sue contraddizioni, parti integranti, peraltro, del suo straordinario acume nell’osservare e descrivere la società, correre a riabilitarlo, facendone un santino spesso a proprio uso e consumo.

Sempre gli stessi i temi, tutti indissolubilmente legati alla scritta comparsa su un muro milanese all’indomani della morte. Pasolini, ucciso dal reo confesso Pino Pelosi, uno dei tanti ragazzi di vita frequentati dal regista, è divenuto così, in poche ore, vittima dei fascisti, di chi ha ordito le stragi di Stato, dell’autoreferenziale potere democristiano e dei suoi boiardi.

Negli ultimi mesi, poi, complice anche la tardiva e comunque confusa memoria difensiva resa in diretta tv dal redivivo ma non redento Pelosi, i “complottardi” hanno ripreso forza e voce.

Ultimo in ordine di tempo, osannato in anticipo sull’uscita in libreria dal Corriere e dall’Unità, è il testo di Gianni D’Elia intitolato L’eresia di Pasolini. In una pagina l’autore ha raccolto otto elementi attraverso i quali capire quanto e come l’omicidio Pasolini e il brogliaccio del romanzo Petrolio, rimasto tale fino al 1992, anno di pubblicazione del testo per l’editrice Einaudi, siano in qualche modo collegate alla morte del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, avvenuta nel 1962. La scomparsa del manager petrolifero avvenne ufficialmente in seguito a un incidente aereo ma, a giudizio del saggista, tutto in realtà sarebbe accaduto grazie alla regia occulta del suo successore, Eugenio Cefis, finito appunto anche nel mirino di Pasolini proprio durante la stesura di Petrolio, anello di congiunzione tra le due vicende, al quale – non a caso secondo D’Elia, in compagnia del giudice pavese Vincenzo Calia, già titolare di un’indagine – mancherebbero inoltre delle pagine che Pasolini aveva scritto, testimonianza incontrovertibile il titolo rimasto isolato su un foglio bianco degli appunti pubblicati da Einaudi: Lampi sull’Eni.

E proprio da questo particolare, a giudizio di molti decisivo, inizia la confutazione asensazionalistica che Consoli ha voluto rendere a L’Indipendente: “Chi scrive sa benissimo quanti capitoli si titolano senza mai buttarli giù. Semplicemente si perdono nelle intenzioni dell'autore...” Particolari, appunto, che non hanno nulla di sconvolgente. “Se Pasolini poi avesse voluto portare a termine un libro inchiesta di tale portata – si chiede inoltre Consoli – per quale motivo avrebbe dovuto camuffarlo da romanzo? So bene però – aggiunge lo storico – di essere minoranza in tal senso, anche perché la gente si appassiona da sempre ai complotti e a sua volta chi li rilancia trova subito e più facilmente spazio sui giornali, mentre chi smentisce spesso passa inosservato. Tuttavia il mio destino è stato sempre quello di dover dire quella che io penso sia la verità.”

Al riguardo ha già riso amaramente, di fronte all’ennesima tesi di tale genere, il cugino, biografo ufficiale di Pasolini, Nico Naldini, interpellato dal Corriere della Sera sull’edizione di domenica scorsa, dove ha riconfermato le sue certezze sull’unica natura possibile dell’assassinio: quella del “delitto sessuale”. Lo stesso Consoli, come fa da trent’anni, pur non avvalorando la tesi di Naldini, insiste nel parlare di omicidio a scopo di rapina. “Non escludo – dice ancora lo storico – che ci fossero altri ragazzi, amici del Pelosi. Allora, del resto, andavano in giro queste gang che seguivano le macchine, è capitato anche a me. Dopo che Pasolini ha fatto salire Pelosi a bordo della sua automobile, altri potrebbero averlo seguito. Pasolini, poi, era un uomo conosciuto. Probabilmente i ragazzi avranno pensato che potesse avere con sé molti soldi, considerando proprio la sua fama, senza sapere che invece in occasioni simili si tende a nascondere tutto ciò che può essere minimamente prezioso. Il regista, infatti, aveva nascosto delle banconote sotto il tappetino della sua auto. Quella volta poi, complice forse la degenerazione dei fatti, li hanno addirittura lasciati lì”. Sulla tesi sensazionale legata ai vertici dell’Eni, poi, Consoli è addirittura lapidario: “Ci sono dei personaggi che devono vendere libri e fare scandalo in ogni modo anche con delle esagerazioni. In queste cose sento un po’di malizia, di invenzioni. D’altra parte con un po’ di esperienza sappiamo bene che sullo stesso fatto si possono fare mille discorsi diversi, tutti comprensibili, dimostrabili e perfettamente logici. Ora accusano Cefis di essere il mandante di due morti: quelle di Mattei e Pasolini… Mah”. Sospira. Impossibile, in tal senso, non annotare il fatto che proprio Eugenio Cefis è venuto a mancare lo scorso anno nel mese di maggio: “Appunto – ironizza Consoli – in questo senso hanno avuto anche vita più facile. Chissà quante ne diranno sul mio conto quando morirò io!!!” Un sorriso e poi una smorzata al colpo: “Resta il fatto che Pasolini era in ogni caso di sinistra, nonostante tutti i problemi noti. I tempi erano quelli, la morte del poeta è stata misteriosa, quindi, per l’epoca poteva essere anche normale e quasi istintivo pensare al complotto ordito dagli avversari politici. Io, tuttavia, ho sempre confermato la mia convinzione sulla tentata rapina. Ho un amico che la sera dell’omicidio Pasolini era alla stazione Termini. Lui dice di sapere con certezza che nel delitto sono rimaste coinvolte altre persone. Altri ragazzi. Gli ho sempre detto di denunciare ciò ma lui non se l’è mai sentita. Anche se non so a quanto porterebbe. In fondo lui potrebbe testimoniare solo che altri, dietro a Pelosi e al regista, si sono diretti a Ostia”.

Consoli in tal senso è pronto a rispondere anche al cugino del regista che nella sua intervista al Corriere della Sera ha messo all’indice tra gli altri pure gli argomenti, definiti illazioni personali, rilanciati da Dario Bellezza: “Posso giurare davanti a chiunque – dichiara Consoli – che la convinzione intima di Dario era che Pasolini fosse stato ucciso da una o più marchette, poi Bellezza, per interessi suoi, pubblicava le varie teorie possibili. Io e Dario ne abbiamo parlato tantissime volte. Anche perché quando insieme andammo al tribunale dei minori, vedemmo di persona Pelosi e proprio Dario mi disse ‘Lo capisco Pasolini che s’è fatto ammazza’ da uno così… E’ tutto Ninetto Davoli!’ a sottolineare la forte somiglianza tra l’allora presunto assassino e il beniamino di sempre del regista. C’è poco da fare – conclude - Pelosi era esattamente il tipo pasoliniano, non c’è nulla di strano, purtroppo, in tutto quello che è accaduto quella sera all’Idroscalo”.

 

 

A PA'

Di Francesco De Gregori

Non mi ricordo se c'era la luna
E né che occhi aveva il ragazzo
Ma mi ricordo quel sapore in gola
E l'odore del mare come uno schiaffo

A Pa'

C'era Roma così lontana
E c'era Roma così vicina
E c'era quella luce che ti chiama
Come una stella mattutina

A Pa'
A Pa'
Tutto passa, il resto va

E voglio vivere come il giglio nei campi
Come gli uccelli del cielo campare
E voglio vivere come i gigli dei campi
E sopra i gigli dei campi volare.

 

* * *

 

LAMENTO PER LA MORTE DI PASOLINI

Testo e musica di Giovanna Marini

Scritta nel dicembre 1975. Il testo prende lo spunto da un canto religioso extraliturgico, L'orazione di San Donato registrato il 7 febbraio 1965 a Zaccheo, frazione di Castellalto, Teramo, da Cesare Bermani.

Persi le forze mie persi l'ingegno
la morte mi è venuta a visitare
«e leva le gambe tue da questo regno»
persi le forze mie persi l'ingegno.

Le undici le volte che l'ho visto
gli vidi in faccia la mia gioventù
o Cristo me l'hai fatto un bel disgusto
le undici volte che l'ho visto.

Le undici e un quarto mi sento ferito
davanti agli occhi ho le mani spezzate
la lingua mi diceva «è andata è andata»
le undici e un quarto mi sento ferito.

Le undici e mezza mi sento morire
la lingua mi cercava le parole
e tutto mi diceva che non giova
le undici e mezza mi sento morire.

Mezzanotte m'ho da confessare
cerco perdono dalla madre mia
e questo è un dovere che ho da fare
mezzanotte m'ho da confessare.

Ma quella notte volevo parlare
la pioggia il fango e l'auto per scappare
solo a morire lì vicino al mare
ma quella notte volevo parlare
non può non può, può più parlare.

 

* * *

 

Un'opera di Massimo Consoli da cantare sull'aria della Ballata del Pinelli. Un'iniziativa di aggregazione della comunità gay in memoria dello scrittore scomparso il 2 novembre del 1975.

BALLATA PER LA MORTE DI PASOLINI

Quella sera, qui a Roma, era freddo,
ma che freddo, che freddo faceva,
Pasolini arrivò alla Stazione,
e il Pelosi per primo guardò.

Il Pelosi era giovane e bello,
per campare faceva marchette,
di studiare non aveva voglia,
tanto meno di lavorar.

"Quanto prendi?", gli chiede Pier Paolo.
"Cinquemila, è la mia tariffa.
Quello che devo fare lo faccio,
e nessuno è più bravo di me!"

Il Poeta spalanca la porta
della macchina metallizzata.
Il ragazzo ci monta spavaldo
mentre pensa "Stasera va ben!".

Dopo avere lasciato i giardini
si dirigono a una trattoria.
Il Pelosi ha un po' fame e un po' sete.
Pasolini lo vuol soddisfar.

Dopo avere mangiato e bevuto
se ne vanno verso l'Idroscalo
dove Piero conosce un bel posto
e nessuno li disturberà.

Era il giorno un po' prima dei Morti
ci mancavano pochi minuti,
Pasolini era pieno d'amore:
il Pelosi non ebbe pietà.

Lui pensava: "Mo' faccio er corpaccio!
Me sistemo pel resto dell'anni.
A 'sto frocio je faccio ved'io,
quanti sordi che m'ha da sgancià!"

Pasolini, ch'odiava i ricatti,
non ci stette nemmanco per scherzo:
"Vaffanculo", gridò un po' incazzato,
"qua nun c'è manco 'n sordo pe' te!"

Il Pelosi gli diede un gran calcio,
glielo diede lì in mezzo alle gambe,
e il più buono tra i belli di dentro,
intontito tra il fango cascò.

L'assassino si guardò un po' attorno
e poi disse: "Mo' adesso 'ndò vado?"
Con un balzo saltò dentro l'auto
e all'indietro sul Paolo passò.

Pasolini schiacciato e ammazzato
è rimasto una notte sdraiato,
e il mattino quando l'hanno visto
per un po' d'immondizia passò.

Ma non fu spazzatura quell'uomo.
Fu l'esempio di tutti i contrari.
Fu una luce splendente su tutto,
per l'Italia che sta per crollar.

Il Pelosi correa contromano
ed a casa tornare voleva.
Mascalzone! Sperava di farla!
Ma i carubba gli diedero l'alt!

Era ovvio che non si fermasse,
con quel peso che c'aveva dentro,
ma fermato e arrestato fu un lampo,
che non sapeva che cosa dir.

"Tu la macchina a chi l'hai rubata?
Di chi è questo anello ch'hai al dito?
Che cos'è questa macchia di sangue?
La patente dov'è che ce l'hai?"

Tra le lacrime e grida alla mamma,
il furfante giustifica il fatto:
"Lui voleva il mio culo pe' forza,
è per questo che io l'ammazzai!"

Dieci giorni, sei mesi e nove anni
hanno dato a quel sozzo battone,
per avere affermato che il culo
a lui serve soltanto a cacar.

Ma con LUI noi ci siamo stufati
di finire da sempre ammazzati.
Il Pelosi aspettiamo ora ch'esca,
e vediamo che santo sarà!

Ve l'ho detto una volta anche all'Ompo's,
dopo il controprocesso al ragazzo:
"Pasolini ha concluso un inverno
e da oggi più caldo farà!"

 

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