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Riordinando i documenti che compongono questa sezione, per caso ho rivisto in sequenza prima la foto di Bella Martinez, transessuale ventiquattrenne morta assassinata a Los Angeles, e poi quella di Fanny Ann Eddy, attivista lesbica madre di un bambino morta l’anno scorso, anch’essa brutalmente assassinata.

Come sempre ho cercato nello sguardo la vita, nei tratti somatici la storia – e sono precipitata in un abisso disperante. Furono persone che amarono, soffrirono, risero. Sognarono e lottarono per un mondo libero nel quale ogni persona abbia il diritto di vivere, libera - e per questo morirono. Assassinate. Perché la smettessero di ricordarci quanto stupidamente conduciamo le nostre esistenze, in quante anguste galere le costringiamo trascinandoci appresso fantasmi, consanguinei e simili, di quali feroci indifferenze e violenze siamo capaci – pur di non vedere, continuare a non capire, crederci superiori anche a costo della vita degli altri, spesso sulla loro pelle, dimentichi che non c’è libertà per nessuno là dove la libertà non è di tutti.

Di queste donne belle e rare, mai più respiri, parole, odori. Solo fotografie e parole - scritte. Grida di dolore - inascoltate, solitarie. E orgoglio, bellezza, dignità.

Giustizia, verità, amore - ogni anima oltraggiata non chiede che questo, e per questo vive, paga, troppo spesso muore a causa dell’odio e del disprezzo, in un silenzio che espone e rende complici.

Idealmente stringo e fortemente amo chi getta il suo corpo nella lotta anche a costo di perderlo – perché la vita di un essere umano nulla vale e a nulla serve se è acritica, asservita sopravvivenza senza consapevolezza, generosità, partecipazione.

(C. Ricci - Luglio 2005)

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Aggiornato Venerdì 29-Apr-2011


VITTIME DELLA LESBO/OMO/TRANSFOBIA, DELLA VERGOGNA E DELLA RICATTABILITÀ



…e i politici se ne fregano, i legislatori non legiferano, gli inquirenti non indagano, gli educatori non preparano, i genitori non accompagnano…

 

Insulti, pestaggi, licenziamenti, mobbing, sfruttamento, minacce, estorsioni, coercizioni, vessazioni, molestie, abusi e violenze sessuali, stupri, spedizioni punitive, omicidi preterintenzionali e premeditati – al di là del genere biologico, dell’età anagrafica, dell’orientamento affettivo/sessuale, della nazionalità, del colore della pelle, del ceto sociale, della preparazione scolastica, della professione, delle condizioni economiche, delle convinzioni politiche e religiose, tutti facciamo quotidianamente i conti con gli effetti (subiti o inflitti), le conseguenze (dirette o indirette) dell’ignoranza, del preconcetto, della paura, dell’odio, del disprezzo, dell’indifferenza – perlopiù senza esserne informati, spesso senza rendercene conto, talvolta senza volerlo sapere.

Sin dai tempi dell’aggressione subita il 18 Aprile 2004, avevo cominciato a chiedermi quale fosse la portata reale, anche quantitativa, del fenomeno. Impossibile stabilirlo – non c’erano e non ci sono ricerche specifiche, studi organici, statistiche attendibili, aggiornate, riferite al nostro paese. Pensai, allora, che fosse opportuna l’istituzione di un osservatorio nazionale che, in sinergia con i centri di ascolto e assistenza, le istituzioni, le associazioni LGBT* e non solo, avesse il compito di monitorare, raccogliere dati, organizzarli, analizzarli. Proposi questo impegnativo e ambizioso progetto (quasi tutte le mie idee lo sono) ad alcuni amici e amiche ma, di fronte alla necessità di uscire dalle parole per iniziare i lavori, gli entusiasmi svanirono e non se ne fece di nulla.

Da allora continuarono a girarmi nella testa alcune semplici domande: è vero che in Italia i casi di discriminazione e violenza contro le persone LGBT* sono così tanti, addirittura in crescita? E se è vero, perché quasi non vi è reazione? È vero che le istituzioni e i canali informativi e formativi ufficiali omettono, negano, minimizzano o travisano il fenomeno? E se è vero, perché le organizzazioni LGBT* non sanno riempire il vuoto? Può, un governo e un paese rendersi conto, prendere atto di qualcosa che non vede, conosce, con cui non è in relazione? E può qualcuno pretendere di essere riconosciuto, tutelato, se non esce dal cono d’ombra, se lascia che altri si servano della sua invisibilità? Può lamentarsi se egli, per primo, non sa o non vuole vedersi, ri/conoscersi, modificarsi, mettersi in comunicazione, se, delegando, accetta che altri lo rappresentino senza averne gli strumenti, la sensibilità? Qualcuno ha capito che per uscire da questa spirale è necessario aprirsi, elaborare chiavi di lettura forse inedite, idee, progettualità altre, una cultura e una politica di ampio respiro, inclusiva, pluralista, capace di dialogare, di liberarsi dai personalismi?

Ebbene, pensavo, se qualcosa si può fare, va fatta – con le capacità e i mezzi che si hanno. Da qualche parte bisogna cominciare… Così, nel settembre/ottobre 2005, ho cominciato a raccogliere dati per l'archivio "UNA STRAGE ANNUNCIATA".

Conoscenza, reciprocità, consapevolezza, gratuità. Queste le parole chiave. E lavoro: duro, non retribuito, da condurre in solitudine, talvolta derisi, sempre sottovalutati, fra complici silenzi ed ostruzionismi controproducenti, immotivati, uterini. Investendo energie, tempo e denaro – senza riceverne nulla in cambio se non la soddisfazione di dire: «Beh, almeno ci ho provato, ho dato – non mi sono voltata dallaltra parte».

Ore interminabili al computer, setacciando il web, circoscrivendo la ricerca al materiale che vi è pubblicato (per la maggior parte proveniente dalle testate giornalistiche cartacee - quotidiani, periodici e riviste), sparpagliato dappertutto in modo disomogeneo, secondo criteri talvolta discutibili e faziosi, in siti e portali spesso poco fruibili, selezionandolo e riordinandolo al meglio delle mie possibilità. Lo ammetto: di più non ho potuto, non ho saputo.

Tuttavia, i dati raccolti, sebbene parziali e insufficienti, sono comunque significativi, interessanti – ed anche impressionanti, agghiaccianti.

Se si considera l’atteggiamento prevalentemente pruriginoso, preconcetto, discriminatorio, omertoso o censorio della stampa eterosessista e quello edulcorato, superficiale, consumistico, autoreferenziale, incomprensibilmente ottimistico e talvolta allucinatorio dei portali omo e lesbo; se si considera che i casi finiti sui giornali sono solo i più eclatanti o più facilmente strumentalizzabili fra quelli denunciati; se si considera che - per non esporsi pubblicamente, svelarsi, per risparmiarsi almeno la gogna del giudizio popolare e le sue nefande conseguenze - soltanto una percentuale bassissima delle vittime denuncia alla magistratura i reati subiti… Un vero e proprio bollettino di guerra che, per numero ed efferatezza, supera il fisiologico, il sopportabile, l’immaginabile. Ma in fondo bastava mettere insieme il poco che c’è per accorgersene, per farsi un’idea ancorché approssimativa ed enormemente sottostimata di quello che succede nella realtà, là fuori.

Questa piccola, modesta ricerca, quindi, non solo conferma e rafforza l’assunto, ma mostra con sufficiente chiarezza quanto il fenomeno sia grave, endemico ed epidemico, e quanto bisogno ci sia di quantificarlo, approfondirlo, esplicitarlo – per vederlo, capirlo, superarlo.

Chi, di fronte alla nuda e cruda evidenza dei numeri, potrebbe davvero continuare a sostenere che il problema non esiste, è un’invenzione, un’esagerazione?

Chi potrebbe chiamarsene fuori senza assumersene la responsabilità, in proprio, cominciando magari a pagare per questo?

Ecco perché c’è molta gente in giro che ha la memoria corta e in presenza di “certi inopportuni argomenti” al massimo sa contare sino a dieci.

I casi raccolti erano prossimi a superare le tre cifre. Non era esibizionismo, voyeurismo, collezionismo, il mio - era rabbia, indignazione, desiderio di non aver più paura per me stessa e gli altri.

Oggi, il disgusto verso chi ha il potere e i mezzi per intervenire ma non lo fa o lo fa in modo insufficiente per ottusità, incapacità, o perché antepone i propri interessi personali e corporativi al bene collettivo, ha superato la rabbia e la paura.

"Rompere il silenzio" e "Una strage annunciata", terminano qui.

C. Ricci

Lucca, 30 Ottobre 2005 - 16 Ottobre 2006

 

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