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Aggiornato Venerdì 26-Gen-2007

 

Comunicato stampa del coordinamento “FACCIAMO BRECCIA”, 24/25 Febbraio 2006

 

Giovedì 23 febbraio si è tenuta a Roma una conferenza pubblica sull’omosessualità organizzata dalla Pontificia Università Lateranense. La conferenza era l’unico momento aperto al pubblico nell’ambito della cinque giorni seminariale su "La questione omosessuale: psicologia, diritto e verità dell’amore". Tra i relatori c’era anche Tony Anatrella, psicanalista gesuita francese che ha scritto la voce ‘Omosessualità’ del Lexicon vaticano pubblicato nel 2003, una ‘chicca’ di pregiudizi omofobici che, oltre a ridurre l’omosessualità a "intrigo psichico" e a negare la possibilità della dimensione omoaffettivà e dunque di qualunque forma di relazione ‘omo’, utilizza contro le persone omosessuali gli stereotipi e i modelli dell’antisemitismo più becero, quale la teoria del ‘complotto della lobby gay’ che minaccerebbe la società.

In maniera molto più blanda di quanto avvenne nel 1972, quando a Sanremo un gruppo di omosessuali e transessuali irruppe nel convegno dei sessuologi di area cattolica che discutevano di omosessualità interrompendone i lavori, a Roma circa dieci persone gay lesbiche e trans appartenenti a Facciamo Breccia, No God e al gruppo di omosessuali credenti Nuova Prospettiva ha cercato di partecipare alla conferenza, vedendosi però negata la possibilità di controbattere alle affermazioni gravemente discriminatorie dei relatori.

Al gruppo dei diretti interessati, rinchiusi in una sala secondaria, è stata offerta come sola possibilità quella di scrivere le domande su un foglio. Ma anche in questa forma controllata nessuna delle domande formulate è riuscita a raggiungere il tavolo degli interventi, mentre ai militanti sono stati strappati violentemente i piccoli adesivi incollati sul petto con la scritta "sono gay" o "sono lesbica". Un commesso vaticano ne ha approfittato anche per molestare una delle partecipanti, palpandole il seno con la scusa di toglierle l’adesivo. Alle proteste della donna, è intervenuta anche la polizia, che le ha chiesto i documenti e ha cercato di portarla in un’altra stanza venendo, però, bloccata dagli altri militanti presenti, che sono stati a loro volta identificati e invitati a lasciare l’istituto dato che, nel frattempo, la conferenza era terminata.

All'uscita il gruppo di lesbiche, gay e trans è stato insultato e minacciato; senza nessun motivo, un ragazzo è stato anche spintonato e gettato a terra.

La vicenda è particolarmente significativa nel mettere in luce il grave ritorno all’omofobia che sta caratterizzando il papato di Ratzinger con la sua volontà di sovradeterminare la sfera pubblica perché venga negato qualsiasi diritto alle persone omosessuali e transessuali, quanto il potere e l’arroganza con cui viene tolto il diritto di parola a gay, lesbiche e transessuali che da anni hanno scelto di uscire dall’invisibilità per divenire soggetti politici. Questo, soprattutto, non piace al Vaticano, che gioca perfino la carta del vittimismo affermando che chiunque si pronunci contro le unioni omosessuali "perde il diritto di parlare e viene liquidato come un intollerante". Tali parole, contenute nel programma del seminario tenutosi all’Università Lateranense, si rivelano ancora più paradossali alla luce dei fatti occorsi.

***

Dopo la MANIFESTAZIONE NO VAT di sabato 11 febbraio, FACCIAMO BRECCIA continua la mobilitazione nelle città. No all’ingerenza vaticana nella sfera pubblica. Più autodeterminazione, più laicità. Per informazioni: www.facciamobreccia.org.

Facciamo Breccia è un movimento spontaneo di cittadini e cittadine, gruppi, associazioni che riaffermano una cultura laica e si contrappongono all'invadenza vaticana sui corpi e sulle scelte di vita, per riaffermare l'autodeterminazione di ogni soggetto e promuovere una cultura di riconoscimento delle diversità. A partire da ottobre, Facciamo Breccia ha realizzato e promosso iniziative e azioni dimostrative nelle città di Bologna, Firenze, Milano, Roma, Torino e Verona. Per ogni ulteriore informazione: www.facciamobreccia.org.

 

Il seguente documento è una testimonianza diretta di Maria Ornella Serpa sui fatti avvenuti durante il convegno. Ve lo proponiamo integralmente.

2 Marzo 2006

 

CONTENUTI E FINALITA’ DEL SEMINARIO

 

PRESENTAZIONE - Chi partecipa ad un convegno sui temi inerenti l’omosessualità e la famiglia omosessuale promosso e orchestrato dalle sacre gerarchie, che perpetuano lo scempio socioculturale e giuridicopolitico ai danni delle persone omosessuali – ma non solo - da circa duemila anni, non può non aspettarsi che “assunti conventuali” quanto meno da controbattere. I presupposti e le finalità del sacro simposio, cui ho preso parte in qualità di uditrice, sono risultati palesi sin dalle prime battute; già il titolo non lasciava presagire nulla di “carino” per le persone omosessuali: Seminario di studio “La questione omosessuale: Psicologia, diritto e verità dell'amore”. Eh, già! Proprio come negli anni Trenta, quando si parlava della cosiddetta “questione ebraica”, sfociata poi nella “Endloesung” (“Soluzione Finale” n.d.t.), siamo ancora costretti a sentire parlare di “questione” riferita a categorie di persone che, secondo certi luminosi, non devono avere nessuna tutela per “ovvii motivi di tutela della specie”. Solo gli ingenui possono avere creduto alle rassicurazioni del moderatore circa l’intento degli organizzatori di non volere “mettere alla gogna o alla berlina”, né “patologizzare” gli omosessuali; a suo dire quello sarebbe stato semplicemente un momento di riflessione e di studio sulla “questione omosessuale”. Nonostante tutto, noi attiviste ed attivisti presenti, abbiamo dovuto subire, in penoso silenzio, conclusioni “scientifiche” che, ad arte, andavano a patologizzare e a criminalizzare quella medesima categoria di persone che non si intendeva –assolutamente!- demonizzare, cioè gli omosessuali.

LA NATURA OMOSESSUALE - Secondo questi (mente)cattedratici, pur non dovendo ritenere gli omosessuali né malati né delinquenti - non così esplicitamente almeno! -, non bisogna accogliere le loro istanze – qualunque istanza - perché l’omosessualità è il “risultato di un percorso di vita andato formandosi in modo distorto” (sic!). Insomma hanno bollato l’omosessualità come disordine, frutto di immaturità, di percorsi formativi incompiuti o di eventi traumatici intrapsichici che hanno portato al formarsi di una personalità dannosa che non va mai tutelata per non rischiare, o per evitare, di promuoverla. La persona omosessuale è stata disinvoltamente dipinta come “incosciente” della propria condizione distorta; ecco perché, a loro dire, ci sono “quelli tra loro” che hanno l’ardire di chiedere tutele e riconoscimenti giuridici – in pratica, hanno voluto dire che non sappiamo quello che facciamo. Secondo questi immaginifici, l’omosessualità è una “stortura della verità e della natura umana” in sé e per sé, e non sono mica loro scienziati a dirlo! Lo confermeremmo bensì noi stessi. Leggete cosa hanno detto – ancora me la sto ridendo a crepapelle!-: ”Basta osservare l’atteggiamento di pudore che gli omosessuali mostrano relativamente alla loro condizione! Perché dovrebbero nascondere o vergognarsi di una condizione che, seppur alternativa, sarebbe normale come affermano? Semplice, si vergognano perché lo sanno che in fondo ecc… ecc….” Capite? Hanno vilmente e volgarmente strumentalizzato, usandola contro di noi, la comprensibile e fondata paura che le persone omosessuali hanno nel venire “individuati” che, sappiamo benissimo, si fonda invece sull’ostilità socioculturale la quale, molto spesso, si manifesta in maniera oltremodo violenta data la diffusione di queste campagne d’odio.

DUE OMOSESSUALI - Sono poi passati a denunciare l’abominio del riconoscimento delle unioni omosessuali. Il relatore di turno faceva fatica, - senza nascondere lo sforzo, anzi esaltandolo e sorridendo volgarmente e con aperto sarcasmo quando pronunciava “coppia omosessuale”- a definire in qualche modo due omosessuali che si amano e che per questo scelgono di vivere assieme. Secondo lui, infatti, in radice non si può parlare in questo caso di “coppia” perché, mancando alcuni presupposti imprescindibili – pardon non ricordo quali….forse una donna (e le lesbiche?) -, due omosessuali non possono costituire mai né una “unione” (politica?), né una “copula” (sic!) e né, giammai!, una famiglia – ke skertsiamo?! che è ‘sto skifo??? -. Qui gli attacchi ai moderni sistemi democratici, frutto del dolore e del sangue dei nostri padri e di una Historia Magistra Vitae che… evidentemente non insegna nunquam, si sono sprecati!

OMOSESSUALI E BAMBINI - E l’adozione dei bambini da parte degli omosessuali in…..coppia? Ma che siamo impazziti? Avrebbe, anzi “ha” - a loro dire - un effetto sicuramente deleterio per un bambino crescere in un contesto familiare di tipo omosessuale per la mancanza del riferimento genitoriale “naturale” – uomo/donna eterosessuali ecc ecc….lo sapete già e non voglio annoiarvi riportando le becere accuse e gli irripetibili insulti di cui erano, nonostante le rassicurazioni iniziali, abbondantemente infarcite queste “conclusioni scientifiche”.

MISOGINIA - Quello che ho notato, ma che non mi ha meravigliata, è il fatto che ancora una volta le donne non esistono. Difatti, si parlava di omosessualità declinandola al maschile, sia nella forma che nei contenuti; per le lesbiche nessuna considerazione. Niente di strano se si considera il regime maschilista della Chiesa Cattolica, ma non solo di essa, che annovera solo uomini ai propri vertici. Quando uno dei relatori ha volgarmente affermato che l’omosessualità – tutta l’omosessualità - si regge sul…”pene”, nel senso che gli omosessuali sarebbero degli “ossessi” che passano e consumano la loro “fragile vita” nella ”incessante e spasmodica ricerca del pene senza il quale la loro miserabile esistenza non avrebbe senso alcuno” – più o meno testuale -, mi sono ingenuamente chiesta: “e le lesbiche? Lo sapranno – pensavo - che esistono le donne e che, fra queste, ce ne sono tantissime – più di quante non si creda – , le lesbiche appunto, le quali non… inneggiano proprio a priapo”. Insomma, orribile! Non vedevamo l’ora che terminasse quello strazio cerebrooculoauricolare fallocentrato. Che ignominia!

CONCLUSIONI - In breve, anche se non lo hanno detto esplicitamente, l’omosessuale è un frutto marcio cui si deve provvedere; quindi, car** tutt**, abbiamo avuto il (dis)piacere di assistere ad un convegno che è stato un vero e proprio indottrinamento all’odio – faccio dietrologia ovviamente! Invito il Movimento Omosessuale a prendere posizione in tema. Si tenga presente che la divulgazione di questi pericolosissimi dati “scientifici”, che poggiano su di una supposta fede religiosa che di inoppugnabile ha solo la volgare ed interessata ostentazione di esiziali teorie di superiorità confortate da un immenso patrimonio economico, finanziario e da conniventi appoggi politici, continuerà a mietere, sicuramente incrementandole, moltissime vittime specie tra le singole persone omosessuali gettate, come diceva il compianto Pasolini, in “pasto all’odio” da questi anacronistici ed incoscienti, ma pericolosissimi, impostori. E’ oltremodo sconcertante che si debba assistere, pressoché impossibilitati ad intervenire, a questi atti gravemente discriminatori che, grazie alla coriacea copertura di una classe dirigente interessata ed omertosa, incitano disinvoltamente all’odio ed alla violenza, di cui la cronaca nera già da tempo ci ragguaglia – quando può! Il risultato omofobico del simposio, infatti, non è tardato a palesarsi come, contestualmente, si è anche rivelata la debolezza delle assurdità purtroppo seminate. Basti porre mente al fatto che hanno temuto, impedendolo con la forza, un intervento, civile e legittimo, da parte di noi attiviste ed attivisti; infatti, abbiamo chiesto invano di potere interloquire dal podio come gli altri uditori ai quali, invece, è stato permesso senza alcun problema.

 

I FATTI

 

IL LUOGO - Alle ore 17 del giorno 23 febbraio u.s., mi trovavo nei locali della Pontificia Universitas Lateranensis Giovanni Paolo II, sita in Piazza S. Giovanni in Laterano al civico n. 4, per assistere, in qualità di uditrice, ad un convegno promosso dal medesimo ente in tema di omosessualità e famiglia. L’uditorio era stato dislocato – per ragioni non note – anche in locali diversi dalla sala principale, cui erano collegati con sistemi audio a distanza. A me ed alle persone che mi accompagnavano, all’atto della registrazione – e per non specificati motivi –, è stato assegnato un posto proprio in uno di questi locali collegati alla sala principale.
Dopo avere assistito all’esposizione degli interventi dei relatori, insieme alle persone cui mi accompagnavo, uscivamo dalla sala, nella quale avevamo assistito alle orazioni, per chiedere di intervenire dal podio come era stato appena annunciato dall’organizzazione e come altri comuni uditori stavano già facendo; volevamo semplicemente porre delle domande ai relatori del convegno o, nel caso fosse stato possibile, esporre le nostre considerazioni personali in merito ai contenuti espressi relativamente al tema trattato.

BLOCCATI E TRATTENUTI - Siamo invece stati bloccati, appena usciti della sala, da delle persone in abiti civili che - con autorità e senza darci né spiegazioni né indicazioni circa la loro carica - ci hanno chiesto di dimorare nei pressi dell’ingresso della sala principale – era vicina alla nostra - per non precisate ragioni. Chiaramente noi abbiamo prontamente detto quali erano le nostre intenzioni – come riportato sopra - ma non è valso a nulla e siamo stati quindi invitati ad aspettare. Siamo restati così in attesa che i guardiani alla porta – che abbiamo supposto essere commessi dell’ente universitario - ci permettessero l’ingresso in sala ma, invece, dopo qualche minuto di attesa, ci è stato chiesto di dire a loro, in via preliminare, quali sarebbero stati i contenuti dei nostri interventi – procedura insolita ma che abbiamo comunque accettato in quanto realmente interessati ad essere facoltizzati a dire la nostra su di un tema che ci tocca in quanto cittadine e cittadini ed in quanto attiviste ed attivisti del Movimento Omosessuale. Per niente consci del disegno dei supposti commessi, che continuavano con pervicacia a negarci l’ingresso in sala e in alcunché modo ci ragguagliavano circa i motivi di questa lunga ed inspiegabile attesa, abbiamo cercato di spiegare i contenuti che volevamo esprimere. A questo punto siamo stati ancora trattenuti in attesa per, ancora, non precisati motivi.

INSOFFERENZA - Eravamo vicini al supporre che in sala non ci sarebbe stato consentito di entrare. Infatti questo era oltremodo palese perché, senza una palese ragione che potesse farci supporre altro:

- i supposti commessi mostravano, seppur in maniera diversa, un evidente atteggiamento spazientito ed insofferente verso le nostre legittime richieste di potere intervenire in sala ed erano fermi nel non volercelo o non potercelo consentire;
- uno dei due mostrava fastidio malcelato nell’ascoltare i nostri commenti, civili e legittimi, sui contenuti delle relazioni: sbuffava; si dimostrava ostile, scostante e scortese nell’approccio con noi; non teneva quell’atteggiamento che solitamente riscontriamo presso altri enti dove facciamo le medesime cose – quindi lecite e civili – e che avremmo voluto replicare in quella sede;
- e non è una nostra elucubrazione mentale il fatto che l’esserci qualificate e qualificati come omosessuali ha sortito una certa ed evidente insofferenza, in questi supposti commessi, che uno di loro celava benissimo, temporeggiando nel rispondere alle nostre richieste, mentre dell’altro – che sembrava una caffettiera sul punto di esplodere - ho scritto nel punto precedente.

BOICOTTAGGIO - Ci stavano indebitamente bloccando, impedendoci l’esercizio delle nostre legittime facoltà e incidendo illecitamente e gravemente anche sui nostri diritti più elementari, quali quello a ricevere un trattamento paritario, la libertà di movimento nonché di parola e di opinione in un contesto dove questi medesimi diritti erano pienamente e liberamente, come è giusto, esercitati dagli altri comuni uditori senza alcun problema – altre persone, infatti, entravano ed uscivano dall’aula e intanto si susseguivano gli interventi dal pubblico. Commentando tra di noi amici quanto ci stava succedendo, continuavamo ad intercedere presso i supposti commessi almeno per conoscere il motivo per il quale essi continuavano a negarci l’ingresso in aula. A questo punto, uno dei commessi, quello giovane e apparentemente deferente, ci ha fornito un foglio bianco ed una penna chiedendoci di scriverci sopra le nostre domande; avrebbe poi provveduto egli stesso a passarle ai relatori. La procedura era oltremodo insolita ed il fine era oramai più che palese; avevamo, cioè, capito che non ci avrebbero permesso di intervenire pubblicamente. Quindi, con modi determinati ma civili, abbiamo protestato per quell’insolito e strano trattamento pur aderendo alla richiesta di stendere per iscritto le nostre domande ai relatori; ma, ancora una volta, le nostre aspettative sono state frustrate perché lì per lì, mentre ci accingevamo a scrivere le nostre domande, è stata annunciata la chiusura dei lavori. Erano riusciti nel loro intento oscurantista. Intanto, uno dei due commessi - quello che si era mostrato eccessivamente insofferente verso di noi - interloquiva al walkie-talkie con qualcuno per richiedere interventi di altri, forse, commessi.

GIORNALISTI ESTERI - Gli altri uditori, conclusisi i lavori seminariali, iniziavano ad accalcarsi sul pianerottolo dove noi stazionavamo in attesa di grazia e giustizia; assistendo ed incuriositi dalla nostra protesta, ci chiedevano cosa stesse succedendo. Molti di loro, poi rivelatisi giornalisti, erano incuriositi soprattutto dal fatto che delle e degli omosessuali avessero assistito ad un convegno in cui la loro immagine e la loro dignità era stata oltremodo vilipesa. Mentre accadeva tutto questo, sono stata avvicinata da una signora che, qualificatasi come corrispondente di una testata giornalistica del Brasile, mi ha chiesto di rilasciarle un’intervista; richiesta che ho assecondato in quanto succede di frequente che, in questi tipi di convegni, gli operatori mediatici intervistino i protagonisti dei racconti, quando presenti; e ciò, in base alla mia esperienza, non ha mai suscitato interventi tanto veementi ed ostili come invece è accaduto in questa occasione. Infatti, quello più rigido dei due supposti commessi – un soggetto di sesso presumibilmente maschile, tarchiato, brizzolato, dall’apparente età di circa 60 anni, con sguardo truce e un modo di fare lesto e bruscamente repentino - si è avvicinato a noi chiedendoci di andare via. Chiaramente la giornalista ed io abbiamo resisto alla pretesa in quanto palesemente immotivata: eravamo appartate senza che intralciassimo né il passaggio né altro. La reiterazione della richiesta dell’uomo suonava sgradevole e come un assurdo ordine perentorio motivato soltanto da un’evidente insofferenza verso i contenuti della nostra intervista; suonava inoltre discriminatoria come pretesa dato che le altre persone che stazionavano sul pianerottolo non ricevevano il medesimo invito. Il supposto commesso andava vieppiù spazientendosi ed oramai ci redarguiva apertamente per la nostra insubordinazione, per cui ho ritenuto fosse il caso di enunciare i miei diritti di cittadina chiedendone il rispetto.

VIOLENZE ED OFFESE - Evidentemente seccato dalla mia protesta, il supposto commesso ha tenuto nei miei confronti un atteggiamento aggressivo che mi ha spiazzata ed impaurita: ha proteso la di lui mano verso il mio seno e, con un gesto violentemente repentino ha staccato il cartoncino, sul quale c’era scritto “I’M GAY”, che recavo appiccicato sul busto all’altezza appunto del seno. Ciò facendo mi digrignava che “qui non si portano queste cose” (sic!). Fatto ciò, si è infilato prontamente il mio cartoncino nella tasca dei pantaloni e, profferendo al mio indirizzo frasi dal contenuto ingiurioso del tipo che stavo tenendo un comportamento inadeguato per il luogo e di vergognarmi - apertamente riferendosi al fatto che proclamavo di essere una lesbica e che per questo avevo tutto l’interesse ad intervenire in quel contesto ed anche a rilasciare interviste -, è riuscito ad impedirci di continuare l’intervista. Quando ho chiesto a questo signore di circostanziare gli assunti che indirizzava contro di me, nonché di motivare il “sequestro” del mio cartoncino, non ho mai ricevuto alcuna risposta diretta né un atteggiamento minimamente civile. Certo, lì non si poteva dire lesbica senza accompagnare il sostantivo con qualche aggettivo che “lì si poteva o doveva dire”! Interrotta l’intervista, data la violenza che avevo appena subito, ho chiesto prontamente all’uomo la restituzione del cartoncino, di mia proprietà, di cui mi aveva spogliata in maniera violenta e del tutto irriguardosa; chiaramente la mia richiesta è stata disattesa. A questo punto la mia protesta è diventata più esplicita e diretta: intendevo, rivolgendomi all’altro commesso, conoscere l’identità dell’uomo che aveva tenuto un atteggiamento tanto incivile nei miei confronti e pretendevo la restituzione immediata del mio cartoncino.

UNA SUORA - Mentre discutevamo si è avvicinata una suora che, con molta affabilità nei mie riguardi – sorrideva – e per nulla “impaurita” da me che mi dichiaravo lesbica, mi chiedeva, in francese, di spiegarle cosa stesse succedendo; cosa che ho fatto scatenando le ire del furioso supposto commesso molesto che, continuando ad alitarmi sul viso i suoi delicati ordini e complimenti, portava intanto il peso del suo copro addosso al mio nel chiaro intento di costringermi ad allontanarmi dalla suora; questa, per nulla scandalizzata da ciò che le stavo spiegando in tema di omosessualità, ha continuato a chiedermi cose intelligenti, tipo come mai non mi era stato permesso di esprimermi in pubblico dato che ella trovava interessante ascoltare una lesbica che dicesse la sua in quel contesto; ma, costretta dalle molestie del supposto commesso, è andata via questa volta, sì, seccata!

INTIMAZIONE AD USCIRE - In quel frangente siamo stati raggiunti da un altro uomo – in realtà, dato l’accaduto, le persone oramai si accalcavano in quantità nel luogo dove stazionavamo –; questi, che reggeva un walkie talkie – probabilmente era l’altra persona con cui aveva conferito il commesso che mi aveva privato illegittimamente del mio cartoncino –, dopo avere conferito in privato con l’uomo che lo aveva chiamato, è venuto verso di me e mi ha chiesto perentoriamente di lasciare immediatamente l’Università.

RESISTENZA - Io ho opposto il mio diniego motivandolo con il fatto che volevo conoscere l’identità dell’uomo che aveva tenuto un atteggiamento censurabile nei mie confronti – nello strapparmi di dosso il cartoncino aveva anche violato una parte intima e sessuale del mio corpo: il seno, che era stato toccato dalla sua mano con quel suo gesto violento. Ho quindi proseguito a motivare il mio diniego a lasciare l’università senza avere previamente ricevuto una qualche motivazione circa il fatto di essere stata, insieme ai miei amici, incomprensibilmente ed oscuramente impossibilitata ad intervenire nel convegno, a questo punto, in qualsiasi modo pur di potere esprimere in quel medesimo contesto le nostre legittime e doverose opinioni sui contenuti del seminario. Inoltre reclamavo la restituzione del mio cartoncino ingiustamente sottrattomi: era una questione di dignità, non si trattava del valore economico dell’oggetto; ho motivato, infatti, a quegli uomini questa mia richiesta, circostanziandola, nel senso che da vittima venivo trattata come un’indegna, una indesiderata; insomma si stava pesantemente ed illecitamente incidendo sul mio senso di autostima; mi sentivo, infatti, umiliata da quegli attacchi aggressivi ed immotivati cui ero assoggettata sia sul piano fisico che verbale e ancorpiù mi sentivo offesa dall’atteggiamento omertoso che quegli uomini continuavano a tenere nei miei confronti. Inoltre, non potevo lasciare quel luogo perché dovevo ancora recuperare la mia carta di identità depositata presso l’ufficio dove avevo noleggiato le cuffie per la traduzione simultanea. L’uomo che ci aveva appena raggiunti continuava, imperterrito e sordo alle mie richieste, ad avanzare bruscamente e perentoriamente la richiesta che noi lasciassimo immediatamente i luoghi dell’Università; per i motivi testé addotti, non intendevamo aderire a quelle pretese che suonavano vieppiù incomprensibili, assurde ed anche umilianti. Questa richiesta, particolarmente rivolta a me, era intanto stata estesa e notificata anche ai miei amici. A questo punto ero interessata a sapere da chi ricevevo questi inviti, dato che nessuno di quelle persone che stavano impartendoci quegli inauditi ordini si era qualificato o recava cartellini visibili da cui si potesse chiaramente evincere il compito cui questi erano preposti; potevamo infatti e legittimamente supporre che potesse trattarsi di chiunque, magari di qualcuno che aveva verso di noi cattive intenzioni – con i tempi che corrono!

UNA GIORNALISTA DAGLI U.S.A. - Si era intanto avvicinata a me un’altra signora che si è qualificata come giornalista di una testata USA, la quale mi ha chiesto se volevo rilasciarle un’intervista. Chiaramente l’intervista non ha potuto avere luogo, nonostante io e la giornalista la volessimo fare – si trattava in fondo, come per quella di cui ho scritto sopra, di domande e risposte da appuntare su di un taccuino; nessun intralcio quindi né da folla, né da macchine da presa; neanche una fotocamera era presente! L’uomo che continuava a tacere qualifica e generalità ci aveva intanto raggiunte. Allertato infatti dal commesso che mi aveva preso illegittimamente e violentemente il cartoncino – il quale continuava a pavoneggiarmi il suo operato lanciando al mio indirizzo commenti di cattivo gusto e continuando a reggere nel pugno chiuso il mio cartoncino con nessuna intenzione di rendermelo nonostante io non avessi smesso di reclamarne la restituzione -, ha impedito che l’intervista avesse luogo con maniere a dir poco scortesi e palesemente irragionevoli. Intanto la zona si stava sfollando ed era il mio turno, insieme ai mie amici, di consegnare le cuffie per la traduzione simultanea e recuperare così la carta di identità.

POLIZIA - Sicché, consegnate le cuffie e recuperata la carta di identità, l’uomo che aveva appena impedito che la mia intervista avesse luogo, mi ha sottratto il documento esibendomi, su mia richiesta, un tesserino del tutto illeggibile e sostenendo di essere “polizia”. A maggior ragione mi sono rivolta a lui avanzandogli le mie legittime richieste:

- identificazione dell’uomo che mi aveva sottratto il cartoncino,
- la restituzione del cartoncino di mia proprietà e che provvedesse a far sì che io ed i miei amici potessimo rivolgerci a qualcuno degli organizzatori per presentare formale protesta per il trattamento che stavamo subendo.

Per tutta risposta sono stata invitata, con ordine perentorio dall’uomo, a seguirlo, cosa che ho fatto.

FERMO DI POLIZIA - Non sono però entrata nella stanza che mi veniva indicata perché ho avuto paura; difatti, ho concluso che in quella stanza sarei entrata e rimasta da sola sia con l’uomo che me lo aveva chiesto, ossia quello che si era qualificato come “polizia”, sia con il commesso che mi aveva sottratto il cartoncino; inoltre, proprio in quel preciso istante, avevo notato che furtivamente il supposto commesso stava traslando il mio cartoncino dalle proprie mani a quelle dell’uomo “polizia”, consapevole. L’uomo che si era qualificato come “polizia” insisteva, con fare minaccioso e perentorio nella mimica e nel tono della voce, perché io eseguissi il suo ordine; così, completamente nel panico, gli ho chiesto che mi mostrasse di nuovo il suo tesserino di “polizia” perché volevo avere dati certi su cui poggiare le asserzioni e gli ordini impartitimi da questi uomini che oramai si stavano comportando apertamente non come tutori dell’ordine, ossia imparziali, bensì come prepotenti e molto parziali. Sono stata sbeffeggiata per questa mia richiesta che continuavo a proclamare come legittima in base alla vigente normativa in materia amministrativa. In extremis, dato che avevo sempre più timore e visto il clima che si era venuto a creare, ho chiesto ai miei amici di chiamare il nostro legale e di non lasciarmi da sola. Per fortuna, uno dei miei amici – gli altri stavano andando già via sollecitati con modi discutibili dagli uomini che ho nominato - a cui era stato anche preso il documento insieme al mio, ha dichiarato a quegli uomini che non mi avrebbe lasciata sola con loro.

L’AVVOCATO - Intanto io cercavo di comunicare con il mio legale attraverso il mio telefono cellulare. L’uomo qualificatosi come “polizia” continuava a premere affinché entrassi, seguendolo, nella stanza che mi indicava. Finalmente, riuscita a mettermi in comunicazione con il mio legale, gli ho esposto i fatti chiedendo il suo intervento o un consiglio dal momento che avevo oramai valide ragioni per temere di restare da sola in una camera con un uomo che si era qualificato, discutibilmente e fuori dalle regole, come “polizia” in compagnia di un sodale che mi aveva usato violenza e il cui sguardo, mimica e commenti non lasciavano prevedere nulla di buono.

I CARABINIERI - Il mio legale mi stava intanto dicendo che, in base al mio racconto, io ero effettivamente parte lesa a causa dell’atteggiamento a dir poco discutibile tenuto dai due uomini e, chiedendogli disperatamente come avrei potuto legittimamente rifiutarmi di entrare in quella stanza in compagnia di quei due figuri, mi ha suggerito di chiamare i carabinieri, cosa che ho prontamente fatto. Al centralinista dei carabinieri ho chiesto di fare intervenire una pattuglia, dopo avere brevemente raccontato cosa stava accadendo e dove mi trovavo; sono stata però messa in attesa e, dopo qualche istante, la linea si è interrotta. Fortunatamente, l’uomo che si era qualificato come “polizia”, rendendosi forse conto di quello che stava accadendo, mi ha chiesto di lasciare prontamente l’Università abbandonando così il suo intento di portarmi in una camera da sola con lui e con l’altro uomo.

“GIU’ LA MANI! SONO UNA DONNA!” - Così siamo quasi giunti alla violenza fisica nel senso che l’uomo che si era qualificato come “polizia” stava per forzarmi fisicamente, spingendomi verso le scale, per cacciarmi dall’Ateneo; a quel punto, oramai allo stremo, mi sono apertamente e fermamente opposta all’incivile trattamento che stavo subendo ad opera dell’uomo “polizia” cui ho dichiarato che se mi avesse messo addosso anche un solo dito io, in quanto soggetto di sesso femminile, avrei sporto querela. Fortunatamente, il tale si è risolto a non toccarmi e, continuando a chiederci in malo modo di uscire, ci siamo risolti ad “eseguire l’ordine” pur ritenendolo un atto prevaricatore, abbandonando così la nostra determinazione a chiedere, agli organizzatori dell’evento, motivazioni circa il trattamento che avevamo ingiustamente subito. Mi sentivo oltremodo umiliata!

SOTTO SCORTA - Intanto eravamo stati raggiunti da altri uomini, forse due o tre, che con fare molto rigido sostenevano l’azione dei loro, suppongo, colleghi. Anche a loro ho chiesto di avere ragione delle mie pretese ricevendo in risposta un gelido silenzio ed una sprezzante superiorità. Mentre ci avvicinavamo all’uscita dell’Ateneo, io continuavo a protestare per il trattamento che avevamo, tutte e tutti noi, appena subito. Giunti sull’uscio del portone principale, ancora attoniti per tutto quell’accanimento contro di noi e solo verso di noi, io ed i miei amici ci stavamo intrattenendo commentando l’incredibile accaduto. Pur essendo sull’uscio dell’Ateneo e nonostante fosse palese la nostra intenzione di lasciare quel luogo, gli uomini che ci avevano scortato, con fare molto aggressivo, ci intimavano di uscire completamente. Pretesa assurda ed oltremodo provocatoria a questo punto – eravamo già praticamente fuori e niente lasciava supporre che volessimo rientrare, per karità!

AGGRESSIONE E PERCOSSE - Così ho dovuto assistere all’ennesimo atto di violenza gratuita perpetrato ai danni del nostro gruppo: uno dei miei compagni è stato selvaggiamente aggredito e percosso dagli uomini-scorta. Leggete cosa ha scritto il ragazzo: “Ieri sera, 23/2/2006, intorno alle ore 19, mentre terminavo di partecipare al seminario avente titolo"..." all'interno delle giornate di studio dedicate a "..." presso il Pontificio Ateneo Lateranense in Roma venivo invitato, insieme ad altri partecipanti appartenenti a varie associazioni del movimento glbt romano, ad uscire velocemente dal pianerottolo antistante la sala del seminario da persone sconosciute, in abiti civili, in maniera molto perentoria e senza la possibilità di avanzare qualsiasi richiesta di chiarimento nonché di possibilità di attendere le ultime persone appartenenti al gruppo che venivano invece trattenute nel pianerottolo. Oramai sceso al piano terra, sostavo sulla soglia dell'ingresso principale dell'edificio dell' Ateneo attendendo l'uscita delle persone trattenute e ancora non uscite. Dopo circa dieci minuti, sopraggiungevano Ornella ed Andrea accompagnati dalle stesse persone in abiti civili (tre) che intimavano ad Ornella, in termini perentori, di uscire dall'università poiché era chiusa. A questo punto, rivolgendomi ad Ornella, pronunciavo le parole " Credo che possiamo uscire quando l'Università chiude effettivamente in quanto ci sono ancora parecchie persone all'interno e noi siamo già fuori dall'ingresso principale". Immediatamente dopo aver pronunciato queste parole le tre persone si sono letteralmente scagliate su di me aggredendomi e portandomi fuori con spinte e calci pur non essendomi stato richiesto personalmente di lasciare l'edificio e non avendo avuto alcun contatto verbale con loro in precedenza.

E I DIRITTI? - Sconcertata da quanto accaduto, tengo ad evidenziare che quanto occorso ha un sapore molto strano ed amaro per una persona che si ritiene cittadina di una repubblica democratica che dichiara di garantire il riconoscimento la tutela dei più elementari diritti della PERSONA UMANA a TUTTE e TUTTI i propri cittadini, come iscritto nella nostra Carta Costituzionale e nelle norme che la medesima supporta. Il senso di umiliazione che ancora mi accompagna è un qualcosa che mi disorienta e che richiede un sostegno di tipo farmacologico e amicale. E’ incredibile subire tali aggressioni e rendersi conto di stare in un contesto in cui le forze dell’ordine non garantiscono la propria imparzialità nel trattare con i diversi cittadini, mettendo anzi in opera illegittime discriminazioni e consentendo così che la dignità morale, fisica e, come nel mio caso, anche patrimoniale dei cittadini possa venire impunemente ed incivilmente vilipesa fino a tal punto.

IN CHE SOCIETA’ VIVIAMO? - Mi sono così trovata a dovere saggiare, ancora una volta, il sapore amaro della discriminazione, secondo me a causa delle bieche ed abiette concezioni morali e soggettive che, in questa occasione, hanno fatto venire pericolosamente meno l’altissimo valore di eguaglianza che deve invece informare ogni tipo di rapporto, specialmente quelli intercorrenti tra chi ricopre cariche di autorità ed i comuni cittadini. E’ oltremodo noto che quando rapporti intrinsecamente impari vengono inquinati dal senso di superiorità di una persona rispetto ad un’altra, specie quando questo poggia su basi e considerazioni che con le norme ed i principi giuridici del nostro ordinamento hanno poco o nulla a che vedere, si assiste a ripugnanti ed anacronistici abomini che si realizzano nella prevaricazione di una persona superiore su di un’altra ritenuta inferiore, e nell’iniqua prevalenza di chi ha più possibilità di esercitare la forza bruta; e questo ripugna – o dovrebbe ripugnare - al nostro senso moderno di civile convivenza.

QUERELA - Questo dirò all’autorità giudiziaria, chiedendo inoltre l’identificazione delle persone dalle quali ho subito questo trattamento di riguardo e la restituzione del cartoncino di mia proprietà di cui sono stata spogliata in maniera violenta ed illegittima.

 

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