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Aggiornato Venerdì 26-Gen-2007

 

Di Rosario Giuè – “La Repubblica”, 31 Agosto 2005

 

Palermo. Fulvio è di una persona molto riservata, timida e, insieme, di una dolcezza e sensibilità non comuni. Senza dire che è un tipo generoso e con una innata disponibilità verso gli altri. Ma ha una pesante storia alle spalle. Nel suo paese, in Sicilia, da ragazzo frequenta per anni gli scout. Dopo la scuola, è sempre alla sede, puntuale, pronto a fare quello che è stato programmato. Ma proprio lì, dove pensa che dovrebbe essere ben accolto e amato per quello che è, lì si trova a dover fare i conti con gli stessi capi che lo prendono in giro per il suo modo di essere. Sono pronti a giudicarlo senza mai mettersi in ascolto o in discussione. E a Fulvio, che ha una viva capacità di cogliere le sfumature dei sentimenti, del detto e non detto, tutto ciò appare sempre più assurdo. Non basta che deve già sopportare i compagni a scuola? E così, sentendosi calcolato come un "diverso", non gli rimane che uscire dal gruppo.

Ormai diplomato, non ha un lavoro fisso, ma ha un mestiere. E in tanti lo chiamano. Ma spostarsi da casa per andare a svolgere un lavoro in un’abitazione privata per lui è una sofferenza immane. Attraversare il corso principale, poi, è il peggio che gli possa capitare, una vera punizione. Mentre cammina, se passa davanti al bar del paese o davanti al circolo dei benpensanti, è costretto a sentire qualcuno che in modo vigliacco gli tira addosso la parola «frocio». Se a volte non la sente quella parola, se la sente addosso lo stesso, perché vede senza guardare che molti occhi sono buttati su di lui e che quella parola gliela stanno dicendo con gli occhi. Perciò, per evitare quella ghigliottina, Fulvio prende le stradine laterali, ma anche lì un "attentato terroristico" fatto di uno sguardo malevolo, di una risatina o di una brutta parola può spuntare da un momento all’altro. Ma come si fa a vivere così? Quasi vorrebbe che nessuno lo chiamasse più per fare i lavori artigianali, pur di non sentirsi addosso quella pressione così "umana". Tanto i genitori a casa non gli fanno mancare il necessario per vivere e cercano di proteggerlo come possono. Ma si può continuare? E allora Fulvio matura il bisogno di andare via dalla Sicilia, dal suo paese che ormai gli sta così stretto. Che gli toglie il respiro, gli fa mancare l’aria, non lo fa essere se stesso.

Andare al Nord d’Italia, ecco cosa decide un bel giorno Fulvio. E così una ventina di anni fa lascia la sua casa. Non come Abramo perché il Signore lo chiama verso la terra promessa, ma perché si sente espulso dai suoi compaesani. E come è duro ricominciare. Abita in una cameretta facendo i lavori più umili. Con il tempo trova un lavoro stabile che gli permette di sfruttare appieno il suo diploma. Al Nord dice di sentirsi sereno. Ma anche lì, una media città del Nord, a volte si sente deriso. Anche lì qualche collega fa le sue battute. Ma Fulvio non lo vuole ammettere. Lì si sente realizzato. Vuole mettere radici, compra una casa.

In paese sono rimasti i vecchi genitori. E quando questi si ammalando gravemente, torna e se ne prende cura con pazienza. Quando può scappa nella sua città del Nord, anche per quindici o venti giorni, per poi tornare a dedicarsi ai suoi vecchi, fino alla fine. Ma anche ora che i genitori sono morti in estate va in paese. Perché vi ha gli affetti. Ma gli amici e le amiche che lo vogliono bene davvero avverte che si possono contare forse con le sole dita di una sola mano. Con loro si sente protetto, va al mare, in montagna, ma che non lo invitino a fare una passeggiata per la strada principale del paese durante della festa della santa patrona. Ma no, gli dicono loro, sai, il paese è cambiato, sta cambiando. E per incoraggiarlo un’amica gli racconta che in paese vi sono diversi ragazzi con un orientamento omosessuale e che non fanno molto per nasconderlo. Gli racconta che le nuove generazioni sono più aperte. Che, anzi, suo figlio ha un amico omosessuale e che non c’è nessun problema. Che "Gianni" viene a casa del figlio con frequenza, che il figlio va a casa di Gianni senza problemi, che gli altri amici ed amiche cercano Gianni senza pregiudizi. Entrano ed escono, vanno a mare insieme. Il paese, vedi, sta cambiando, gli dicono. E lui, Fulvio, a dire "no". Che non è proprio cambiato il paese se gli hanno raccontato che il sacerdote pubblicamente ha detto che gli omosessuali sono malati e che vanno curati. Loro. Ed è deluso perché pensa che la Chiesa dovrebbe spingere al rispetto di tutti, avere un atteggiamento più in positivo, e non alimentare separazione, condanna ed esclusione. E poi c’è la sua generazione, quella dei quarantenni e dei cinquantenni: quanto è cambiata quella?

Certo, sente un po’ di nostalgia per le sue antiche radici, pensa alla gioia innocente dei giochi fra bambini. Ma Fulvio non tornerà. Intanto ha deciso di aggiustare la casa paterna. Ogni estate fa qualche rifinitura in più. Forse è un piccolo segno di una flebile speranza che, sì, la Sicilia può cambiare davvero più del Nord e che un giorno, quanto lontano non lo sa, possa tornarvi.

 

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