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Aggiornato Giovedì 11-Ott-2007

 

Due occhi color nocciola, trasparenti e limpidi, pieni di vitalità e tristezza. Uno sguardo attento e indagatore, facilmente intuibile sebbene protetto dietro due spesse lenti la cui montatura ad ali di farfalla acuisce l’impressione di trovarsi di fronte ad una donna arroccata e sola.

Una bellezza, la sua, piuttosto insolita, corollario di un atteggiarsi distaccato e fors’anche indisponente, ma colmo di quella benevola durezza che sempre segna il volto con leggere rughe di espressione là dove il viso è più flessuoso e traducibile, più vulnerabile e significativo, più somigliante a quello che si è intimamente – sicché, Fabienne, era il ritratto di se stessa nel sorriso e nello sguardo e questi, di fatto, ne sbugiardavano il comportamento. Così, con quell’assurda pretesa d’infondere timore o disinteresse, Fabienne otteneva immancabilmente l’effetto contrario.

Nei suoi occhi, sulle sue labbra, trionfava beffarda un’immensa dolcezza, un disperato bisogno d’amore e comprensione, l’incontenibile rassegnazione di chi dubita innanzi tutto di sé. Chiunque vi avrebbe potuto attingere le più prelibate ghiottonerie, prendendovi rivincite, godendo del potere quasi illimitato di possedere l’altro senza nessuna contropartita, senza nulla rischiare. A quarant’anni compiuti, Fabienne, era troppo delusa e stanca per permetterlo ancora, di qui la necessità di ritirarsi in una solitudine indesiderata che ne rendeva ancor più evidenti i bisogni e l’infelicità.

Caduta ogni resistenza nella stanchezza di fingersi, ecco Fabienne in tutta la sua cedevole, arrendevole semplicità: Fabienne è disarmata, disorientata, ed è questo di lei che disarma e disorienta; Fabienne vuole amore ed è nata nuda per essere nuda, ma di lei è questo che inibisce; Fabienne ha paura di restare sola, ha paura del tempo, di sbagliare, di disturbare e nei suoi libri, nelle sue lunghe domeniche trascorse spiando il silenzio, nei suoi quaderni dove nessuno andrà a scuriosare, trova posto, si esalta e consuma un’intelligenza e una sensibilità rara – ma è soprattutto questo che di lei intimidisce e spaventa.

E allora è bello cercarle in volto il pianto che vi è trascorso, aiuta a non sentirsi estranei, differenti – quel pianto ci accomuna ed è rassicurante scoprire che a mille anni di distanza un poco le somigliamo… Così ho capito che questo cercarsi reciproco crea una zona franca impenetrabile dall’esterno, un segmento di silenzio nel quale si viene a stabilire quell’intesa alchemica che salva dal baratro dell’indifferenza, che avvicina le persone affini e ne decide il futuro comune – qui nasce il tacito accordo di alleanza spirituale tra consanguinei.

Lo sconcerto è naturale quando incontrarsi non è un caso, un attimo qualsiasi della sua vita che facilmente dimenticheremo.

Ci presentò un’amica a da allora non l’ho più vista. Passammo pochi minuti insieme e nulla ci dicemmo, ma ho la certezza che per una ragione a me sconosciuta, dovevamo guardarci e pensarci esattamente com’è avvenuto – in nessun’altro modo.

Fabienne mi salutò con un gesto della mano ed io avrei voluto dire: “Vieni, vieni con me”, ma al solo pensarlo mi parve che le labbra le si irrigidissero in una richiesta di rispettoso, paziente silenzio.

Allargai le braccia ed ella annuì.

Ci allontanammo una nella direzione opposta dell’altra e forse anche lei, come me, proseguì per la sua strada senza voltarsi.

 

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