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Aggiornato Giovedì 11-Ott-2007

 

Benjamin si volse verso la piccola Trudy e rimase immobile ad osservarla – assorto, in contemplazione.

Com’era bella la piccola Trudy – un batuffolo di pelo, tutta tenerezza e fedeltà.

Trudy non si sentiva bene. Da qualche giorno rifiutava il cibo, a volte riposava con gli occhi semi aperti, senza vedere, senza dormire, ansimante in un rassegnato abbandonarsi al dolore. Benjamin aveva chiamato il veterinario ma il verdetto non lasciava speranza: Trudy non voleva più vivere e, in fondo, non soffriva molto.

Benjamin, l’atletico, il selvaggio Benjamin, cosa avrebbe dovuto fare? Buttarsi giù da una rupe? Correre incontro a tutti gli autobus che passavano di lì, con le braccia aperte e il cuore gonfio d’emozione, per poi ritrovarsi con la faccia trasformata dal pianto, masticando polvere e singhiozzi? Daniel se n’era andato – Benjamin e la piccola Trudy dovevano farsene una ragione. Nessun treno al mondo, nessun sortilegio lo avrebbe riportato nella vecchia casa vicino al fiume. Daniel aveva deciso per tutti ed essi sapevano bene quanta risolutezza si nascondesse dietro quello sguardo da eterno sognatore.

Benjamin era nato e cresciuto nella vecchia casa di legno – lui e la canna da pesca, lui e gli alberi e il fiume e la terra umida che odora di stagioni, in una solitudine senza inquietudini, affanni. Poi, un giorno, scorse in lontananza la bella figura di quel misterioso viaggiatore – allora per la prima volta fremette, ma non ebbe paura, non si rifugiò nel bosco. Lo attese, quindi bevve i suoi occhi ed ebbro di piacere si abbandonò al suo abbraccio lasciando che gli scolpisse sulle labbra e nel cuore il gran silenzio che c’era tutt’intorno. Era estate, una calda estate di tanto tempo fa, ma sotto i peschi sembrava appena primavera. Daniel posò il suo zaino in un angolo della casa. Tagliò la legna per cinque lunghi inverni, cantò le sue canzoni d’amore per sei brevi estati, il settimo anno giunse Trudy ed essi l’accolsero festosamente, proprio come si accoglie un figlio tanto atteso – l’ottavo anno se ne andò lasciandosi alle spalle due creature più incredule che dispiaciute. «Oh, Trudy, non ti agitare, vedrai che tornerà – sta solo scherzando…» - ma Daniel non aveva affatto scherzato. Il giorno e la notte cominciarono a mescolarsi tristemente – non vi era più gioia e nessuno cantava sotto i peschi in estate.

Benjamin strinse fra le braccia la piccola Trudy e pianse lasciando che le lacrime gli scivolassero lungo il petto. Parevano carezze: le carezze di Daniel o i baci di Trudy.

Se n’erano andati tutti e due senza lasciargli altro che quelle lacrime ed un gran vuoto, un incolmabile, straziante desiderio di morire.

Benjamin guardava le fiamme levarsi alte nel cielo. Laggiù, vicino al fiume. Udiva un grido disperato… Lingue di fuoco avviluppate in una danza abbacinante, fantasmi e cenere cantavano e piangevano la vita, il suo amore e la piccola Trudy che non s’agita più. Quel fuoco lo purificava, lo benediva, pareva dirgli di andarsene adesso, che finalmente era libero, libero e leggero, quasi un uccello in volo, quasi una nuvola di fumo.

Benjamin non aveva bisogno di pensare alla libertà come ad una cosa rara e preziosa – Benjamin se la portava addosso, semplicemente, come una condanna.

Si asciugò le lacrime, raccolse la chitarra che Daniel aveva dimenticato e volte le spalle s’incamminò lentamente verso l’orizzonte.

 

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