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Berenice,
seduta sulla sua bellissima sedia a dondolo, snocciolava ormai da ore
un vecchio rosario di madreperla, l’unico oggetto capace di ricordarle
ancora con sorprendente chiarezza l’amaro sorriso di sua madre.
Maddalena
sorrideva sempre quando spiegava alla piccola Berenice che ognuna di quelle
perline era un desiderio rimasto imprigionato tra le sue dita, che non
aveva saputo aprire la mano quand’era il momento di farlo e quindi
aveva ragione di lamentarsi della solitudine perché la meritava.
Berenice
aveva subito il fascino ipnotico e crudele dei lunghi, intensi silenzi
che sempre l’avevano separata da quella donna tanto amata e assente.
Si era chiesta molte volte cosa nascondessero, cosa significassero, ma
non lo aveva mai capito, ne mai era riuscita a sottrarsene. Con il tempo,
per sopravvivere alla penombra di quella stanza dove per attimi interminabili
aveva ammirato le mani di sua madre senza poterle stringere, si era convinta
che la tenerezza e l’allegria fossero pulsioni inadeguate, innaturali,
peccaminose.
Compiuti
i cinquant’anni, guardando il corpo scarnificato di Maddalena, intuendone
i deliri, accudendola nei capricci e nelle ansietà della demenza
senile, capì che sua madre aveva vissuto in quel modo austero per
punirsi di qualcosa e forse, accecata dal rancore che provava per se stessa,
non si era accorta di averla privata delle attenzioni e dell’affetto
che le doveva. Ma Berenice non riusciva ad odiarla. L’amava ancora,
profondamente, di un amore puro e irragionevole – infantile.
Berenice
sospirò pensando che forse, assieme al colore dei capelli e degli
occhi, ai figli si consegnano le tracce sulle quali edificheranno, nel
bene e nel male, tutta la loro vita. Come una tara, di gene in gene, di
generazione in generazione, la malinconia dei padri, i rimpianti delle
madri. Ed ora che Maddalena l’aveva lasciata sola a fare i conti
con se stessa, un unico pensiero la consolava: lei aveva interrotto il
corso della storia, attraverso lei nessun rancore si sarebbe perpetuato,
in nessun altro corpo avrebbe affondato le radici come un male cattivo,
inestirpabile.
Una
lacrima le scivolò lungo le guance arrossate. Una vampata di rabbia
e pietà la scosse dal torpore. Era già sera. Una limpida,
fresca sera settembrina. Berenice si alzò per chiudere le imposte,
accese una lampada e si voltò istintivamente verso la camera di
Maddalena come se avesse udito la sua voce…
«Berenice,
lo prepareresti un po’ di the?»
«Certo, mamma…».

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