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Aggiornato Domenica 14-Feb-2010

 

Da molti mesi conduco una ricerca iconografica sulla prima metà del secolo scorso, indicativamente dagli anni Trenta sino al 1945.

Nel web, in modo particolare quello italiano, in alcuni siti che mettono a disposizione materiali e ne consentono il libero utilizzo (senza obbligo di registrazioni, acquisto, senza rivendicarne la proprietà - come se si potesse essere proprietari della storia, della vita e della morte delle persone che essa, in parte, racconta), ci sono più silenzi, più parole scarsamente documentate che immagini. Si ha l’impressione di attraversare un deserto, immersi in un generalizzato revisionismo (di qualsiasi matrice, spesso involontario e dilettantesco), in una specie di cecità inconsapevole e condivisa che riempie i vuoti con il nulla, o poco, o rumore indistinto - confusione di segni in bianco e nero.

Il velo leggero, rassicurante, falsamente innocente dell'oblio, dell'ignoranza o della riscrittura, ha coperto ogni cosa. La rimozione, l’omissione, la negazione o la falsificazione, sono il bel tappeto sotto al quale le cattive coscienze nascondono non solo la verità storica, ma anche la vita e la morte nelle più semplici, anonime, ininfluenti, umanissime espressioni. Le lacrime sono sfumature. I sorrisi e le risa, i sogni e le speranze infrante, le mani protese nell'atto di chiedere o prendere sono sfumature. La fame, la sete, le malattie, le ferite inferte, subite, sono sfumature. La privazione della libertà, l’assenza del diritto, sono sfumature. Queste cerco. Cerco settanta milioni di volti. Quei visi che gli uomini e le donne di allora (e adesso), hanno cancellato - come il gesso su una lavagna. Spigolo tra i numeri, le parole, i silenzi, le pietre e i granelli di sabbia. Perdo il MIO tempo, ma in questo intimo investimento senza senso e consenso, talvolta trovo gli attimi che, uno dopo l'altro, hanno composto le ore, i giorni, gli anni di quell’immane tragedia - impunita, condannata all’estraneità e alla distanza.

Per gli appassionati o distratti relatori/fruitori di computi, ogni singola vita, ogni singola morte è, in sé, un dettaglio - trascurabile. Non hanno tempo da perdere, loro, non s’interessano alle minuzie. Spersonalizzano, allontanano dal proprio vissuto, dalla propria storia personale e dal proprio tempo, la contemporaneità, il perdurare e l’eternarsi delle responsabilità, delle correità individuali e collettive. Così possono dormire tranquilli. In fondo, il passato è passato. Storie vecchie, magicamente risolte, finite. Tutti colpevoli? Tutti assolti. Un calcetto e via, si ricomincia - mondati, dimentichi. Nel gioco delle tre carte, l’imputato diventa giudice di se stesso e dei suoi complici, il persecutore si trasforma in vittima con postumi diritti di prelazione, licenza di legiferare, sancire, dettare regole, nominare i propri successori.

Nel 1945, questo è accaduto - soprattutto qui, a casa nostra. Dal 1945, questo accade - sistematicamente.

Ad aver voglia di indagare, capire, si scoprono fatti che nessuno ha avuto bisogno di nascondere sul serio. Ne sono prova gli "armadi della vergogna" (due, per il momento), rinvenuti negli anni Novanta in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi in Via degli Acquasparta a Roma, nella cancelleria della procura militare, contenenti 695 fascicoli (alcune fonti parlano di 2.274 episodi documentati) riguardanti una parte dei crimini di guerra commessi dalle forze di occupazione nazi-fasciste contro civili inermi, perlopiù bambini, donne e anziani, sul territorio italiano e nei balcani. Se qualcuno avesse temuto che vi sarebbero state delle conseguenze, avesse davvero avuto bisogno di occultare responsabilità e compromissioni, quell’armadio, semplicemente, non esisterebbe. Per non parlare della protezione offerta ai sanguinari ustasha da una parte importante della chiesa cattolica, o della così detta “via dei monasteri” percorsa dai nazisti in fuga verso i paesi compiacenti dell'Europa saldamente fascista o neutrale, nel medio oriente e nelle aree d'inflenza statunitense (nel Sud e nel centro America, in Spagna e altrove), aiutati, nel migliore dei casi, dall’omertà dei preti, dei cari fraticelli e delle pie sorelle, nel peggiore, dall’appoggio economico, logistico e politico del Vaticano e, non dimentichiamolo, degli Stati Uniti. Il diavolo fa le pentole, non i coperchi.

Nei mesi che precedettero e seguirono la fine del conflitto, ai nostrani nazi-fascisti (eccezion fatta per i deceduti a causa di malattie, incidenti, vecchiaia e qualche sfigato sommariamente ma convenientemente “giustiziato” dai partigiani o dai fascisti stessi - Ciano ed anche Mussolini, per citarne due) è andata perfino meglio: perlopiù ignorati dalla giustizia militare e civile o rapidamente “graziati” in nome della “riconciliazione nazionale”, sono stati subito o gradualmente (re)integrati nel sistema economico, politico e culturale. La maggior parte dei repubblichini, dei promotori delle famigerate leggi razziali, ad esempio, dopo il 1945 hanno fondato partiti, sono diventati deputati, senatori, ministri della Repubblica, hanno continuato indisturbati a pontificare, scrivere libri, hanno intrapreso o hanno proseguito la carriera di artisti, giornalisti, attori, registi, hanno continuato le loro ricerche scientifiche, ad insegnare nelle scuole e nelle università, a sedere nei consigli di amministrazione delle piccole, medie, grandi imprese pubbliche e private, a dirigere l’esercito o, stipendiati dallo Stato (da noi) sono stati insieme ai loro adepti gli ideatori, il braccio armato della massoneria (P2) e dei gruppi di potere occulti italiani e stranieri che dagli anni Sessanta sin oltre i Settanta, ci hanno portato ad un passo dalla guerra civile. L’elenco dei “riciclati”, “illustri”, noti o divenuti tali, è talmente lungo che non è qui possibile farlo, né servirebbe. Basti sapere che, ad esclusione dei dissidenti e degli antifascisti non necessariamente di sinistra, sopravvissuti al massacro, datisi alla macchia o confluiti nella resistenza, tutti, TUTTI gli altri, avevano ed hanno le mani sporche di sangue, erano più o meno compromessi con il regime, ne avevano pienamente condiviso l’ideologia rendendosi a vario titolo responsabili delle efferatezze compiute - ma alla fine ha prevalso la “ragion di Stato”, ognuno ha chiuso gli occhi, ha finto di non sapere. Si può affermare senza temere smentite che, in proporzione alle colpe e ai crimini, pochissimi abbiano davvero pagato, abbiano subito conseguenze rilevanti o durature. Ciò è valso per i fascisti, i nazisti, gli ustasha, i franchisti (il 28 ottobre 2007, anniversario della marcia su Roma, Ratzinger, il Papa tedesco che militò nella gioventù hitleriana, ne ha addirittura beatificati 498 in un sol colpo!). E’ accaduto in Europa o in qualunque altro luogo ed epoca preda della dittatura o una falsa democrazia. Nelle biografie di alcuni, il passato è persino “scomparso”. Le enciclopedie e gli albi d’oro sono pieni di gente che si è ripulita dalla testa ai piedi, di cui si è dimenticato in fretta il vizio di sparare nel mucchio, di credersi razza superiore. Questi encomiabili figli della patria, questi esemplari statisti, uomini di fede, cultura, scienza, hanno ricevuto premi, riconoscimenti, medaglie - ad alcuni sono state dedicate targhe commemorative, manifestazioni, piazze, vie. Chi avrebbe dovuto protestare, chi si sarebbe dovuto opporre? Gli ex camerati? I compagni di merende con cui hanno spartito il bottino di guerra, i lasciti dei morti, dei deportati e degli esiliati che non hanno fatto ritorno?

Qualcuno, a ragione, obietterà che nella vita si cambia, ci si può rendere conto di aver sbagliato. Ma non è da gonzi fidarsi di chi si "ravvede" quando ormai è spalle al muro? Certo, se avessimo passato per le armi tutti i fascisti responsabili dello sfacelo, almeno due terzi della popolazione avrebbe tolto il disturbo - ma affidare a quegli stessi uomini le sorti del paese al solo scopo di creare un irriducibile fronte anticomunista, è stata una scelta criminale, un rimedio scriteriato che ha avuto conseguenze peggiori del male che ha evitato. Io penso che squadristi, repubblichini, esponenti di partito, governo, assassini, delatori, chiunque abbia contribuito all’affermazione dell’ideologia nazi-fascista, abbia causato morte, dolore, privazioni, non avrebbe MAI dovuto ricoprire incarichi pubblici, avrebbe dovuto essere condannato quantomeno all’isolamento, all’impotenza - per un tempo non inferiore ai settanta anni (1), si sarebbe dovuto impedire a lui e ai suoi eredi di occupare posti di potere, di trasmettere, opportunamente adeguata ai nuovi dictat, la cultura del disprezzo e del privilegio. Non averlo fatto, ha aperto la voragine (la ferita) su cui abbiamo costruito le fondamenta della Repubblica. Date le premesse, il presente non può stupire, né possiamo farci illusioni sul futuro.

Perciò continuo il mio viaggio solitario tra le dune di questo deprimente deserto, questo immenso imbroglio, questa gigantesca menzogna: per dimostrare, a mio modo, da libera pensatrice e poeta renitente, che nulla può essere cancellato completamente, nulla è invisibile se si è disposti a guardare.

 

 

 

 

(1) Pensavo che settanta anni fossero una quantità di tempo equa, sufficiente a rendere inoffensiva o perlomeno attenuata la capacità penetrativa (infestante) e persuasiva non solo degli uomini direttamente provenienti dal nazi-fascismo, ma anche dei loro figli e nipoti probabilmente ammaestrati a riconoscersi in quella ideologia e desiderosi di riaffermarla - forse a qualunque costo.

Mi sbagliavo.

E’ notizia di questi giorni che Licio Gelli condurrà un programma televisivo in cui ci darà (lui e i suoi "ospiti") qual è la verità storica a cui, oggi, dobbiamo credere.

Ma chi è Licio Gelli? Repubblichino, dopo la guerra diventa collaboratore dei servizi segreti anglo-americani e agente segreto della Repubblica italiana. Implicato in molte vicende “oscure” degli anni settanta rimaste sostanzialmente tali (stragi di stato, omicidio del giornalista Pecorella e del banchiere Roberto Calvi, rapimento Moro, crack del banco Ambrosiano, ecc.), è stato un depistatore e un faccendiere potente, il custode omertoso, perciò affidabilissimo, di molti scottanti segreti, ma è soprattutto noto per essere stato il venerabile maestro della loggia massonica P2 che contava tra i suoi iscritti (ma l’identità di tutti gli aderenti non è mai stata accertata) 2 ministri, 44 parlamentari (di ogni partito escluso quello comunista), 155 tra dirigenti ministeriali, funzionari pubblici e di partito, 18 magistrati, 208 tra alti ufficiali dei Carabinieri e della Polizia, dei servizi segreti e della Guardia di finanza, banche, compagnie assicurative, compagnie aeree, enti previdenziali e ospedalieri, testate giornalistiche e case editrici, imprenditori, avvocati, notai, medici, docenti e dirigenti universitari, giornalisti, scrittori, diplomatici e persino 2 sindacalisti. Il programma eversivo della P2 (la fine della democrazia attraverso l'indebolimento dei sindacati, il controllo dei giornali, della magistratura, dell’informazione radio-televisiva e dei politici, puntando all’instaurazione di una Repubblica di tipo Presidenziale, annientando l'opposizione di sinistra al fine di collocare ai vertici dell'economia, della cultura e della politica un’oligarchia catto-fascista composta da uomini graditi al Vaticano e agli Stati Uniti) è prossimo ad essere completamente realizzato dai suoi iscritti più “fortunati”, quelli rimasti ignoti e quelli che alternandosi alla guida del governo italiano nelle ultime due decadi, si sono fatti le leggi attraverso le quali garantiscono potere e impunità a loro stessi e ai propri complici - Berlusconi su tutti, tessera P2 n. 1816, pagata cento mila lire il 26 Gennaio del 1978.

No, settant’anni erano, sono pochi. In questo dannato, assurdo paese, non ne bastano cento per ottenere giustizia, fare pulizia, o almeno voltare pagina - dignitosamente.

C. Ricci (1° Novembre 2008)

 

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