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Aggiornato Mercoledì 12-Feb-2014

 

A Giovanni sarebbe piaciuto raccontare che sua madre era una ballerina, ma solo ballerina non fu e la danza, se così possiamo chiamarla, era piuttosto l’aspetto decorativo che rendeva assai meno infamante un mestiere inconfessabile allora come adesso, sinonimo di appellativi iniqui ancor prima che offensivi. Insomma, sua madre aveva esercitato il mestiere di antréneuse – con passione e successo.

Ella fu, innanzitutto, una donna irrazionale e vacua. Divoratrice insaziabile di romanzi rosa, fu capace di credere ciecamente ad ogni singola parola letta. Da attrice consumata indossò i panni delle sue improbabili eroine e in una specie di delirio allucinatorio che la rese chimera affascinante ed evanescente, si affermò quale apprezzata, molto ben pagata e corteggiatissima antréneuse e ballerina di fila nei migliori night dell’Italia centro-settentrionale.

Di suo padre, invece, non gli sarebbe piaciuto dire che faceva solo il meccanico (senza offesa per chi onora questo straordinario mestiere), ma solo meccanico egli non fu ed anzi, la meccanica, così possiamo certamente chiamarla, altro non era che una copertura, il compendio indispensabile ad un’occupazione di gran lunga più redditizia, eccitante e pericolosa: il contrabbando.

Erano entrambi molto giovani, belli, ammirati e temuti quando s’incontrarono per la prima volta in un night ai confini con la Svizzera.

Lei era in gran forma quella sera. Non era l’unica a saper prendere gli uomini come voleva, ma certamente era considerata una delle più abili. Lei e le sue colleghe facevano un gioco che consisteva nel rincitrullire il cliente a tal punto che ordinasse senza rendersene conto il maggior numero di bottiglie. Il malcapitato (ma come si dice: “mal voluto non fu mai troppo”), spendendo molto denaro e immaginando tra i fumi dell’alcol chissà quali avventure erotico-sentimentali, sul momento gli rimpinguava lo stipendio (le migliori avevano uno stipendio “fisso” oltre ad una percentuale sulle consumazioni), in seguito assicurava un gran divertimento inviando loro mazzi di fiori supplicanti un appuntamento per la sera stessa o, se non era troppo ardito chiederlo e sperarlo, per il pranzo del giorno successivo – cosa che, se fosse avvenuta e si fosse saputo, ne avrebbe giustificato l’immediato licenziamento. Vinceva la gara chi aveva accalappiato il cliente più generoso e perseverante – ovvero il più spendaccione e sciocco.

Era davvero molto bella a quel tempo: più alta della media, di aspetto sano e fiero, prosperoso. Assai educata e brillante, raffinata ed elegante, aveva gusto nel vestire, ballava con abilità i ritmi in voga, le piaceva il jazz e tutto quel leggere Liala le aveva conferito un italiano decente. Sembrava proprio una gran signora. Un giorno un bellissimo principe avrebbe bussato alla sua porta e l’avrebbe portata nel suo maniero dove sarebbero vissuti nella ricchezza e nell’abbondanza… Questo sognava e su questo ironizzava facendo finta di non crederci affatto.

Lui si era tirato a lucido quella sera. Un vestito classico portato senza cravatta, con disinvoltura. La faccia ben rasata, il solito dopobarba, nessun profumo. La solita aria strafottente, la solita ostentazione di sicurezza. Anelli d’oro e portafoglio gonfio mostrato sino alla nausea.

In Svizzera lo attendeva un carico di sigarette niente male e lui era il migliore in fatto di “trasporti eccezionali”: la macchina truccata avrebbe fatto mangiare la polvere a chiunque si fosse messo in testa di fermarlo, i doppi fondi ricavati con ingegno nella carrozzeria avrebbero celato il bottino, ed una montagna di giocattoli buttati alla rinfusa sui sedili posteriori avrebbe tratto in inganno chiunque si fosse chiesto cosa trasportasse lo straniero.

“Ecco il pollo”, pensò lei e subito l’istinto la spinse a sfoderare tutte le armi che aveva per indurlo ad un estenuante assedio. Lui, uomo sensibile al portamento elegante ma spesso austero e volitivo delle donne più ambite, specialmente attratto da quelle che sembravano fuori dalla sua portata, come la vide decise di conquistarla – raccolse la sfida.

«Che mestiere fa?», chiese lei con aria falsamente annoiata. «Rappresentante di giocattoli», rispose lui con ostentata nonchalance. Non aspettava altro. Avvolta nella luce crepuscolare dell’immaginaria riviera ligure, completamente immersa nelle promesse d’amore lette sull’ultimo romanzo rosa, pensò in modo del tutto consequenziale: “Perché no? Perché non a me?”.

Era fatta.

Un varco si aprì nella corazza di quella donna bellissima e inaccessibile, famosa per essere “una che non la dà tanto facilmente” e che “gli uomini prima li spolpa, poi li dimentica”. Già, perché non a lei? Era un uomo davvero interessante: biondo, occhi azzurri, ben piazzato, massiccio, spavaldo, brillante, magari un po’ troppo chiacchierone, un po’ esagerato, ma evidentemente ricco sfondato se poteva permettersi di spendere tutti quei soldi senza batter ciglio… e poi gli piacevano i bambini altrimenti perché commerciare in giocattoli? Dunque aveva un animo gentile, si sentiva che aveva studiato o che, almeno, sapeva cosa stava dicendo… Certo, perché non a lei un po’ di fortuna? “La vita non è letteratura” – che senso poteva avere quella frase, per chi? Davvero era una povera illusa? Anche fosse stato un sogno, a quale scopo privarsene – i sogni non hanno mai fatto male a nessuno…

Completamente delirante dimenticò di chiedersi cosa ci facesse quell’uomo straordinario in un night con tutti quei soldi da spendere in compagnia di ragazze di vita – e se ci pensò certamente preferì non indagare.

Lui ne fu affascinato. Ambiva a qualunque cosa potesse dargli lustro. Per sé voleva il massimo in fatto di locali, femmine, auto e moto – meglio se pezzi unici, destinati ad una élite. Quella donna avrebbe fatto un figurone sulla sua Spider fiammante, gli amici lo avrebbero invidiato, ne avrebbero lodato l’abilità predatoria, l’indubbio buon gusto. E poi, in fin dei conti, lei non aveva un cattivo carattere, non era ingestibile come sembrava: era passionale, magari un po’ enfatica, senza dubbio superficiale, ma gli piaceva la sua compagnia, lo faceva sentire importante… Dividerla con altri? Inevitabile e insopportabile. Decise allora di portarla via, ma se le avesse detto che era un contrabbandiere perlopiù squattrinato, mantenuto da una madre-virago, prepotente e gretta, che per vivere faceva la fioraia ambulante e arrotondava procurando aborti, che era figlio di “NN”, che portava il cognome di un uomo che odiava e prima o poi gliel’avrebbe fatta pagare, che la vita era una merda e che tutti erano merde (tranne lui, naturalmente), che ne sarebbe uscito, che, a qualunque costo, ce l’avrebbe fatta ad affrancarsi, che comunque era il migliore nel suo campo, che nessuno gli avrebbe fatto le scarpe e… Insomma, se avesse vuotato il sacco l’avrebbe perduta, ma soprattutto non avrebbe avuto una seconda opportunità se le avesse offerto di vivere nel solaio della sua officina… E allora? Semplice: non le disse la verità e siccome era un uomo pieno d’inventiva, si costruì addosso una storia quasi credibile che lei si guardò bene dal verificare – d’altronde, buon senso e prudenza non furono mai il suo forte. Il problema, semmai, era un altro e se ne stava sul comò in camera d’albergo, accanto all’ennesimo, enorme mazzo di rose rosse: un biglietto di sola andata per Parigi dove era attesa da un Conte assolutamente deciso a sposarla! Naturalmente fece la cosa più insensata del mondo: comprò svariati bauli nei quali mise i libri di Liala, le fotografie, i numerosi gioielli, vestiti e scarpe invernali, lì spedì in fretta e furia, montò sulla Spider del suo nuovo amante e se ne volò via da quella stanza, da quelle rose, da quel biglietto d’aereo inviato da quel ricco, innamorato, bel conte parigino! Il dado era tratto. Finalmente aveva trovato il suo principe e con lui avrebbe vissuto sino in fondo l’avventura più straordinaria della sua vita.

Inutile dirlo: lui si sentì in paradiso, ma una volta ottenuto quello che desiderava, quasi subito se ne stancò (un atteggiamento, questo, dominante, destinato a perdurare e consolidarsi nel tempo) e nel giro di appena qualche mese la privò del titolo di indiscussa reginetta del suo popolatissimo harem.

Lei affrontò il viaggio in allegria, probabilmente pensando di trasferirsi in una industriosa, vivace e moderna cittadina Toscana, ma arrivata a Lucca, di fronte alle belle mura medievali, scoppiò in lacrime chiedendosi finalmente dove fosse finita. Lui la consolò facendola dormire per una settimana nel miglior albergo della provincia.

La disperazione crebbe in proporzione alla mancanza di denaro, cosicché, più si svuotava il portafoglio, più aumentavano le lacrime. Lui si giustificò lamentando il ritardato pagamento di una grossa fornitura e lei, come al solito senza farsi domande inutili e inopportune (perché sprecare energie), gli corse in aiuto: si fece rimborsare il biglietto d’aereo, impegnò i gioielli al Monte di Pietà e la seconda settimana la trascorsero in un tre stelle piuttosto modesto ma pulito, bagno in camera.

Lei cominciò a sentir puzza di bruciato, ma non poteva credere di essersi sbagliata in tutto. Non era cattivo, agiva in buona fede, gli affari non potevano andare sempre bene, bastava portar pazienza ed ogni cosa si sarebbe certamente sistemata...

Tanto s’era distratta a cercare una buona ragione per non tornare indietro, che non si accorse di un “dettaglio” non trascurabile: nella fretta della partenza aveva dimenticato di portare con sé il ciclo mestruale (occorre dire, però, che le accadeva spesso di avere forti ritardi, ma poteva star tranquilla perché a causa di un trauma subito in seguito ad uno stupro subito a sedici anni, era divenuta almeno temporaneamente sterile e, per quanto strana fosse, questa fu davvero la diagnosi del medico quando, stupita di non aver mai “incidenti”, ne consultò uno)!

Alla vigilia della terza settimana si trasferirono in una locanda - bagno nel corridoio, in comune con gli altri ospiti.

Lei aveva spesso la nausea. Si sentiva troppo male per rendersi conto che avevano imboccato una strada ad imbuto, un vicolo cieco.

Lui era sempre nervoso. Alla fine dovette dirle una parte di verità (farcita, peraltro, di abbondanti omissis ed ulteriori menzogne), ma soprattutto dovette confessarle che sua madre non avrebbe sganciato un soldo se non l’avesse piantata con tutte quelle scemenze.

Lei rifece le valige e quando si trovò di fronte alla scala di legno che l’avrebbe condotta nel solaio dell’officina, pregò affinché un fulmine la incenerisse prima di arrivare in cima. Ma così non fu.

Intanto del ciclo mestruale neanche l’ombra. I disturbi di cui soffriva, però, divennero più insistenti e allora un diffuso tremore sostituì le lacrime. Lui consultò sua madre (un’eminenza grigia in fatto di gravidanze indesiderate) e dopo una frettolosa analisi dei sintomi, non ci fu dubbio: era incinta. Ma lei, se qualcosa stava aspettando, non era certamente un bambino! Di un miracolo aveva bisogno, o di svegliarsi una mattina stordita dal profumo delle sue amatissime rose rosse – ma un figlio no, non in quel momento e non in quel posto! Tuttavia, il danno era fatto. Di eliminarlo neanche a parlarne. Ah, il frutto dell’amore! Sì, quel figlio in fondo era un segno divino! Deliranti optarono per la conservazione della specie, ma niente matrimonio: non avrebbero sopportato quel compromesso, erano e si piacevano liberi di andarsene in qualsiasi momento e l’avrebbero senz’altro fatto di lì a poco (il delirio non sarebbe durato ancora a lungo) se la di lui madre non si fosse messa in mezzo ottenendo, dopo ignobili ricatti e allettanti profferte, una rapida, riparatrice funzione religiosa. Un legame vincolante, però, stava davvero stretto a quei due, non era stata un’estrosità da viveur tentare di rifiutarlo. Ella non se ne curò. Voleva dei nipoti (maschi, ovviamente) e soprattutto sperava che il potere terapeutico del matrimonio e della paternità, avrebbe spinto suo figlio ad aiutarla nel lavoro e assecondarla negli affari. Se non fosse stata assolutamente certa d’averlo legato definitivamente a sé, non avrebbe mosso un dito per aiutarli. Giudicava aspramente sua moglie, non la riteneva adeguata, la trovava troppo sofisticata, incapace di gestire una casa, certamente incline alla ribellione. Avrebbe preferito una donna modesta, mansueta, disposta ad accettare la volontà di entrambi, non necessariamente per amore, meglio se per interesse o riconoscenza. Ma quello spiantato di suo figlio se n’era incapricciato, tanto valeva assecondarlo traendone immediato e duraturo vantaggio. L’arrivo del piccolo Giovanni fu un vero colpo di scena e non si lasciò sfuggire l’occasione d’approfittarne: suo figlio le sarebbe rimasto accanto, grazie al nascituro e a quell’improvvisato matrimonio, poteva finalmente riprendersi la vita che gli aveva dato nel dolore, nella vergogna e nel sacrificio.

C’era ben poco amore in tutto questo e sotto simili premesse si andava formando nel piccolo Giovanni un ancor più piccolo embrione di coscienza.

Stretti nella morsa materna, giustamente intimoriti da un futuro che non si prospettava né facile, né lieto, dubbiosi l’uno dell’altra sebbene ancora innamorati, un po’ alla volta persero il controllo della situazione e di loro stessi.

Lui cominciò a comportarsi come se non si fosse mai sposato, come se non ci fosse nessuno ad aspettarlo. Usciva prima di cena e tornava la mattina, immancabilmente ubriaco, con il colletto della camicia sporco di rossetto e fondotinta. La gelosia divorava lei che invece d’interrogarsi sulle ragioni che l’avevano condotta in quell’incubo, si avventava contro di lui colpevolizzandolo, infliggendogli scenate e recriminazioni penose.

Inchiodato alle sue responsabilità, incapace di trovare una soluzione che lo liberasse dagli errori commessi, che ne legittimasse le ambizioni e ne giustificasse le prepotenze, prese definitivamente in odio tutti coloro che gli ricordavano le sue miserie e incapacità, in special modo sua moglie, non tanto per quello che era, quanto, piuttosto, per quello che rappresentava. Una ferocia ed un sadismo indescrivibile s’impossessò di lui e da quel momento, per quattordici interminabili anni, la seviziò ed umiliò senza pietà.

Ancor prima di nascere, Giovanni conobbe la violenza, il potere, il tradimento, l’ipocrisia e la menzogna. Già nel grembo di sua madre sperimentò la paura e l’impotenza. La fiducia, il completo abbandonarsi all’altro, fu per lui un piacere quasi del tutto sconosciuto, inarrivabile – forse è per questo che si è lungamente dannato l’anima per ottenerlo…

 

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