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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

«Dove vai?», chiese Clara sistemandosi sulla fronte la pezza imbevuta d’aceto.
«Ho appuntamento con il Dottor Clerici.», rispose Paolo dando un ultimo colpetto di spazzola alla punta delle scarpe.
«Pensi di tornare per cena?»
«Non lo so e comunque non aspettarmi.»

Clara socchiuse gli occhi e provocatoriamente fece un gesto con la mano come per mandarlo a quel paese ma Paolo, che gli voltava le spalle, non la vide. Uscì di casa senza nemmeno salutarla ed ella non se ne dispiacque. Ritrovarsi da sola dopo quell’orribile giornata, con quel feroce mal di testa che le toglieva ogni energia ed entusiasmo, le diede sollievo. Ora poteva farselo passare. Aprì gli occhi, lasciò cadere la pezza nella bacinella e si accese una sigaretta.

La tenda socchiusa lasciava filtrare nella stanza un sottile fascio di luce e Clara guardò le volute di fumo danzarvi calme o frenetiche. Le piaceva baloccarsi così, almeno quanto immaginare animali, oggetti o figure di nuvola crearsi e disfarsi nel cielo – ma Paolo non l’aveva mai amata abbastanza per rendersene conto.

Da bambina aveva un’amica capace d’inventare giochi straordinari: le nuvole o il pulviscolo scintillante in un raggio di sole erano inezie, sciocchezze che Isabella dominava dall’alto della sua sconfinata fantasia. Erano cresciute insieme, inseparabili, poi era accaduto qualcosa d’inconfessabile che Clara non aveva saputo controllare, che l’aveva gettata nel panico. Alla fine aveva rinunciato a lei per paura, per non infrangere le regole, non mettere in discussione le convenzioni, non dover fare a meno di un’umanità che a quel tempo le era sembrata tanto importante e seducente. Così, ebbra di vanagloria come lo sono tutti gli adolescenti destinati a seguire le orme dei padri, si era incamminata verso il futuro senza poter sapere che chi mortifica una parte di sé prima o poi ne subisce le conseguenze.

Isa le aveva lasciato il gusto per la gentilezza e la poesia, il commosso stupore di fronte alle opere belle o brutte degli uomini e della natura. Le era mancata, certo, e ancora quanto ne sentiva la mancanza quando litigava con Paolo o per ore chiacchierava di nulla con le amiche. Il sesso, invece, le era mancato meno ed ora, dopo tanti anni, quasi non ricordava l’atto in sé, ma le parole sì e certe luci anche - certi colori e buonissimi odori erano impressi nella sua memoria con una nitidezza tale che a volte le mancava il fiato, le veniva da piangere e davvero in quei momenti avrebbe gridato il suo nome per farla tornare e non separarsene più. Se avesse potuto, davvero sarebbe tornata indietro e avrebbe cambiato la sua vita.

Quante struggenti contraddizioni vi sono in una donna, quanta passione e creatività nasconde! L’uomo che attribuisce alla superficialità o ai flussi lunari la sua mutevolezza, non può esserne interessato, non lei ama ma i capricci di una sessualità che vanamente crede di poter soddisfare. Paolo, perciò, s’era creduto un buon amante, all’inizio era stato tenero, premuroso, soprattutto pusillanime e forse proprio per questo a Clara non era sembrato un così grande sacrificio sposarlo, sopportarne la mancanza d’amore, stima, somiglianza.

La testa non le doleva più. Adesso aveva voglia di uscire, di tornare dove quella mattina una donna si era tolta la vita, aveva voglia di capire attraverso i suoi oggetti, guardandole il viso, per quale ragione avesse tentato di difendere se stessa con quell’ultimo gesto disperato. Sarebbe tornata nel negozio di fiori e avrebbe chiesto scusa per il suo irragionevole comportamento e quella ragazza così carina le avrebbe nuovamente ricordato Isabella… Sì, lo avrebbe fatto, magari domani o il giorno seguente, chissà.

Clara scostò un poco la tenda e guardò giù in strada…

«A cosa pensi?»

«A niente, Isa, proprio a niente.»

 

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