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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

L’annuncio mise in agitazione un gran numero di persone. La signora Dickinson finì di bere con calma il suo cappuccino senza smettere di guardarsi in giro.

«Che ha detto?»
«Non ho capito un tubo, ero distratto.»
«Come al solito. Lo vedi che di te non ci si può fidare?»
«Non mi scocciare, donna!» - l’uomo tagliò la strada ad uno steward che andava di fretta - «Scusi, potrebbe dirmi quale volo hanno annunciato?»
«Ce n’è uno in arrivo da Parigi e uno in partenza per Roma.»
«Ah, grazie! Hai sentito, Nora? Com’è che invece di arrivare da Roma ci va? Finisci il caffè che dobbiamo andare…»
«E dove, Ernesto?»
«Ma che vuoi che ne sappia?!»
«Non gridare, mica sono sorda!»

Margaret guardò il grande orologio digitale, quindi si avviò verso il check-in. I passeggeri in arrivo avevano l’aria piuttosto stanca e trasandata, alcuni erano spaesati, ma altri camminavano spediti come se sapessero precisamente cosa fare e dove andare. Margaret li osservava aspettando pazientemente il suo turno.

«In cosa posso esserle utile?»
«Vorrei prenotare un posto per Londra, venerdì prossimo nel tardo pomeriggio. È possibile?»
«Vediamo subito… Dunque, l’ultima partenza senza scalo intermedio è alle tredici e trentacinque, altrimenti c’è un volo Charter che parte alle diciotto e quaranta e arriva a Londra alle diciannove e trentacinque…»
«Sì, questo può andar bene.» - Margaret diede i suoi dati, pagò, prese il biglietto e se lo mise in tasca. Poco oltre acquistò una tessera telefonica e attese che si liberasse l’unico apparecchio funzionante.
«Pronto?»
«Buongiorno, Miss Redgrave…»
«Buongiorno Signora Direttrice, dica…»
«Isolde è già partita?»
«Non ancora, Signora Dickinson.»
«Probabilmente non farò in tempo a salutarla, Le faccia le mie scuse e Le dica che comunque ci vedremo sabato prossimo, a Londra.»
«Parteciperà alle esequie della Signora Winwright?»
«Sì.»
«C’è altro?»
«Non so a che ora potrò rientrare, si occupi Lei delle ragazze ed eviti inutili pettegolezzi.»
«Ma certo, Signora Direttrice, conti su di me.»

Margaret interruppe la comunicazione senza aggiungere una sola parola. Il suo umore era talmente strano che non le fu possibile comprenderlo, né se ne preoccupò più di tanto. Raggiunse l’uscita. Il cielo era grigio ma particolarmente luminoso. Si mise gli occhiali da sole e con un gesto della mano attirò l’attenzione dell’unico tassista disponibile. L’uomo si avvicinò, scese dalla macchina, aprì lo sportello e la invitò a salire: «Prego, Signora, si accomodi… Umidino stamani, eh?»
«Troppo.» - Margaret si sedette sui comodi e spaziosi sedili posteriori e si stupì di quanto contrasto vi fosse tra quell’uomo piuttosto rozzo nei modi e nell’aspetto e la sua automobile. Era una Mercedes vecchio modello, tirata a lucido dentro e fuori l’abitacolo, ordinatissima ed esageratamente profumata. L’arbre Magic dondolava minaccioso proprio accanto al suo orecchio. Margaret lo vide e subito starnutì.
«Quei cosi funzionano, sa? Ma purtroppo se uno non c’è abituato possono dar fastidio. Se vuole lo levo…»
Margaret lesse i suoi estremi riportati su un tesserino appoggiato nel portaoggetti: «Non importa, Signor Esposito.» - e cambiò sedile.
«Come preferisce.» - Vincenzo non era abituato ad essere chiamato per nome dai clienti, ma gli piacque. Azzerò il tassametro, regolò lo specchietto retrovisore e mise in moto: «Dove andiamo?»
«In centro, grazie.»
“Che giornata,” - pensò – “oggi tutte scontrose!”, poi si rese conto di non saper dove andare: «Indirizzo?»
Margaret non aveva una meta precisa ma questo lui non poteva saperlo. «È indifferente.»
L’uomo tagliò corto: «Se la porto al Duomo va bene?»
«Benissimo.»

Poiché il traffico era piuttosto contenuto, dopo un quarto d’ora giunsero a destinazione. Margaret scese, pagò e come non le accadeva da mesi, s’incamminò senza fretta verso il corso. Era piacevole passeggiare per le vie del centro, nella calma oziosa che fa della domenica un giorno davvero speciale, non solo per chi lavora e finalmente può riposarsi. Margaret poté guardare vetrine e monumenti senza dover lottare contro la calca chiassosa e soffocante dei giorni feriali. Ed anche altri, intorno a lei, pareva godessero di quell’opportunità rara. C’era chi tornava dalla Messa, chi leggeva il giornale appoggiato ad un muro, chi portava in trionfo un vassoio di paste o una torta per il pranzo, bambini ridenti a caccia di piccioni, piccoli gruppi di uomini e donne insolitamente disponibili alla chiacchiera: calcio, tempo, ricette, malanni – un omogeneo e diffuso brusio, il prodotto ultimo di un’intera città che, ben lavata e stirata per l’occasione, si concedeva un’ora d’aria prima di sedersi a tavola. Improvvisamente comparve persino un po’ di sole. Margaret acquistò un quotidiano, lo stese su un gradino di marmo e si sedette. Socchiuse gli occhi lasciando che il sole le carezzasse il viso e a poco a poco smise di ascoltare il mondo. Ripensò ad Isolde, ai suoi occhi persi nel vuoto, alle sue labbra di pietra, alla frivola eppure volitiva Karin capace di stringerla a sé in quel modo così particolare, alla coriacea, inaccessibile Miss Redgrave che aveva cominciato a tremare senza riuscire a smettere. Ma un animo gentile non indugia sui pensieri spiacevoli, come in un acquarello fissa l’idea di un’ombra o la sfumatura più lieve di un colore e solo questo ricorda – così Margaret, con naturalezza tornò indietro nel tempo ai primi anni dell’adolescenza, al primo, meraviglioso viaggio in Italia.

Vi giunse grazie ad una borsa di studio. Era poco più di una ragazzina – romantica, ingenua e idealista come lo erano quasi tutti alla sua età. Dopo un certo periodo durante il quale s’impegnò a fondo per imparare la lingua, conobbe un gruppo di allegri studenti e sebbene le avessero insegnato a non dare confidenza agli estranei, ben presto nacque fra loro un rapporto assai amichevole e vivace – confidenziale. Margaret scoprì il piacere della buona tavola e del buon vino, imparò ad arrivare in ritardo agli appuntamenti e si abituò abbastanza in fretta al comportamento imprevedibile, impulsivo e smargiasso dei suoi coetanei italiani. A quel tempo anche ai giovani capitava di appassionarsi al melodramma e questo diveniva oggetto di accese discussioni durante le quali venivano aspramente criticate le opere, gli allestimenti, la direzione e, soprattutto, il primato canoro degli interpreti. Persino fra i suoi amici vi era stata una frattura insanabile: da una parte i sostenitori della Callas e i Verdiani, dall’altra i Tebaldiani o gli estimatori di Puccini – e giù ad insultarsi ogni qualvolta veniva affrontato l’argomento. Margaret non aveva mai avuto per la musica lirica un particolare interesse, né capiva come potessero degli esseri umani evoluti accanirsi e litigare per simili sciocchezze – per questo quando le proposero di assistere alla prima di “Un ballo in maschera”, accettò l’invito sperando di ricavarne chissà quale straordinaria rivelazione. Mai avrebbe pensato che la sua vita, da quella sera, sarebbe tanto cambiata. Nascosta nel buio del suo palchetto, pianse quell’amore infelice. S’innamorò della storia che la musica narrava con così tanta passione, della voce impetuosa e limpida del personaggio, poi, dietro le quinte dove la portarono per farle vedere i trucchi scenici che rendono un allestimento realistico ed efficace, conobbe l’interprete che a lui si era prestato: un uomo maturo, colto, affascinante e… sposato. Tutta una vita nascosta nell’ombra di un palchetto, ad aspettare una telefonata, il momento giusto per incontrarsi – magari a metà strada, in un modesto Motel. Sua moglie non volle mai concedergli il divorzio, né mai volle separarsi da lui più del necessario. Margaret, nonostante tutto, stette vicino al suo uomo, gli fu fedele compagna e amica. Accettò l’umiliazione di non avere diritti e lottò con tutte le sue forze per salvare il suo amore dalle insidie della lontananza e della vergogna. I primi anni furono durissimi. Sola, per sopravvivere dette lezioni d’inglese, poi venne l’insegnamento in alcune scuole, infine le proposero di dirigere un college e lì terminò il suo pellegrinaggio da una parte all’altra della penisola nella speranza mai sopita di potersi, un giorno, congiungere a lui definitivamente: una casa insieme, cenare a lume di candela ogni volta che avessero voluto, passeggiare fianco a fianco in riva al mare, in faccia alla gente, alla luce del sole. Ma così non fu. Il suo unico compagno si era spento all’improvviso, lontano da lei, senza nemmeno avere il tempo di dirle addio. Un ictus se l’era portato via e di lui non le erano rimaste che poche lettere, qualche fotografia e quel dolore inconsolabile, quel lutto inconfessabile – solitario, silenzioso, incolore.

Una grossa nuvola coprì il cielo. Margaret sospirò profondamente, aprì gli occhi e si guardò intorno: la strada era deserta.

Dentro le case piatti fumanti, televisori accesi – un ballo in maschera al quale non era invitata, vecchie e nuove consuetudini che Margaret non conosceva né mai avrebbe vissuto accanto all’uomo che ancora amava.

 

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