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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

Miss Redgrave sentì un boato assordante ed ebbe la netta sensazione che in quello stesso istante la terra avesse tremato. Pensò ad un terremoto, ma appena oltre una curva vide con la coda dell’occhio un gran bagliore in lontananza, alle sue spalle. La paura si aggiunse ad un senso d’inquietudine che l’accompagnava già dal giorno prima. Dovette rallentare perché in quello stato le riusciva difficile prestare attenzione alla guida.

Immaginò una casa sventrata dallo scoppio di una bombola di gas, oppure la linea ferroviaria divelta da una bomba, la casa o il treno in fiamme, ovunque corpi straziati – un’allucinazione infernale alla quale sentì di non poter sopravvivere.

Pagò il pedaggio e poco dopo lo svincolo vide l’insegna di un bar-tabacchi. Accostò, mise le doppie frecce e scese. Ancora tremante si avvicinò al banco. Chiese un doppio whiskey senza ghiaccio e ne bevve più di metà tutto d’un fiato. Le sue guance cambiarono colore e lei si sentì riavere. Svuotò il bicchiere e subito ne chiese un altro – pieno. Vuotò anche quello. Allora chiese che le incartassero una bottiglia di Maccallan ma siccome in quel bar per camionisti non ne avevano, si accontentò di un pessimo Blanded.

Uscì barcollando, rimontò in macchina, mise in moto e sgommando come fanno i ragazzini si diresse verso la circonvallazione. Lungo il viale alberato che separa la periferia dal centro storico, scartò la bottiglia, l’aprì e bevve alcune sorsate di liquore.

Nelle idiosincrasie del delirio alcolico, i pensieri, il tempo e lo spazio sempre si mescolano, intersecano, deformano. I gesti diventano incerti, approssimati, come camminare reggendo su un’unica mano un vassoio di flüte colmi sino all’orlo – la prova di abilità consiste nel tentare di non farne cadere nemmeno uno, di mantenere l’equilibrio cercando di non scoppiare a ridere, o a piangere.

Miss Redgrave aveva qualche difficoltà di coordinazione. Decise di fermarsi, parcheggiare fra gli alberi. Montò senza rallentare su un marciapiede alto una decina di centimetri, per poco non demolì una baracchina di lamiera, inchiodò, spense il motore e finalmente tirò un sospiro di sollievo. Aveva voglia di gridare al mondo la bellezza di quel momento, con gli alberi che le danzavano sulla testa e la pioggia scrosciante tra i rami. Improvvisamente le venne un gran caldo. Aprì il finestrino e si sporse dondolandosi fuori dall’auto come una scimmia. Si sentiva felice, euforica, piena di vita. Oh, certo, a quell’ora avrebbe dovuto trovarsi nel suo letto. Avrebbe dovuto riposare o mettere in ordine i registri scolastici. C’era da stirare anche e cucire, ma non era abitudine di Miss Hilda Redgrave rincasare prima di aver fatto il giro dei bar.

Perché avesse cominciato a bere nemmeno lei lo sapeva. Forse tutto era cominciato quand’era una ragazzina, così, per caso… Trovarsi con i coetanei, andare insieme ad una festa: il ballo della mattonella, quei chili di troppo, gli occhiali sul naso. Bere un bicchierino di più per farsi coraggio, sentirsi leggeri, attraenti, brillanti, capaci di dire e fare qualsiasi cosa, riuscire persino a divertirsi con poco, o nulla – atteggiarsi da adulti senza esserlo ancora. Poi la scuola finisce, i compagni si sposano o se ne vanno, preferiscono altre a te e tu rimani sola, sempre più sola, diversa anche nella solitudine.

Alcolismo? Ma no, che idea bislacca – un cicchetto, di tanto in tanto, per tirarsi su, perché fa buon sangue… Perché dopo un po’ non sopporti più nessuno, cominci a detestare la gente con i suoi falsi problemi, con quell’offensiva ostentazione di benessere e sicurezza: le donne gravide con quei pancioni osceni, la loro tracotanza, gli uomini impegnati a tagliare l’erba del giardino, i loro giganteschi, ridicoli barbecue estivi e tutte quelle stupide ragazzine che ti crescono accanto, belle, ricche, estroverse.

Hilda grugnì, finì di scolare la sua bottiglia e socchiuse gli occhi.

 

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