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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

Il Dottor Clerici allentò un poco la cravatta. Finalmente era rimasto solo e l’idea di non avere altri appuntamenti per quella giornata, lo rinfrancò alquanto. Il suo lavoro era fatto soprattutto di contatti umani, ma egli era per natura piuttosto schivo quindi, meno si perdeva in chiacchiere e meglio era. Preferiva il silenzio alla musica, una bella dormita alla cena in famiglia. Era fatto così e poi, piuttosto che rientrare a casa e trovarsi ad affrontare le solite discussioni, preferiva chiudersi in ufficio.

Diede disposizioni affinché non gli passassero alcuna telefonata, ordinò un caffè bollente e chiese la pratica della ImEx. Non l’aprì nemmeno. Si sdraiò sul divano, bevve il suo caffè, socchiuse gli occhi e si addormentò. Verso le venti e trenta si svegliò. Andò in bagno, si fece la barba, sistemò la cravatta, pettinò con cura.

«Il Colonnello torna?»
«No, ad ogni modo sono in ufficio e non posso essere assolutamente disturbato. Come al solito.»

Lungo la strada si fermò in un bar, mangiò un toast e si fece incartare una scatola di Gianduiotti. Emilia ne andava pazza e come d’abitudine lui gliene portava sempre una confezione quando andava a trovarla. Il sabato era il suo turno ed anche quella sera non se ne dimenticò.

Arrivato nei pressi della sua abitazione cercò un parcheggio appartato e decise di fermarsi da lei una mezz’oretta, non di più. Emilia era sconvolta per l’incidente avvenuto ai De La Valle e Ulderico non aveva nessunissima intenzione di farsi avvilire dal suo stato d’animo. Come convenuto suonò il campanello tre volte ed ella gli aprì il portone. Giunto al secondo piano trovò la porta di casa socchiusa e dopo un attimo d’esitazione entrò richiudendosela alle spalle. Emilia stava piangendo e Ulderico pensò che forse non aveva mai smesso sin da quella mattina. Gli occhi di Emilia, gonfi e arrossati come mai prima, cercarono quelli di Ulderico, elemosinarono un gesto compassionevole, una parola buona, gentile dopo tanto dolore, ma lui non se ne preoccupò e chiese se per caso avesse del caffè pronto da qualche parte. Emilia si fece coraggio, sapeva che da Ulderico non poteva aspettarsi granché – era un duro, lui, uno che di fronte a certe debolezze reagiva con il silenzio, l’assenza. Un uomo severo, riluttante, poco incline alle confidenze e alla dolcezza, ma allo stesso tempo era capace di grande generosità e tolleranza. Più di una volta Emilia si era trovata in difficoltà, anche economica, e lui aveva provveduto senza batter ciglio, così pure quando si era stancata di quell’amore illecito lui non aveva opposto alcuna resistenza, anzi, le aveva detto che era giusto che pensasse al suo futuro giacché egli non poteva di certo venir meno ai suoi impegni e alle sue responsabilità. Ulderico le aveva raccontato che con sua moglie non aveva più rapporti da anni, ma aveva taciuto la presenza di almeno altre due donne e lei, sebbene sentisse di non essere l’unica e pensasse di quel comportamento tutto il male possibile, dopo qualche timida rimostranza finì per accettarlo. Alla sua età non credeva di poter aspirare ad altro e in fondo, ormai, non sarebbe stata capace di dividere la sua vita tra lavoro, faccende domestiche e doveri coniugali. Aveva le sue abitudini, le sue piccole manie alle quali avrebbe dovuto certamente rinunciare se avesse accettato la presenza costante di un compagno – l’ininfluenza di Ulderico, invece, le permetteva di preservare i suoi equilibri e lui, che non era un uomo particolarmente pretenzioso o invadente, le aveva chiesto solo di poterla incontrare una o due volte alla settimana, secondo necessità e nei giorni prestabiliti, di osservare la massima discrezione, non procurargli fastidi e non interferire in alcun modo nella sua vita matrimoniale e professionale. Ad Emilia queste condizioni parvero tutto sommato accettabili.

«Lo vuoi corretto?»
«Sì, grazie.» - Emilia si asciugò una lacrima, versò un po’ di cognac nel caffè, vi aggiunse due cucchiaini di zucchero, lo mescolò e glielo porse - «Stasera intendo trattenermi solo qualche minuto… Emilia, vorrei che tu non pensassi che lo faccio per mancanza di sensibilità – sono sinceramente dispiaciuto per quello che è successo e capisco il tuo dolore, ma credo che tu lo debba superare da sola vivendolo come una prova dalla quale uscirai rafforzata.»
«Oh, non è per la povera Signora che mi dispero, quanto piuttosto per la piccola Isolde – che ne sarà di lei adesso?»
«Non preoccuparti, Emilia, è giovane e i giovani hanno risorse insospettabili. Dimenticherà, vedrai, e tutto si rimetterà a posto da sé. Con il passar del tempo la vita ha sempre il sopravvento…»
«Hai ragione, ma non posso fare a meno di piangerle.»
«Piangi, piangi pure Emilia – piangere fa bene a voi donne, vi fa venire gli occhi belli!»

Quella frase non aveva alcun senso, era stupida, inadeguata, irrispettosa e persino offensiva. Emilia sapeva che adesso Ulderico si aspettava da lei un sorrisetto compiacente. Lo conosceva bene, ma mai prima di allora ne aveva avuto repulsione, disgusto. Pur di levarselo dai piedi si sarebbe messa a ballare il cancan e allora sorrise, certo, come da copione.

«Bene, ora che sei più serena posso andarmene… Ah, dimenticavo, ti ho portato i tuoi cioccolatini preferiti…» - Emilia era senza parole. Come un automa prese il pacchetto e ne carezzò gli angoli aguzzi - «Non occorre che mi accompagni, sdraiati pure e copriti che fa freddo!» - Emilia lasciò che Ulderico le coprisse le gambe con un plaid e le sistemasse i cuscini dietro la testa - «Non chiamarmi in ufficio nei prossimi giorni, cara, ti chiamo io appena posso, d’accordo?» - Emilia annuì senza capire cosa le stesse succedendo.

“D’accordo”? D’accordo che?

Quando sentì la serratura scattare le fu finalmente tutto chiaro. Corse alla finestra, l’aprì e aspettò paziente di vederlo uscire dal portone. «Colonnello Clerici Dottor Ulderico?!», gridò con tutto il fiato che aveva in gola. Lui si voltò verso di lei e, forse perché concentrato in ben altri pensieri, invece di stupirsi ed allarmarsi per come lo aveva pubblicamente esposto ad un facile riconoscimento, sorridente e pronto a salutarla con un gesto amichevole della mano, rispose: «Sììì?» e lei, senza urlare stavolta, ma scandendo bene le parole, tagliente più d’un rasoio: «Vai a farti fottere, coglione!», quindi lo centrò in piena fronte con la scatola dei cioccolatini, richiuse la finestra e lo lasciò là, in mezzo alla strada, sanguinante, mentre tutt’intorno l’intero vicinato si stava affacciando.

 

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