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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

«Signora, scusi, il suo giornale!» - Yorick guardò la donna allontanarsi, combattuto fra l’inseguirla e lasciar perdere. Controllò l’orologio: era tardi, veramente troppo tardi. Si frugò in tasca cercando il mazzo di chiavi. Lo trovò. Salì di corsa due piani di scale. Suonò il campanello tre, quattro volte, ma inutilmente. Allora, senza perdere altro tempo, entrò nell’appartamento dei suoi genitori e fece il giro delle stanze, rovistò in ogni cassetto, aprì gli armadi, guardò persino nel frigorifero, ma niente…

Non vedeva Walter da quindici giorni ed ora che finalmente potevano incontrarsi, aveva smarrito il suo piccolo regalo e per giunta rischiava di non tornare in tempo al lavoro! Doveva assolutamente trovarlo entro trenta secondi, altrimenti vi avrebbe dovuto rinunciare, sarebbe partito senza. «Ok, ok – fanculo a me!» - esclamò al culmine della rabbia, ma in quello stesso istante vide un ricciolino giallo far capolino da sotto un cuscino - «Ma guarda dov’era finito…», afferrò il pacchetto senza troppi riguardi e istantaneamente guadagnò l’uscita precipitandosi giù dalle scale, quindi montò in macchina e in meno di dieci minuti arrivò all’aeroporto.

«Appena in tempo…» - sbuffò raggiungendo di corsa il personale di volo che si era già avviato verso l’imbarco.
«Ma dov’eri finito?» - gli chiese Stefano, un collega.
«Ero in bagno.»
«Riesci sempre a far tardi.»
«Già.»
«Sei sicuro di star bene?»
Yorick era visibilmente sconvolto: «Certo…»
«Allora vedi di darti una pettinata… e aggiustati la cravatta – sei impresentabile.» - poi, sottovoce - «Almeno era carina?»
«Chi?»
«Non fare il finto tonto…»
Yorick si rese conto dell’equivoco ma lì per lì gli mancò una risposta adeguata per chiudere l’argomento: «Lascia perdere, sei fuori strada.»
«E dai, a me puoi dirlo – siamo amici, no?»
«Per favore, Stefano - non è il momento…»
«Ecco, lo sapevo io che non eri un finocchio!» - esclamò attirando l’attenzione dei colleghi che prontamente si girarono verso di loro.
Yorick arrossì. Pensò a quant’era facile essere fraintesi, che lo si volesse o meno, quindi, cercando di camuffare una certa irritazione: «Un giorno o l’altro ti riempio la faccia di pugni così avrai una buona ragione per non rivolgermi più la parola!»
E l’altro: «Attento a te, Yorick, che se poi ti spacco il culo…» - e si mise a sculettare come un deficiente.
Yorick lo spintonò perché aveva imparato che così si devono comportare fra loro i maschi (linguaggio colorito, pacche sulle spalle e strizzatine di palle comprese) e in effetti non gli sembrava che in quel momento potesse far altro per sdrammatizzare.
«Ma smettila… Guarda, tremo tutto dalla paura…» - Stefano si zittì, all’improvviso. Uno strano via vai di tecnici intorno ad un apparecchio lo aveva insospettito - «Dì un po’, Yorick, ma quello non è il nostro aereo?»
«Porca vacca, mi sembra di sì…»
Di lì a poco il Comandante raggiunse il gruppo di stewards ed hostess che avevano fatto capannello davanti alla scaletta d’imbarco, richiamò la loro attenzione e li informò che essendosi verificata un’anomalia durante le procedure di controllo, erano tenuti a rimanere a disposizione considerando temporaneamente sospeso il volo. Stefano sorrise perché non aveva altro da fare quel giorno e l’imprevisto gli avrebbe permesso di bighellonare ancora un po’ lontano da casa, ma Yorick s’infuriò e senza badare al suo comportamento gettò in terra la borsa da viaggio. Intorno a lui si fece il silenzio. Non curante la raccolse, l’aprì, estrasse il suo cellulare e allontanandosi di qualche passo fece una telefonata.

Yorick divideva con Walter molti interessi, ma anche le interminabili trasferte, i fusi orari sballati, le festività inesistenti e quant’altro caratterizzava quel prestigioso, ambito mestiere, per questo si vedevano raramente e, spesso, solo per qualche ora. D’altro canto, se avevano avuto l’occasione di conoscersi lo dovevano proprio al loro lavoro e sempre grazie ad esso si erano potuti permettere l’acquisto di una bella casa sulle colline romane. Certo, non potevano godersela come e quanto desideravano, ma in condizioni diverse non avrebbero avuto maggior fortuna, anzi. Invece, quando i giorni di riposo e gli scali coincidevano, potevano sedere allo stesso tavolo, dormire nello stesso letto, tagliare l’erba del giardino, fare acquisti, frequentare gli amici senza aver bisogno di mentire, nascondersi. Non era poco.

Walter era stato gentile e comprensivo. Alla fine della conversazione avevano persino concordato di prendersi qualche giorno di ferie non appena avessero potuto. Così, quando Yorick richiuse lo sportellino del suo cellulare, parve a Stefano e agli altri colleghi abbastanza sollevato. La fronte non era più corrucciata e sulle labbra si era affacciato un timido, imbarazzato sorriso: «Scusate, ma avevo un impegno… Insomma, ho perso la pazienza…»

«Non te la prendere, Yory, anch’io avevo un sacco di cose da fare…» - Stefano era un bonaccione, mentiva per consolarlo e siccome non sopportava i musi imbronciati, anche se sapeva di non avere un sens of humour molto apprezzato, per risollevare gli animi se ne uscì con una delle sue solite, infelici battute: «Beh, che volete, questi sono gli imprevisti del nostro mestiere – sempre meglio che precipitare da qualche parte, non vi pare?».

 

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