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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

Casualmente Isabella guardò fuori e vide che nel palazzo di fronte qualcuno stava chiudendo le tende della propria finestra. «Così va il mondo: c’è chi arriva e chi parte.» - sospirò fra sé, quindi piegò con cura l’ultima camicia che aveva deciso di portare via, la ripose assieme agli altri indumenti e dopo qualche tentativo piuttosto impegnativo, riuscì a far scattare la serratura della valigia.

Erano già le sei. Le rimaneva appena il tempo per fare una doccia e vestirsi. Aprì i rubinetti controllando la temperatura dell’acqua, si tolse il pigiama e dopo qualche attimo di esitazione entrò nella cabina arrendendosi volentieri a quel getto impetuoso e per chiunque altro esageratamente caldo. Più di una volta Clara l’aveva presa in giro: «Prima o poi dovrò portarti all’ospedale con ustioni di terzo grado!» - ma Isabella aveva la pelle dura.

Uscì dalla doccia, s’infilò l’accappatoio e con il palmo della mano aprì un varco nella condensa che aveva ricoperto lo specchio. Si sentiva stanca e afflitta ma il suo viso, come al solito, non pareva risentirne – era più o meno lo stesso di quand’era una ragazzina. «Ecco, in un’epoca nella quale trionfa la superficialità e quello che conta è l’apparenza, con questa faccia come posso pretendere di essere credibile?» - scosse il capo, strizzò una piccola quantità di dentifricio sullo spazzolino e rassegnata cominciò a lavarsi i denti.

Eh, sì – quel corpo ben modellato e proporzionato, un po’ mascolino, forse, e forse proprio per questo poco attraente, quel visino adolescenziale e scanzonato sul quale il tempo, gli stati d’animo e i bagordi erano trascorsi quasi senza lasciare traccia, le aveva creato solo problemi. Anche conoscendone a fondo i meriti e le virtù, di lei si poteva dir tutto ma non che desse l’impressione di essere una persona esperta, matura e affidabile quale era, perciò, specialmente ai colloqui di lavoro dove non è certamente il valore intrinseco della persona, la sua preparazione professionale o il talento che conta, le capitava spesso di essere sottovalutata, scartata a priori. Si era stancata dei vari “eventualmente Le faremo sapere” e “La terremo senz’altro in considerazione”. Non ne poteva più di finire immancabilmente all’ultimo posto solo perché non metteva in mostra tette e culo o non poteva vantare chissà quali prestigiose amicizie. Ad un certo punto aveva persino deciso di adeguarsi: acquistò un paio di tailleurs civettuoli, si iscrisse ad una palestra dove frequentò un corso di danza jazz nel tentativo d’ingentilirsi, andò in un istituto di bellezza dove si sottopose con infinita pazienza e fiducia a qualsiasi trattamento le fosse consigliato (lampade, saune, maschere e creme, manicure, pedicure, acconciature e trucchi alla moda), ma a nulla valse tanto spreco d’amor proprio, energie, tempo e denaro. Isa sapeva di non poter mortificare il suo modo di essere, la sua intima natura. Quella “sé” goffamente scodinzolante, riflessa in uno specchio o su una vetrina, seduta in una sala d’aspetto, a colloquio con un improbabile futuro datore di lavoro, aveva qualcosa d’insolito o artificioso che non poteva passare inosservato e per quanti sforzi facesse per nascondere uno o l’altro, anziché migliorarsi si peggiorava. Finalmente regalò ad un’amica i due tailleurs e decise che se il suo stupidissimo, provinciale, involuto paese non sapeva che farsene di lei, se ne sarebbe andata dove la gente è accettata per quello che è.

Si diede una spruzzatina di profumo, mise un maglione nero a collo alto, i jeans scoloriti e gli scarponi di Nabuk. Preparò nell’ingresso le valigie, il cappotto, la sciarpa e i guanti. Infine fece il giro delle stanze, guardò negli armadi e nei cassetti per verificare di non aver lasciato nulla d’importante, quindi ripose nel bagaglio a mano il computer portatile, un astuccio con un’ampia scelta di penne a china, lapis e matite colorate, un taccuino per prendere appunti ed un album da disegno. Si agganciò alla cintura dei pantaloni il lettore mp3 e nascose il filo degli auricolari sotto il maglione. Nello zainetto c’era tutto: occhiali da sole, fazzolettini di carta, portafoglio, passaporto, il biglietto dell’aereo, i documenti per ritirare i bauli spediti a New York, il cellulare e l’agenda. Era pronta. Chiamò un taxi e attese seduta in salotto che suonasse il campanello.

Era emozionata, triste ed eccitata insieme, e siccome le accadeva sempre quando partiva per un viaggio di avere violenti attacchi di colite, le venne il terrore di sentirsi male, ma prontamente cacciò via quel pensiero inopportuno e smise di sudare freddo. Sapeva di non partire per una vacanza, che la sua vita sarebbe cambiata totalmente e schiva com’era non le sarebbe stato facile inserirsi, ma non aveva senso restare: troppi ricordi inutili e nessuna prospettiva per il futuro – tanto valeva provarci.

Il campanello trillò un paio di volte. Isabella scese in strada e invitò l’autista ad aiutarla con le valigie. Quando ebbero finito di caricarle guardò verso le sue finestre: dietro le tendine il buio e in lei la sensazione dolorosissima di uno strappo. Pensò di rinunciare, lottò con tutte le sue forze contro una parte di sé che ripeteva di non volersene andare, poi, finalmente, l’autista chiuse gli sportelli e guardandola attraverso lo specchietto retrovisore le chiese: «Dove La porto?» - ma Isabella non lo sentì. Piena di tristezza osservava quelle finestre disabitate nelle quali, ormai, vedeva solo riflettersi le prime luci dell’alba - «Signora, scusi, dove devo portarLa?»
«All’aeroporto, per cortesia.»
L’uomo ingranò la marcia e lei fu costretta a voltarsi per poter guardare ancora una volta la sua casa. Una lacrima le scivolò lungo la guancia rimanendole tenacemente aggrappata al mento. L’uomo se ne avvide e le porse un fazzolettino di carta: «Posso esserLe d’aiuto?», ma Isabella continuava a non sentirlo, per questo non rispose. In un alternarsi di flash back più gioiosi che dolorosi, rivide gran parte dei volti che aveva amato e quella sensazione di perdita e sradicamento le divenne quasi insopportabile.

L’auto si arrestò di colpo e per Isabella fu come svegliarsi, o rinascere. Si sentì sollevata e vedendo altri passeggeri affrettarsi verso l’ingresso dell’aeroporto, ebbe voglia di raggiungerli. La tristezza divenne impazienza ed euforia. Come per magia tutto era passato: vissuto, rivisto ed ora riposto in un angolo della memoria.

L’uomo caricò le valigie su un carrello, riscosse la tariffa e le augurò buona fortuna. Isabella lo ringraziò e spinse il carrello sino al check-in dove una signorina molto gentile la aiutò ad espletare le formalità di rito, quindi raggiunse la sala d’aspetto, si sedette e ormai calma, quasi che tante emozioni l’avessero svuotata di ogni ansietà, attese il momento dell’imbarco. Dopo una decina di minuti, una bella voce di donna annunciò l’arrivo del volo Air France 594 proveniente da Parigi e invitò i viaggiatori diretti a Roma ad affrettarsi verso il terzo cancello dove era pronto al decollo il volo Alitalia 728. Isabella guardò intenerita i nuovi arrivati accalcarsi, cercare le proprie valigie, abbracciare i congiunti, guadagnare l’uscita.

Laggiù, di là dall’oceano, nessuno la stava aspettando, ma questo non aveva alcuna importanza.

Adesso, davvero, sentiva di avere tutta la vita davanti a sé. Da adesso, davvero, più niente e nessuno le avrebbe impedito di essere ed esprimersi al meglio delle sue possibilità. Niente e nessuno, certo – nemmeno la paura.

 

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